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Contemplazione di un tramonto riflesso in uno stagno di collina

Contemplazione di un tramonto riflesso in uno stagno di collina
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Consegna prevista Luglio 2022
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Personalmente scrivere questo libro mi ha fatto un gran bene. La speranza è che possa essere d’aiuto a che ne abbia bisogno, soprattutto terminando con un sorriso la pagina letta prima di addormentarsi o di essere chiamati a fare qualsiasi altra cosa! Una storia profondamente leggera, nella quale ci si può ritrovare in qualche circostanza. Un invito a collezionare momenti, non cose. Un inno alle sorprese della vita, perché ogni istante potrebbe essere quello giusto per fare un cambiamento, un miglioramento. È una celebrazione delle emozioni, quelle semplici, quelle vere, quelle che restano.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché la gioia dell’arrivo di mio figlio mi ha fatto capire che le cose belle che si imparano sono più belle se condivise.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Inizio

Inizio. E’ sempre particolare il suono di questa parola, e il suo significato può incutere ansia, eccitazione, titubanza, entusiasmo, paura o ambizione.

Inizio. Può esserci l’inizio di una storia d’amore, di un’amicizia, di un gioco; può iniziare un periodo, un anno o un giorno. Può giungere il momento dell’inizio della fine, di qualsiasi cosa.

Ma c’è pur sempre una sensazione ben definita nell’anima di una persona quando sa consciamente che inizia.

Quella sensazione di novità assoluta di trovarsi al cospetto di qualcosa di non conosciuto, di estraneo quasi; e allora si spera o si è convinti di riuscire a barcamenarsi nella bonaccia di quell’ignoto misterioso che risponde al nome di inizio.

Anche i più forti e i più decisi di personalità hanno sempre qualche sorta di indecisione, di riflessione nei confronti del nuovo.

Non c’è alcun male; è umano, penso.

Ogni essere vivente si sente al sicuro nel suo nido, nella sua tana, dentro le sue quattro mura.

Ma tutti i giorni inizia qualcosa; e si è chiamati a viverlo.

Che effetto fa l’alba che sorge o la luna che fa iniziare una notte?

Che effetto fa l’inizio di una meraviglia? O di una disgrazia?

Formicolio nella schiena, sudorazione eccessiva nelle mani, farfalle in pancia, abbassamento della pressione, rossore sulle gote, energia a più non posso in ogni nervo del corpo, buco nello stomaco, esplosione del petto.

A volte si guarda indietro con nostalgia all’inizio: che bello sarebbe essere ancora all’inizio delle vacanze, che splendore sarebbe essere ancora all’inizio della nostra relazione, che meraviglia sarebbe essere ancora all’inizio della nostra vita!

Probabilmente perché non piace il punto al quale si è arrivati, nel quale si è adesso: le vacanze sono finite e da domani si torna al lavoro, la relazione ormai è diventata una routine senza emozioni, e l’età conseguita e la situazione costruita non consentono più di poter fare tante cose.

Ma l’inizio può anche essere uno spauracchio, del quale ormai non ne si apprezza che la sopraggiunta fine.

Inizio. L’inizio preclude anche la fine di ciò che vi era prima, a meno che prima vi fosse il nulla.

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E allora a me che rimane da fare? Iniziare dall’inizio e porre fine a tutte queste divagazioni su una semplice parola.

No, non inizierò dal concepimento di Timoteo.

Non inizierò dall’adolescenza di Timoteo e neppure dal suo diploma o dalla sua prima fidanzata.

Inizierò da quando Timoteo ha smesso di sapere che ogni momento può essere l’inizio di tutto, da quando si è dimenticato che ogni respiro è un istante di vita, breve, bello o brutto che sia.

Ci vuole un po’ di coraggio per iniziare.

Io inizio.

Con un po’ di irrequietezza e con una sensazione come di esser sospeso su in cima ad un ramo di acero rosso, inizio.

Timoteo, presentazione.

Quel giorno di primavera inoltrata Timoteo camminava per le vie della sua città.

Era durante la sua pausa pranzo; i marciapiedi sembravano lunghi tappeti, colorati leggermente a sprazzi da petali caduti rosa e bianchi, l’aria era frizzante ma tangibile, carica com’era di profumi e smog.

Timoteo si guardava le scarpe mentre percorreva strade che conosceva a memoria, cercava di evitare escrementi di cani o cicche masticate.

Il cielo delle ore tredici e trentacinque non sembrava promettere un pomeriggio di raggi di sole, ma nemmeno di pioggia.

Era un’ora di pausa pranzo qualunque, con tanto di spuntino e camminata per digerire, della quale, vista la consistenza misera dello spuntino, si sarebbe potuto tranquillamente farne a meno.

