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Come il picchio che tamburella

Come il picchio che tamburella
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Consegna prevista Ottobre 2021
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Un evento inaspettato porta subbuglio in un piccolo borgo toscano sconvolgendo la vita di Saro, un notaio che desiderava solo un po’ di pace. Presto il delirio crescente tra gli abitanti, nel mezzo di un’inchiesta un po’ burlesca, vedrà Saro sia indagato che indagatore. Nei suoi pensieri, tra emozioni mutevoli che moltiplicano il suo turbamento, la situazione si fa sempre più ingarbugliata: mezze verità, malintesi, complicazioni gli tolgono il sonno. C’è nell’aria però un velo di speranza tenuta viva dai bambini del paesino e dallo stesso Saro che, interrogandosi sui concetti di giustizia e di onestà, d’un tratto ha un’intuizione.                                                                                                                           Il bene che nasce da questa storia non verrà dimenticato e saprà riprodursi negli anni a venire in varie forme, verso un cambiamento di vita non solo per Saro ma per l’intera comunità che lo circonda. La similitudine nel titolo dell’opera vuole essere un monito di forza e speranza.

Perché ho scritto questo libro?

Ho portato in scena, anni prima, la vicenda di cui parlo nel libro in uno spettacolo teatrale, quando questa storia era ancora un copione scritto sempre da me. Ho studiato con cura le caratteristiche dei personaggi, prendendo spunto da ciò che mi colpiva nelle relazioni con le persone intorno a me. Nello scrivere il romanzo, ho potuto approfondire, facendo risaltare quanto siamo interconnessi l’uno con l’altro. Questo mi ha restituito un senso di gioia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Saro ad un certo punto sobbalzò perché sentì di nuovo bussare alla porta.

“Hanno bussato!”

“Ma, no… è il rumore della catapulta che ho costruito con i miei mattoncini… ihhhh… sentite…” rispose il giocattolaio continuando a giocare sempre più brillo.

Picchiarono il battacchio della porta con maggiore forza.

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“Hanno proprio bussato!” disse Saro ricatapultato nella realtà, guardando l’ora tarda dal suo orologio da taschino. “Forse abbiamo fatto troppo rumore a quest’ora della notte e i vicini vengono a lamentarsi…” escludendo a priori ipotesi peggiori e intanto cercava di sistemare in fretta i mattoncini di legno riponendoli di nuovo nel pacchetto.

“Chi è là? Chi sta bussando?” disse ricomponendosi come poteva con un’ansia sospettosa che cresceva ogni secondo, mentre il giocattolaio, con la testa a penzoloni, sembrava non dare peso alla situazione.

Da fuori una voce con tono alto che però suonava come un bisbiglìo si infilò in quella notte d’estate che stava diventando strana.

“Signor notaio, sono Salvatore, l’orefice. Ho bisogno di parlarvi”.

“L’orefice?” pensò Saro “E che vorrà mai a quest’ora della notte!”

“Posso entrare?”.

Il giocattolaio stava ancora lì tenendosi la testa che continuava a cadere: rideva da solo mentre diceva frasi sconclusionate. Guance arrossate, quando provava ad alzarsi, gli mancava l’equilibrio. Saro non voleva che l’orefice vedesse quella scena e quindi cercò di trovare un modo per non aprire la porta.

“Mi dispiace, signor Salvatore. Non mi è possibile farvi entrare. Mi fa un po’ male la gamba e devo stare a riposo. Tornate domani mattina!”.

“Ma non posso. È una questione di vita o di morte! Dovete aprirmi signor notaio, è davvero urgente!”.

Una questione di vita o di morte? Proprio adesso? Con il giocattolaio completamente andato e l’odore di vino che si faceva sempre più acre in tutta la stanza! Saro doveva trovare un modo per evitare che l’orefice vedesse il suo amico in quello stato perché altrimenti il giorno dopo in paese non si sarebbe parlato d’altro, con quel solito modo che ha la gente di ingrandire le cose, di far sembrare una pulce un cavallo…

Pensò quindi di sollevare di peso il giocattolaio per portarlo nella sua camera da letto a coricarsi.

“Non potete proprio aspettare?”

