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Colpita alle spalle

Colpita alle spalle
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Consegna prevista Luglio 2022
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Un anonimo ragioniere, che viveva nelle Campagne del Monferrato Astigiano, è stato trovato morto nella sua abitazione, ucciso da un colpo di pistola.
Il Commissario Irene Ferraris e l’Ispettore Fabio Giordano, amici fin dall’infanzia, si troveranno a collaborare nelle indagini, scavando nelle illecite attività di riciclaggio in cui era coinvolto il ragioniere, dalle quali emergeranno, però, oscure vicende che li avevano già coinvolti in passato. Vicende che credevano di essersi lasciati definitivamente alle spalle, ma che invece li obbligheranno a riconsiderare le proprie scelte e le proprie opinioni, mettendo a rischio la loro consolidata amicizia.
All’ombra dei vigneti, il racconto parla di fiducia, di senso di appartenenza, di rapporti tra persone che hanno, in comune, solo il colore della divisa che indossano, ma che spesso risulta essere un legame più forte e duraturo di quello che concediamo o riceviamo da familiari e amici.

Perché ho scritto questo libro?

La scrittura è parte del mio lavoro: relazioni, scritte per un numero limitato di lettori (normalmente le parti in causa in un processo) raccontano e descrivono gli eventi su cui si è indagato. La passione, l’impegno, sono però gli stessi che un autore mette nella scrittura di un libro. È bastato lasciarsi andare: aggiungere, agli sterili fatti (questa volta inventati), le emozioni, i sentimenti, ed un ulteriore pizzico di fantasia. Spero vi piaccia leggerlo quanto è piaciuto a me scriverlo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Le era sempre piaciuta la strada che da Nizza Monferrato sale verso Acqui Terme.

Appena lasciato il concentrico della piccola cittadina, con il caratteristico Campanon della piazza del Municipio, la strada scorre, con ampie e sinuose curve, mostrando una serie ininterrotta di vigneti, composti da filari precisi ed ordinati.

Il Commissario Irene Ferraris, originaria di Torino, non era nuova a quei panorami, ma ogni volta rimaneva affascinata da quella precisione geometrica, frutto di un duro e continuo lavoro.

Da bambina, aveva passato molte estati in una cascina, di proprietà della sua famiglia, che si trovava nella parte nord-occidentale della Provincia, ed aveva avuto il modo di vedere, con i suoi occhi, il lavoro dei contadini, anche se la sua difficoltà e la sua importanza le erano risultate chiare solo successivamente.

Quella mattina, però, non era lì per godersi il panorama o le bellezze architettoniche: nemmeno per godersi un’altra volta il buon vino, che conosceva bene, ma per altri motivi.

L’Assistente Capo Bruno Moretti, che da quanto era arrivata alla Questura di Asti, le faceva da collaboratore, da autista, da segretario e anche un pò da balia, aveva diretto la macchina verso un vialetto in ghiaia quindi, arrancando, la vettura era entrata nel cortile della cascina, che si trovava proprio all’apice di una di quelle colline.

Irene aveva subito notato l’Alfa Romeo della Polizia Stradale, che era intervenuta dopo la chiamata fatta al 112 dai vicini di casa, il furgone della Polizia Scientifica e il vecchio Land Rover del medico legale.

“Buongiorno dottoressa”, l’aveva salutata prontamente un agente, appena Irene era scesa dalla macchina.

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Era un ragazzo giovane, non aveva ancora i gradi da Agente Scelto per cui non doveva avere più di cinque anni di servizio, ma secondo lei ne aveva anche meno.

Stava in posizione militarmente eretta, quasi sull’attenti, davanti alla porta di ingresso di una piccola struttura a due piani, messo in quella posizione, molto probabilmente, dall’altro componente della pattuglia, più anziano, con l’incarico di tenere fuori gli intrusi e, probabilmente, con il suggerimento di non toccare niente.

Nel cortile c’erano almeno una decina di persone, alcune vestite con abiti da lavoro, mentre altre, almeno dall’abbigliamento, potevano essere turisti. Probabilmente gli ospiti del piccolo agriturismo annesso all’azienda agricola che condivideva il cortile con la casa.

