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Correcaminos

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Consegna prevista dicembre 2019

Sardegna, anno 2015, Giulio, la voce narrante del libro, è un ex calciatore dilettante che si ritrova sotto l’arco di partenza di una piccola gara di paese per tener fede a una scommessa fatta con se stesso. Ancora non sa di essere entrato nel tunnel delle gare amatoriali, dal quale risulterà oltremodo complicato trovare la via d’uscita, ancora non sa che lungo il cammino in quel tunnel gli capiterà di incontrare personaggi straordinari, come la più grande atleta sarda di tutti i tempi, che diventerà una sua ossessione e una sorta di guida spirituale; ancora non sa che si ammalerà della sindrome di Wile E. Coyote cercando di prendere il suo amico-rivale, il formidabile Claudio Solla da Uta.

 

Perchè hai scritto questo libro?

Questa è una domanda che mi mette sempre in grande difficoltà, la considero per certi versi troppo “intima”, potrei solo dire che ho scritto questo libro per lo stesso motivo per il quale ho scritto gli altri quattro: per legittima difesa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Scrivere un libro è un po' come correre una maratona, la motivazione in sostanza è della stessa natura: uno stimolo interiore silenzioso e preciso, che non cerca conferma in un giudizio esterno.
(Murakami Haruki)

Prefazione

Ieri sera ho finito di leggere “L’arte di correre” dello scrittore maratoneta Haruki Murakami. Erano diversi mesi che mi dibattevo tra l’idea di leggerlo e quella di ignorarlo completamente. Siccome avevo da tempo in testa l’idea di scrivere anch’io un libro sulla corsa, temevo che leggerlo mi avrebbe influenzato, temevo che mi sarebbe piaciuto troppo e sarei caduto in depressione, come mi capita ogni volta che leggo pagine che toccano picchi di bellezza esagerata che io non potrò mai raggiungere. Temevo anche che Murakami avrebbe potuto rubarmi delle idee.

