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Come dura pietra

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Consegna prevista Agosto 2020
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Il corpo di una giovane donna è stato trovato senza indumenti ed effetti personali lungo la sponda del fiume. Dai primi accertamenti risulterebbe trattarsi di omicidio. A segnalare la macabra scoperta alcuni ciclisti che pedalavano al parco di primo mattino.

Torino, ottobre 2002, mentre alla radio annunciano il rinvenimento di un corpo femminile, Eleonora è in libreria, il cagnone che da qualche giorno si apposta fuori è lì ad aspettarla.
Pur districandosi tra mille impegni necessari a pagarsi le lezioni di scultura, la sua vita si svolge con tranquillità fino a quando si innamora del misterioso Ivan, guardia del corpo di un potente uomo d’affari. Ma non ci sarà posto per l’amore nella vita di Eleonora. Quando una persona a lei vicina viene uccisa, l’ispettore a capo delle indagini la mette in guardia, troppe coincidenze la riguardano. Un mondo violento e crudele è venuto a reclamarla per lasciarle cicatrici indelebili sulla pelle.

Perché ho scritto questo libro?

Attraversavo uno strano periodo, immersa fra storie di vampiri, horror e romanzi d’amore. Quando l’overdose era ormai alle spalle avevo chiare due cose: che i mostri non sono esseri soprannaturali ma appartengono al genere umano e che il principe azzurro non esiste.
Tre mesi dopo alla scrivania, fissavo la pila di trecento fogli che componevano Come dura pietra, consapevole che la tempesta emotiva che mi aveva attraversata, aveva riportato a galla un episodio fondamentale della mia infanzia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Con papà tutto bene

 

Quella fatidica sera, mio padre era tornato dall’ennesimo viaggio di lavoro che lo aveva tenuto lontano da casa per settimane, mentre io mi stavo dannando per finire una scultura di “Amore e Dafne” da installare nella SPA privata di un industriale del caffè. […] Non lo avevo mai visto così furioso.

[…] «Eleonora, forse pensi di prendermi per sfinimento, ma sappi che non sarà così» il fisico ancora asciutto era teso dalla rabbia. […] «Tu ti puoi permettere il tuo svago perché ti mantengo io, vivi a casa mia e mangi alla mia tavola. Tu i soldi che così tanto detesti non sai da dove arrivano, perché c’è qualcun altro che fa il lavoro sporco e ti permette di mantenere il tenore di vita che hai» urlava e i suoi pugni si abbattevano sulla scrivania.

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[…]«Io non ti ho chiesto niente, non voglio seguire il percorso di vita che tu e mamma avete delineato per me, non è quello che voglio fare» risposi, cercando di raddrizzare la schiena per non mostrarmi intimorita. «[…] Non voglio svegliarmi un giorno e scoprire che ho seguito la strada sbagliata per me». Gli tenevo testa ma ero ferita nell’orgoglio e consapevole di quanto suonassero infantili le mie parole.

«A no? E cosa vorresti fare? La scultrice?» il tono sprezzante suonava perfettamente accordato al ghigno sulla faccia paonazza.

«Trovo nell’arte quello di cui ho bisogno per esprimermi, se tu vedessi…» non mi lasciò finire.

«Oh, ma certo! Sono un uomo fortunato ad avere un’artista in famiglia e ad avere l’onore di parlarci» disse schernendomi. «Se vuoi dimostrare veramente quello che vali allora vattene, non ti permetterò ancora di vivere alle mie spalle, calpestando il nostro buon nome e tutto quello che ho costruito per voi. Non lo vuoi? Vattene!» tuonò alzandosi mentre la sedia cadde emettendo un tonfo che sembrò una fucilata…

Il cagnone

[…]

«È di qualcuno quel cane lì fuori? Continua a buttarsi sulla porta e sulla vetrina, non l’ho lasciato entrare perché sembra rabbioso» disse con tono allarmato il solito cliente dell’ultimo momento.

Il mio sguardo andò subito alla porta a vetri del locale. Era il mio cagnone! Era tornato! Mi avvicinai alla porta, appena mi vide cominciò a guaire disperato. Gli feci una carezza sul muso per tranquillizzarlo ma per tutta risposta cominciò ad abbaiare saltando a destra e sinistra; si voltava e cominciava ad andare per poi tornare verso di me abbaiando. Non aveva mai fatto così, era agitatissimo.

