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Come dura pietra

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Torino, ottobre del 2002. Mentre alla radio annunciano il rinvenimento di un corpo femminile lungo la sponda del fiume, Eleonora è in libreria, il cagnone che da qualche giorno si apposta fuori è lì ad aspettarla. Pur districandosi tra mille impegni necessari a pagarsi le lezioni di scultura, la sua vita si svolge con tranquillità, fino a quando si innamora del misterioso Ivan, guardia del corpo di un potente uomo d’affari.

Ma quando una persona a lei vicina viene uccisa, l’ispettore a capo delle indagini la mette in guardia: troppe coincidenze la riguardano. Un mondo violento e crudele è venuto a reclamarla, per lasciarle cicatrici indelebili sulla pelle.

DAL MONDO DEI MOSTRI 

«Ti ha seguito qualcuno?» 

«No, sono venuto a fari spenti, come hai voluto, con la pioggia non è stato facile.» 

«Scendi.» 

«Non vedo niente…» 

«Hai fatto tutto quello che ti ho detto?» 

«Sì… è su una lettiga, nel sacco col refrigerante.» 

«Allontanati.» 

«Aspetta… al telefono hai detto che mi avresti dato subito i soldi.» 

«Nella rimessa, sotto al banco dove tieni gli attrezzi, troverai una busta nera.» 

«Chi sei?» 

«Non chiedere, non parlare. Ricorda che so tutto quello che c’è da sapere su di te.» 

«Va bene… ho capito…» 

«Vai, adesso.» 

«Ma… dove… non vedo niente…» 

«Mettiti nella direzione del muso del furgone e cammina finché non incontri una rete. Tienila sulla sinistra, ti guiderà fino alla strada.» 

«Ma…» 

«Vai.» 

Ho trovato un posto perfetto per noi anche se leggere tutte quelle frasi sul tuo diario mi ha fatto male… nessuna parlava di me.  

Avrei dovuto lasciarti a marcire sotto terra, a diventare pasto per i vermi.  

Se penso a tutte le volte che mi sono dovuto accontentare di carezze; sempre a fare la difficile, tutti quei no che mi sbattevi in faccia! Come hai potuto farmi questo? Ma se ti guardo lì, fredda e muta, non riesco a odiarti. Ti amo ancora.  

Non badare a quello che ho detto prima, ero arrabbiato. 

Finalmente sei mia. 

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COMPROMESSI

Finalmente a casa! Mi avvolgeva sempre una certa pace quando arrivavo alla Crocetta. Una volta lì, lontano dal centro, il rumore del traffico si percepiva appena.  

Lasciai andare un respiro di sollievo mentre entravo in giardino.  

Feci le scale di corsa e, come tutte le sere, appena posai il piede sul pianerottolo, la porta della signora Barbero – che noi chiamavamo Cerbero – si spalancò. Venne fuori lei seguita dall’inseparabile chihuahua, che al suo solito, non appena mi vide, prese ad abbaiare e a ringhiare come un invasato. 

«Signorina Bervoix,» mi intimò con la sua voce cigolante «per l’ennesima volta mi trovo costretta a lamentarmi per la spazzatura. Stamattina toccava a voi e invece vi siete dimenticate. Siete in tre, come è possibile che non riusciate a ricordarvi di mettere il bidone fuori dal cancello?»  

«Buonasera, signora, è un piacere anche per me vederla. Che giorno è oggi?» domandai gentilmente. 

«Lunedì. Ma è inaudito che non lo sappia!» mi guardava interdetta attraverso l’evidente cataratta.  

«Vorrà dire che metteremo fuori i bidoni dopodomani. Buona serata.» Mentre pronunciavo le ultime parole, aprii la porta di casa per richiudermela alle spalle in un lampo.  

Immobile, tesi l’orecchio, per sentire se da fuori provenisse ancora qualche rumore. 

«Invece di stare in giro fino a tardi tutte le sere… ricordatevi!» O forse disse vergognatevi, non capii, c’era il mini cane che abbaiava. 

Era incredibile come da un corpo tanto esile uscissero parole così aspre e cattive. Non la si poteva scusare solo perché anziana o perché nessuno andava a trovarla. Era cattiva e indisponente, sempre a lamentarsi. Tra l’altro credo che si fosse fatta una strana idea di noi tre.  

Lasciai la borsa nel salotto e corsi in camera mia. Mi buttai sotto la doccia. Solo la scientifica sarebbe stata in grado di individuare la quantità di germi che avevo sulle mani dopo una intera giornata trascorsa fuori.  

Mentre mi asciugavo e mi vestivo, un profumo di cibo speziato raggiunse le mie narici. Mi affrettai a chiudere la porta della camera e a spruzzare un deodorante per ambienti. Poi mi diressi al buio verso la porta della cucina, dalla quale filtrava una lama di luce calda. 

