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Consegna prevista Novembre 2021
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Aldo è stato uno dei tanti meridionali andati a studiare e a lavorare a Milano. Dopo una vita apparentemente di successo, con l’aiuto di due amici approssimativi e inconclusi, Mario e Irene, rientra in Puglia e nella sua condizione di figlio.
Scapolo impenitente, in cerca di stabilità affettiva e nello stesso tempo di conferme, sposa Deianira che, però, cercherà di condurlo su percorsi matrimoniali inusitati.
Ormai quarantenne, assunto come bagnino, nel corso di una strana giornata estiva, ripercorrendo le tappe essenziali della sua esistenza, cercherà di capire quale sia stata la sua “epifania” emotiva. Tra amara ironia e sollecitazioni occasionali, ascoltandosi, ricomporrà attimi catartici, cercando di chiudere parentesi emotive ancora aperte.

Perché ho scritto questo libro?

Il libro è nato d’estate, elaborato nel caldo, tra sollecitazioni e riflessioni.
Un po’ tutti cerchiamo di celare, anche a noi stessi, quelle fragilità che non sempre sono in grado di difenderci dalle circostanze. Anche per questo tra le righe c’è qualcosa delle persone che hanno fatto parte della mia vita o che semplicemente ho incrociato. Gente senza eroismi evidenti che, però, a volte merita d’essere raccontata e di raccontarsi più che con un banale post sui social.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Pace interiore – Ore 6:15

Il suono del cellulare si sommò alla vecchia radiosveglia che svincolava le note di una dolciastra melodia pop. Aldo spense a tentoni lo smartphone, ma l’altra era troppo e volutamente distante. Quella maledetta strumentazione interrompeva le poche ore di sonno che aveva racimolato a causa del caldo e uno di quei pensieri che non gli piacevano, tanto che si era ritrovato con quella sana voglia di spaccare la faccia a qualcuno. Pace interiore… Pace interiore… – si era dovuto ripetere mentre le sensazioni della notte evaporavano e prima di prendere piena coscienza dell’illegalità del suo desiderio.
Due bubboni gli segnavano l’avanbraccio, segno inequivocabile che almeno un paio di zanzare avessero avuto quella notte un rapporto epidermicamente intimo con lui. Almeno loro. Era pur sempre qualcosa.
Guardò ai piedi del letto. Ma che c’avevano da riflettere quelli che si svegliavano alle sei per praticare meditazione?