Tra tutti spiccava una giovane donna, con un cappello di paglia a falde larghe ed un paio di occhialoni scuri, che sembrava uscita da un film di Fellini degli anni 60. La donna commentava, con gesti enfatizzanti, le notizie che, sicuramente, stavano già trapelando sul motivo della presenza della polizia.

Si era stupita che non fossero già presenti i furgoni delle testate di stampa e delle televisioni, ma sicuramente non mancava molto al loro arrivo.

Aveva salutato, con un gesto distratto della mano, l’agente, che si era spostato di lato per farla entrare nell’abitazione.

“A destra!” Le aveva detto, indicando nello stesso tempo la direzione da seguire.

Era una tipica casa rurale: l’ingresso dava direttamente sulle scale che portavano al primo piano, dove probabilmente c’erano le camere da letto; mentre due porte, ai lati della scala, portavano nei locali che normalmente erano una cucina ed una sala.

Il Commissario Ferraris si era diretta verso la porta di destra, come le era stato indicato, ritrovandosi, come immaginava, in una cucina. Un locale spoglio, con il pavimento in cotto, ormai consunto e impallidito, gli intonaci ingrigiti alle pareti, ed il soffitto con mattoni a vista, di un marrone ormai scurito dal tempo e dall’incuria.

Al centro della stanza, a faccia in giù, il corpo di un uomo, steso in una pozza di sangue ormai raggrumato.

Indossava un pigiama a quadrettoni e delle pantofole, una delle quali era a pochi centimetri dal piede destro, probabilmente persa dall’uomo durante la caduta, prima di esalare l’ultimo respiro.

La stanza era arredata in modo semplice: un vecchio tavolo, quattro, anzi, cinque sedie, di cui una riversa a terra, una piccola cucina a gas, una credenza ed un piccolo frigorifero.

Il medico legale, chino sul corpo, aveva alzato la testa per salutarla.

Irene conosceva il dottor Molino, anche se, fino a quel giorno, i rapporti di lavoro si erano limitati ad esami autoptici in relazione ad incidenti stradali.

“Buongiorno dottor Molino, è già in grado di darmi qualche notizia?” Aveva chiesto Irene.

“Per ora non molto.” Aveva risposto di dottore: “Uomo, circa 45 anni, morte per dissanguamento causato da ferita da arma da fuoco. Gli hanno sparato alla schiena. Penso sia morto intorno alle 22 di ieri.”

Dalla posizione del corpo, che sembrava caduto in maniera non troppo scomposta, si poteva ipotizzare che la vittima non si aspettasse di essere colpito.

A parte la sedia, che probabilmente era stata urtata durante la caduta, non c’erano segni che potessero far pensare ad una lite violenta o ad una colluttazione.

Sul tavolo, i segni di un pasto interrotto. Un piatto, con affettati e formaggio, una bottiglia di vino, con un calice quasi vuoto, dei grissini.

La vittima stava cenando, sola, quando aveva ricevuto la visita del suo assassino. Lo aveva fatto entrare, precedendolo in cucina e volgendogli le spalle. Magari aveva addirittura intenzione di offrirgli il caffè.

La vittima conosceva il suo assassino, ne era certa.

“Avete trovato il telefono cellulare?”

“Per il momento, no”, aveva risposto uno degli agenti della scientifica.

“Appena il dottore avrà terminato e potremo spostare il corpo, controlleremo che non sia caduto e magari finito sotto uno dei mobili.”

“Va bene. Mi raccomando, fate un lavoro scrupoloso, come al solito del resto.”

Aveva pronunciato quella frase, rivolgendosi sia al dottore che agli operatori della Polizia Scientifica che stavano svolgendo i rilievi.

“Io intanto cerco di capire se qualcuno ha visto o sentito qualcosa.”

Era tornata nel cortile, dove l’aveva raggiunta Moretti, che, scrupoloso ed efficiente come sempre, nel frattempo aveva già parlato con l’agente anziano e si era fatto ragguagliare con i dati essenziali.

Seguendo una procedura ormai automatica, senza che il Commissario gli avesse chiesto nulla, aveva iniziato a descrivere i fatti.

“La vittima si chiamava Attilio Martini, era ragioniere e lavorava per una banca d’investimento, nella filiale di Asti.

