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Clara Ponte - La Memoria dell’Acqua

Clara - La Memoria dell'Acqua
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Consegna prevista Gennaio 2022
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E poi, d’un tratto, accade qualcosa e ti rendi conto che la vita che stai vivendo non è quella che vuoi. È possibile, a questo punto, recuperare tutti i pezzi di te che hai lasciato indietro e costruirti la strada che desideravi seguire? E chi ti resterà accanto, quando troverai il coraggio di presentarti al mondo per chi sei veramente?
Clara ha dimenticato molte cose e soffocato così tante parti di sé che, adesso, ha completamente smarrito la sua identità ed esiste solo attraverso l’immagine di lei che gli altri hanno intessuto. Finché qualcosa d’inatteso e travolgente arriva per scuoterla dentro, obbligandola a riportare alla luce le memorie che aveva relegato nell’oscurità.
Quali segreti risaliranno in superficie, quali misteri verranno svelati e cosa significherà, per lei e per chi le sta vicino, essere finalmente libera?

Perché ho scritto questo libro?

Era una tra le tante notti spese a rigirarmi nel letto quando, nella coscienza sospesa di un sogno senza sonno, una voce mi disse: La memoria dell’acqua.
L’indomani mattina, davanti al caffè nel mio bar preferito, le parole incominciarono a fluire sulla pagina, lentamente ma inesorabilmente, col fare morbido eppure assertivo della marea che avanza.
Così è nato questo romanzo. Così Clara ha scelto me per raccontare la sua storia, che è la storia di tanti di noi. Così ho iniziato a guarire.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Zero

«Un’altra vittima di questa disgrazia, ma quanti sono? Che Allah li protegga.»

«C’è troppo sangue, non si vede niente.»

«Dottore, la pressione scende. Sta andando in arresto.»

«Merda, c’è troppo sangue! Chiamate il marito per il consenso, subito! Clara, resti qui con me, mi guardi. Clara, mi sente? Clara?»

«Dottore, abbiamo il consenso.»
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I

Bianca s’è chiusa nella sua stanza.

Di nuovo.

C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui quella porta “cascasse il mondo, mamma, la voglio sempre aperta” e, invece, adesso eccola lì, blindata, anche oggi che è il suo compleanno.

Quindici anni, un donnino.

Ma che scricciolo, eri, quando nascesti. Con tutto quello che avevi passato per venire al mondo, in quel luogo sperduto tra il mare e il deserto. Non scorderò mai la mattina in cui capii di essere incinta, quando mi portai le mani sul ventre e lo sentii subito, che tu l’avevi fatta in barba a tutte le precauzioni che io e papà avevamo usato. Ero così giovane e il mio primo pensiero era andato ai miei studi, il mio sogno di diventare medico. Dove avrei trovato le energie per crescere una neonata? E poi con Stefano non avevamo mai parlato di figli, era troppo presto, come avrebbe reagito lui? Eppure, in quel preciso momento, con quella sensazione di star condividendo il mio corpo con un’altra piccola anima, seppi che tutte le preoccupazioni per il futuro non avrebbero potuto competere con la gratitudine che mi pervadeva, di poter diventare la tua mamma.

Perciò ho fatto bene, a lasciare medicina e diventare councelor. Non che i miei studi mi aiutino sempre con te, Bianca, perché sono bravissima ad aiutare gli estranei, ma non ci sono specializzazione o esperienza che tengano, contro il terribile spauracchio di ogni genitore: l’adolescenza.

Così adesso siamo qui: io busso alla porta, i nonni stanno per arrivare, tuo fratello vuole mostrarti il suo regalo prima degli altri e papà ha già messo su il broncio dell’uomo trascurato. E tu non rispondi.

«Bianca, esci!».

Mi tocca sfoderare l’artiglieria pesante e mandarti dentro Gabriele, che gli è ancora concesso di fare irruzione nelle stanze, e io devo togliere la torta dal forno prima che si bruci.

«Mamma, hai mandato Gabri a chiamarmi perché sai che a lui non riesco a dire di no: sei sleale. Mmm, la mia torta ai tre cioccolati, che profumo!»

