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Colpo di stato su un asteroide

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Tataka non è il classico imperatore a cui i tunsteni sono abituati. È insicuro, ansioso e con un segreto da custodire. Il malvagio Garka, creatura bellissi- ma che si rende volutamente deforme per incutere terrore, ne appro tta: tramite la famigerata Centrale Troll, una struttura che permette di control- lare i commenti su Internet, e con l’aiuto di alcuni robot di sua invenzione riesce a prendere il potere.

Colpo di stato su un asteroide è una storia in cui si intrecciano piccole e grandi lotte, personaggi meschini e generosi, mai completamente buoni o completamente cattivi. Un mondo pieno di contraddizioni e, in fondo, non troppo diverso dal nostro.

Prologo

Fuggire.

Un solo pensiero ronzava nella sua testa. Un ordine impellente che non lasciava spazio a nessun’altra esigenza. Fuggire, poi si vedrà. Non sentiva neppure la fame, la sete, la stanchezza. Solo il bisogno di fuggire.

Da quante ore stava volando? Tataka non lo sapeva più. Sentiva di non essere ancora abbastanza lontano, ammesso che esistesse un posto abbastanza lontano per lui. Era stato un attimo e tutto era crollato. Era stato l’imperatore di quell’asteroide, la Tunstenia, e ora invece non era più nulla.

Una maschera lo proteggeva. Non era una maschera qualsiasi; era stata realizzata in tempi antichi e poi dimenticata. Tataka l’aveva trovata nella biblioteca in cui si nascondeva quand’era piccolo. Era stato suo nonno a costruire e ingrandire l’edificio; da grande lettore qual era, aveva comperato libri tutta la vita per poi accumularli lì dentro, secondo un ordine che conosceva solo lui.

Dopo la sua improvvisa morte, nessuno si era più interessato della grande biblioteca. Il suo successore, l’imperatore Silokan, il padre di Tataka, che tanto aveva segnato tragicamente la storia della Tunstenia, considerava la lettura una perdita di tempo. Anche i cortigiani e i segretari, non importa se alieni o androidi, smisero di leggere. In questo non c’era differenza fra chi era stato creato dagli dei, come i tunsteni e le altre razze dell’asteroide, e chi era nato in una fabbrica, come gli androidi: erano tutti pronti ad adeguarsi rapidamente ai desideri dell’imperatore in carica. Nessuno frequentava più quel luogo e la polvere si era accumulata sui libri e sugli scaffali.

Tataka aveva scoperto la biblioteca un pomeriggio d’inverno. Sua madre lo aveva sgridato perché durante una lite era scoppiato in lacrime: «Sei il futuro imperatore! Devi essere forte, un giorno dovrai guidare un esercito e conquistare la Terra! Come pensi di farcela se sei capace solo di piangere?».

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Trovava insopportabili quei discorsi, voleva gridare che a lui non importava nulla della Terra e neppure di essere il futuro imperatore. Le parole gli erano restate bloccate in gola, e rabbioso, era riuscito solo ad andare via da sua madre.

«Tataka, fermati!» aveva udito in lontananza, mentre la voce di sua madre si perdeva nei lunghi corridoi. Si voltò e vide che nessuno lo inseguiva. Accanto a lui c’era una porta. Spingendola scoprì la biblioteca. Passò molto tempo a fissare col naso all’insù quella foresta di testi e testi che si perdeva sotto i suoi occhi. Leggeva i titoli, sfogliava le copertine. Avrebbe voluto leggerli tutti ma erano troppi, così tanti che non riusciva a sceglierne neppure uno. Gli pareva di avere poco tempo per tutti quei libri.

Il fiume di ricordi sembrava quasi ripiombare nel presente: Tataka stava di nuovo scappando, anche se non piangeva e non aveva più sua madre a urlargli contro. I suoi genitori erano sulla Terra, ben vigilati in una prigione. L’asteroide dove regnava fino a poche ore prima era stato sconvolto da un colpo di stato e il suo governo legittimo rovesciato da un esercito di bianchi robot guidati da un pazzo di nome Garka. Erano giorni che tutto veniva preparato alle sue spalle. Si erano infiltrati ben bene, avevano corrotto anche i suoi amici e i suoi collaboratori più fidati. Non tutti, qualcuno era caduto nella trappola con lui. Alcuni erano già morti, altri erano prigionieri, altri ancora non sapeva che fine avessero fatto.