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Be’, certo, qualche pignolo potrà obiettare, non a torto, che rubarmi delle idee gli sarebbe stato impossibile, per una questione puramente cronologica, dato che lui il suo libro lo ha scritto tra il 2005 e il 2006 mentre io ho cominciato a pensarci solamente una decina di anni dopo. Mettiamo però che leggendo il libro io avessi trovato delle tracce di idee avute spontaneamente nei mesi precedenti alla lettura, mettiamo che nella mia testa io abbia formulato delle frasi sulla corsa e poi avessi ritrovato quelle stesse frasi nel libro di Murakami!!! Chi mai avrebbe potuto dar credito all’originalità delle mie intuizioni?
Alla fine ho letto quel libro, per togliermi il dubbio.
Che sollievo scoprire che in quelle pagine non c’era traccia della “Marcialonga del carciofo” di Samassi, nessun accenno ai sentieri che circondano il paese di Bauladu, nessuna menzione dei ponti che attraversano il Riu Mannu di Gonnostramatza o dei muretti a secco di Scerì a Ilbono, niente sulla salita che porta a Cea, nessun aneddoto incentrato su un topo o su un pollo arrostito.
Il libro contiene un resoconto piuttosto dettagliato di una scontata maratona di New York, preparata seguendo la pista che costeggia il Fiume Charles a Cambridge, nel Massachusetts. Contiene una esotica partecipazione a una gara di triathlon a Honolulu e un'eccentrica corsa in solitario da Atene alla città di Maratona, seguendo il percorso inverso del celebre Eùcle (o Filippide che fosse). Nel libro Murakami parla di sé, delle sue paure, di come sia riuscito a sconfiggerle e di quanto la corsa abbia influito per la sua crescita interiore.
Devo dire che il libro un pochino mi è piaciuto, ma non così tanto da farmi cadere in depressione.
Forse la verità è che quel libro l’ho letto perché credevo che contenesse un qualche segreto per farmi correre più veloce, o perché mi dicesse qualcosa sulla corsa che ancora non sapevo.
Così non è stato.
Il taglio che ho voluto dare al mio libro è molto differente da quello che Murakami ha utilizzato per il suo. In realtà il libro che avevo in mente di scrivere io, non avrebbe dovuto parlare solamente della corsa. Il libro che avevo in mente avrebbe dovuto affrontare il tema dello sport in generale, e avrei voluto fare un parallelo tra la corsa e il calcio, lo sport che ho praticato assiduamente per più di vent’anni. Poi, quando ho iniziato a scriverlo, sono successe tante cose e il libro ha preso una piega diversa da ciò che avevo in testa. La verità è che non avevo idea di ciò che avrei scritto, come mi capita ogni volta che mi prende quella strana e perversa smania di battere i tasti del mio PC.
Alla fine credo sia venuto fuori un libro che parla delle cose che ci piacciono e che con il passare degli anni non possiamo fare più. Ho la sensazione che ne sia venuto fuori un libro, per così dire, nostalgico.
L’idea di questo libro ha cominciato a germogliare nella primavera del 2015, quando mi ruppi il ginocchio. Avevo davanti a me la prospettiva di un futuro senza calcio giocato, mi sentivo profondamente triste, e anche se cercavo di mascherare la tristezza, Betti, la mia compagna di vita, la percepiva e cercava in tutti i modi di alleviarla.
Lei che combatteva da vent’anni una durissima battaglia contro la sclerosi multipla, lei che ormai non riusciva più a camminare senza l’aiuto di una stampella, lei che aveva in continuazione lo spettro di una sedia a rotelle che tormentava i suoi pensieri, consolava me, perché forse non avrei potuto più dare calci a una stupida palla.
La situazione era paradossale.
Il ginocchio necessitava di un intervento chirurgico per poter riprendere l’attività agonistica, ma io scelsi di non operarmi. Quando il dolore passò, cominciai a correre e feci una scoperta interessante. Non potevo più fare quei bruschi movimenti laterali che richiede il gioco del calcio, ma se andavo dritto non sentivo alcun fastidio.
Ho quindi iniziato a correre con assiduità, per dimostrare a me stesso, se mai ce ne fosse stato bisogno, che una vita senza calcio era possibile. Le mie condizioni fisiche erano cambiate e io dovevo semplicemente adattarmi al cambiamento. Speravo che ciò servisse come ispirazione per Betti, affinché anche lei cercasse di adattarsi al meglio alla nuova condizione.
Ho iniziato a correre seriamente nella caldissima estate del 2015, e nel settembre di quello stesso anno ho cominciato a fare delle piccole gare di paese. Nel momento in cui ho iniziato a gareggiare è nata la scintilla per il libro.
Per tirarlo su mi è venuto in soccorso Giulio, il protagonista dei miei primi tre libri: L’estate che leggevo Kafka, Noie al motore e Palloni smarriti nei cespugli. Questi tre libri son nati da episodi autobiografici, ma siccome le mie esperienze autobiografiche non erano poi così interessanti da raccontare, Giulio mi ha sempre dato la libertà di spaziare senza pensieri, per sentieri che non avrei potuto battere scrivendo come Maurizio.
La cosa bella di quando indosso i panni di Giulio è che lui se ne frega di quello che potrebbe pensare il potenziale lettore delle pagine che scrive. Lui va dritto per la sua strada, scrive di getto ciò che gli passa per la testa.