Così si trascinava Timoteo, poi uno sguardo alla triste area cani sulla parte sinistra della strada, nonostante i padroni dei cani stessi continuassero a farli defecare sulla parte destra, chissà perché, forse per puro gusto di ribellione, poi i suoi occhi vertirono senza preavviso verso la costruzione di un nuovo palazzo, o grattacielo, solo il tempo lo avrebbe stabilito.

Per sentirsi più sicuro si infilò le mani nelle tasche dei suoi jeans color sabbia, e una brezza di leggero vento primaverile spostò leggermente la sua frangia castana a mezza fronte. Non gli diede particolarmente fastidio.

Quantomeno le basette rimanevano dove stavano.

I semafori pedonali dettavano i ritmi della sua marcia, anche se ogni tanto ne bruciava qualcuno.

Quella stagione era incominciata e proseguita in modo un po’ impersonale e prosaico nella vita di Timoteo, vita che contava trenta primavere e una manciata di settimane . Dicevamo di una stagione lasciata un po’ in preda ai venti, come, d’altronde, alcune altre, ormai da qualche tempo.

Non che la sua vita fosse brutta o vuota, o difficile o inutile. Tutt’altro.

Ma forse le responsabilità, forse gli impegni, probabilmente il cerchio di situazioni e condizione createsi all’interno e all’esterno di Timoteo, avevano contribuito al tutto.

E così spesso si ritrovava a passeggiare senza meta, e a vederlo da lontano  pareva quasi danzasse in modo leggiadro e un po’ buffo e distratto, tanto era assorto dai suoi pensieri, a volte leggeri altre consistenti.

Timoteo lavorava ormai da qualche tempo alla biblioteca comunale della sua città, come bibliotecario si intende, ed era anche piuttosto vicino alla sua abitazione.

Otto ore di lavoro al giorno da lunedì a venerdì e qualche volta anche mezza giornata di sabato. Ma spesso e volentieri gli straordinari del week end li lasciava ai suoi colleghi; aveva altro da fare nei fine settimana che rimanere chiuso dove già ci era rimasto nei cinque giorni precedenti.

Avvertiva l’esigenza, o forse ancora più potentemente, la necessità di avere più tempo per sé e per ciò che amava fare; provava il desiderio di sentirsi libero di andare dove voleva, di frequentare chi gli andava, di essere pienamente in sintonia con le voglie del momento.

A volte però, in imbarazzo con sé stesso, rimaneva ore a guardare il soffitto di casa sua, o il vuoto nel cielo, in cerca di che cosa volesse veramente in quell’istante; una risposta concreta non sempre arrivava.

Comunque Timoteo ci metteva della sentita passione nel suo lavoro, davvero era con piacere che le mattine si alzava e le sere andava a dormire, pensando a ciò che era la sua occupazione.

Tuttavia la biblioteca comunale non era un ambiente di feste o party, anche se il venerdì sera era consuetudine un aperitivo tra colleghi, dopo aver lasciato scaffali di libri dell’Ottocento e tavoli di quercia.

L’ambiente era un po’ polveroso, soprattutto gli archivi nei sotterranei, dove Timoteo amava recarsi almeno una volta a settimana, per catalogare libri fuori mercato ma soprattutto per vedere se i piccoli topolini stavano bene. Una scala a chiocciola, situata tra le spalle delle scrivanie degli impiegati e il muro dei bagni, portava ai sotterranei, quasi fossero una cripta. E forse proprio dalle tubature dei servizi igienici, che erano visibili tra le ragnatele dei soffitti a volta in mattoni degli archivi, erano giunti, ormai da almeno sei mesi, la famigliola di roditori.

La biblioteca vera e propria, al piano terreno, aveva pianta rettangolare, con lunghe e lunghe file di armadi e scaffali, rigorosamente in legno di acacia, che contenevano il sapere di numerosissimi libri, che trattavano ogni tipo di argomenti. I libri erano tutti suddivisi accuratamente per genere: romanzi di ogni genere, dallo storico all’horror, dai gialli all’avventura, dal fantastico a quelli d’amore, poi vi erano i classici, con le loro copertine in po’ più rovinate e smunte, e accanto a loro i classici moderni; spostandosi di fila, o vien quasi da dire di filare, metaforicamente parlando, dove la biblioteca è la vigna e ogni libro un acino d’uva, e l’amore per la letteratura l’ottimo vino d’annata che ne scaturisce, si potevano trovare i poemi antichi, poi opere teatrali e in prosa,; vi era il reparto dedicato alle scienze e alla medicina, alla storia,alla geografia, alla religione,all’esoterismo, all’hobbystica, allo sport, alcuni libri di diritto e di legge, e poi manuali, guide turistiche, testi scolastici e libri per bambini, e poi fumettistica e narrativa a non finire.

Ogni sezione era un mondo a sé.