Era evidente che voleva che lo seguissi.

[…] Appena mi vide uscire cominciò a correre…

[…] Arrivammo all’altezza di un portone in legno… Il passaggio si aprì su una grande corte inghiaiata… una serie di lanterne a terra segnalavano un percorso. Il cagnone però non le seguì e mi condusse a un portone dall’altra parte del cortile… Imboccammo una scala che scendeva nel buio assoluto.

Iniziai a pensare che non fosse stata una buona idea seguirlo. Mi girai per tornare su, ma lui mi tirò per la gamba dei pantaloni.

«Smettila dai, non vedo un tubo e ho paura, non c’è niente qui» gli dissi.

Non potevo neanche usare la pila del cellulare, perché era scarico.

Il cagnone per tutta risposta mi tirò più forte i pantaloni, non mi restava che seguirlo.

Scesi le scale e arrivai a un corridoio alla fine del quale si intravedeva una debole luce. Camminavo piano muovendo in aria le braccia per paura di trovarmi una ragnatela sul viso.

In fondo al corridoio c’era una porta semichiusa, la aprii lentamente.

In un attimo fui catapultata in un altro mondo; silenzio e buio prima, grida e fari alogeni dopo…

Isabel

[…] preceduta dallo sbattere della porta contro il muro, Isabel irruppe nella mia stanza.

«Eleonora, ci sono novità, le tue carte sono tutte confuse!».

Con la spatola, pugnalai involontariamente la piccola figura che avevo tra le mani.

«Accidenti! Guarda che mi hai fatto fare! Isabel non puoi entrare così, te l’ho già detto mille volte».

«Para com isso![1] Non sto scherzando […] ti ho fatto le carte, non ho mai visto nessuno con una combinazione del genere. E non è la prima volta che le vedo su di te… sono preoccupata».

«Quante volte ne abbiamo parlato, mille? Non voglio che tu mi predica il futuro»…

[…] No, grazie della proposta, grazie che pensi a me, ma no. Fine del discorso. Anzi, visto che ormai hai rovinato il mio momento artistico e il mio pezzo, che ne dici se usciamo a mangiare qualcosa. Ho fame!» dissi posando gli attrezzi.

«Ma sì, dai, tanto lo sapevo che finiva così, sei del sagittario con la luna in toro, peggio di così c’è solo l’ariete e poi effettivamente ho fame anche io, non ho pranzato oggi» e si aggrappò al mio braccio.

«Poi mi devi spiegare chi sarebbero questi “amici” che frequentano il negozio dove lavori. Hai dimenticato di mettermi al corrente di qualcosa?» dissi facendola arrossire.

«No… è che ci sono un paio di ragazzi che sono degli omaccioni… grandi e grossi» imitò braccio di ferro e poi scoppiò a ridere di gusto.

«Tu non me la racconti giusta» sospirai.

 Il laboratorio

[…]«Devi solo cominciare. Realizzare il pezzo che ti senti dentro. Le tecniche ormai le conosci, hai una bella mano, non mollare. Puoi iniziare con i blocchi di scarto. Scegline uno e fallo parlare, ascolta la superficie della pietra, toccala, sentine il rumore, la ruvidezza e tira fuori quello che ti dice».

Lo ascoltavo rapita, ma poi pensai al capo.

«Se Vitali si accorge che uso quei pezzi mi uccide!».

«Non ti preoccupare di quello, se mai dovesse dirti qualcosa gli dirai che te l’ho detto io di farlo. Sono socio in questa bottega anche se non si direbbe».

Mi venne una voglia incontenibile di abbracciarlo e mi buttai letteralmente al suo collo. Lui fece uno sbuffo di stupore ma poi rispose all’abbraccio. Diedi un’occhiata a Melo che sorrise verso di noi.

«Fa’ vedere quel dito» disse poi.

Gli porsi la mano, il dito era leggermente gonfio, ma non mi faceva male.

«Non hai fiatato, brava. Come dicono i vecchi è il mestiere che ti entra nelle ossa» rise mostrando gli incisivi spezzati.