Tataka, però, non era in fuga solo per la paura. Vi era qualcosa di più forte, più micidiale, più atroce: la vergogna. Quando Garka aveva iniziato l’attacco, aveva rivelato al mondo qualcosa che Tataka aveva sempre tenuto rigidamente nascosto. Il suo segreto più grande. Un segreto che lo inquietava, e che mai avrebbe voluto avere. Sentiva le voci degli altri giudicarlo, i commenti indignati e stupiti, le teste che si scuotevano, i volti che si corrucciavano. Alla paura e alla vergogna, si aggiungeva il rimorso. Tataka avrebbe dovuto essere più severo, più rigido, più attento. Era l’imperatore ed era suo dovere stare attento a ogni cosa, persino al modo in cui respirava. Bastava una parola fuori luogo, una frase detta male, un equivoco per bruciare anni e anni di lavoro e strategie. Tataka aveva cercato di stare attento. Aveva lottato e resistito per non cedere alla tentazione, finché non aveva scoperto la maschera.

Stava riponendo su uno scaffale un libro che aveva appena finito. Si arrampicava sulla vecchia scala cigolante per riporlo al suo posto; i tunsteni sapevano volare, ma la biblioteca era troppo stretta e angusta per farlo e si doveva ricorrere a quel trabiccolo che ogni volta tremava troppo. Tataka si sforzava di non guardare mai in basso, ogni volta che lo faceva il pavimento giallastro sembrava trasformarsi in pietra durissima: vedeva il suo volto e se stesso spiaccicati. Se fosse caduto giù, come avrebbe giustificato le ferite?

La sua famiglia non vedeva di buon occhio la biblioteca. “In quei libri non troverai niente che possa esserti utile quando avrai il mio posto” aveva detto una volta suo padre. Il richiamo della biblioteca però era stato più forte. Crescendo, vedeva sempre meno i suoi genitori, a volte mai, per settimane intere. Sapeva di suo padre da quello che leggeva sui giornali o sui manifesti che la propaganda affiggeva ovunque per il paese.

Tataka stava trascorrendo una delle sue lunghe giornate in biblioteca quando scorse la maschera per la prima volta. Lo colpì un riflesso nascosto dietro un grosso volume di mitologia tunstena. Con fatica spostò il grosso libro facendolo scivolare sul ripiano dello scaffale. Questo fece un tonfo e si accasciò sputacchiando polvere, scoprendo ciò che nascondeva.

La maschera.

Non aveva niente a che spartire con i colorati costumi che si indossano a Carnevale in certi luoghi della Terra e neppure con i più sobri cartoncini che coprono parti del viso. La maschera era più simile a un berretto di stoffa. Non sembrava particolarmente consunta o lisa, anche se certamente si vedeva che non era più un capo all’ultima moda.

Tataka si chiese cosa potesse averlo fatto luccicare ma la sua domanda rimase senza risposte. Non c’era nulla, una finitura d’oro, una spilla d’argento. Nulla. Più tardi si chiese a lungo se la maschera potesse aver fatto di proposito quel riflesso, per richiamare la sua attenzione. Forse era stato lo spirito del nonno, o qualche divinità che gli voleva bene.

Rivoltando il berretto, trovò un appunto a mano e qui riconobbe la calligrafia di suo nonno, non era difficile riconoscerla, spesso la trovava anche nelle annotazioni ai margini dei libri della biblioteca.

Il foglietto era ingiallito e stropicciato. Sembrava che fosse stato toccato per anni solo dalla mano del tempo.