Il visitatore che vi accedeva per la prima volta poteva rimanere sbalordito dalla grandezza della biblioteca, e pensare che alcuni giorni Timoteo si era ritrovato solo lì dentro, e anche dall’enormità del finestrone basculante posto proprio al centro del soffitto dell’edificio, comandato da un’asticella che giungeva sino al pavimento; era la felicità di tutti i bibliotecari nelle giornate primaverili, proprio come questa, perché dall’alto entrava un gradevolissimo alito di aria fresca.

Vi era anche una balconata che percorreva l’intero il perimetro della biblioteca, posta a circa tre metri e mezzo dal pavimento, la metà dell’altezza della costruzione. Su ogni lato della balconata si potevano ammirare, chiusi a chiave in armadi con le ante in vetro, libri particolarmente preziosi, perché di stampa molto antica. Non era assolutamente facile riuscire ad avere l’autorizzazione per averne in prestito.

Ma col passare dei giorni e dei mesi il suo lavoro divenne pian piano fonte di un lieve stress.

Non faceva in tempo ad incominciare la catalogazione di un volume, che già pensava alla successiva.

Spesso aspettava il momento di scendere negli archivi per constatare la condizione di salute dei topolini, ma mentre li scorgeva la sua mente passava ad altri pensieri, a cosa far per cena o alla registrazione a computer dei nuovi soci della biblioteca.

Mentre serviva un cliente, raramente ormai si concentrava sul libro che andava cercando, ma notava i cataloghi fuori posto o le ragnatele sui muri e all’interno degli scaffali.

Voleva terminare la sua momentanea mansione nel più breve tempo possibile, a dispetto della passione che aveva avuto nei primi tempi; fretta che poi spesso lo portava ad avere momenti vuoti e di ozio e irrimediabilmente di noia.

Celava sempre bene comunque il leggero fastidio che provava all’arrivo di un nuovo avventore, che sopraggiungeva in qualsiasi momento, con le sue  richieste.

Verso le undici e mezza di ogni mattina cercava di ritagliarsi una mezz’ora per sé, per rilassarsi, si diceva.

Cosi si recava in una delle comodissime vecchie poltrone in pelle un po’ sgualcita, sparse qua e là tra i meandri della biblioteca. Cercava di sedersi sempre sulla sua preferita, se ancora non era occupata da alcun lettore, situata nell’angolo nordest della struttura, perché era accanto ad un gran finestrone a vetri, dove, quando la giornata era limpida, entrava un gran bel raggio di sole; così aveva la natura che gli illuminava le pagine dei due o tre quotidiani che si accingeva a leggere.

Tuttavia eran sempre più frequenti le occasioni nella quali Timoteo rischizzava in piedi dopo non più di una manciata di minuti; un pensiero, un’idea, un’agitazione o un nuovo progetto gli era frullato nella testa, e non aveva potuto sconfiggerlo, o metterlo da parte, o acquietarlo: doveva eseguirlo, utile o futile, importante o sciocco, bello o brutto, vitale o rimandabile che fosse stato.

Ad esempio, in quel pomeriggio di fine aprile, Timoteo si trovò ad avere le ultime quattro ore pomeridiane molto scarne, lavorativamente parlando; tutte le scadenze e le mansioni urgenti le aveva già portate a termine con lauto anticipo.

Così, al ritorno dalla sua impersonale pausa pranzo, decise di alienarsi un po’ da quello che era il mondo della biblioteca e immergersi dolcemente nei suoi passatempi preferiti: quel giorno optò per una profonda lettura delle pagine sportive, considerando che la sera stessa ci sarebbe stata una partita di calcio che lo avrebbe interessato molto da vicino, visto che giocava la sua squadra, il Siena, e che, oltretutto, aveva intenzione di fare un salto alla sala scommesse, una volta uscito da lavorare.

Era un match importante per la permanenza del Siena in serie A e non retrocedere. Timoteo era tifoso del Siena fin da quando era bambino, nonostante non fosse senese e nemmeno toscano.

La sua passione per quella squadra derivava da una gita che aveva fatto coi suoi genitori quando lui aveva circa sei anni, appunto a Siena; era rimasto talmente ammaliato dalla bellezza di quella città medievale e dalla magia della sua piazza Del Campo, che decise di onorarla con la fede calcistica.

Appena sprofondò nella sua poltrona preferita, che fortunatamente era libera, accavallò placidamente le gambe, annusò l’odore lieve della polvere che era fuoriuscita dall’imbottitura, e vide in controluce i pulviscoli della stessa che si libravano immobili nell’aria. Il suo didietro parve diventare un tutt’uno con la poltrona, inglobato e coccolato com’era; i braccioli gli parevano ali che aiutavano le sue braccia a sorreggersi e tenere innalzato il giornale sportivo.

Incominciò a leggere.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Stefano Longhi
Nato a Milano nel 1982.
Dopo il diploma come perito ho svolto molteplici lavori, spaziando in svariati ambiti. La cosa che più mi diverte è viaggiare e stare con persone vere a farsi un drink.
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