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Cose nostre – La rivelazione

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Francesco Treolo ha lasciato la Calabria e si è rifatto una vita in Toscana. Un giorno, una telefonata di Zio Pietro, il capofamiglia, lo fa correre incontro al passato, verso tutti quei meccanismi da cui si era messo in fuga. In treno ripensa a storie di sangue, faide familiari, fuitine consumate in piena libertà di costumi: tornare alle origini è stata la scelta giusta?
Nel frattempo, in Argentina, Giovanna sta perdendo un padre che non ha mai amato. Senza niente da perdere, quando trova una lettera della nonna parte per cercarla. Destinazione: Calabria.
Cose Nostre, cose del Sud: due saghe familiari s’intrecciano nel cuore dell’Italia, un muscolo cardiaco malato.

Perché ho scritto questo libro?

Per dare una risposta ai miei figli, affamati di notizie che raccontassero il mondo della mia infanzia: gli anni Sessanta nel profondo Sud. L’ho fatto richiamando ricordi vissuti, storie raccontate da mio padre e dagli anziani del posto. Man mano che scrivevo diventava sempre più chiaro come quel costume di vita fosse completamente scomparso. Inghiottito da una modernità che aveva fatto abbandonare il dialetto per un cattivo italiano dialettato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Francesco Treolo stava tornando in Calabria pervaso da una inusuale inquietudine per il fatto di essere stato quasi obbligato a fare quel viaggio. Viaggiava in treno contro la volontà dei figli e della moglie che pensavano si sarebbe stancato visto il tempo di percorrenza necessario per raggiungere la destinazione.

<Prendi l’aereo fino a Lamezia, poi vai a Reggio col treno oppure noleggi un’auto che ti permetterà di raggiungere direttamente il paese> gli avevano ribadito più volte.

Non c’era stata ragione di convincerlo. Aveva già deciso di andare in treno nel momento stesso in cui si era convinto di partire e così fece.

Fu una scelta priva di condizionamenti e senza un apparente motivo. Erano più o meno trent’anni che non percorreva quel tratto ferroviario essendosi adattato alle variazioni di abitudini di viaggiare degli italiani. Ormai spostarsi in macchina o prendere un aereo non era più un evento da ricchi. Le compagnie aeree proponevano offerte economiche vantaggiosissime.

Non si pentì della scelta anche se si trattò di un viaggio lungo e vissuto con una incancellabile agitazione interiore.

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Un viaggio talmente lungo che avrebbe lasciato a chiunque il tempo di riflettere sul proprio vissuto e non solo su una parte di esso come invece accadde a Francesco.

In testa girava come una trottola la telefonata ricevuta alcuni giorni prima dalla Calabria. Apparentemente senza senso, l’aveva turbato nel suo intimo e creato un’inquietudine in tutto il corpo, tale da non riuscire a nasconderla neanche alla moglie.

Quel maledetto giorno era in studio, intento a riflettere su una perizia che stava completando, quando squillò il cellulare. Saranno state le cinque del pomeriggio. In sovraimpressione sul display era apparsa la scritta –sconosciuto-. Di solito non rispondeva ai numeri ignoti ma quella volta, senza un plausibile motivo, aveva attivato la ricezione.

<Cicciu, sugnu u zi Petru. Staiu murendu, ma prima ti vogghiu vidiri pirchì ndaiu nu rigalu pi tia>. La voce che proveniva dall’altro capo del telefono era stanca e Francesco la percepiva come un rantolo. A sentire il nome collegò immediatamente quell’uomo al suo passato e cercò istintivamente di ricordare i fatti che lo coinvolgevano. Sul momento ebbe un turbamento, un senso di paura, ma si riprese subito e rispose con un tono meravigliato. <Zio Pietro! …come state? È tanto che non ci sentiamo>. Inconsciamente aveva dato del Voi a quell’uomo, com’era uso ai suoi tempi al paese.