«Il lato fisico in una relazione è importante anche per me, Vic, ma così tu esageri, ti fai solo usare» stava dicendo Isabel. I suoi occhi nocciola ardevano tra i riccioli neri e indisciplinati.  

«È solo un modo per ottenere quello che voglio, diventare ricca. E sono disposta a fare anche certe cose pur di esserlo un giorno. E poi non parliamo di gente qualsiasi, quelli che frequento io sono tutti ragazzi che appartengono a famiglie facoltose» si giustificava Vic alzando le spalle. 

«Ehi, ragazze! Si parla di sesso? Che discorsi impegnativi per l’ora di cena!» dissi, immergendomi anch’io nell’atmosfera accogliente della cucina. 

«Ciao» mi salutarono in coro. 

«Tu non puoi parlare, Eleonora, perché non sei abbastanza preparata in materia» mi disse Vic.  

«Non sono preparata perché considero il sesso qualcosa di sopravvalutato e del tutto marginale rispetto all’amore?» 

«Esattamente, e poi hai avuto un solo ragazzo.» 

«Sarà, ma più mi guardo intorno più mi convinco che morirò sola. Il mondo è pieno di esemplari cafoni e grotteschi che dicono di appartenere al genere maschile, mentre potrebbero entrare a far parte di un bestiario» ribattei convinta, pensando a molti dei frequentatori che avevo il “piacere” di incontrare tutti i fine settimana al Carpatia, il locale dove lavoravo la sera. Senza farmi sviare dal discorso per me ostico, finii di preparare la tavola.  

«Vic, non la ascoltare. Eleonora è una snob integralista fin dentro al midollo, per cui se il fantomatico lui non possiede i tratti di un principe azzurro, non viene nemmeno considerato per un bacio. Però tra lei e te c’è una bella differenza!» 

«E con questo cosa vorresti dire?» ribattei indignata. 

«Hai mai considerato che forse sei asessuata?» chiese Vic.  

La guardai, incapace di obiettare al suo nasino all’insù e a quella sua espressione perennemente scocciata. 

«Eppure realizza tutti quei corpi di donne e uomini nudi nei più intimi particolari!» sussurrò con fare cospiratorio Isabel a Vic.  

Le guardavo mentre tacitamente si univano per prendermi in giro, era sempre così quando si parlava di uomini. 

«Fate pure, parlate come se non ci fossi!» 

«Ma hai bisogno di modelli in carne e ossa per le tue sculture, no? Alla fine si scopre che ne vede più lei di noi!»  

«C’è poco da ridere, è l’ignoranza a parlare per voi. Ma io resto della mia idea; finché non trovo quello giusto, al sesso non ci penso nemmeno. Si è visto con Riccardo come è andata. Cinque minuti di suo, e dico solo suo, divertimento e fine della serata, questo vuol dire essere fidanzati.»  

Ci sedemmo a tavola davanti a un bulgur con verdure grigliate e tofu, preparato da Isabel. Il bulgur poteva ancora andare, ma il tofu proprio no. Tirai fuori dal frigo una bella fetta di formaggio stagionato delle vicine Alpi e la misi di fronte al mio piatto, provocando il disgusto nelle mie commensali.  

«Il discorso comincia a farsi difficile, ho bisogno di proteine animali per sostenermi» mi giustificai. 

«Tu parli così perché non ti si sono ancora smossi gli ormoni, ma il giorno che si muoveranno sarai spacciata e la tua farfallina potrebbe risvegliarsi con la persona sbagliata» rise Isabel.  

Mi mostrai assolutamente distaccata, non volevo abbassarmi a quei livelli, bastava nominare la parola sesso e tutti cominciavano a straparlare. 

«Be’, staremo a vedere, ma nel frattempo non mi faccio usare da nessuno» ribattei piccata rivolta a Vic. 

«Io continuo a non vedere il problema. Se mi va di fare sesso con qualcuno, lo faccio e se quel qualcuno mi chiede di andare oltre il lecito, valuto bene se la cosa mi può portare dei benefici. Semplice» considerò Vic.  

A guardarla avrebbe potuto essere un’aggraziata elfa dispettosa con i capelli rossi, ma quando parlava a volte avevo la sensazione che venisse posseduta dallo spirito di un rozzo spacca pietre.  

«E se ti capitasse un tizio che ti fa del male? Non solo non avresti niente dopo, ma rimarresti anche scottata» si infervorò Isabel agitando in aria la forchetta. 

Prevedevo una discussione lunga e animata che non ci avrebbe portato a niente, visto che Vic aveva un unico obiettivo ben chiaro in testa, per cui decisi di gustarmi la cena restando a margine del discorso. 