A te che la maschera hai trovato / Questi consigli io ti ho lasciato / Essa è uno strumento potente / Essa sostiene colui che mente / Essa il tuo nome cela / Essa la tua identità vela / Essa va usata con cautela / Essa il tuo segreto nasconde / Essa lo proteggerà su ciò che incombe.

Inizialmente Tataka pensò fosse un nascondiglio, un oggetto capace di far sparire le cose. Provò a nascondervi dentro il pacchetto di fazzoletti che teneva in tasca. Ma come notò subito, con un certo disappunto, che il pacchetto restava ben visibile.

Pensò allora fosse solo un gioco e provò a indossarla. Sentì la stoffa pizzicargli la pelle mentre la maschera scivolava lungo il viso, oscurandogli la vista.

Proprio in quel momento una donna irruppe nella biblioteca: «Principe Tataka! Principe, siete qui? Principe Tataka! Principe!». Tataka dalla voce riconobbe subito la dama che accompagnava sua madre in ogni circostanza.

Cercò di levarsi frettolosamente la maschera o provare a nascondersi, ma la dama fu più fu veloce di lui.

«Ah! Siete qui!»

«Eh, io…» balbettò Tataka.

«Non vi ho mai visto a palazzo. Immagino voi siate della spedizione del professor Fullerston che dovrà cercare quell’antico manufatto qui in biblioteca. Oppure siete un ladro!» disse quella, puntandogli contro il grosso dito.

«No, no nessun ladro! Sono col professor Fullerston.»

«E avete visto il principe Tataka?»

«No, mi dispiace.»

«Capisco» disse la donna uscendo.

Tataka sospirò profondamente. Stupito, uscì dalla biblioteca e corse nel bagno più vicino. Si guardò allo specchio e vide un altro, un perfetto sconosciuto che non era più lui.

E finalmente scoprì cos’era la maschera. In seguito apprese che suo nonno l’aveva rinvenuta durante una spedizione esplorativa nelle Giungle del sud e il professor Fullerston era stato incaricato da Silokan di rintracciarla. La maschera, pensava, avrebbe potuto avere un grande potenziale militare. Soldati scelti l’avrebbero indossata e sarebbero apparsi più potenti di quello che erano, meglio armati o fisicamente più forti. Oppure avrebbero potuto fingersi terrestri, infilarsi nelle linee nemiche e sabotarli dall’interno. Erano già tre anni che era iniziata l’invasione della Terra e le cose avevano iniziato a mettersi male. Silokan credeva e aveva fatto credere a tutti che avrebbero piegato i terrestri nel giro di poco tempo. Invece quelli avevano dimostrato di avere una tempra più dura delle Montagne Infrangibili dell’ovest. Anche se la propaganda si dava da fare per nascondere la realtà, su Internet circolava la verità. Un misterioso blogger, un certo Kometa, era seguitissimo e informava la popolazione giorno dopo giorno. Sulla sua testa pendeva una taglia milionaria e Silokan aveva istruito una squadra speciale per rintracciarlo e ucciderlo. Anche Tataka seguiva avidamente Kometa. Lo immaginava come un ragazzo forte e lo ammirava per il suo coraggio. Pensava, come tanti, che fosse un soldato al fronte e vedesse dal vivo le sconfitte che l’esercito tunsteno subiva. A guerra finita Tataka conobbe Kometa, diventarono amici ed entrò nel suo governo.

Oh, Kometa! pensò Tataka interrompendo il flusso dei suoi pensieri. Ora probabilmente anche Kometa era morto, ucciso dai golpisti. O forse era ancora vivo, nascosto pure lui, o forse si era venduto, cercando protezione presso i nuovi padroni dell’asteroide.