La torta ai tre cioccolati è una tradizione, per il compleanno di Bianca, da che la usai per annunciare a Stefano che aspettavamo un bambino, scrivendoci sopra: “Sto arrivando papà”. Sarà che era l’unica che sapevo fare.

«Ah, sei viva? Ho mandato dentro Gabri con la paura che ti trovasse stecchita sul letto, non ti si vede da colazione. Lo sai che papà ha messo su la faccia delle grandi occasioni?»

«Di nuovo? Ma quando avrò qualche fidanzato e lo trascurerò completamente per altri uomini, cosa farà?»

«“Qualche fidanzato” e “altri uomini”? Ecco, se glielo dici così, l’infarto gli viene subito e si toglie il pensiero.»

«Vabbè, lo sai come la penso: io da grande viaggerò, studierò, non sarà facile trovare una persona che mi lascerà davvero fare tutto quello che voglio. Lo vedo, che tu e papà rinunciate ad alcune cose, per stare insieme ed insieme con noi: io non lo sopporterei.»

«Ma…»

«Non dirmi che quando sarò innamorata la penserò in modo diverso, perché allora preferisco di gran lunga non innamorarmi. Ah, alle cinque mi vedo con Giulia e Rossella, per andare al cinema. Mi riporta Gustavo, il papà di Ross.»

Gustavo, che fatica, ogni volta, evitare d’incontrarlo.

«Toh, la festeggiata. Hai deciso di farti fare gli auguri dal tuo vecchio padre, alla fine?»

«Eddai, papà: lo sai che sei sempre il mio papino.»

Game, set, match! La ragazza ci sa proprio fare.

Ero anch’io così, alla sua età: fiera, indipendente, indomita. Ma la gente ha paura delle donne forti e libere, e la gente che ha paura fa cose terribili.

Oddio, ecco che arrivano le nonne. Non so quale delle due sia più irritante e anche Bianca, ultimamente, le sopporta a malapena. Da piccola, Bianca stava più volentieri con mia mamma, perché si ubriacava dei suoi racconti di paesi lontani, di bimbi nati sorridendo e templi scintillanti d’oro, dove la mente domina la materia, ma non ci è voluto molto perché, anche lei, si rendesse conto che di quanto le nonne fossero simili, accomunate da una profonda infelicità. Maria, nella sua convinzione che il suo mondo terminasse dietro la porta della cucina, usava la limitatezza dei propri spazi come un guscio, per proteggersi dalle delusioni ed evitare le responsabilità, e mia madre era

prigioniera anche lei, chiusa in una gabbia fatta di decisioni irrevocabili, di un’autodisciplina che non ammette mai cambi di rotta, nella visione manichea di un mondo duale dove tutto è solo bianco o solo nero. Il mondo, secondo mia madre e Maria, è fatto solo di “giusto” e “sbagliato”. E di “dovere”. E una voragine di materia oscura tutt’intorno.

«Ma come, poi esci? Ma proprio il giorno del tuo compleanno? Ma oggi si deve festeggiare in famiglia.»

«Ma no, Maria, è giusto così: è giusto che esca. Alla sua età sarebbe sbagliato, se stesse tutto il tempo in casa. Non si sta in casa.»

«Ma vestita così, con questi pantaloni corti in pieno inverno? E poi chi sono queste due amiche? E questo padre: se è un pervertito?»

«Maria, Gustavo era alla materna con Clara e anche le bambine si frequentano dall’asilo. E poi qualcuno deve pur riportarla a casa, visto che Clara dopo ha un paziente e Stefano deve preparare la cena.»

«Certo che se una madre stesse a casa con i propri figli, anziché occuparsi di sconosciuti, il padre potrebbe fare cose da padre. Tipo andare a prendere la bambina per non lasciarla nelle mani di un perv. Di chissà chi.»

«Nonna! Guarda che non siamo più nel Medio Evo! Anche perché se ci fossimo ancora, nel Medio Evo, io e la mamma saremmo già state arse sulla pira come streghe.»

Quando parla Bianca, non devo mai intervenire: ha la capacità di dire tutto ciò che serve, nel modo più diretto possibile.

«E poi, Ross mi ha detto che Gustavo è anche stato fidanzato, con la mamma.»

Sì, magari un po’ meno diretto, alle volte, non guasterebbe.

«Auguri, tesoro.»