Quando ci salutammo per la notte e andammo ognuna nella propria stanza, una sensazione di malinconica tranquillità mi accarezzò le spalle. Certo era paradossale; io avevo fatto di tutto per uscire dal mondo dei ricchi, senza scendere a compromessi, mentre Vic cercava di fare il possibile per entrare a farne parte, mandando a quel paese anche l’ultimo briciolo di amor proprio di cui ogni essere umano dovrebbe essere dotato.  

Mi infilai nel letto e mi rifugiai sotto il piumone. Restai un attimo così, immobile ad ascoltare.  

Una macchina passò piano lungo la strada; Vic come al solito stava parlando animatamente con qualcuno al telefono; il rumore dell’impianto di riscaldamento, folate di vento che si infrangevano contro le ampie finestre della mia camera. Mi addormentai in un attimo, col cuore inquieto nel petto.  

 

Al risveglio mi avvolse immediatamente un senso di tristezza. Quella notte non avevo fatto altro che girarmi e rigirarmi nel letto, lottando con il mio passato. Nel sogno avevo rivissuto di nuovo la sera che me ne ero andata via di casa.  

Già allora inseguivo il sogno di diventare scultrice. Avevo vent’anni, da due collaboravo con l’atelier d’arte di Madam Choissix, la quale aveva trovato in Torino una riproduzione in bassa scala della sua città natale, Parigi, lontana però dai guai e dal suo passato. Realizzavo pezzi di modeste dimensioni, che riproducevano opere famose da installare nelle hall di alberghi di seconda scelta o presso qualche abitazione di giovani arricchiti, imparando le tecniche della scultura figurativa. 

Ma i piani che la mia famiglia aveva per me erano molto lontani dalla scultura e da quello che volevo. Per loro avrei dovuto frequentare la migliore facoltà universitaria a Milano o, ancora meglio, a Londra, laurearmi in Economia e Commercio in modo da essere in grado di amministrare i miei beni, e sposarmi al più presto con qualcuno del mio rango. Sfornare un paio di rampolli e far perdurare così soldi, stirpe e titoli. A quanto pareva però ero l’unica a porre obiezioni a quel modo di pensare medievale. 

Quella fatidica sera, mio padre era tornato dall’ennesimo viaggio di lavoro che lo aveva tenuto lontano da casa per settimane, mentre io mi stavo dannando per finire una scultura di Amore e Dafne da installare nella spa privata di un industriale del caffè. Ero tornata a casa molto tardi, la cena era finita e lui mi aspettava nel suo studio. Non lo avevo mai visto così furioso. 

Lo trovai seduto alla sua scrivania Regency. Mi fece segno di accomodarmi come un qualunque interlocutore che per lavoro aveva il permesso di parlare con lui. 

«Dove sei stata?» Dal tono avvertii che tratteneva a stento la rabbia. 

«Ero all’atelier di Madam, abbiamo una consegna e sono in ritardo con il mio lavoro» dissi umilmente, sapendo già che la mia risposta non gli sarebbe piaciuta. Lo guardai abbassare la testa prima di riprendere a parlare. Faceva così quando perdeva il controllo, quella piccola pausa che si prendeva gli serviva per caricarsi a dovere. Infatti, quando puntò gli occhi verdi fiammeggianti nei miei, quasi identici ai suoi, ebbi la conferma che la sua pazienza aveva oltrepassato il limite. 

«Eleonora, forse pensi di prendermi per sfinimento, ma sappi che non sarà così.» Il fisico ancora asciutto era teso dalla rabbia. «Sono stufo di avere una figlia pigra, che si rifiuta di frequentare la sua stessa gente, che si crede un animo superiore perché non viene a patti con il denaro e che si permette di giudicare chi la sua posizione se l’è guadagnata.»  

Quelle parole sono rimaste incise a fuoco nella mia memoria. Lo vedo ancora spostare il corpo in avanti prima di proseguire: «Tu ti puoi permettere il tuo svago perché ti mantengo io, vivi a casa mia e mangi alla mia tavola. Tu i soldi che così tanto detesti non sai da dove arrivano, perché c’è qualcun altro che fa il lavoro sporco e ti permette di mantenere il tenore di vita che hai!» urlava e i suoi pugni si abbattevano sulla scrivania.  

Forse è per questo che ho sempre odiato i soldi, avevano trasformato mio padre in un estraneo.  

«Io non ti ho chiesto niente, non voglio seguire il percorso di vita che tu e mamma avete delineato per me, non è quello che voglio fare» risposi, cercando di raddrizzare la schiena per non mostrarmi intimorita.  

«Cosa credi, che quello che ho fatto fino a oggi sia stato tutto rose e fiori? Non sei più una ragazzina, la vita non è facile. Se vuoi diventare qualcuno, devi avere la forza di scendere a compromessi con la tua coscienza, altrimenti rimarrai una pecora in un gregge che ti calpesterà.»  