Scapolo, niente figli, la casa l’ha ereditata dai genitori e non sembra avere altri parenti, almeno residenti in zona.

Ieri era solo in casa, i vicini non hanno sentito niente, anche perché la loro abitazione è sul retro.”

La casa del ragionier Martini condivideva il cortile con una cascina più grande, dove i vicini avevano la loro azienda vinicola.

La struttura, una vecchia casa padronale, nella parte più lontana formava una elle, ed in quel secondo cortile si trovava la porzione del fabbricato in cui abitavano i vicini, la famiglia Bianco.

Era quindi plausibile che non avessero sentito uno sparo? Era troppo presto per trarre una conclusione in merito.

Nel frattempo, Moretti stava continuando la sua sintetica relazione: “Il cadavere l’ha trovato il figlio del proprietario della cascina qui a fianco. Questa mattina stava andando in Cantina ed ha visto la porta aperta, è entrato per assicurarsi che la vittima stesse bene ed ha visto il cadavere. È corso in casa ed il padre ha chiamato il 112.”

“Dov’è il ragazzo?”

“Lo trova laggiù seduto sotto quel grande tiglio. Non so se sia per lo shock, ma l’agente che gli ha parlato dice che non gli sembrava molto lucido.”

“Beh, non deve essere stato piacevole per un ragazzino vedere un cadavere in una pozza di sangue”, aveva risposto stizzita, guardandolo con uno sguardo di rimprovero.

“Ha ragione, comunque sia non mi sembra abbia tutte le rotelle a posto.”

Lo aveva guardato ancora più stizzita, infastidita da quel commento che le sembrava fuori luogo, anche se sapeva bene che Moretti non avesse voluto esprimere un giudizio o dileggiare il ragazzo, ma semplicemente, come sempre, fornire informazioni il più possibile dettagliate e precise.

Si era voltata verso il grande tiglio, iniziando a camminare in quella direzione.

Il ragazzo era seduto a terra, con la schiena appoggiata al solido tronco del grande albero, che nella luce del mattino proiettava la sua ombra su quasi tutto il cortile.

Le gambe erano piegate vicino al petto e le ginocchia facevano da appoggio al mento.

Le braccia avvolgevano le gambe e le mani giocavano nervosamente con un piccolo oggetto di metallo.

Aveva i capelli ricci, neri, spettinati e il viso magro. Indossava dei pantaloni da lavoro con salopette ed una maglietta grigia. Lo sguardo era vuoto, perso in chissà quali pensieri.

Accanto a lui, un piccolo cane, di razza indefinita, con il pelo raso, bianco e nero. Era accucciato in una posizione molto simile a quella assunta dal ragazzo, che probabilmente era il suo padrone, con il muso appoggiato sulle zampe anteriori.

L’animale non mostrava molto interesse a quello che stava succedendo nel cortile, né alle rumorose presenze bipedi. Quando si era accorto che Irene si stava avvicinando, aveva sollevato la testa, l’aveva guardata per qualche istante, poi aveva nuovamente abbassato il muso, appoggiandolo di nuovo sulle zampe ed emettendo un sospiro. Doveva aver valutato che Irene non fosse un pericolo per lui o per il suo padrone.

Avvicinandosi al ragazzo, Irene aveva notato un cerotto colorato, sulla mano destra, sul quale erano raffigurati dei personaggi dei fumetti. Era un cerotto per bambini.

Pur essendo ancora leggermente infastidita dal commendo di Moretti, si era resa conto che, forse, avrebbe dovuto fidarsi della sua valutazione, per cui si era approcciata con un semplice saluto.

“Ciao.”

“Sciao.” La risposta era stata pronunciata senza muovere la testa, appoggiata alle ginocchia.

La posizione in cui si trovava, gli impediva il corretto movimento della mascella, per questo motivo il saluto era uscito bofonchiato, quasi buffo, proprio come se fosse stato pronunciato da un bambino.

Il tono però, era triste.

Aveva ancora in mente la sommaria valutazione psicologica di Moretti, per questo motivo non aveva ritenuto utile proseguire con una domanda diretta, che probabilmente non avrebbe ottenuto alcuna risposta.

Poiché la concentrazione del ragazzo sembrava tutta indirizzata verso l’oggetto metallico che aveva in mano, gli aveva chiesto: “Cos’hai in mano?”