«Per così poco, cosa ti aspettavi, che mi mettessi a piangere?».

«Non fare la sbruffona adesso», mentre parlava mi stringeva leggermente il dito con la sua manona tritasassi.

«Ahi! Così non vale!» risi.

Sarebbe tutto perfetto se non ci fosse Vitali, pensai. Ma, nonostante tutto, ci stavo bene in quel vecchio capannone. Adoravo il contrasto tra la semplicità della struttura con la pavimentazione in cemento, il soffitto in legno e ferro e la spettacolarità dalle pareti, completamente ricoperte di statue, busti, calchi e forme di ogni genere. Quasi tutto bianco, tono su tono.

Mic, aveva ragione, dovevo cominciare a fare qualcosa di mio. Ma riflettevo sul fatto che ad alimentare la sua arte fossero le emozioni appassionate che provava, mentre io non avevo mai provato niente di assimilabile a una passione travolgente. […]

Brutti incontri

A uno dei miei tavoli si installò un gruppo di quattro uomini e una ragazza molto giovane. Notai subito che qualcosa non andava. La ragazza aveva pianto, il rimmel le colava ancora sulle guance. Gli uomini avevano delle brutte facce, di quelle che non eravamo abituati a vedere al Carpatia. Soprattutto uno tarchiato e corpulento; aveva un ghigno cattivo stampato sul volto, forato da occhi neri inespressivi.

[…]Quando tornai con le ordinazioni, vidi il tizio tarchiato che teneva ferma la ragazza stringendole il collo con una mano sotto la nuca, mentre l’altra la avvicinava a mo’ di schiaffo al suo viso, fermandosi solo all’ultimo minuto per accarezzarle la guancia. Gli occhi della ragazza erano spaventati, piagnucolava sommessamente.

[…]Il proseguimento della serata mi portò verso altri tavoli per cui persi per un po’ di vista la ragazza. Quando ripassai nei pressi del ventisette, mi accorsi che lei e l’uomo che la teneva per il collo non c’erano più.

[…]Entrai nel bagno riservato alle signore; da un wc uscì una tizia allampanata sui quarantacinque vestita come un personaggio manga giapponese. La ragazza non c’era. Per curiosità aprii la porta del bagno degli uomini, entrai cautamente nell’antibagno. Nessuno. Poi un rumore ripetitivo colpì la mia attenzione, mi spostai per raggiungere la zona di fronte alle porte dei wc. Quello che vidi, non l’ho più dimenticato…

Segnali incompresi

 

Le uscite per il personale davano sul parcheggio riservato ai pezzi grossi. […] in mezzo a varie auto sportive, spiccava una BMW serie 7 che sembrava nuova di zecca. […] Mi avvicinai per dare una sbirciatina.

[…] I finestrini erano oscurati, immaginai gli interni in pelle dai sedili avvolgenti.

Feci ancora un giro attorno alla macchina per apprezzarne le forme disegnate per fendere meglio l’aria, quando con la coda dell’occhio intravidi un movimento all’interno. Istintivamente voltai le spalle e mi allontanai, ma sentii una portiera spalancarsi e richiudersi velocemente.

[…]

«Mi scusi, prima non volevo sbirciare, pensavo non ci fosse nessuno dentro. Mi spiace se ho disturbato».

«Questa cosa del lei mi sembrava superata. Possiamo darci del tu, non sono così vecchio né così importante» disse stizzito.

Non mi sentivo a mio agio da sola con lui, mi guardai attorno per vedere se ci fosse qualcuno.

Mi fissava intensamente e non parlava.

«Beh, ora è meglio che vada» gli lanciai un’occhiata furtiva per vedere la sua reazione, ma lui continuava a guardarmi in modo strano.

«Si può sapere cos’hai da guardare?» sbottai spazientita.

Accennò un sorriso.

«Sto solo cercando di farmi un’idea della persona che ho di fronte». Lo disse con semplicità e mi incuriosii.

«E…, che idea ti saresti fatto?».

«Non ci sono ancora riuscito. La tua bocca dice cose aggressive, ma i tuoi occhi tradiscono la tua insicurezza. Lavori in una libreria, ma a quanto ho capito i libri non ti appassionano, ti trovo nel locale più in della città ma stai fuori. Qualcosa non torna».

