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Correcaminos

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Dopo una gioventù passata sui campi di calcio, da qualche tempo Giulio ha appeso gli scarpini al chiodo per indossare delle morbide scarpe da runner. Ormai per lui il tempo è scandito dagli allenamenti fra una gara amatoriale e l’altra, al continuo inseguimento del ritmo migliore, della postura corretta e, soprattutto, del corridore davanti a lui.
Una rete di percorsi nella natura sarda e di rapporti con gli altri atleti, fra amicizia, ammirazione e competizione.
Una rapsodia di sfide e confronti, di passi e sudore, di orgoglio e fatica dove, come per Wile E. Coyote, il traguardo sembra non arrivare mai.

PROLOGO
Con la testa la preparavo da più di un anno, da quando nell’agosto del 2014 un’amica mi aveva segnalato la prima edizione della Mezza Maratona d’Ogliastra. L’aveva fatto perché conosceva bene la mia passione per la corsa, passione che per anni avevo messo a frutto (o forse represso) nei campi da calcio.
La mia amica però non sapeva che, in fatto di benessere fisico, l’anno 2014 non era stato per me uno dei migliori. Proprio nel mese di agosto, quando mi parlò di quella gara, ero ridotto a una specie di rottame umano per via di una fastidiosa infiammazione a varie articolazioni del corpo che mi tormentava dal mese di marzo. Non mi addentrerò nei dettagli del problema, dirò solo che in quel periodo per me era diventato impossibile anche solo aprire una scatoletta di tonno, o piantare un ombrellone. Polsi, gomiti e dita erano le parti maggiormente colpite dall’infiammazione, insieme alle piante dei piedi. Per diversi mesi ho zoppicato con difficoltà, trascinandomi a fatica per svolgere anche le più semplici faccende quotidiane.Continua a leggere
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Chi mi conosce magari dirà che ad aprire le scatolette di tonno non ci sono mai riuscito, ma la verità è che in quei giorni me la sono fatta sotto e che per alcuni mesi ho realmente temuto di non riuscire a riprendere la piena funzionalità del mio corpo.
Betti, la mia compagna, che già da qualche anno aveva seri problemi di deambulazione, in quel periodo mi andava ripetendo, in tono scherzoso, che avrei dovuto saperlo che chi va con lo zoppo, prima o poi, impara a zoppicare.
Comunque sia, quando la mia amica mi propose di iscrivermi alla Mezza Maratona d’Ogliastra del 2014, risposi che al momento non potevo partecipare, ma che se l’anno successivo mi fossi ripreso dai miei acciacchi l’avrei fatto di sicuro.
In realtà mi spinsi un pochino oltre di un semplice buon proposito e giurai a me stesso che se fossi guarito avrei senza dubbio gareggiato. Feci un po’ come quei soldati che in trincea ritrovano improvvisamente la fede nel Nostro Signore e giurano che se riporteranno la pelle a casa righeranno dritti, andranno a messa ogni domenica e si occuperanno degli orfanelli abbandonati. Io me l’ero cavata con molto meno.
Proprio nel settembre 2014, mese della mezza maratona in questione, l’infiammazione toccò il picco più alto; poi, pian piano, cominciò a regredire. Non che io abbia cercato in qualche modo di agevolare il recupero. Riguardo alle cure sanitarie ho sempre cercato di seguire i dettami di nonna Pira, che in vita sua si è sempre tenuta alla larga da medici e ospedali.
Più volte, nel corso di quel periodo, avevo pensato di fare uno strappo alla regola e sottopormi a delle analisi approfondite per capire la natura del mio problema, ma ogni volta che ciò accadeva pensavo a mia nonna e a cosa avrebbe fatto lei in quella situazione. In certi momenti avevo cercato di richiamare alla mente tutti quei rimedi tradizionali, frutto dell’antica saggezza contadina, quei classici rimedi della nonna, appunto, che ognuna propina ai propri nipoti.