La scoperta della maschera aveva cambiato il destino di Tataka. Il principe scoprì così che poteva vivere liberamente senza correre il rischio di essere scoperto. E iniziò a farlo, dopo le prime titubanze. Finì persino per avvicinarsi ad ambienti della Resistenza. C’era un gruppo che si riuniva ogni venerdì sera in una boduva, quei caratteristici locali dove i tunsteni si riuniscono per bere e per giocare. Il rischio che qualche spione della polizia politica li beccasse era sempre alto, ma Tataka trovava eccitante e stimolante quel posto. Sentiva cose nuove, progetti diversi, idee che non aveva trovato neppure nella biblioteca del nonno. Lì si diceva che sulla Terra non c’erano imperatori scelti dagli dei che con questa scusa opprimevano il popolo, ma erano gli abitanti a scegliere il proprio imperatore. E in alcuni Stati più illuminati, gli abitanti si governavano da soli, grazie a Internet. Si riunivano in qualche chat, discutevano, studiavano le varie proposte e poi decidevano. Sembrava un miracolo, qualcosa di veramente incredibile.

«Da noi non succederà mai…» scuoteva la testa qualcuno di quegli idealisti. «Qui da noi le persone non vogliono mai impegnarsi. Sono abituati da secoli a seguire come pecore l’imperatore e a credere davvero che abbia poteri divini!»

Tataka fermò ancora una volta il film dei ricordi. Era tutto così lontano e sfumato e di quegli ideali non era rimasto più nulla. Ebbe quasi un moto di rabbia quando annotò mentalmente quanti di loro fossero già passati dalla parte di Garka. Nessuno di loro aveva mai voluto aiutarlo.

Quando i terrestri sfondarono le ultime linee e sbarcarono a Kargaroon, anche Tataka e il fratello dovettero partire per il fronte. Il principe nascose la maschera in un luogo sicuro e poi iniziò l’addestramento. Pochi giorni dopo i terrestri assaltarono con delle astronavi il loro campo base e li fecero prigionieri. Quando scoprirono le loro identità, li portarono sulla Terra. Tataka piangeva terrorizzato mentre l’astronave decollava lontano dalla sua patria. Lo misero a vivere in una grande villa, in una cittadina chiamata New Sunshine, e gli fecero riprendere gli studi. Leggendo il blog di Kometa, continuò a seguire gli sviluppi sempre più drammatici del conflitto fino alla sconfitta finale.

Capitolo uno

Poi la guerra finì. Gli permisero finalmente di ritornare. Dagli oblò dell’astronave si vedeva tutto l’asteroide. Una distesa color verde acqua, con macchie di laghi e strisce di fiumi tinteggiati di lavanda. La terra sembrava un volto butterato con crateri che bucherellavano la superficie come ricordi di un’acne mal curata, canyon stretti come rughe e montagne slanciate, ripide, che sfidavano il cielo. Era senza dubbio un posto dove esplodevano i colori e anche la pelle dei suoi abitanti aveva le sfumature più disparate.

L’intero asteroide fu posto sotto il governo del generale. Tataka lo aveva incontrato poche volte e ricordava quegli incontri con un gran senso di disagio. La prima volta si era presentato come “una persona normale”.

«Cosa?» aveva replicato Tataka, incerto.

«Be’, sì, principe Tataka, avete udito bene, io sono una persona normale. E ne vado fiero. Perché le persone normali non hanno problemi. Si costruiscono una buona reputazione, conquistano i loro obiettivi e hanno maggiori probabilità di morire di vecchiaia nei loro letti.»

Il generale aveva aggiunto che fin dall’infanzia si era sforzato di apparire perfettamente normale agli occhi degli altri.

Apparire. Perché è inutile essere qualcosa, se poi gli altri non se ne accorgono.

Nei giorni delle scelte, era stato naturale per lui intraprendere la carriera militare. Indossando la stessa divisa degli altri e obbedendo a ordini ben precisi, è più facile imboccare la strada della normalità.

Il generale era un uomo di successo. Ricopriva una posizione d’alto profilo e di riconosciuto prestigio; capace di parlare a quattr’occhi con personaggi potentissimi e col nome sui giornali, in TV e sulle enciclopedie online di tutto il mondo. Il generale era un uomo di successo, soddisfatto della sua vita e ambizioso di scalare vette ancora più alte.

Tataka e il generale si erano incontrati di nuovo e per l’ultima volta il giorno dell’incoronazione.