<È na vita chi non ndi sintimu. Staiu mali, u cancru mi sta mangiandu vivu, ma ti vogghiu dare na cosa chi t’apparteni. Ti spettu, venimi a truvari, ma fai prestu perchì u tempu è pocu …salutimi a to mugghieri e i to du figghi> e staccò il telefono senza attendere risposta. Dando per certo che Ciccio sarebbe andato a trovarlo.

Francesco era rimasto ammutolito e con il telefono in mano rifletteva sulle parole appena ascoltate: apparentemente cordiali, nascondevano una minaccia. Pensò che quell’uomo stesse farneticando. Non poteva avere nulla di suo e non avevano niente da dirsi. Di questo Francesco, riflettendoci bene, ne era sicuro. <È proprio così> si disse e chiuse gli occhi tirando indietro la testa. Quell’atto aveva inconsciamente risvegliato vecchi ricordi rendendoli più vivi. Presto gli venne in mente un episodio e subito dopo si rese conto che non poteva cancellare quella telefonata e far finta di nulla. Pietro Condello era uno ‘ndranghetista, anzi le voci lo avevano sempre indicato come il capo dell’Onorata Società della zona e per questo era conosciuto e con rispetto chiamato Zi’ Petru.

Perché si interessava di lui? E proprio ora che stava morendo?

Francesco rifletté bene e pur volendo scacciare quanto gli tornava in mente, alla fine si convinse che uno solo poteva essere il motivo: i fatti del torrente Lardaria. Nel tempo li aveva spinti nel più profondo della sua anima e aveva imposto alla sua mente di cancellarli. Ora si accorgeva che non erano stati per niente eliminati ma anzi custoditi a futura memoria.

Ripeté a sé stesso e lo fece a voce alta per dare più vigore a quanto stava pensando <Non mi sogno minimamente di andare in Calabria e poi per che cosa? Per vedere un malavitoso assassino?>

Però non era tranquillo. Ricordava i tanti aneddoti narrati su quell’uomo e la sua intimidazione, sotto forma di una garbata richiesta, non era da sottovalutare. Incominciò prima ad essere soverchiato da una certa agitazione e poi ad avere timore, non per sé, ma per la sua famiglia. Ad un certo punto gli venne spontaneo chiedersi <Come diavolo avrà fatto ad avere il mio numero di cellulare?>

Dalla flebilità della voce gli era parso che l’uomo stesse veramente male. Però era anche conscio che una persona con i suoi precedenti non aveva bisogno di essere in forza per colpire: bastava dare un ordine.

Malediceva la sua origine e l’essere nato in quella terra dove la legge spesso non era quella della giustizia, ma della delinquenza organizzata. Era andato lontano apposta, per costruirsi un futuro migliore e non farsi coinvolgere in quella cultura ‘ndranghetista e c’era riuscito. Ora il passato tornava a riprenderlo e cosa avrebbe fatto di lui non lo immaginava minimamente.

Con lo sguardo perso nel vuoto e la fronte corrugata rifletteva soffermandosi sulla frase –Salutimi a to mugghieri e i to du figghi– E la ripeteva tra sé una …due …dieci volte. E si preoccupò ancora di più. <Che cosa ne sapeva zio Pietro di sua moglie e come faceva a sapere che aveva anche due figli?>

Un momento si convinceva che era meglio dimenticare quella brutta storia e lasciare che la malattia togliesse dalla faccia della terra quel delinquente. Però l’attimo dopo era portato a persuadersi che una tale decisione non era quella giusta anche perché ignorava il tempo di attesa. Allora cercò di trovare delle spiegazioni che legittimassero l’idea di lasciar fare al destino, però senza risultati concreti. Pensò anche di andare dai carabinieri e denunciare i fatti di un tempo, ma si domandò quasi subito che cosa doveva segnalare. <Parlo di un omicidio di cinquant’anni fa e di un morto senza nome di cui nessuno ha denunciato la scomparsa? Accuso un vecchio moribondo che mi vuole vedere perché mi vuole restituire qualcosa di mio? …>

Si mise quasi subito a letto con la speranza di addormentarsi presto e di svegliarsi la mattina senza quei pensieri per la testa: magari nell’illusione che li avesse vissuti dentro un sogno. Non fu così. Quella notte non ebbe pace. Nella testa risuonavano i toc-toc dello scalpitio del cavallo. Gli stessi sentiti al torrente Lardaria cinquant’anni prima.