“Buffadìe abba cun thùccuru!” Mi veniva in mente solo questa frase. Nonna aveva sempre creduto nelle grandi proprietà curative dello zucchero disciolto nell’acqua, perciò lo consigliava a ogni piè sospinto, per fronteggiare qualsiasi tipo di malessere o indisposizione fisica. Sosteneva inoltre che l’efficacia di tale rimedio sarebbe stata maggiore se abbinata a delle quotidiane sedute di rosario.
Fu dura per me assistere all’inizio dei campionati di calcio dilettantistici senza avere una maglietta da indossare, ma il recupero richiedeva tempo.
Quando nel gennaio 2015 i dolori scomparvero quasi del tutto, trovai una squadra disposta a tesserarmi e accantonai completamente il mio buon proposito di prendere parte alla Mezza Maratona d’Ogliastra 2015.
Accadde tutto in maniera improvvisa. Ricordo che era passato il Capodanno e che avevo da alcuni giorni cominciato a corricchiare attorno al parco del colle San Michele, così, giusto per riprendere confidenza con le mie giunture arrugginite e per fare un po’ di fiato in prospettiva di un possibile ritorno in campo.
Avevo deciso di prendermela con calma, molta calma. Non avevo nessuna fretta, perché l’esperienza maturata nel corso degli anni mi aveva reso saggio, perciò sapevo bene che nei casi di problemi muscolari la fretta è una cattiva consigliera. La muscolatura, intirizzita dal lungo periodo di inattività, necessita di tempo per riacquistare la sua solita tonicità, e riprendere di botto l’attività agonistica avrebbe comportato una crescita esponenziale del rischio di nuovi infortuni.
Sciorinai questa tiritera anche al mio amico Tobia, quando mi chiamò per chiedermi se mi andasse di dargli una mano e giocare nel Colovra, squadra che aveva iniziato ad allenare proprio quell’anno.
«Dai Giulio, mi serve uno con le tue caratteristiche, la squadra è giovane e ha bisogno di qualcuno che metta ordine a centrocampo.»
«Tobi’, si potrebbe anche fare, ma ho bisogno di almeno due mesi per rimettermi in sesto e riprendere il passo gara.»
Esatto, avevo bisogno di tempo, eppure la domenica successiva, in un sonnolento pomeriggio di tiepido sole invernale, mi ritrovai nella panchina del Colovra accanto a Tobia, con la maglia numero 14 di Joan Crujif sulle spalle, a godermi, da una posizione privilegiata, una partita di orrido calcio provinciale.
Sapevo che avrei dovuto dire di no alle richieste di Tobia, invece dissi sì. Non seppi resistere alle sue lusinghe e caddi dall’albero come una pera matura. Aveva ragione il tizio che disse che è l’adulazione a ungere le ruote del mondo.
Io sapevo di non essere il leader che il Colovra andava cercando, sapevo che il mio arrivo non avrebbe portato la squadra a fare quel salto di qualità del quale Tobia mi aveva parlato nella sua telefonata fiume, e sospettavo anche che il mister non fosse del tutto sincero quando mi diceva che avrei meritato di esibirmi in palcoscenici calcistici ben più importanti di quelli da me calcati fino ad allora.
Avevo però finto di credere a tutto ciò che andava dicendo, anche se sapevo che il reale motivo della sua chiamata era dovuto al fatto che la stagione della caccia stesse entrando nel vivo e che molti dei giocatori del Colovra non fossero riusciti a resistere al richiamo della carabina.
Nei paesi di montagna come il mio, la duplice passione per calcio e caccia è un fenomeno molto diffuso che la domenica mattina pone i soggetti che ne sono colpiti di fronte a una dolorosa scelta: levataccia prima dell’alba per seguire impervi sentieri in cerca di selvaggina o sveglia tardi e capatina pomeridiana al campo sportivo?