«Grazie, nonno.»

«Però te lo dico da anni, che non ti devi arrabbiare così: ti fa male.»

Ed ecco mio padre: un metro e novanta d’uomo, che si commuove guardando i cartoni animati. Il preferito di Bianca, forse anche perché la scelta è sempre stata alquanto limitata, vista la scomparsa del padre di Stefano. Alberto ha lasciato Maria quando lui e suo fratello erano bambini – a dimostrazione che recitare per una vita il ruolo della “donna perfetta” non ripaga degli sforzi – e non si è mai più fatto vedere. Che fine abbia fatto, non si sa, ma posso solo immaginare la guerra che gli avrebbe mosso Maria, se avesse richiesto l’affidamento congiunto dei bambini. Ma sapesse il danno fatto a quelle creature: Stefano è più grande e, sebbene il dolore iniziale sia stato inimmaginabile, col tempo il ricordo del padre e delle dinamiche familiari lo hanno aiutato a mantenere una sorta d’imparzialità, una propria autonomia di pensiero. Sergio, invece, non ce l’ha fatta. Da subito, gli sforzi di Maria per vincolare a sé i figli hanno avuto più presa sul più piccolo e lei, di conseguenza, si è ulteriormente accanita su di lui rendendolo un adulto confuso, debole, ossessionato dai sensi di colpa, prigioniero di una vita che non aveva scelto. Pezzo per pezzo gli è stata demolita la figura paterna, lasciandolo senza radici, senza riferimenti se non per negazione. E più Sergio cercava di distaccarsi dall’immagine del padre che sua madre gli dipingeva, più gli sembrava di essere uguale a lui, in un paso doble doloroso, tra amore e odio. Ha bruciato tutte le tappe di una pre-adolescenza da cui voleva fuggire, sposando Veronica a vent’anni solo perché, sposarla, voleva dire uscire di casa. E si è ritrovato con una giovane moglie praticamente identica alla sua vecchia madre, solo un po’ più debole, perché altrimenti Maria non l’avrebbe mai approvata. L’ha messa incinta tre volte – suppongo le uniche tre volte in cui si è accostato a lei non solo per dormire – per poi lasciarla, pare, per una ballerina di samba di Rio, abbandonando definitivamente le tre bimbe che, verosimilmente, diventeranno tre future Mariaveronica. E così Sergio è, di fatto, diventato suo padre.

Stefano ed io ci siamo conosciuti in stazione, quando io ero al primo e lui all’ultimo anno di università. Pioveva da giorni, di quella pioggia pazza che solo marzo sa dare, eppure era senza ombrello. La banchina era affollatissima, la tettoia riparava dall’acqua solo una parte dei pendolari, mentre gli altri s’inzuppavano per la pioggia, per le gocce che scendevano copiose dagli ombrelli aperti e, ai più sfortunati, si aggiungeva lo scroscio impetuoso che cadeva dagli angoli della tettoia. Stefano era tra questi ultimi e credo che non avesse più un centimetro di pelle asciutta: un povero gattino bagnato, come quello dello spot della pasta di quando ero bambina. Aveva gli occhiali appannati ed era intento a salvare dalla distruzione un rotolo di carta, che teneva sotto la giacca, ormai fradicia. Non era stato il fatto che fosse alla mercé di Giove pluvio, che aveva attirato il mio sguardo, perché in quel

pomeriggio di sciopero dei treni lui era solo uno tra tanti, in quella situazione. Né era stato il suo aspetto e non perché non fosse oggettivamente un gran bel tipo, ma ciò che mi colpì di lui fu l’atteggiamento, la sua cura nel proteggere il foglio che aveva tra le mani, con delicatezza e premura, come se fosse l’oggetto più prezioso della terra. E in quel momento, desiderai con tutta me stessa di riprovare, ancora una volta nella vita, l’emozione travolgente di essere guardata così: come la cosa più importante di tutte. Mi avvicinai a lui sgomitando e coprii col mio ombrello il suo papiro, lasciando scoperti sia lui che me. Mi confidò successivamente, dopo l’incidente, che era stato quel mio gesto a farlo innamorare di me.