“No signor notaio. Non posso aspettare! Fatemi entrare per favore!”

“Un attimo! Vi ho detto che ho dei dolori… mi ci vorrà del tempo per venire alla porta… un po’ di pazienza”.

Tenuto con forza da Saro, il giocattolaio si stava addormentando e portarlo sul letto era come spostare un mulo che puntava le zampe per restare dov’era.

“Siete da solo?” chiese da fuori l’orefice.

“Sì, sì… sono solo… aiiaiai che fatica!” Saro si lamentava per lo sforzo a spostare il giocattolaio, mentre Salvatore credeva che stesse zoppicando per il dolore alla gamba.

“Mi dispiace farvi fare questa sfacchinata… ma vi ricompenserò bene… non vi preoccupate” disse l’orefice aspettando con impazienza di entrare.

Saro c’era quasi, quando il giocattolaio cominciò a russare rumorosamente. Stremato, lo adagiò come poteva sul letto e chiuse la porta della stanza per poi recarsi sull’uscio di casa.

E lì Salvatore, l’orefice, il più anziano del paese, gobbo ma vispo, nonostante il tremolìo insistente alla mano, stava come rintanato dietro la pianta di alloro e quando finalmente Saro gli aprì la porta, l’orefice gli fece venire un colpo balzando come da un nascondiglio per entrare in casa di soppiatto, sostenendosi con il bastone, tremolante anch’esso.

“Volete forse farmi venire un infarto, signor Salvatore?!”.

“Scusatemi ancora. Chiudete bene la porta, per favore…siamo sicuri che siamo soli e che nessuno ci sta ascoltando, vero?”.

Si sentì russare forte e Saro fece finta di niente. L’orefice però si guardò dietro le spalle sospettoso.

Fingendo di lagnarsi, Saro cercò di prevedere la domanda: “È il mio vicino di casa che russa. Che guaio per me… Ogni notte la stessa storia e io non chiudo mai occhio…”.

“Accomodatevi, prego. Volete favorire?”.

L’orefice non era un tipo che si accomodava, intenzionato a non perdere altro tempo, a concludere in fretta la questione per cui era lì. In quella espressione del viso, si vedevano i segni marcati di una vita passata nella diffidenza, nello stare sempre guardingo, sul chi va là. Cauto e circospetto, sotto al suo cappello e avvolto da quella giacca marrone piena di tasche dentro cui infilava continuamente le mani, come ad accertarsi che le cose che teneva con sé fossero ancora al loro posto, l’orefice rispose:

“No, no, per carità. Altrimenti rischierei di non essere sobrio mentre firmo l’atto…”.

“Ma quale atto?” disse incredulo Saro.

Bisbigliando perché sempre timoroso che qualcuno lo stesse ascoltando, l’orefice dichiarò: “Sono qui per fare testamento!”.

“Testamento!” sobbalzò il notaio.

“Voi non lo sapete, signor notaio, ma sono perseguitato ed è per questo che sono venuto da voi. C’è qualcuno che aspetta che io faccia il testamento o meglio – alzando in aria l’indice accusatorio – mi fa pressioni affinché io lasci in eredità i miei beni. Ma io ho altro in mente e sono venuto per chiedervi aiuto…”.

Salvatore gli si mise accanto e con quel fare sempre più prudente, dettato dalla paura di essere spiato, si avvicinò all’orecchio del notaio farfugliando: “Vede io posseggo…”.

“Ma che cosa fate? Mi parlate all’orecchio? Un po’ di contegno, signor orefice e ricominciate daccapo altrimenti non capisco”.

“Io posseggo molti denari!”.

L’orefice prese dalle tasche diverse sacche di rafia smettendo così di continuare freneticamente come un forsennato a infilare le mani in tutte le aperture della sua giacca: “Eccoli qui!”.

Appoggiò sul tavolo tre sacche, una dietro l’altra. Le sacche erano chiuse abilmente con corde annodate a bocca di lupo, come facevano alcuni pescatori sulle rive del Cecina.

“Ma perché li ha portati con sé? Per fare testamento non era necessario!”.

Agli occhi di Saro, l’orefice sembrò paranoico.