Rimasi a fissarlo stupita, tentando di riprendermi subito per non dargli soddisfazione e ammettere che aveva fatto un’analisi accurata, ma lui continuò. «Per quello che sai sull’auto avrai un fidanzato appassionato di motori e gli avrai sentito fare discorsi simili».

«Sbagli di grosso, non c’è nessun fidanzato» mi resi conto solo dopo aver dato aria ai denti, di essere cascata nella sua trappola.

«Ah no?» disse sfacciato alzando un sopracciglio, mi stava prendendo in giro, ma più lo guardavo più ne rimanevo affascinata. Mi chiusi in difesa.

«No, e francamente non so cosa ci faccia ancora qui a perdere tempo con te» mi voltai per andarmene ma lui mi afferrò per un braccio. Non fu una stretta gentile…

Dal mondo dei mostri

 

«Hai fatto tutto quello che ti ho detto?».

«Sì…è su una lettiga, nel sacco col refrigerante».

«Allontanati».

«Aspetta… al telefono hai detto che mi avresti dato subito i soldi».

«Nella rimessa, sotto al banco dove tieni gli attrezzi, troverai una busta nera».

«Chi sei?».

«Non chiedere, non parlare. Ricorda che so tutto quello che c’è da sapere su di te».

Solo un bacio

[…]«Solo un altro bacio», era come se leggesse il mio tumulto interiore.

Arrossii. Solo un altro bacio! Per lui era facile, ma io non ero mai stata baciata in quel modo.

Mi fece riprendere fiato qualche istante per baciarmi di nuovo e questa volta a lungo. Fui costretta a chiudere gli occhi, sopraffatta dall’intensità delle emozioni che mi stavano travolgendo. Le sue labbra dapprima gentili ora si muovevano sulle mie con esigenza. Mi abbandonai completamente spingendo la lingua nella sua bocca, assaporandone ogni centimetro, sconvolta ed eccitata allo stesso tempo. Non so se per lui fosse lo stesso, ma percepivo quanto fosse coinvolto da come il suo petto si alzava e si abbassava pesantemente sotto i miei palmi. Le sue mani si spostarono ai lati della mia nuca, senza darmi possibilità di fuga, ancorandomi saldamente alla sua bocca.

[…] Mi girava la testa e mi sentivo come svenire, frastornata dalla sua lingua che si stava prendendo tutto, leccandomi in un modo a cui nessuno si era mai nemmeno avvicinato. Era un bacio dall’intimità sconvolgente, con un uomo così lontano da me e da quello che ero, ma che riusciva a scatenarmi dentro un desiderio irrazionale senza precedenti.

Mi staccai da lui a forza, costringendolo ad aprire gli occhi a sua volta. […]

Lentamente premetti i palmi sul suo torace indicandogli che volevo allontanarmi. Riluttante mi lasciò andare, trattenendo una mano nella sua. Di nuovo si accorse del mio turbamento, lo sguardo serio e preoccupato.

«Perché ho l’impressione che tu te ne voglia andare?» chiese accarezzandomi col pollice il dorso della mano. […]

Tattoo

Il chiarore della neve, che entrava attraverso la vetrata, lo illuminava in pieno, conferendo un effetto realistico ai disegni che componevano il suo tatuaggio. L’effetto delle ombre disegnate sulla pelle lo faceva sembrare una scultura ricavata da liscia pietra, poi finemente intarsiata.

[…]

«Posso toccarti?».

«Devi» disse.

Allungai una mano verso di lui. Con le dita seguivo le volute dei disegni senza soffermarmi sul loro significato, ma solo percorrendo quell’alternanza di chiari e scuri. […]

A colpirmi furono meravigliosi dettagli, che solo da così vicino si potevano cogliere.

[…]

Mi concentrai sulle figure, addentrandomi con lo sguardo fin sullo sfondo di quel mondo fantastico che la sua pelle raccontava.

[…]

un mondo fatto di eroi […] Un luogo dove il bene e il male erano indissolubilmente legati, l’uno necessario all’altro…

Dura realtà

[…] quando imboccammo il viale di casa, i lampeggianti delle auto della polizia illuminavano la facciata del palazzo. Una delle coppie che abitavano al piano terra stava parlando con un agente che prendeva appunti. Il terrore mi assalì.