«È questa la differenza tra me e te, papà, io non voglio scendere a compromessi con la mia coscienza. Ognuno deve avere la possibilità di seguire i propri sogni e la propria passione. Non voglio svegliarmi un giorno e scoprire che ho seguito la strada sbagliata per me.» Gli tenevo testa ma ero ferita nell’orgoglio e consapevole di quanto suonassero infantili le mie parole. 

«Ah no? E cosa vorresti fare? La scultrice?» Il tono sprezzante suonava perfettamente accordato al ghigno sulla faccia paonazza. 

«Trovo nell’arte quello di cui ho bisogno per esprimermi, se tu vedessi…» Non mi lasciò finire. 

«Oh, ma certo! Sono un uomo fortunato ad avere un’artista in famiglia e ad avere l’onore di parlarci» disse schernendomi. «Se vuoi dimostrare veramente quello che vali, allora vattene, non ti permetterò ancora di vivere alle mie spalle, calpestando il nostro buon nome e tutto quello che ho costruito per voi. Non lo vuoi? Vattene!» tuonò alzandosi mentre la sedia cadde emettendo un tonfo che sembrò una fucilata.  

Scattai in piedi anche io. Non mi dimenticherò mai la sua faccia contratta, gli occhi fuori dalle orbite, le vene del collo gonfie e i suoi capelli brizzolati pettinati in modo impeccabile, a dispetto della perdita di controllo. Quello non era mio padre, ma una brutta copia che aveva fatto sbiadire tutti i bei ricordi che avevo di lui da bambina.  

Quella sera non ebbi il coraggio di ribattere altro; misurai la distanza infinita che ci separava. 

«Non ti voglio più vedere, scompari dalla mia vista e lascia questa casa. Ricorda che tutto quello che c’è qui è mio e qui resta. Non ti è permesso di portare via niente. Hai capito? Il tuo conto, i fondi intestati a te verranno bloccati. Ma in fondo che ti importa, a te i soldi non servono, giusto?» 

Uscii dal suo studio e mi diressi in quella che era stata la mia stanza negli ultimi anni. Posai uno sguardo sui miei libri d’arte, su alcuni piccoli pezzi che avevo realizzato tanto tempo prima, sulle foto che ritraevano me e mio fratello Tommaso a un rally e su quella sbiadita della famiglia al completo, i nonni, Olga e Rinaldo, papà, mamma e noi bambini, quando ancora eravamo una famiglia vera. Presi solo quelle.  

Scesi da basso per salutare mia madre che stava giocando a bridge con alcune amiche e come al solito non si era accorta di niente. Mi riservò poco interesse, quasi volesse farmi scomparire, essendo io la prova evidente della sua età. Mi disse solo: «Cara, non è meglio se ti metti qualcosa di carino per uscire?». 

Non riuscii a dirle niente. 

«Questi ragazzi di oggi si vestono come straccioni anche per uscire, io non capisco…» la sentii dire rivolta alle sue amiche. L’attenzione su di me era già evaporata. E lei poteva di nuovo tornare a essere il centro dell’invidia delle sue ospiti. 

Uscii dal salotto principale e andai a cercare Bettina, la governante. Mi aveva fatto da madre negli anni dell’adolescenza, trattando me e sua figlia Isabel esattamente alla pari, come sorelle. 

«Cos’è successo? Ho sentito tuo padre gridare» mi precedette lei.  

Solo mia mamma non si è accorta di niente, pensai.  

«Mio padre si è stufato di avere una ribelle in casa, per cui me ne vado» sorrisi amaramente. 

«Oddio, ma cosa dici, ti ha cacciata di casa? Ma dove vuoi andare adesso! Ascolta, vai a casa nostra che c’è Isabel, io arrivo più tardi, così ne parliamo con calma, vedrai che le cose si risolveranno» sussurrò preoccupata. Lo disse con quella sua dolce cadenza brasiliana, che le dava sempre un’aria molto materna. 

«Grazie, Bettina, ma devo andarmene, e subito. Se venissi da voi, vi metterei nei guai. Sono stufa di questa situazione, da un lato è meglio così» considerai con tono calmo. 

«Ma dove andrai e cosa farai? Non ti lascio andare se non mi dici come ti sistemerai per la notte» risoluta mi abbracciò forte. Le cedetti lasciandomi cullare sul suo seno prosperoso.  

Ricacciai in gola le lacrime con orgoglio, non risalivano per quello che non avrei più avuto, ma per il fatto di non essere stata capita e voluta per quella che ero. 