Come ogni mattino, anche quel giorno, il generale scorreva sul tablet la rassegna stampa e constatò soddisfatto di essere diventato parte integrante delle notizie del giorno. Lesse gli articoli che lo riguardavano e guardò anche i commenti sui social network, cosa che faceva assai raramente. I commentatori del web erano spesso gente rancida e ignorante, che sparava sempre sciocchezze gratuite ed esprimeva la propria opinione senza sapere nulla o quasi degli argomenti. Col generale il tempo era assai tiranno e lui non voleva perderlo dietro a quel branco di idioti. Ma quel giorno decise di leggere comunque i commenti e notò che invece, stavolta, la maggioranza concordava con lui: quell’accordo di pace appena firmato non era la soluzione migliore. Aveva avuto modo di sollevare, timidamente, qualche perplessità a suo tempo ma i politici si erano ostinati. Avevano deciso – pazzi incoscienti! – di mettere fine all’occupazione che durava da tre anni. Il generale aveva messo da parte le sue perplessità e, obbediente anche quando non era d’accordo, si stava recando al palazzo imperiale della capitale Lasania. Il nuovo giovane imperatore stava per essere incoronato e lui, comandante delle forze d’occupazione, avrebbe assistito al passaggio delle consegne.

La Mercedes di servizio attraversava piano i viali e la bandiera nazionale, verde-argento-verde, sventolava ovunque. Era un giorno di festa.

Il generale spense il tablet e ricominciò a meditare. Le persone normali non hanno problemi e di una persona normale ci si può fidare. Di quel popolo invece no, nessuno di quella gente era normale. I politici, chiusi nei loro palazzi dorati, non avevano visto ciò che aveva visto lui. Non avevano visto, come lui, quelle stranezze. Sette anni di guerra e tre di occupazione erano stati più che sufficienti. Il generale, come i commentatori livorosi di Internet, pensava che una sola fosse la soluzione: boom, distruggere l’asteroide, cancellare ogni traccia di quella gente perversa come loro avevano tentato di fare con i terrestri.

E invece no. I politici avevano deciso diversamente. Maledetti politici! Calpestare così il sangue di tanti soldati morti! La rabbia era così intensa che senza accorgersene, iniziò a stringere i pugni e a inveire silenziose maledizioni verso i tunsteni, gli alieni venuti da lontano. Dai vetri dell’auto li vedeva agli angoli della strada scansarsi quando passava un’automobile, dato che non si erano ancora abituati. Capaci di volare, non avevano sviluppato nessun mezzo di trasporto.

Il generale li fissava con disprezzo. Erano così strani. I loro mantelli lunghi, le orecchie da elfo, la pelle verdastra. Ogni tanto, fra i palazzi dalle forme sinuose e storte, comparivano i loro templi, dove veneravano divinità malvagie e si affidavano a libri scellerati. Poteva osservarli felici di riacquistare la loro indipendenza e – il generale non aveva dubbi – pronti a usarla di nuovo contro i terrestri. A tradimento, come avevano fatto all’inizio della guerra. Il generale, a differenza dei politici, non aveva dimenticato.

Il corteo di auto nere si fermò finalmente nel cortile del palazzo imperiale. Il generale smise di pensare. Infilò il tablet nella borsa e scese insieme al resto della delegazione. Il generale guardò gli altri membri arrivati dalla Terra, chiedendosi se anche loro avessero gli stessi dubbi e le stesse perplessità. È vero, l’intero arsenale militare tunsteno era stato distrutto e dovevano sottostare a divieti molto rigidi.

Ma sarebbe bastato?

Il generale scosse la testa e rivolse un sorriso sghembo all’androide che sorvegliava l’ingresso. Stranezze, altre stranezze.

«Generale, crede che l’accordo reggerà?» gli domandò a bruciapelo un giornalista, sbattendogli un microfono sotto il muso.

Il generale, disturbato nei suoi flussi di coscienza, stava per reagire stizzito ma si ricordò che un buon rapporto coi media era fondamentale per vincere le prossime elezioni.