Al mattino, di tutti quegli strani pensieri e paure non disse nulla alla moglie e neppure le dette una spiegazione capace di giustificare un viaggio così frettolosamente organizzato in un posto tanto lontano, anche se si trattava del suo paese. Tanto più che era prossimo il Natale e che trascorrerlo tutti insieme in famiglia era una regola mai infranta fino a quel momento.

Disse semplicemente <un lontano parente sta morendo e vuole vedermi. Non posso negarmi a uno in fin di vita …Silvia devo andare in Calabria …al paese>.

Né la moglie e neanche i figli insistettero per dissuaderlo, pur considerando strana quella decisione. Sapevano che avrebbe comunque fatto di testa sua.

Gli stessi incubi si presentarono la notte successiva e anche quella dopo e dopo ancora. Solo allora accennò alla moglie della telefonata e, senza scendere in particolari, le parlò di una vecchia storia che, ritornata alla memoria, lo stava angosciando. Concluse il racconto con la convinzione che quel viaggio doveva farlo e al più presto. Sicuramente prima di Natale.

In un primo momento aveva anche considerato di fare tutto in un paio di giorni al massimo: viaggio aereo da Pisa a Lamezia Terme …un salto al paese per l’incontro con zio Pietro e immediato ritorno per la stessa tratta aerea. Poi invece prese corpo nella sua mente l’idea di viaggiare in treno, come trent’anni prima. La giustificazione che gli venne in mente fu che così avrebbe allontanato il momento dell’incontro. Però dentro sé sapeva che quella scelta toccava ricordi mai sopiti che avevano a che fare con quanto si portava dentro del suo paese, con quello che era stato il suo passato e con quello che aveva amato di quei posti.

La moglie e i figli cercarono almeno di convincerlo a prendere l’aereo, ma Francesco aveva già deciso e non ci fu nulla da fare.

Il treno si era lasciato alle spalle la stazione di Pisa Centrale da poco e Francesco avrebbe dovuto viaggiare per circa tredici ore prima di arrivare alla stazione di Reggio Calabria. Contro ogni sua volontà la mente, invece di riposarsi, cominciò prima ad agitarsi rimescolando ricordi confusi e poi si mise a correre indietro nel tempo come se stesse riavvolgendo al contrario i fotogrammi di una pellicola già proiettata.

Quando il rotolo della sua vita si era riavvolto tutto fino ai primi ricordi, iniziò subito a srotolarsi proiettando le immagini nella sua testa dove uno schermo gigante le rendeva nitide e luminose.

Ebbe subito la sensazione di stare vivendo un incubo.

…… Stava imbrunendo e il sole si avviava a sparire dal riquadro del vetro della finestra di camera. In quel mese di novembre del 2010 gli ultimi raggi solari lambivano i piedi del letto e macchiavano quel tratto del copriletto rendendolo apparentemente di un altro colore rispetto al resto: più chiaro, come luccicante.

Fu in quel momento che entrò Dolores, la governante che aveva accudito la casa da quando la giovane padrona era morta. Portava in mano il vassoietto delle medicine e mentre si avvicinava al capezzale avvisò il padrone che a breve sarebbe venuto il medico.

Gavino aveva la mente impegnata in altri argomenti e non reagì. La donna un po’ si stupì, ma subito pensò che stesse dormendo visto che aveva gli occhi socchiusi. Lo chiamò sottovoce per svegliarlo, ma Gavino non dormiva: aveva aperto il cancello del cimitero dei ricordi e navigava in un passato lungo e tortuoso, cercando di rivivere in pochi minuti l’intera sua vita.

Senza trasparire sorpresa per la presenza della donna, aprì gli occhi e la governante gli ripeté quanto detto poco prima. Anche stavolta l’ammalato non ebbe nessuna reazione, si limitò a prendere con la mano sinistra le pillole che Dolores gli stava porgendo mentre con la destra afferrò il bicchiere. Quasi a rallentatore portò la mano alla bocca e inghiottì le medicine aiutato da un sorso di acqua. Poi si assopì tutto d’un colpo come per un sortilegio.