«Andrò dalla nonna per stanotte e domani mi cercherò un lavoro. Di’ a Isabel che la chiamo io e, per favore, saluta Tommaso quando lo vedi, puoi dirlo solo a lui dove mi trovo.» Le posai un bacio sulla guancia e mi incamminai verso l’ingresso, dove trovai mio padre che mi guardava dall’alto in basso. Gli rivolsi uno sguardo di profonda pena, lasciandolo sbigottito. Senza più perdere tempo, uscii.  

Mi diressi a piedi verso casa di nonna, era una lunga passeggiata ma mi avrebbe fatto bene per riordinare le idee. Lei era in rotta con mio padre ormai da anni, non so bene quale fosse stato il motivo del loro allontanamento, ma se c’era una che poteva capire quello che mi stava succedendo era lei. 

A casa di nonna Olga mi lasciai andare e piansi per una settimana. Poi con il suo aiuto trovai un lavoro in una libreria-caffè del centro, come addetta al reparto libri. La proprietaria, la signorina Marta Colongo, era una vecchia conoscenza di nonna, voleva più tempo da dedicare alle sue pubblicazioni e quindi mi assunse subito.  

Isabel, non appena saputo l’accaduto, venne a trovarmi e decidemmo di andare a vivere insieme in città, lei abitava ancora con i suoi nella dependance per il personale di servizio della villa. Lavorava in un negozio di alimenti e attrezzature per animali e frequentava la facoltà di Lettere: spostarsi in centro le faceva comodo.  

Non volevamo accontentarci di uno squallido appartamento in periferia. Cercammo per giorni, finché trovammo la casa dei sogni, quella che per noi rappresentava la libertà nel quartiere residenziale e signorile della Crocetta. L’appartamento si trovava in una palazzina d’epoca, parlammo subito con gli anziani proprietari, che appena riconobbero il mio cognome ci aprirono le porte di casa. Piacque a entrambe ma ci rendemmo conto subito che non ce lo potevamo permettere. Spiegai brevemente ai proprietari di casa che non avevo più contatti con la mia famiglia e che quindi non avevo grandi disponibilità economiche. Dopo aver ascoltato qualche minuto, forse considerarono che sarebbe stato meglio poter dire alle loro conoscenze che ospitavano una Bervoix piuttosto che farci andare via, così ci accordammo per una cifra ragionevole. 

Ottenuto l’alloggio avevo comunque bisogno di altri soldi per potermi permettere le lezioni di scultura e fu così che grazie a una conoscenza di Isabel trovai lavoro come cameriera al Carpatia, un locale notturno molto alla moda. Decidemmo di affittare la terza camera da letto per recuperare soldi extra per le spese di casa. I primi mesi non trovammo nessuno, per la stanza chiedevamo una cifra ragionevole, considerato il quartiere, ma comunque alta. In seguito venne a stare da noi una ragazza che rimase in città qualche mese, poi si presentò Ludovica. Faceva la modella e poteva permettersi l’affitto, e poi non si sarebbe mai abbassata a vivere in “squallidi appartamenti frequentati da misera gente”. 

Erano passati due anni da quella sera terribile e avevo trovato una mia serenità, anche se mi mancava ancora qualcosa. Sapevo però che un giorno, quando avrei vissuto del mio lavoro di scultrice, sarei stata felice. Era una strada lunga quella che mi ero scelta, ma sentivo che la direzione era quella giusta.  

Purtroppo però i ricordi facevano male e, spesso, mi tornavano alla mente al risveglio, come quella mattina, insinuandosi nelle piccole scalfitture dell’anima per cercare di dissuadermi dai miei buoni propositi.  

Guardai fuori. Per essere ottobre le temperature erano ancora miti, ma il bel tempo stava lasciando il passo alle nebbie dell’autunno.  

Mi diressi in bagno a fare una doccia, dopo avrei cominciato a pensare alla giornata che mi aspettava. 

L’acqua calda lavò via i brutti pensieri che mi erano tornati in mente e quando uscii mi sentii rigenerata. Mi diedi un’occhiata allo specchio, i capelli ormai erano lunghi fino al fondoschiena e ancora più chiari per effetto dell’estate appena passata. La pelle aveva ancora un velo di abbronzatura e faceva risaltare i miei occhi verdi, che ho sempre preferito considerare eredità di nonno Rinaldo più che di mio padre. Con un gesto della mano cacciai via i pensieri noiosi, tornati alla carica per importunarmi. 

Mi preparai per uscire, ma prima avrei fatto colazione.  

Mentre attraversavo il salotto, sentii un rumore di stoviglie.  

Entrai in cucina e trovai Isabel intenta a preparare un budino di riso e castagne.  

«Ancora con quella zuppetta orrenda!» le dissi disgustata. «Fammi mettere su la moka, così spazzo via ’sto odoraccio di erba marcia.» 