«Credo che la via della pace sia nell’interesse di tutti. Il nuovo imperatore ha dato la sua parola e io mi fido di lui.»

Cristo, quanto sono retorico!

«Ed è tempo di iniziare una nuova stagione nei rapporti fra i nostri popoli!»

Sfoderò un sorrisone e, insoddisfatto per le risposte che erano uscite dalla sua bocca, si incamminò più velocemente presso il salone dov’era atteso seminando i giornalisti alle sue spalle.

Il palazzo imperiale sorgeva su un’altura che dominava la capitale. Costituiva in realtà un insieme di diverse costruzioni. C’era il palazzo vero e proprio, enorme, bellissimo, imponente. L’ostentazione del lusso non era gradita agli dei, ma le sale erano comunque ricche di pitture, quadri, statue, vasi di porcellana e argenteria. Più distaccata era una palazzina, tozza e rossastra, dove in genere risiedeva la famiglia dell’imperatore (da cui il nome di palazzo della Famiglia), e che era circondata da fiori profumati e piccoli alberi. A metà strada fra i due edifici era stato costruito un tempio dalle dimensioni rotonde dov’erano conservate preziose reliquie. Valicata la soglia, una scala a chiocciola conduceva in un salone sotterraneo dove l’imperatore e la sua corte scendevano quando volevano pregare. Tutto interrato perché, secondo le credenze, le divinità non vivevano nei cieli, come il Dio della Terra, ma nelle profondità irraggiungibili dell’asteroide.

Dietro al tempio e alla palazzina rossa si trovava un mausoleo che ospitava le spoglie di molti imperatori del passato o di prestigiosi tunsteni. Statue semoventi vigilavano sulle ceneri dei grandi alieni lì gelosamente custoditi. Oltrepassato il mausoleo, ai margini dell’altura una lunga torre argentata si stagliava alta nel cielo. Di notte si illuminava ed era visibile all’intera città. Ormai solo un’attrazione turistica, era sorta per controllare la città e per le osservazioni astronomiche.

Dopo la Torre i viottoli ciottolati declinavano lungo l’immenso giardino che ricopriva il pendio orientale. Nel pendio opposto si trovavano le case dei dignitari di corte e del quartiere più prestigioso della capitale. La parte antica, con i vicoli e le casette sghembe arroccate le une sulle altre, circondava in una vaga forma ovaloide la collina del palazzo. Oltre le mura si estendeva disordinata e brulicante la città moderna con i grattacieli, i centri direzionali, le ambasciate, il quartiere degli affari e più in là le periferie residenziali con le loro villette, le loro palazzine, i loro parchi e le loro storie. La municipalità di Lasania aveva due milioni di abitanti.

Quand’era iniziata l’occupazione e l’imperatore Silokan era stato portato a forza sulla Terra, il generale avrebbe voluto insediare la sua residenza sul palazzo imperiale. Aveva fantasticato per giorni su come sarebbe stato vivere lassù: farsi servire da quegli impeccabili robot, ricevere gli ospiti in quei saloni, passeggiare, leggere e riflettere in quel luogo così denso di potere. Aveva progettato anche di impossessarsi del tempio e usarlo per venerarci il suo Dio, sloggiando gli idoli e le reliquie dei pagani. Come aveva cercato di spiegare a quel testone del presidente, lui non voleva tutto ciò per la sua vanità personale, assolutamente no. Ma quella gente aveva bisogno di un segnale forte; dovevano capire subito che non avrebbero avuto più nemmeno la speranza di sottomettere la Terra. Anzi, dovevano capire che non avrebbero dovuto osare neanche riprovarci.

Ma i politici, ancora una volta siano maledetti, non glielo avevano permesso. Il presidente trovò perfettamente normale che il generale continuasse ad alloggiare nella casermetta di metallo costruita dalle forze d’occupazione alla periferia est della capitale.

Bel modo di esprimere il proprio potere, bel modo! pensava. I tunsteni non si erano neanche accorti di aver perso la guerra.