A Temi molto spesso la passione per la caccia supera quella per il calcio, così Tobia andava in giro a cercare giocatori, o qualcosa che assomigliasse loro.
Il Colovra quell’anno navigava nel fondo della classifica di un infernale girone di terza categoria.
La partita alla quale presi parte quel giorno era piuttosto tesa, perché da troppo tempo non se ne vinceva una, e conteneva in sé tutti gli elementi che mi avevano fatto innamorare del calcio. La panchina era poco affollata, è vero, ma si respirava un’aria allegra, con Cesare, dirigente tuttofare, che fumava a tutto spiano e dispensava serenamente sigarette ai giocatori che gliene facevano richiesta, sostenendo che non facevano male, se fumate una per volta.
E poi c’era mister Tobia, che trattava i giocatori come fossero suoi fratelli più piccoli, cercando di infondere loro la grinta e la carica agonistica che ancora gli ribollivano dentro, avendo lui appeso le scarpe al chiodo da appena ventidue anni.
Mister Tobia aveva il grande pregio di riuscire sempre a mettere benissimo i giocatori in campo; il guaio era che, come diceva un celebre allenatore argentino, poi questi cominciavano a muoversi e rovinavano tutto.
I ventidue non riuscivano a fare più di due passaggi consecutivi, vagavano per il campo come capre senza meta, sbagliavano quasi sempre anche gli stop più elementari, urlando tra loro frasi vietate ai minori. Guardandoli io domandavo a me stesso il perché della mia presenza in quei paraggi e non riuscivo a trovare una risposta plausibile. La partita era di una noia mortale.
Alla fine del primo tempo però successe qualcosa. L’Oniferese – la squadra rivale – prese fiducia e sfiorò più volte il goal del pareggio. Una punizione in particolare, calciata dai venticinque metri, fece gridare al goal i nostri avversari, ma l’urlo gli si strozzò in gola.
La palla calciata dal loro numero dieci passò tra una selva di gambe, rimbalzò su un ginocchio e si arenò in una pozzanghera, proprio fra i piedi del loro centravanti che si ritrovò quindi libero di calciare, a soli due metri dalla linea di porta. Il centravanti calciò benissimo, e fu in quel momento che salirono alte al cielo le urla di gioia della loro panchina. Ma quei panchinari avevano fatto i conti senza Manuelito, il nostro portiere, che si lanciò alla sua destra con un’agilità che nessuno si aspettava da uno che pesa almeno cento chili e che in un pacchetto di mischia del rugby avrebbe tranquillamente potuto ricoprire il ruolo di pilone.
Manuelito si lanciò e smanacciò via con prepotenza una palla destinata irrimediabilmente a gonfiare la rete. Non fu una parata d’istinto, una di quelle che si dice i portieri facciano tutte le volte che stanno fermi e la palla sbatte loro addosso, e loro si rialzano urlando parolacce ai difensori e prendendosi meriti non propri. No, quella parata fu frutto di un mirabile riflesso, di un’intuizione geniale. Lui percepì, non si sa come, dove sarebbe andata a finire, e partì con quella frazione di secondo d’anticipo che gli permise di far arrivare i suoi guantoni puntuali all’appuntamento. Non so davvero quanti portieri, anche di categoria superiore e più prestanti fisicamente, sarebbero riusciti a prenderla, quella palla. Ma in quel momento in porta c’era lui, Manuelito, con i suoi cento chili di morbidezza, e fu lui a compiere quel piccolo prodigio.
«Bette parata!» sentenziò una voce dal tono rassegnato, proveniente dalla panchina avversaria.
A parte quello, la partita si trascinò comunque stancamente verso la conclusione, gli sbadigli aumentarono e con loro il tasso di nicotina nell’aria circostante la nostra panchina. Mister Tobia sentì però che gli avversari stavano crescendo e pensò di porvi rimedio.