«Esagerata! Se tu sapessi quanto fanno male i biscotti confezionati che mangi, passeresti dalla mia parte, ma dato che da quel lato non ci senti, accomodati pure. Non trovare da dire sul cibo sano che mangio io però» ribatté Isabel, che ormai seguiva una dieta che metteva insieme principi vegani, vegetariani e non so che altro. In ogni caso, funzionava. Il suo era un corpo di Femmina con la effe maiuscola: piena nei punti giusti, alta e sensuale. A volte pensavo a come imprimere le sue forme nella pietra, ma la sua immagine sfuggiva a qualunque cosa fosse inanimato e spento. Avrei dovuto provare con la creta.  

In casa c’era uno strano silenzio. Vic dormiva ancora, le servivano almeno otto ore di sonno per non rovinare la pelle. Appena si fosse svegliata avrebbe attaccato con quel metal assordante che ascoltava. 

Mi preparai un cappuccino accompagnato da buonissimi biscotti di pasta frolla. Generalmente stavo attenta alla linea, ma al mattino mi concedevo di tutto, era il pasto che preferivo. E quel giorno ne avevo un particolare bisogno perché mi aspettavano una mattinata in laboratorio, a catalogare e sistemare un mucchio di anfore e vasi nuovi, e un pomeriggio intenso tra i libri. 

Nei pomeriggi dal lunedì al giovedì lavoravo in libreria. Ne ero rimasta incantata sin dal primo giorno. Le tre ampie vetrate incastonate tra cornici in legno, i fregi ottocenteschi della facciata e la targa metallica con la scritta Antica libreria Colongo e Cafè che troneggiava sull’ingresso. Ricordo ancora il primo scricchiolio del parquet d’epoca sotto i miei passi mentre mi dirigevo curiosa verso la scaletta a chiocciola che portava alla sala lettura del piano superiore. Al piano terra tre sale traboccanti di libri ed espositori.  

La mia postazione, dietro il bancone in legno della cassa, guardava verso la prima parte della sala centrale, dove si trovava anche il Caffè, dietro il cui bancone, che correva lungo un lato, stava la mia collega Morena.  

Quel giorno erano quasi le quattro del pomeriggio, non c’era molta gente e le vetrate che davano sulla piazza incorniciavano una città acquerellata, con la facciata barocca di Palazzo Carignano che si intravedeva appena, tra i fumi della nebbia. La mia attenzione venne attirata dalla sigla di Pillole ottanta. Lo speaker del programma radiofonico stava introducendo le curiosità dal passato.  

«Riportando indietro il tempo a una settimana e vent’anni fa, ci ritroveremmo al primo ottobre dell’82, giorno in cui 52nd Street di Billy Joel fu il primo CD ad arrivare nei negozi di musica. Il 30 novembre uscì invece l’album che con centoquindici milioni di copie divenne il più venduto di sempre, sto parlando di Thriller, di Michael Jackson. Ma ora interrompiamo momentaneamente la programmazione per il Tg flash, notizie dell’ultimo minuto. Restate con noi, linea a Vittoria Bardini: “Fa scalpore il ritrovamento di un cadavere in località Parco Michelotti. Gli inquirenti riferiscono che il corpo di una giovane donna è stato trovato senza indumenti ed effetti personali lungo la sponda del fiume. Dai primi accertamenti risulterebbe trattarsi di omicidio. A segnalare la macabra scoperta alcuni ciclisti che pedalavano al parco di primo mattino. La Procura ha aperto un’inchiesta”.» 

Seguì un elenco di notizie brevi poco interessanti, poi le note di Der Kommissar, primo in classifica della Hit Parade ’82, risuonarono nell’aria mentre io e Morena ci guardavamo sconcertate. 

«Povera donna, chissà cosa avrà passato» disse. «Ma il posto dove l’hanno trovata non è vicino a quel locale dove lavori?» aggiunse preoccupata. 

«Sì, in effetti è vicino.» 

«Eleonora, devi stare più attenta, torni sempre tardi e sei quasi sempre sola. Ma non hai la macchina?» 

«No, non posso permettermi un garage e poi a quell’ora non troverei posto vicino a casa e dovrei comunque tenere la macchina in qualche parcheggio lontano dal Carpatia.»  

«Lo so, lo so» scosse la testa sconsolata. 

«Morena, me lo faresti un ottimo caffè? Ho bisogno di tirarmi su» le chiesi, cambiando discorso. 

«Non dirlo a me che stanotte ho fatto le ore piccole! Prima il bambino non voleva addormentarsi, poi ci si è messo anche mio marito, che non so cosa aveva ieri, ma sembrava assatanato» sorrise con quel suo bel viso mediterraneo. 

«Morena! Mi sconvolge pensare a te e Alfio mentre…» Arrossii. «Ma lui è ancora agile, con quel panciotto che si ritrova?» A quel punto ero curiosa. 