“Sì, ma voi non capite! Io non posso tenerli in casa. Dentro queste sacche ci sono le cedoline dei titoli di cui sono creditore, che valgono, come vi ho detto, veramente molti denari, anzi molto di più di quanto voi possiate immaginare… Per favore conservatele voi, signor notaio!”.

Saro ora era confuso e nel mezzo di una situazione in cui gli occhi pretenziosi dell’orefice erano accompagnati dal russare sempre più rumoroso del giocattolaio che dormiva sul letto della stanza accanto. Senza starci a pensare, come all’inizio di una crisi nervosa, rispose di getto: “Non se ne parla proprio!”.

L’orefice non poteva accettare una simile risposta. Era determinato a nascondere le prove dei suoi averi prima che qualcun altro se ne impossessasse, come era già successo quando parte del suo oro, insieme alla fede nuziale, finì in mano alla causa bellica italiana. Salvatore si indignò della risposta di Saro e, molto irritato, chiese spiegazioni: “Ma perché? Siete un notaio, no? Avrete una cassetta di sicurezza…”. Quel tono offese Saro che non era intenzionato a dare chiarimenti. Non voleva prendere in casa quelle sacche e non c’era altro da aggiungere.

Ma l’orefice era più risoluto di lui e iniziò a fare paragoni con altri notai di sua conoscenza a cui in passato si era rivolto quando, ancora scapolo, viveva altrove e voleva intraprendere l’attività di commerciante d’oro.

Per Saro già non essere ascoltato era frustrante, ma essere paragonato ad altri notai era, a dir poco, offensivo e provocatorio. Decise quindi di prendere in mano professionalmente la situazione facendo appello a quelle conoscenze di lunghe e noiose procedure burocratiche che in altri casi avrebbero complicato un atto banale, ma che in questo frangente risultavano agli occhi di Saro pure tutelanti per far fronte alle pretese ingiuriose dell’orefice.

“Volete lasciare in questa casa le sacche con le cedoline dei vostri titoli? E va bene! Facciamo un atto di deposito” disse così Saro, risoluto, in tutta la sua importanza notarile.

“Ma che atto di deposito? Voi ancora non avete capito niente! Ci sono troppe persone che mi stanno alle costole, soprattutto la mia domestica, quella rompiscatole della signora Liliana che vuole ripulirmi per benino! Non fa che frugare tra i miei cassetti; cerca, rovista e sono sicuro che vuole portarmi via i miei soldi. Vale a dire, questi no, perché nessuno sa che li ho. Vuole portarmi via quelli che crede che io abbia. Ci siamo intesi?” rispose Salvatore per nulla intimorito dall’autorevolezza che il notaio tentava di ostentare.

A quel punto Saro provò con un po’ di psicologia spicciola a entrare nella testa dell’orefice: “Dunque la signora Liliana vorrebbe portarvi via dei soldi che crede che voi abbiate, ma non questi che voi avete e che nessuno sa che voi avete… signor orefice, mi confondete!”.

Spazientito, Salvatore, che tanto avrebbe voluto concludere in fretta la questione, premette affinché senza altre parole si giungesse al suo scopo e ritornando al tono sussurrato di chi vuole stare in segretezza, come se pure i muri potessero sentire, gli disse: “Signor notaio, vi ripeto che questi titoli valgono tanti denari…li ho avuti facendo…”.

“Non mi interessa come li avete avuti. Le vostre faccende personali non mi riguardano…”.

“Beh… meglio così. Voi siete la persona giusta! Lo sapevo…” – quasi rimangiandosi ciò che aveva detto poco prima quando lo aveva paragonato in modo infelice ad altri notai – “Li ho avuti e basta e nessuno lo sa, tranne voi adesso”.

Mentre Salvatore si sentì sollevato dalla discrezione del notaio, Saro sentì invece la pesantezza di quest’ultima frase che risuonava quasi minacciosa perché di quei soldi nessuno era a conoscenza, tranne lui adesso. Eh no, eh! Era proprio questo quello che Saro voleva evitare, cioè entrare nel segreto di qualcuno. Lui voleva essere garante dei diritti che si dovevano palesare alla luce del sole e non testimone tacito di segreti che non dovevano rivelarsi ad altri.