“E’ un tendicavo”, aveva risposto dopo qualche secondo di esitazione.

Questa volta aveva alzato leggermente la testa dalle ginocchia, per poter pronunciare correttamente la frase, ma sempre fissando verso terra e senza guardarla in viso.

“E a cosa serve?”

“A tendere i cavi, i fili di ferro della vigna.”

Mentre pronunciava questa frase il ragazzo, guardandola, aveva fatto una piccola smorfia che somigliava vagamente ad un sorriso di scherno, forse per sottolineare l’ovvietà della risposta e, quindi, la poca intelligenza della domanda che gli era stata posta.

Il ragazzo doveva avere 15 o 16 anni. L’età in cui si è portati a pensare che i vecchi non capiscano nulla: e lei aveva favorito quel pensiero.

La strada però era giusta, perché stava entrando in confidenza con lui.

“Sai, io vengo da Torino, sono cresciuta in città e non mi intendo molto di agricoltura.”

“Come ti chiami?”

“Mi chiamo Irene.”

“Io sono Luciano. Vuoi che ti faccia vedere come si usa il tendicavo?”

“Mi piacerebbe molto.”

Era scattato in piedi, scrollandosi con le mani la terra dai pantaloni, invitandola con un cenno a seguirlo e iniziando a camminare rapidamente. A pochi metri dal grande albero, iniziava la vigna.

In piedi appariva ancora più magro di come le era sembrato vedendo inginocchiato ai piedi del tiglio. Forse perché era alto, decisamente alto.

Il cagnolino, imitando il suo padrone, si era alzato, si era scrollato di dosso la polvere, ed ora lo stava seguendo, rimanendo a pochi centimetri dal piede destro del ragazzo, rischiando di farsi calpestare.

“E’ Barbera d’Asti. Denominazione di origine controllata e garantita. Sottozona Nizza!” La frase era stata pronunciata tutta d’un fiato, indicando i filari del vigneto, che correvano paralleli alla verde collina, con un ampio gesto del braccio destro e gonfiando il petto, con un evidente moto d’orgoglio.

Poi, indicando il più vicino dei filari le aveva mostrato altri tendicavo, uguali a quello che aveva in mano, spiegando come dovevano essere utilizzati.

Il cane lo guardava scodinzolando, e il ragazzo, spostandosi, aveva rischiato di calpestarlo e di cadere.

Titano, così Luciano aveva chiamato l’animale, mentre lo rimproverava per essere sempre tra i piedi, si era allontanato di qualche passo, ma subito dopo era tornato nella sua posizione, a pochi centimetri dal ragazzo, sempre fissandolo e scodinzolando.

Il fedele animale riteneva che quello, accanto al suo proprietario, fosse il suo posto.

2021-10-08

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2021-01-02

Aggiornamento

Chi ben comincia... Lo so, non siamo ancora a metà dell'opera, ma il 39% in due giorni è un risultato che mi rende ottimista. Ringrazio le persone che hanno creduto in me basandosi solo su alcune frammentarie descrizioni del racconto, sperando che sia di loro gusto ed invitandoli a recensire il libro, che avranno già iniziato a leggere scaricando la bozza. Rimbocchiamoci le maniche, incrociamo le dita, e avanti verso il primo goal!!!
2021-01-10

Aggiornamento

Ottima partenza, ringrazio le persone che hanno da subito creduto in me e nel mio libro. Continuiamo cosi.

Commenti

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Tobia Perosi
Tobia Perosi è un aspirante scrittore, nato ad Asti nel 1969.
Maturato professionalmente in ambienti giudiziari, ha deciso di iniziare a scrivere traendo spunto dalla propria esperienza, ma trattando, nella narrazione, vicende di pura fantasia.
Da sempre sostenitore della biodiversità, ritiene che ogni oggetto, ogni forma di vita, sia vegetale che animale, abbia un fine soltanto se preservata nel proprio contesto naturale, nel proprio territorio.
Per questo, in questo suo primo libro, ha unito alla passione per il suo lavoro l’amore che da sempre lo lega alla sua terra, il Monferrato Astigiano, le cui caratteristiche e tradizioni sono presenti in modo importante nella narrazione.
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