Il generale ebbe una stizza di rabbia: «Mentre io alloggiavo nella caserma di latta, al nuovo imperatore è stato concesso, senza tanti problemi, di rientrare a palazzo».

Si ritrovò a imitare, con una vocina da civetta, le frasi rassicuranti del presidente: «Tataka è diverso da suo padre!»; «Tataka non vuole un’altra guerra».

Che razza di idiota!

Tataka era un tunsteno anche lui. Era figlio di suo padre, era lo stesso seme, la stessa razza. Anche lui in quanto tunsteno credeva che i terrestri dovessero essere distrutti o ridotti in schiavitù. I tunsteni facevano così con tutti i popoli che incrociavano. Il generale aveva provato a raccontarlo al presidente, educatamente come faceva lui.

«Signor presidente, sa cosa fece quel popolo alla gente che ora chiama mostri

«Altroché» aveva risposto il presidente con un sorriso sghembo. «È su tutti i blog tunstenofobi.»

Tunstenofobi era una parola che il generale detestava. Lo trovava un modo per zittire tutti coloro che non si fidavano di quella strana gente. Trattenendo l’indignazione, chiamando a sé tutta la pazienza accumulata in decenni di obbedienza, il generale provò a raccontargliela lo stesso: «I tunstenofobi esagerano, ma è un precedente storico di cui dovremmo tener conto. Sa, io credo davvero che la storia sia maestra di vita come dicevano gli antichi. Insomma c’era questo popolo che viveva placido nel suo piccolo pianeta. I mostri sono alti, robusti e pelosi e incrociarono l’asteroide tunsteno circa cinquecento anni fa. Andò più o meno come con noi terrestri: i primi contatti furono via radio, poi la decisione di incontrarsi, la promessa di pace e tutte quelle balle che hanno detto anche a noi. I mostri non avevano le armi o la capacità tecnologica per opporsi ai tunsteni e quando li videro atterrare pensarono che fossero divinità e si sottomisero senza combattere.

«Ma ai tunsteni questo non bastò. Il pianeta era ricco di miniere e loro iniziarono a sfruttarle. Avevano bisogno di manodopera e chi meglio della manodopera locale? I mostri furono ridotti in schiavitù, incatenati, ridotti a lavorare in condizioni disumane dall’alba fino a notte fonda. La situazione non poteva reggere a lungo. La prima rivolta si ebbe quando una donna dei mostri fu violentata e rimase incinta. Possono gli dei, che quella gente semplice considerava buoni e giusti, compiere un’ingiustizia così grande? Iniziarono così a dubitare dell’origine divina dei loro oppressori. Ora il problema quale fu? Che finché un’ingiustizia trova la sua giustificazione in una volontà superiore, nessuno trova niente da ridire. Ma quando cade questa giustificazione, quando l’ingiustizia si palesa per quello che è realmente, l’oppresso perde ogni ragione per accettarla. Credo che dei filosofi abbiano lavorato su questo.»

Il presidente ascoltava interessato e il generale lo colse come un invito ad andare avanti.

«I mostri si ribellarono. La prima rivolta si ebbe, in date terrestri, il 22 settembre, giorno che ancora oggi è ricordato come il Giorno del Makaluu. Makaluu era la miniera dove avvenne, appunto, questa prima rivolta. I mostri, stanchi delle dure condizioni e guidati da un capo intelligente, Sasha il loro eroe nazionale, incrociarono le braccia e proclamarono un vero e proprio sciopero.

«I tunsteni, spiazzati e in minoranza, dovettero lasciare Makaluu. I mostri festeggiarono tutta la notte, lo stesso Sasha iniziò a progettare un piano per raggiungere le altre miniere e unificare il popolo mostrico nella lotta di liberazione. Poi all’alba, stanchi per i festeggiamenti, si addormentarono; non lasciarono neppure qualche ragazzo a fare da sentinella, niente di niente. Furono molto ingenui.