L’orefice poi aggiunse, come a chiudere quel battibecco: “Alla mia morte desidero che questi soldi in titoli vengano seppelliti con me nella tomba… Perciò scriviamo questo benedetto testamento!”.

Saro ora non aveva più dubbi: divenne consapevole di avere di fronte a sé un dissennato che aveva vissuto tutta la vita da povero, volendo però morire da ricco, anzi meglio, volendo fare il ricco da morto!

Saro credette che mettersi a discutere con l’orefice avrebbe solo aumentato quel suo senso di disorientamento che già aveva e che non gli avrebbe permesso di pensare con lucidità e di agire in modo adeguato.

“Volete fare subito testamento per dichiarare questa cosa che mi avete detto?” disse Saro all’orefice cercando di mantenere un tono professionale e distaccato.

“Sì certo, non c’è tempo da perdere! Come vi ho spiegato prima, è una questione di vita o di morte!”

Saro volle però prendere del tempo forse nella speranza che Salvatore rinunciasse a questa sua paradossale richiesta: “Ma dovevate avvisarmi prima… Io qui in casa non ho la marca da bollo e a quest’ora le rivendite sono chiuse. E poi ci vuole il sigillo per il verbale di deposito di cui sono momentaneamente sprovvisto. Insomma adesso non è possibile…”. Salvatore si convinse a tornare l’indomani per fare testamento, ma ora che era riuscito a portare via di casa quelle sacche, non era certo intenzionato a riportarle indietro.

Insomma non era sicuro lasciare niente in tasca, ma in nessun luogo lo era nella casa dell’orefice, né nei cassetti, né dietro ai quadri, né tra le cipolle in dispensa. Sarebbe stato molto meglio lasciare quelle sacche dal notaio: era andato lì apposta!

“Allora facciamo domani sera a quest’ora? Però le sacche con i titoli ve le lascio qua. Non vorrete che nelle mie condizioni di povero vecchio malandato vada in giro così tardi con in tasca questo tesoro? Lo volete capire che la signora Liliana mi spia, mi segue, è sempre intorno a me?!”.

“Va bene, le tengo io. Vi preparo subito una ricevuta”.

Stavolta con un tono alto e autoritario, Salvatore trasalì dicendo: “No! No! No!”

Si rese subito conto di quel suo vigore nella voce, quasi sgarbata e, sforzandosi di essere più gentile, Salvatore si ricompose e continuò: “No… no… Non la voglio la ricevuta. Ma stiamo scherzando? E se poi dovesse trovarla la signora Liliana? Io non avrei più pace!”.

“Ma io non posso tenere le cedoline dei titoli senza lasciarvi una ricevuta. È una responsabilità!” ribatté Saro.

“Non la voglio la ricevuta!”

“E io ve la faccio!”

Iniziò così un muro contro muro.

Due picchi che martellavano da parti opposte.

“No!”

“Sì!”

“No!”

“Niente ricevuta, niente deposito!”

“Senza ricevuta, voi mi fate il deposito!”

“Niente deposito!”

“Sì” disse l’orefice porgendo a Saro le sacche.

“No!” rispose di nuovo il notaio respingendo le sacche.

“Sì”

“No!”

Il notaio prese dal cassetto dello scrittoio un quadernetto. Vi staccò un foglio su cui scrisse: “L’anno 1936, il giorno 4 del mese di agosto ricevo in deposito dal signor Salvatore Castrocolombo le cedoline dei suoi titoli al fine di…” scrisse altre due righe per terminare la frase mentre l’orefice, irritato, lo osservava. Saro chiuse così la contesa: “Ecco la ricevuta!”.

Rassegnato e brontolando tra sé, grugnendo come un cinghiale, l’orefice prese alla fine la ricevuta dicendo: “Allora domani a quest’ora qui?”.

“Anche un po’ prima. A quest’ora già dormo, signor orefice!”

Così finalmente si salutarono, ma l’orefice non era ancora tranquillo del tutto e continuò: “Pensate voi alle marche da bollo?”. Il notaio lo rassicurò, ma l’orefice non ce la faceva a congedarsi e andò ancora avanti: “Ma metterete in un posto sicuro le sacche?”.