<La signorina Giovanna sta preparando le valige> Aggiunse la donna, come a voler squarciare il profondo silenzio che incombeva nella stanza, temendo che fosse l’anticamera della morte.

Il moribondo fece un leggero cenno di approvazione con il capo e un impercettibile sorriso di soddisfazione si disegnò sulle sue labbra.

<…già! Giovanna sta partendo, …la mia bambina andrà via per sempre! …non la rivedrò più!> Disse tra sé e il sorriso si trasformò in una smorfia di amarezza. In parte era stata una scelta anche sua. Aveva insistito perché Giovanna partisse. L’aveva tranquillizzata sulla sua salute. Però ora prendevano corpo i dubbi e le paure che inconsciamente aveva fatto finta di non percepire. Aveva la possibilità, almeno un’ultima volta, di infrangere la cortina di gelo che lo separava dalla figlia e quello che faceva era girare la testa dall’altra parte. <Che tu sia maledetto Gavino Sannito!> Imprecò mentalmente e serrò gli occhi per isolarsi ancora di più. Come lo struzzo aveva messo la testa sotto la sabbia e andava avanti.

L’aveva voluto anche lui quel viaggio che la figlia stava per intraprendere con destinazione Italia, anzi Calabria. Però, Giovanna aveva acconsentito solo dopo l’assicurazione del dottore che il decorso della malattia del padre era positivo. Anche Dolores in qualche modo l’aveva tranquillizzata. Non voleva lasciare il padre da solo, seppur il loro rapporto era quasi d’indifferenza.

Nell’intimo più recondito, però, quel sentimento negativo era solo apparenza, contrastato da una nascosta emotività e voglia di rubare tutto l’affetto possibile.

Gavino aveva organizzato tutto e, all’insaputa della figlia, aveva imposto sia al medico, dottor Manuel Gonzaga, che alla badante l’assoluta fedeltà alle sue volontà.

Aveva fatto giurare ad entrambi che avrebbero detto a Giovanna che lui aveva solo un piccolo problema al cuore, che era in via di guarigione e che presto sarebbe ritornato alle sue fatiche quotidiane. Sapevano che non era così e che quelli sarebbero stati per Gavino gli ultimi giorni di vita, ma né Dolores né Gonzaga erano disposti a disubbidire, rispettivamente, al padrone e all’amico. Entrambi lo facevano non per timore del ricco e potente imprenditore, piuttosto perché quel favore a Gavino nessuno dei due lo poteva negare. Si trattava di restituire parte di quanto avevano ricevuto.

14 giugno 2019

Evento

Studio legale Carloni - Marzaduri Viareggio via Repaci
L'autore incontrerà gli amici di Claris Srl per parlare della trilogia COSE NOSTRE. La partecipazione è ad invito.

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Pasquale Sgrò
Pasquale Sgrò, calabrese di nascita, si occupa di sicurezza sul lavoro. Ha creato per fini didattici il personaggio dell’ispettore Felicino (un ispettore del lavoro) allo scopo di divulgare in una forma semplice e accessibile a tutti la materia della sicurezza sul lavoro. Ha scritto 131 brevi racconti (101 già pubblicati e 30 in fase di pubblicazione). Per rendere più efficace il messaggio i racconti sono illustrati a fumetti. L’ispettore Felicino è anche il protagonista di una serie di romanzi gialli. Per ora ne sono stati pubblicati due.

Bibliografia
- Ottobre 2014 Ispettore Felicino Storie di salute e sicurezza sul lavoro Pacini Editore.
- Ottobre 2017 Ispettore Felicino Storie a colori di sicurezza sul lavoro Maria Pacini Fazzi Editore.
- Luglio 2017 Corpo morto a paratia Mauro Pagliai Editore;
Luglio 2018 Nessun dorma … fuori Mauro Pagliai Editore.
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