[…]

Qua e là gruppetti di persone parlavano fitto tra loro, nessuno si curava di noi. Qualcuno si sporgeva curioso a guardare dai palazzi vicini. Da fuori vedevo il flash di macchine fotografiche illuminare il nostro salotto.

Mi sentivo il cuore in gola.

[…]

Appena varcai la soglia, come se l’aria dell’alloggio si componesse perfettamente in un cubo denso contenuto dai muri perimetrali, un fetore insopportabile raggiunse le mie narici.

[…]

Ero sulla soglia della camera quando qualcuno riuscì a fermarmi.

Ma ormai avevo visto.

[…] Non sentii l’agente che mi sbraitava contro

[…] Qualcuno mi strattonò energicamente per un braccio, alzai lo sguardo sulla figura che era comparsa nel mio campo visivo e tornò anche l’audio.

«Non può stare qui. Mi segua» tuonò Pedersoli. Con fare autoritario, mi fece entrare in cucina chiudendosi la porta alle spalle. Lo seguii come un automa, cercando di riprendermi dallo shock.

«Avevo detto di informarmi dei tuoi spostamenti e, quando do un ordine, pretendo di essere obbedito. Si può sapere dove sei stata?» sbraitava furioso, sputando piccole gocce di saliva.

Ero tornata perfettamente cosciente.

[…]

«Credi di poterti prendere gioco di me? Non provarci, perché potrei decidere che non mi trattiene più niente, nemmeno quel cognome che ti ritrovi. Sono stato chiaro?» scandì le ultime parole fra i denti serrati, sentii l’odore sgradevole del suo alito.

Era passato a un pericolosissimo tu….

[1] Intercalare brasiliano: finiscila!

30 marzo 2020

Aggiornamento

Cari lettori buongiorno, visto il positivo riscontro, vi aggiorno riguardo l'iniziativa di leggere brevi passi del romanzo per far conoscere i personaggi della storia. Di seguito il link che rimanda alla prima lettura sulla pagina fb di Come dura pietra, non vi nascondo che sono sempre molto emozionata. Buon ascolto. Eva Negri
https://www.facebook.com/Come-dura-pietra-109687267168941/
05 febbraio 2020

Aggiornamento

Il primo febbraio presso la Bilbioteca civica G. Canna di Casale Monf.to ho presentato il mio romanzo Come dura pietra e raccontato del crowdfunding. E' stata un'esperienza indimenticabile. Ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuta dall'inizio, il pubblico numeroso e in particolare Paola Casulli, curatrice della rassegna "Un cappuccino tra le righe " e l'assessore alla Cultura Gigliola Fracchia.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Avete presente quei libri che si lasciano divorare? Ecco, questo è decisamente uno di quelli!
    “Come dura pietra” è la storia di Eleonora, giovane scultrice di Torino, che cerca di vivere la sua vita nella maniera più semplice è normale possibile, nonostante un doppio lavoro per mantenersi e un rapporto alquanto burrascoso con il padre.
    Eppure, questa semplicità da lei tanto agognata è destinata a stravolgersi quando si innamora del misterioso Ivan e con la morte di una persona a lei cara, per mano di uno spietato killer che sta terrorizzando la città. Ma cosa vuole da lei l’ispettore Pedersoli, a capo delle indagini? E perché il suo mondo improvvisamente sembra andare in pezzi, facendosi sempre più buio?
    Un thriller a colpi di suspense, ma non solo, dove i dettagli più macabri non mancano e dove anche gli assassini hanno parola.
    Ve lo consiglio caldamente!!

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EVA NEGRI
Eva Negri è nata a Casale Monferrato il 20 settembre 1977.
Ha studiato a Torino dove ha vissuto durante il periodo universitario fino alla laurea conseguita presso il Politecnico. Architetto di professione vive e lavora in Monferrato. Ama il cinema, musica rock, libri e manga in black and white. Da persona estremamente curiosa le piace osservare e scoprire la gente, scrive perché ha storie da raccontare. “Come dura pietra” è il suo romanzo d’esordio.
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