«Se ti sentisse dire una cosa così ti scomunicherebbe subito!» rise. «In quei momenti gli viene un’agilità che non ti immagini, sembra Tarzan nella foresta!» Scoppiò a ridere, trascinando anche me in una fragorosa risata. 

«Tu invece quand’è che ti trovi un bravo ragazzo che ti tolga un po’ il sonno?» domandò facendomi l’occhiolino. Intanto mi servì il caffè con un cioccolatino, il profumo era squisito. 

«Non conosco bravi ragazzi che tolgono il sonno. Di solito quella è una prerogativa dei cattivi ragazzi che, come sai, non sono il mio genere.» Sbuffai, anche mia nonna mi stressava con la storia che dovevo provare ad amare almeno una volta nella vita, se non volevo diventare come la signorina Colongo. Me la vedevo, mia nonna, con il suo impeccabile chignon scuotere la testa. A ottant’anni suonati aveva mantenuto la silhouette aggraziata e forte da prima ballerina.  

Fuori ormai era quasi buio e sicuramente stava per arrivare la proprietaria, che compariva solo verso sera, con il suo immancabile maglioncino sulle spalle, per salutare le signore del tè pomeridiano o del caffè letterario e ritirare gli incassi della giornata.  

Buttai lo sguardo al di là dalla vetrina e vidi il cagnone grigio che, da qualche giorno, si appostava fuori ad aspettare una carezza.  

Presi un bacio di dama senza farmi vedere dai clienti e uscii. Il cagnone si mise seduto e mi diede la zampa, io per ricompensa gli strofinai un po’ il musone pieno di cicatrici e gli diedi il biscottino, che prese delicatamente dal mio palmo. A guardarlo bene era veramente un brutto cane, che poteva far paura, ma era buono e mi guardava con gli occhi grandi e tristi di chi ne aveva viste tante.  

«Eleonora! Lasci perdere quel cagnaccio spaventoso che non aspetta altro che mordere. Venga subito dentro e, per l’amor del cielo, si vada a lavare le mani!» trillò la signorina Colongo facendomi sussultare per la sorpresa. 

Quella donna doveva sicuramente essere messa peggio di me in fatto di amore. E di sesso, soprattutto. Doveva avere una cinquantina d’anni, ma ne dimostrava almeno dieci di più. 

Prima di rientrare accennò un piccolo calcio in aria verso il cagnone, che con tutte le ragioni si mise ad abbaiarle contro. 

«Via, via, brutto cagnaccio» disse mentre scappava all’interno della libreria. Mi venne da ridere, ma mi trattenni tentando di riportare all’ordine il cane, che si calmò non appena la signorina si fu allontanata. Ancora una carezza. 

«Ma come si fa ad aver paura di un cagnone così morbido e coccolone?» dissi a bassa voce pasticciandogli il musone e la schiena.  

Lui per tutta risposta mi leccò la mano scodinzolando. Rientrai velocemente per non far innervosire oltre la proprietaria, che mi intimò di nuovo di andare a lavarmi le mani e subito mi mise in riga.  

Quando la signorina se ne andò, soddisfatta di avermi dato compiti per i quali avrei avuto bisogno di due giorni di tempo, mentre invece mancavano solo due ore alla chiusura, Morena si avvicinò. 

«La cornacchia era veramente incavolata per quel cane,» disse guardando fuori «che fortunatamente sembra sparito. Gli hai dato da mangiare, ti ho vista, adesso non ce lo leveremo più dai piedi. Ma ti fidi ad accarezzarlo? Non hai visto che bocca che ha?» 

«Povero cagnone, è bravissimo. È già la terza volta che lo vedo, ed è senza collare, deve essere un randagio.» 

«O forse ha mangiato i suoi padroni e ora vaga per la città cercando nuove vittime» ribatté lei. 

«Ma dai!» sorrisi. «È solo grosso, ma è buono, ha mangiato dalla mia mano!» 

Morena mi guardò poco convinta. «Ti lascio lavorare, così poi andiamo a casa assieme.» 

Passai le due ore successive a lavorare come una forsennata, fortunatamente non entrarono molti clienti.  

Erano le otto, feci l’ultimo salvataggio dati, inviai l’ordine et… voilà. «Morena, ce l’ho fatta, ho finito!» dissi con un profondo sospiro. 

«Dai allora, vai a prendere le tue cose che andiamo; ho una fame stasera!» 

«Le chiavi le hai tu?» chiesi dallo stanzino dove tenevamo i nostri effetti personali. 

«No, sono nel cassetto» gridò di rimando. 

Presi giaccone e sciarpina, la borsa e le chiavi. Spensi le luci e inserii l’allarme. Una volta fuori abbassammo la serranda e chiusi a chiave. 