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In radio un deejay dalla voce baritonale proponeva una vecchia canzone di Vasco Rossi: Lunedì.
E che cavolo! Un po’ di coerenza – considerò guardando il display. Erano le sei e un quarto di un insignificante martedì mattina, un sedici luglio come tanti, un giorno in cui il mondo avrebbe potuto tranquillamente fare a meno di lui. Incredibilmente. L’unica certezza che l’induceva a non rimettersi a dormire era che quella giornata sarebbe comunque dovuta cominciare.
Il collo gli faceva male. Cercò con la mano. Tolse un libricino da sotto il cuscino. Aveva dimenticato di riporlo la sera prima. Con un certo compiacimento, s’allungò come un gatto tra le lenzuola. Amava la sensazione del cotone che scorreva sulla pelle, ma doveva darsi una mossa per andare a lavorare. Desiderava intensamente un caffè e una doccia, non per forza in quest’ordine. Avrebbe dovuto aspettare per entrambe le cose. Sentendosi l’odore della notte addosso, appena possibile se ne sarebbe concessa una tiepida ed esageratamente saponosa.
Scese dal letto, ipotizzando che molto probabilmente si sarebbe potuto imbattere in un ostacolo fisico, visto che l’ambiente era ridotto a una montagna di indumenti da vagliare tra sporchi, semi sporchi, improponibili e sparsi sui divanetti. Non poteva spostare quella roba, perché nella cesta della biancheria magliette, calzini e mutande già trasbordavano come le tette di una maggiorata da un push up troppo piccolo. Quando vedeva gli spot dei detersivi spesso si domandava perché non prendessero il suo bucato come campione. “Suo”… In realtà non lo lavava neppure lui, ma da un po’ non aveva voglia di portarlo dalla madre, anche perché trovava sempre più angosciante dover vedere suo padre.
Spalancò l’ingresso e lasciò uscire Fido in giardino, prima che l’aria consumata e il lieve sentore di sudore rappreso narcotizzassero entrambi. Anche i piatti sporchi nel lavandino facevano la loro parte. Colpa dei breakfast notturni.
Prima di perdere del tutto la già scarsa euforia mattutina, con aristocratico distacco si direzionò verso il bagno. Posizionatosi, con la mano libera dal peso “smisuratissimo” della sua virilità, si poggiò alla parete. Constatò allo specchio di avere uno sguardo capace di emanare la vivacità di una luce d’emergenza non del tutto carica. Se avesse potuto, avrebbe continuato a dormire anche in verticale, come i capodogli.
Uscito dal cesso, spostò la pila dei libri di filosofia presi in prestito da tutte le biblioteche della zona, aprì la tendina che velava la finestrella sul lavello e spalancò il reparto in alto della cucina: niente biscotti.
Il telefono: «Ma’»
«Aldo ti sei svegliato?»
«Ti sto rispondendo!?»
«Certo, perché quando andavi a scuola pure mi rispondevi per poi rimetterti a dormire!? Preparato tutto per il lavoro? Che ti serve?»
«Niente ma’, tutto a posto».
«Hai preso una cosa in più di soldi per il veterinario?»
«Sì, li ho messi ieri sera nello zaino. Più o meno mi ricordo quanto si è preso l’altra volta».
«Non chiamarmi dopo, perché sto andando a prepararmi per lasciare il bagno libero per quando viene Zahira!»
«Va bene. Ci sentiamo più tardi. Cia’».
Cercando di non badare ai pensieri che cominciavano a premergli in testa per la visione nitida e concreta della sua vita, tergiversò nel frigo alla ricerca del latte, spostando un vasetto di senape, tre Heineken, due scatolette di tonno, che erano lì per supportare l’idea che l’elettrodomestico fosse pieno. Niente latte. Visto che, in ogni caso, “la colazione restava il pasto più importante della giornata”, optò per una internazionale: dei consolatori taralli pucciati direttamente nel vasetto della senape simil francese, comprata al discount, da alternare a ben due superstiti fette biscottate integrali, recuperate nello scomparto del pane, prive di confezione e, quindi, in un certo senso senza scadenza.
Senza mollare la presa gastronomica cosmopolita, cominciò a cercare il costume da bagno, pur considerando analiticamente i suoi fantastici boxer elasticizzati con il simbolo di Superman sul davanti acquistati su Ebay. Se fosse andato a richiedere una consulenza medica, una qualsiasi dottoressa non avrebbe che potuto chiedergli dove avesse comprato quel capolavoro… alla sua età. In ogni caso li usava solo di notte. Di giorno indossava quelle standard perché, come diceva sua madre da sempre, bisognava essere in ordine, qualora fosse accaduto qualcosa e di soppiatto l’avessero portato in ospedale. Per la stessa ragione ottimistica teneva un pigiama “buono” nel cassetto della camera da letto.
Il costume da bagno sparito era indiscutibilmente più morigerato delle mutande simbolo dei presunti superpoteri e, quindi, risultava difficile da individuare. Ad un tratto gli venne in mente di averlo messo ad asciugare fuori la sera precedente. Si osservò dopo averlo infilato. Porca miseria! Rischiava di diventare come Wesley Sneijder o, non essendo mai stato una stella dell’Inter, più probabilmente come Omar Simpson. Meglio così, perché “il calcio non è più uno sport, è business”  considerò rincuorato.
Era da un po’ che adorava i luoghi comuni e citare le frasi fatte. Ogni tanto ne ripeteva qualcuna e non sempre in modo appropriato, ma non era importante. Non solo l’avevano salvato più volte da silenzi imbarazzanti, ma l’avevano anche fatto sentire democratico, comune, poco problematico.
S’infilò maglietta e pantaloncini. Inserì la mano in tasca per essere sicuro di aver preso i preservativi, propedeutici più a una speranza d’uso che ad evitare qualche contagio. Quindi, afferrò lo zaino, con crema solare, camicia bianca di ricambio, un libro di filosofia, le chiavi e finalmente uscì senza inserire l’allarme, semplicemente perché non c’era.