Distrattamente si voltò verso la panchina, diede una rapida occhiata e scosse la testa, come a scacciare qualche cattivo pensiero, come se si fosse accorto solo in quell’istante di chi stava seduto accanto a lui. Mentre cercava di decidere se apportare o meno un cambio, gli avversari fecero due goal nel giro di tre minuti.
Fu nel momento che la palla veniva riposizionata a centrocampo, mentre la squadra avversaria si apprestava ad aggredirci, sfruttando la scia di entusiasmo generata dalla rete del vantaggio; fu in quel momento che Tobia richiese il mio intervento.
La mia discesa in campo non era prevista. Eravamo entrambi d’accordo che sarei sceso in panchina solo per respirare l’aria del campo, sapevamo che mi occorrevano ancora un paio di mesi per riprendere il ritmo gara, ma quella che avevamo davanti era una situazione eccezionale. In fondo è proprio in momenti come questi che nascono le imprese epiche dello sport. Un giocatore dal talento mai espresso al massimo del suo potenziale, costretto a lunghi mesi di inattività a causa di una fastidiosa infiammazione alle varie articolazioni, medita il ritiro dal calcio giocato e, quando tutto sembra perduto, arriva la partita della svolta, il quarto d’ora finale di un incontro che entrerà di diritto negli annali del calcio parlato nei bar del paese. Avevo già in testa la trama di un racconto da buttar giù, in seguito avrei lavorato a una sceneggiatura dalla quale sarebbe venuto fuori un film di sicuro successo, e magari, chissà, anche una pièce teatrale.
Quando spensi la sigaretta e cominciai un brevissimo riscaldamento fui pervaso da una gioia incomprensibile, come quella del bambino che fa ritorno al parco giochi dopo una lunga punizione. Non giocavo una partita da più di un anno ormai, ero quindi molto emozionato al momento del mio ingresso, ma anche molto determinato.
Non pensai ad altro che a dare il meglio di me, entrai nel terreno di gioco con uno spirito battagliero che mai avevo provato in vita mia. Ero deciso a spaccare tutto.
L’unica cosa che spaccai fu il mio ginocchio: al primo scatto, incespicando in una buca, dopo neanche un minuto dal mio ingresso, senza neppure aver visto passare la palla dalle mie parti. Crack!
Fui immediatamente trasportato in panchina dove mi vennero prestate le cure del caso, consistenti in una mezza bottiglia d’acqua gelata versata sul ginocchio dolorante. Pur soffrendo come un cane decisi di rimanere in panchina per dare un segno di vicinanza alla squadra. Cesare mi accese prontamente una sigaretta e mi passò una lattina di birra gelida, recapitata prontamente dai quattro tifosi presenti che si scaldavano attorno a un piccolo falò improvvisato.
Nel momento in cui tirai giù il primo sorso di birra, nella vana speranza di lenire il dolore, mi tornò in mente la Mezza Maratona d’Ogliastra.
In realtà non è che mi fossi scordato della mia promessa di correrla. Avevo semplicemente fatto come quei soldati che una volta riportata la pelle a casa se ne sbattono degli orfanelli e di tutte le buone azioni che avevano promesso di mettere in atto al loro rientro.
Posso quindi dire che la rottura del ginocchio sia stata per me una fortuna, perché mi ha permesso di mettere da parte il calcio, concentrare la mia attenzione solo sulla corsa e poter quindi mettere in atto il mio buon proposito.

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Maurizio Lepori
è nato nel 1974 a Bitti, paese del centro Sardegna. Fa il
suo esordio letterario nel 2007 con il romanzo L’estate che leggevo Kafka,
sviluppo di un racconto vincitore di due concorsi letterari a Lucca e Firenze.
Correcaminos è il suo quinto libro, dopo Noie al motore, Palloni smarriti nei
cespugli e Ciao Za’. Ogni volta che ne scrive uno promette a se stesso che
sarà l’ultimo, ma non è molto bravo a mantenere le promesse.
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