«Oddio, è di nuovo qui!» mi fece Morena, nascondendosi dietro di me.  

Il cagnone si buttò contro le mie gambe e mi guardò adorante. 

«Ciao cucciolone, ma cche cci fai qui, eh?» mi sciolsi, e poiché mi accorsi che mi era uscita una vocetta cretina mi schiarii la gola.  

«Stai tranquilla, Morena! Guarda,» le dissi accarezzando il cagnone ancora appoggiato alle mie gambe «è venuto per accompagnarci un po’.» Ci incamminammo scortate dal nuovo compagno di viaggio. Morena abitava a metà strada tra la libreria e casa mia, per cui di solito facevamo quel tratto insieme e poi proseguivo da sola sul viale principale.  

«Ciao, Morena, a domani» la salutai mentre ci scambiavamo un bacio affettuoso.  

«Ciao, bella, e stai attenta con quel… cagnaccio.»  

«Se mi segue fino a casa, sarà come avere la guardia del corpo.»  

«Su questo non posso darti torto» disse varcando il portone d’accesso del palazzo dove abitava. 

Lungo la strada, le sculture a sostegno dei balconi signorili, come le facce in pietra poste a guardia dei portoni, emergevano forzute e spaventose dalle volute di vapore.  

La nebbia avvolgeva ormai ogni cosa in un alone di inquietudine e mistero. L’essenza degli ippocastani si spandeva per le vie cittadine per mischiarsi con l’odore della cena di tanti che in quel momento si trovavano a tavola. In lontananza si sentiva lo sferragliare dei tram. 

Guardai il cane e cominciai a correre. Per arrivare a casa mancavano una quindicina di minuti a piedi. 

«Vediamo se mi stai dietro.» 

Correvo come una matta, contenta di non essere sola e in un attimo arrivai all’imbocco del mio quartiere. Avevo il fiatone, il cane mi si avvicinò per appoggiare il testone alla mia gamba destra, anche lui aveva la lingua di fuori.  

«Ehi! Ma tu hai sete.» 

Entrai dal cancelletto in ferro nel cortile inghiaiato e presi un contenitore di fortuna che riempii di acqua dalla fontanella da giardino. Mentre beveva lo accarezzai e sentii profondi solchi e buchi sul suo mantello. Non riuscivo a capire cosa potesse avergli procurato cicatrici simili. Bevve parecchio, alzò il testone verso di me e con uno scatto se ne andò. A me non rimase che restare a guardarlo mentre spariva nella nebbia, la stessa che sembrava averlo portato. 

30 marzo 2020

Aggiornamento

Cari lettori buongiorno, visto il positivo riscontro, vi aggiorno riguardo l'iniziativa di leggere brevi passi del romanzo per far conoscere i personaggi della storia. Di seguito il link che rimanda alla prima lettura sulla pagina fb di Come dura pietra, non vi nascondo che sono sempre molto emozionata. Buon ascolto. Eva Negri
https://www.facebook.com/Come-dura-pietra-109687267168941/
05 febbraio 2020

Aggiornamento

Il primo febbraio presso la Bilbioteca civica G. Canna di Casale Monf.to ho presentato il mio romanzo Come dura pietra e raccontato del crowdfunding. E' stata un'esperienza indimenticabile. Ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuta dall'inizio, il pubblico numeroso e in particolare Paola Casulli, curatrice della rassegna "Un cappuccino tra le righe " e l'assessore alla Cultura Gigliola Fracchia.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Avete presente quei libri che si lasciano divorare? Ecco, questo è decisamente uno di quelli!
    “Come dura pietra” è la storia di Eleonora, giovane scultrice di Torino, che cerca di vivere la sua vita nella maniera più semplice è normale possibile, nonostante un doppio lavoro per mantenersi e un rapporto alquanto burrascoso con il padre.
    Eppure, questa semplicità da lei tanto agognata è destinata a stravolgersi quando si innamora del misterioso Ivan e con la morte di una persona a lei cara, per mano di uno spietato killer che sta terrorizzando la città. Ma cosa vuole da lei l’ispettore Pedersoli, a capo delle indagini? E perché il suo mondo improvvisamente sembra andare in pezzi, facendosi sempre più buio?
    Un thriller a colpi di suspense, ma non solo, dove i dettagli più macabri non mancano e dove anche gli assassini hanno parola.
    Ve lo consiglio caldamente!!

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Eva Negri
classe 1977, si è laureata presso il Politecnico di Torino, città in cui ha vissuto durante il periodo di studio. Oggi vive e lavora in Monferrato, dove esercita la professione di architetto. Appassionata di cinema e manga, nel 2015 inizia a trasferire su carta le gesta dei personaggi che popolano la sua fantasia. Da allora non ha più smesso di scrivere. Come dura pietra è il suo romanzo di esordio.
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