Anche i dirimpettai di sua madre, evidentemente, si erano svegliati e già facevano risuonare, con un’amplificazione da concerto nello stadio di San Nicola, la colonna sonora della loro colazione: ‘Nu biscotto dint’o latte ‘a matina dint’o bar ridenno cu mme, ‘na bursetta p’a scola, quattro libri ed un diario ca parlava sultanto ‘e te. ‘Nu pullman e salivi anche tu, la fermata era piena di gente…
A proposito di pullman, sperava solo che quella mattina nel suo non ci fosse così tanto casino.
I passeggeri dei mezzi pubblici indirizzati al mare scendevano o salivano al fianco di un’originale banchina di sosta lungo la statale che costeggiava il paese, senza poterci arrivare se non dotandosi di un proprio mezzo. Lui, all’opposto, eroico – più che altro senza alternative – vi si avviò a piedi, nonostante l’eccessivo azzurro del cielo già si stesse miscelando a quel caldo snervante che, sempre più spesso, si alternava a improvvise e violente piogge simil tropicali. È tutta colpa del buco dell’ozono! Certo, come no!?
Quella fermata degli autobus, nell’afa estiva così come in pieno inverno, sarebbe potuta sembrare del tutto inutile, visto che non era neppure dotata di una copertura o degli essenziali posti a sedere. In pratica lo era. Inutile, oltre che del tutto irrazionale e fuori luogo. Per chi vive a Sud, però, era indispensabile ritrovare in diverse assurdità una logica sottostante, un principio non detto, una simbologia giustificatoria. Bisognava pur sopravvivere all’ovvietà di certe incongruenze e, soprattutto, alla necessità di doversi obbligatoriamente spostare dal paesello collinare fino alla litoranea. Quindi, aveva determinato tempo addietro che quella piattaforma di cemento, circondata da una creativa striscia gialla che nessuno rispettava, fosse stata pensata con la funzione d’imporre una sosta non tanto fisica quanto mentale. Sì, ci voleva proprio quella cazzata progettuale nella sua vita in quanto necessaria sosta emotiva preparatoria alla giornata, soprattutto quella mattina in cui faceva particolarmente caldo, perché sapeva perfettamente come ciò acuisse lo stato di follia dei bagnanti.
Le porte del mezzo si spalancarono. L’autista era seduto, il motore acceso e tutto appariva in regola.
«Oh Rena’. Cambiato di nuovo turno?»
«Mi hanno rimesso alla mattina!»
«Non ci vediamo da un po’».
«Sì, ma ti trovo in forma».
«Mah… devo buttare giù questa pancetta».
«No, Aldo è inutile, con l’età va così… è il metabolismo che cambia proprio. Comunque, tutta salute!»
Si sedette. Sul mezzo, Renato a parte, era l’unico del posto, tutti nordici, forse dalla Germania o, chissà, dall’Olanda. Qualcuno aveva l’aria stanca. Probabilmente la sera prima avevano tirato fino a tardi in qualche ristorante dove i compaesani si erano messi addosso i necessari piumaggi folcloristici per sembrare meridionali ottocenteschi da cartolina tra i ritmi incalzanti di una pizzica festosa e mai esistita. Mollati i tamburelli e i finti sorrisi, ora probabilmente se ne stavano beatamente a dormire con l’incasso sotto al cuscino per investirlo in shopping griffato e appartamenti fuori paese, per evitare che qualcuno facesse loro i conti in tasca. A nessun indigeno sarebbe mai venuto in mente di andare al mare a quell’ora, perfetta solo per il pallore nordico e per i dermatologi, senza aver fatto almeno due colazioni, la prima a casa e la seconda al bar con gli amici. C’erano ritualità che andavano rispettate.
Mambo salentino rimbombò nell’abitacolo e nel suo cervello con un’allegria innaturale per quell’ora. Il lavoro gli consentiva di riconoscere buona parte della colonna sonora stagionale. Quell’abbrutita cultura musicale avrebbe potuto essere funzionale a una richiesta di lavoro a Radio Deejay? Gli piaceva Radio Deejay. Gli era sempre piaciuta. Non è che fosse fissato per quell’emittente, ma in definitiva Platinette o La Pina avevano accompagnato per anni i suoi percorsi automobilistici per e dal lavoro. Ci si sarebbe sentito a casa, in un certo senso, ma ci avrebbe pensato a fine stagione.
Al momento aveva pensieri più impellenti. Più o meno. Perché, quando lungo il tragitto incontri solo tre auto e il conducente ti dice che probabilmente arriverai in ritardo, non sai se ridere o piangere o spaccargli simbolicamente la faccia. Eh, va beh… In fin dei conti sarebbe arrivato in ritardo di soli cinque o al massimo dieci minuti, forse quindici o magari venti.
Quindi, un respiro profondo, quasi melodrammatico e: Pace interiore… Pace interiore…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Il secondo lavoro di Galiani sorprende sin dal titolo. Come si può parlare di claustrofobia se l’ambientazione è la spiaggia in piena estate? E non ci sono nemmeno le pareti di un appartamento quando non si calpesta più la sabbia… Eppure Galiani riesce a rendere questo ‘ossimoro’ assolutamente plausibile! E lo fa con lo stile ironico e pungente che abbiamo apprezzato nel primo romanzo. In Claustrofobia, il protagonista condivide col lettore le ore della sua giornata, scherzando sugli eccessi e sull’inedia allo stesso tempo! Il contesto è eluso, eppure necessario alla narrazione. Il risultato è una lettura piacevole, divertente e profonda insieme. Bravo, Galiani! Perché bisogna essere bravi per sostenere fino alla fine la forza di un ossimoro!

  2. (proprietario verificato)

    L’ultimo lavoro di questo versatile scrittore è intenso e affascinante. Fa scoprire alcune interessanti riflessioni, nei meandri della psiche dell’uomo contemporaneo, sempre in bilico tra il desiderio di dimostrarsi maschio alfa e la necessità di esprimere la propria sensibilità. Quasi un romanzo di formazione dell’uomo moderno che parte da lontano per arrivare all’effimero della realtà attuale, senza sapere più chi si è davvero. O forse sì. Bravo Galiani

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Tommaso Adriano Galiani
Tommaso Adriano Galiani è docente di Materie Letterarie. Giornalista pubblicista dal 2010, è anche autore di diverse pubblicazioni e articoli di ricerca. È alla sua seconda esperienza narrativa.
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