Esteticamente, Stefano è senza dubbio la copia genetica di suo padre: alto e snello, con i muscoli delineati dal vigore che ha dentro, più che dalle fatiche artificialmente imposte da palestre o piscine. Ha le mani grandi, più grandi di quanto uno si potrebbe aspettare guardando la sua figura intera, mentre le gambe tendono ad essere più esili rispetto al tronco; i capelli sono folti e chiari, così lisci che glieli ho sempre invidiati, e gli occhi di un malinconico grigio, quasi celati sotto le ciglia lunghe e più scure. Questa evidente eredità estetica è uno dei motivi per cui odia il padre, perché ogni volta che si guarda allo specchio, questo gli rimanda l’immagine dell’uomo che si è rifiutato di stargli accanto, tenendo costantemente aperta la sua dolorosa ferita. Eppure, al tempo stesso lo ama, così come odia e ama sua madre, suo fratello e, ovviamente, se stesso. Ama, di quel genitore assente, il peso ingombrante dei ricordi che gli ha lasciato, perché sono ricordi di un genitore che è stato – seppur brevemente – presente e affettuoso, anche se non propriamente espansivo. Ma al tempo stesso odia i ricordi che si è portato via, le memorie mancate di anni di vita insieme, che semplicemente non sono accaduti. Lo odia anche per com’è diventata sua madre, da quando lui è scappato, ma lo ama perché sa, nell’angolo di un pensiero mai espresso, che da sua madre avrebbe desiderato fuggire anche lui e, quindi, lo odia per non averlo salvato, portandolo via con sé. Ma, nonostante tutto, in fin dei conti lo ama, perché gli regala, giorno dopo giorno, la voglia di veder arrivare il domani nella speranza che, forse, quel domani sarà finalmente il giorno in cui papà ritorna.

Stefano è un papà meraviglioso e, per questo, anche io amo un po’ quell’uomo che non c’è e, contemporaneamente, lo odio, perché Stefano è anche una persona intimamente distaccata, un compagno spesso inaccessibile che non condivide i suoi sogni, le sue emozioni e nasconde i pensieri dietro un sorriso triste, in un mondo tutto suo.

«Forza, soffiamo un po’ su queste candeline: Gabri, spegni la luce.»

«Uh, ma c’è anche il mio piccolo ometto! Vieni a dare un bacio alla nonna, piccolo mio. La lasci sempre sola, la nonna: non mi vieni mai a trovare. Perché non stai mai con me, Lele? Di questa nonna non importa nulla a nessuno, in questa famiglia.»

«Nonna Mari, non iniziare a fare la melodrammatica! Antica e melodrammatica.»

Sì, quando Bianca parla, non c’è bisogno di intervenire.

1

L’acqua era ormai fredda e un brivido interruppe il suo viaggio.

Il rientro lasciava sempre qualche strascico, solitamente solo una leggera sensazione d’intorpidimento delle estremità, ma alle volte capitava che tornare fosse così brusco da farle perdere, per qualche attimo, la coscienza di chi fosse, dove e quando.

Tolse il tappo lentamente, non ancora completamente padrona del proprio corpo e, mentre si sforzava di governare i movimenti, si accorse che il profumo nell’aria era cambiato e il profumo dell’olio essenziale di lavanda era sovrastato da qualcosa che cuoceva nel forno. Gli odori erano mescolati e sovrapposti, ma lei aveva sempre avuto un olfatto fine e riusciva a distinguere ed identificare i vari elementi con grande precisione: quella era sicuramente torta ai tre cioccolati.

Una ferita profonda e mai cicatrizzata si riaprì immediatamente nel suo corpo ghiacciato, provocandole un bruciore al cuore e un peso al centro del petto, insieme a una massa ingombrante nella pancia che le premeva sui nervi, rendendole difficile alzarsi senza vacillare. La nausea salì immediatamente e, con essa, un senso di debolezza; le tempie pulsavano, gli occhi sembravano non resistere alla pressione interna e le guance alternavano un pallore estremo ad un fuoco divampante.

«Non oggi.» sussurrò tra sé e sé.