«Con la luce del sole, i tunsteni erano ritornati in massa. Non ebbero alcuna pietà. Li sgozzarono nel sonno, senza che neanche avessero il tempo di accorgersi di cosa fosse successo. Solo Sasha e pochi altri riuscirono a salvarsi fuggendo nella foresta.

«Ma l’orrore non finì qui. Per evitare che nascessero nuovi Sasha, iniziarono a operare una vera e propria selezione genetica. Con l’inganno fecero dei test d’intelligenza e sterilizzarono i migliori. Ai più stupidi fu invece prelevato il seme e usato per fecondare artificialmente altri piccoli mostri. In questo modo cercarono di abbassare notevolmente il quoziente intellettivo medio della popolazione, sperando così che sarebbero rimasti per sempre docili e calmi. Quando le miniere furono esaurite, i mostri necessari furono deportati in Tunstenia per lavorare nelle grandi fattorie agricole dell’asteroide. Una piccola minoranza, sempre selezionata in base al livello di intelligenza, rimase invece sul pianeta ormai spoglio e spolpato. Nessuno è riuscito a sapere se esiste ancora, se sono riusciti a sopravvivere, non si sa più nulla. Gli unici mostri di cui è certa l’esistenza sono quel milione che vive sull’asteroide, ancora oggi in condizioni non certo felici.»

«Signor generale,» disse il presidente «mi complimento con lei per la sua conoscenza storica. Sono felice di vedere che lei ha studiato e approfondito la realtà che andrà a governare. Ma, vede, i suoi timori sono infondati per diversi motivi: il primo è che a differenza dei mostri noi terrestri abbiamo vinto la guerra; il secondo è che i tunsteni non sono più gli stessi di cinquecento anni fa. Il principe Tataka si è ufficialmente scusato con la minoranza mostrica lo scorso Giorno del Makaluu e ha nominato un mostro nel Consiglio Supremo Provvisorio. Io sono fiducioso. Le cose stanno cambiando.»

Tu hai fiducia solo nei soldi che speri di incassare dai pozzi di petrolio in Tunstenia, pensò il generale, odiandolo. Poi convenne con lui: «Certo signor presidente, io stesso stigmatizzo chi fa paragoni insensati fra noi e i mostri e per di più con storie di cinquecento anni fa!».

19 Settembre 2017
Colpo di stato su un un asteroide e Fabio Brinchi Giusti su Latina Oggi! Ecco il link all'articolo https://bit.ly/2xc8dKc
18 Settembre 2017
Ecco l'intervista a Fabio Brinchi Giusti pubblicata nel numero di settembre del mensile Scambiaffari! Colpo di stato su un asteroide è sempre più vicino all'obiettivo! https://bit.ly/2wAQYhd
22 Agosto 2017
Colpo di stato su un asteroide è sempre più vicino all'obiettivo! Nel frattempo non perdetevi l'intervista con l'autore! Ecco il link: https://bit.ly/2wjsIUD

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Qualche mese fa mi compiacevo, da buon lettore, di avere tra i miei contatti diversi giovani scrittori che avevano pubblicato,nonché una scrittrice ed un poeta. Profetizzavo che, dopo non molto tempo, si sarebbe aggiunto a questi Fabio Brinchi Giusti, che ho avuto modo di segnalare condividendone alcuni scritti particolarmente validi.
    Ora, avendo lui ben compreso che tipo tronfio che sono, è stato così gentile da confermare la mia previsione,in modo di potermi permettere di dire:”Visto? Che ti avevo detto?”. Per cui sta per pubblicare il suo primo libro e, come si fa di questi tempi, utilizza la rete per darsi uno slancio.
    Invito tutti a dargli una mano: merita. Ho appena pre-acquistato il suo libro. Ah, inizia in una gigantesca biblioteca

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Fabio Brinchi Giusti
Fabio Brinchi Giusti, classe 1990, dopo la laurea in Scienze Politiche ha lavorato come giornalista, blogger, centralinista, social media manager, copywriter e addetto stampa. Ha pubblicato i racconti Dillo alla luna e 666 app. Colpo di stato su un asteroide è il suo romanzo d’esordio.
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