Per scrivere il libro ho pensato di fare esperienza sul campo. Ho pensato di adottare una sorta di metodo stanislavskij applicato alla letteratura. Come quegli attori che per entrare nella parte si immedesimano nel personaggio anche nella vita reale, io ho pensato di immedesimarmi in un runner, di correre per un anno intero, di partecipare a delle gare e provare a raccontarle con gli occhi di Giulio, il mio alter ego.
L’idea in principio mi era parsa buona, ma la sua applicazione comportava diversi ostacoli. Primo fra tutti, la noia.
Sì, occorre ammettere che fare i resoconti delle proprie gare e riuscire a renderle, in qualche modo, accattivanti, non è proprio un'attività semplice, se non sei Dino Buzzati. Però la cosa che più mi preoccupava era il fatto di non divertirmi nello scriverle. Già alla terza gara avevo perso l’entusiasmo iniziale per il mio progetto.
Il calo di entusiasmo forse era dovuto dall'aver scoperto la tremenda fatica degli allenamenti, o era forse una conseguenza degli scarsi risultati ottenuti in gara, comunque sia, nella mia quarta gara ho fatto un incontro che ha cambiato lo stato delle cose. In un paese del Campidano, nella gara di Samassi, ho conosciuto per caso Claudia Pinna, una delle atlete sarde più grandi di sempre: forse la più grande di tutte poichè è l’atleta che detiene i primati regionali sulle distanze dei 3000 m, 5000 m, 10000 m, mezza maratona e maratona. Mai nessuna atleta sarda è stata più veloce di lei su queste distanze.
Dal giorno di quell’incontro ho ritrovato l’entusiasmo che avevo perduto, da quel giorno ho cominciato a sorridere mentre scrivevo, ho cominciato a divertirmi nel buttare giù le pagine, a sentire la pelle d'oca. Sì, questo libro l'ho scritto con la pelle d'oca. È stato per me emozionante.
Avere in segreto uno stimolo dentro di sé è una cosa importante e preziosa, perciò, da quel giorno, Claudia è diventata la mia “lepre immaginaria”. Tutti gli allenamenti e le mie gare avevano l’obiettivo di ridurre il divario tra le mie prestazioni e le sue. Chiaramente quello da me prefissato era un obiettivo fuori dalla mia portata, ma avevo bisogno di qualcosa su cui concentrare i miei sforzi.
Nella mia testa, ingenuamente, pensavo che i miei miglioramenti in gara sarebbero stati direttamente proporzionali con un miglioramento della salute di Betti. Ma, chiaramente, non è così che funziona.
Nel momento in cui ho cominciato a scrivere questa prefazione il libro non era ancora stato assemblato. Per terminare la sua stesura mi occorreva in qualche modo una sorta di giustificazione per quello che andavo a fare. Forse è proprio questo, lo scopo di questa specie di prefazione un po’ confusa: giustificare il fatto di aver messo un insieme di parole una appresso all’altra.
Gesualdo Bufalino diceva che si scrive per guarire sé stessi, per sfogarsi, per lavarsi il cuore. Si scrive per dialogare anche con un lettore sconosciuto. Bufalino riteneva che senza memoria non si possa scrivere un libro, che l'uomo sia nessuno senza memoria. Diceva di essere un collezionista di ricordi e che la realtà e la finzione sono due facce intercambiabili della vita e della letteratura. Per lui ogni sguardo dello scrittore diventa visione, e viceversa: ogni visione diventa uno sguardo. In sostanza è la vita che si trasforma in sogno e il sogno che si trasforma in vita, così come avviene per la memoria. In fondo la realtà è così sfuggente ed effimera e non esiste l'attimo in sé, ma esiste l'attimo nel momento in cui è già passato.
In questo libro io non ho fatto altro che collezionare degli attimi che hanno in qualche modo catturato la mia attenzione.
Ma non dovrei affannarmi nel cercare una qualche giustificazione. Forse ha ragione Murakami quando dice che scrivere un libro è un po' come correre una maratona, che la motivazione è della stessa natura: uno stimolo interiore silenzioso e preciso, che non cerca conferma in un giudizio esterno.

(maggio 2016, in un pomeriggio ventoso, mentre sorseggio un thè)

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Maurizio Lepori
Maurizio Lepori nasce nel 1974 a Bitti, paese del centro Sardegna. Nel 2004 partecipa al concorso Scrivere e viaggiare con il racconto dal titolo "La partenza" classificandosi al 4° posto. Nel 2005 scrive "L'estate che leggevo Kafka", con il quale nel 2005 e nel 2006 vince due concorsi letterari a Firenze e Lucca. Nel 2007 sviluppa il racconto e ne fa un romanzo. Nel 2010 pubblica "Noie al motore", breve raccolta di racconti.
Ha praticato il calcio per 22 stagioni, 14 delle quali con la Pol Villagrande, e da questa esperienza sono nati due libri: "Palloni smarriti nei cespugli" e "Ciao Za!". Dal 2012 al 2016, in compagnia di un amico musicista, ha portato in giro un reading musicale tratto dai suoi libri.
"Correcaminos" è il suo quinto libro. Ogni volta che ne scrive uno lo fa promettendo a se stesso che sarà l'ultimo: non è molto bravo a mantenere le promesse.

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