2021-05-16

Evento

Oggiona con Santo Stefano, VA Domenica 16 maggio, dalle ore 10.00 alle 18.00, l’autrice Tara Valentina Lanfranchi sarà presente all’evento Benessere in Armonia, presso Villa Colombo in Oggiona con Santo Stefano. Incontrerà i lettori, risponderà alle domande e parlerà degli aspetti di crescita personale e spirituale su cui si fonda il romanzo Clara Ponte - La Memoria dell’Acqua. In quest’occasione, sarà possibile preordinare il libro anche per chi non dispone di mezzi di pagamento elettronico.
2021-05-16

Evento

Oggiona con Santo Stefano, Villa Colombo Dalle 10 alle 18, presso l'evento benessere olistico "Armonia Villa Colombo", l'autrice Tara Valentina Lanfranchi incontrerà i lettori, per chiacchierare con loro del romanzo Clara Ponte - La Memoria dell'Acqua. Risponderà alle domande e racconterà curiosità relative alle pratiche olistiche e meditative, presenti nella storia. In quest'occasione, sarà possibile preordinare il libro anche per chi non dispone dell'ausilio di strumenti di pagamento elettronico.
2021-05-02

Evento

online Domenica 2 maggio alle 18:00 Donella Bucca e io faremo una chiacchierata presso Lo Spazio del Tao - Arti per l'Armonia. Parleremo di Clara, di com’è entrata nella mia vita e di come mi abbia accompagnato durante anni di trasformazione profonda. E risponderò alle vostre domande, perciò siete tutti invitati a seguire la diretta, sia che abbiate già acquistato il romanzo e incominciato a leggerlo (o l’ha terminato!) sia che ancora non lo conosciate. A presto, Tara Valentina

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Questo libro mi ha trasportata in un’altra dimensione.. Letto tutto d’un fiato lo consiglio vivamente! Trama intrigante e coinvolgente!A quando il secondo volume?

  2. (proprietario verificato)

    Sono solo a metà del libro ma totalmente travolta dalle emozioni.
    Ogni pagina e’ illuminata da una scrittura profonda e consapevole, che rifulge
    dorata come il mare al sorgere dell’alba.
    Non vedo l’ora di terminare questo bellissimo romanzo.

  3. (proprietario verificato)

    Non posso dire di essere un lettore accanito, ma ho iniziato e terminato questo romanzo divertendomi, commuovendomi e trovando molti spunti di riflessione. Intrattiene e fa pensare al tempo stesso, sono rimasto molto colpito e in alcuni punti ha fatto davvero breccia, quasi mettendomi davanti a uno specchio.
    Lo consiglio sicuramente

  4. (proprietario verificato)

    Un romanzo originale e sorprendente, con un pizzico di ironia. Personaggi ben delineati, trama coinvolgente, e qualche perla di consapevolezza. Un’ispirazione per le donne che vogliono essere libere e padrone di sè, con un finale non scontato. Lo consiglio a chi ama crescere leggendo.

  5. (proprietario verificato)

    Una lieve trama “gialla” che determina incontri “importanti”. Conflitti interiori affrontati con leggerezza e spunti di ilarità. La ricerca di sé e “del tempo perduto”. Decisamente bello.

  6. (proprietario verificato)

    Emozionante, sentito, intimo, profondo, ed allo stesso tempo fresco come un sorso di acqua sorgiva, ilare e accattivante. Ho ritrovato l’acume, l’intelligenza e la sensibilità che cerco sempre in uno scrittore e che raramente trovo negli emergenti. Consiglio vivamente l’acquisto.

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Valentina Lanfranchi
Valentina Lanfranchi nasce a Milano il 3 dicembre 1978 e cresce al mare della Liguria finché, dopo trentacinque anni trascorsi a respirare le onde, per amore sceglie di tornare in terra natia.
Laureata in Lingue straniere moderne, la vita la conduce per mano dapprima verso l’insegnamento, per poi portarla agli studi olistici, in un viaggio tutto introspettivo che scopre essere la sua vocazione. Si avvicina alla meditazione e riceve il primo Osho Sannyas come Veetmaya (Oltre l'Illusione), poi si diploma cristalloterapeuta e prende un secondo Sannyas, diventando così Prem Tara (Amore e Compassione).
Facilitatrice di gruppi di meditazione, si scopre channelor e si accosta, infine, allo Sciamanesimo transculturale.
E scrive, per manifestare l’infinita ricchezza delle lussureggianti praterie dell’animo umano.
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