Il notaio lo tranquillizzò di nuovo.

“Non è che poi vi dimenticate dove le avete messe?”.

Saro a questo punto lo condusse alla porta augurandogli la buona notte e nel frattempo l’orefice pensando a dove il notaio potesse conservare quelle sacche, continuò: “Ma è un posto sicuro chiuso o aperto?”.

Saro lo spinse letteralmente fuori con un sonoro e esasperato: “Buona notte!”.

“Ma se è chiuso, è chiuso a chiave?” insistette Salvatore cercando di opporre resistenza alla pressione delle mani di Saro e di nuovo: “Ma non è che la vostra domestica Maria ha le chiavi del luogo chiuso così che questo luogo diventerebbe aperto?” disse l’orefice ormai fuori nel vicolo, da dietro la porta di casa, senza ricordarsi che per lui la notte aveva orecchie e che qualcuno poteva sentirlo o vederlo, ma era troppo preso dall’ansia di lasciare i suoi averi in mano ad un’altra persona, seppure era stato lui a decidere di fare così.

L’orefice a quel punto si avvicinò alla finestrella della porta e, allungandosi come poteva, vi guardò dentro per cercare il notaio dicendo: “Ma chiudete anche la casa?” e Saro, senza rispondere, gli chiuse la persiana in faccia.

“Allora buona notte anche a voi!” concluse l’orefice andandosene per davvero, sorreggendosi con il suo bastone, in quella notte d’estate che, nonostante la luna piena, sembrava ancora più scura del solito.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Una piacevolissima sorpresa. Mi ha appassionato e incollato alla lettura fin dalle prime righe e in un paio di giorni l’ho divorato. Trovo l’ambientazione, sia storica che geografica, ben riuscite e precise, con attenzione ai particolari. I personaggi sono disegnati con una profondità non comune e la trama è avvincente. Mi auguro di cuore che abbia il successo che merita. I disegni sono bellissimi!!!

  2. (proprietario verificato)

    Allenare lo sguardo a vedere il buono e il bello anche quando ci sembra di affrontare una situazione difficile, è il significato che mi hanno lasciato queste bellissime pagine cariche di particolari e di emozioni

  3. (proprietario verificato)

    Una vera sorpresa, leggere per il piacere di farlo e sentirsi meglio ad ogni pagina che scorre. Arrivare in fondo e sentirsi pieno di ciò che si è appena letto, provato e sentito, in ogni parola, in ogni pagina.
    Grazie per questo libro

  4. (proprietario verificato)

    E’ un libro che si legge da solo, le pagine sono volate. A volte divertente a volte fa riflettere su cosa è importante per ognuno. Riesce a commuovere toccando le corde giuste della nostra anima. Notevole. Ma soprattutto ti lascia un senso di gioia che poche volte ho riscontrato. Complimenti all’autrice!

  5. (proprietario verificato)

    Quando finisci di leggere un libro e ti rimane una sensazione di benessere, felicitá e serenitá, allora senti di essere piú ricco.
    Questo libro mi ha trasportata in un percorso attraverso ľ animo umano che alla fine ti riappacifica con la vita, lasciandomi con un sorriso stampato in viso. Devo dire che nin me lo aspettavo, il titolo non mi aveva incuriosito. Complimenti alľ autore.

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Giovanna Cravotta
Giovanna Cravotta è nata a Desio il 12-06-1972. Felicemente sposata, ha due figli. Ha completato gli studi di Scienze Politiche per poi appassionarsi alle Scienze dell'Educazione. Il suo amore per il teatro l'ha portata poi a diplomarsi in Drammaterapia. Lavora presso i servizi per l’infanzia e in case di cura per gli anziani. Il dedicarsi alla famiglia, alla casa, al suo giardino, al leggere storie a grandi e piccini e al recitare, le restituisce una grande energia che riversa poi nello scrivere. L'idea del romanzo "Come il picchio che tamburella", illustrato dalla figlia Giulia Insolera, è nata dopo aver portato in scena la storia quando era ancora un copione teatrale. Il luogo in cui si svolge la vicenda, Montecatini Val di Cecina, le è tanto caro.
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