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È così che deve andare

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Sognare di morire e utilizzare il sogno per mettere ordine nella propria vita, in modo da non lasciare niente di incompiuto: questo vuole fare Alice, una volta scoperto di non avere molto tempo davanti a sé a causa di un grave scompenso cardiaco. Anche Veronica sogna: giovane e bella studentessa universitaria, immagina il suo futuro ricco di gioie e soddisfazioni.
Un fatto grave, quanto imprevedibile, cambierà le sorti delle due giovani donne, avvicinandole e legandole per sempre.
È così che deve andare è un romanzo che indaga quel confine indefinito e indefinibile che separa la vita dalla morte. Una vicenda interiore dalla quale emergono inaspettate rinascite.

 

CAPITOLO UNO
“Non commettiamo l’errore di lasciare nel letto i
nostri sogni migliori. Appena alzati, dobbiamo indossarli ed
esibirli al mondo.”
Questa era la frase che continuava a girare insistentemente
nella mia testa. L’avevo letta pochi giorni
prima su uno di quei siti che regalano perle di saggezza per
tutte le occasioni. Trovandola interessante, tra
i vari aforismi sdolcinati, l’avevo inconsapevolmente
riposta in un cassettino della memoria che adesso me
la stava gentilmente riproponendo.Continua a leggere
Continua a leggere

Sveglia da pochi minuti, occhi spalancati fissi sul
soffitto, ero ancora immersa nel sogno che mi aveva
tenuto compagnia per gran parte della notte appena
trascorsa. Mi stavo chiedendo se potessi considerarlo
uno dei miei sogni migliori e se, come tale, avrei dovuto
indossarlo ed esibirlo al mio piccolo mondo. Sicuramente
era singolare, dettagliato e inequivocabile.
Sognare di avere notizie sulla propria morte imminente e
di mettere ordine nella propria vita ingarbugliata coincise
con l’acquisizione di una consapevolezza: il mio inconscio
stava cercando di comunicare
con me. Cercava di farmi sapere che, probabilmente,
il tempo a mia disposizione stava per scadere e che
era necessario rimettere tanti tasselli al loro posto.
Una leggera nebbia mi aveva introdotta nella percezione
che la fine della mia vita terrena sarebbe arrivata di
lì a pochi giorni. La serenità che aveva seguito
questa rivelazione era impressionante e ancor di più
la precisione dei vari eventi che si erano susseguiti.
Il cammino che mi apprestavo a intraprendere nella
vita reale sarebbe stato difficile.
E poi era arrivato Simone, il mio Simone. Lo avevo sognato
con il suo solito abbigliamento, casual ma
ricercato. Dettagli chic, come le iniziali ricamate su
tutte le sue camicie, lo rendevano speciale. Anche nel
sogno, così come nella vita vera, avevo deciso che il
nostro rapporto andava chiuso. Questo era quanto mi
ero messa in testa.
Lasciarlo, nella visione onirica, era stato semplice.
«Da qualche tempo, ormai, non ti amo più. È arrivato il
momento di chiudere visto che amo un altro uomo.»
Poche parole per chiudere un rapporto di quasi
dieci anni, un motivo inventato ma meno doloroso di
quello reale. Il cenno affermativo della sua testa, poco
prima di voltarmi le spalle, era quanto avevo ottenuto
come risposta.
Speravo in cuor mio che anche nella realtà le cose
sarebbero andate così, sebbene nutrissi forti dubbi in
merito.
Non avrei mai voluto lasciarlo, lo amavo da sempre e forse,
in questo delicato momento, lo amavo ancora di più.
Questo però non bastava a farmi desistere dalla
volontà di allontanarlo da me. Data la terribile notizia
che mi aspettavo di ricevere nei prossimi mesi, ero
convinta che tenerlo distante dalla mia vita lo avrebbe
preservato dal dolore a cui sarebbe stato destinato
se mi fosse rimasto accanto.
Eravamo fidanzati da sempre, era il mio unico
vero amore dopo un paio di cotte adolescenziali. Lo
avevo conosciuto durante il secondo anno di liceo, a
un’assemblea d’istituto indetta per decidere se scioperare
o meno a causa del malfunzionamento dei radiatori, che
da troppe mattine lasciavano al freddo noi
studenti. Il ragazzo della IV B del Parini, liceo classico
di Milano, lo avevo notato appena cominciate le
lezioni, l’anno precedente. Ci eravamo incrociati in
corridoio mentre rientravamo dalla ricreazione:
intellettuale con l’aria intelligente e lo sguardo
più intenso che avessi mai visto nascosto dietro gli occhiali
dalla montatura rotonda.
Lui non mi aveva neppure vista, o almeno così mi
era parso. Nulla di strano in questo, visto che in quel
periodo non ero quella che si può definire una grande
bellezza. Avevo un aspetto molto da bambina nei miei
quattordici anni: studentessa del primo anno, la pianura
padana nella zona seno, come amava prendermi
in giro Giulia, la mia amica del cuore, e un manto di
capelli rossi che non volevano saperne di stare al loro
posto. In più un abbigliamento ancora scelto da mia
mamma, comodo ma tutt’altro che alla moda. Passavo del
tutto inosservata agli occhi dei ragazzi. Lui, invece,
era già molto alto, con i capelli lunghi fino alle
spalle e quell’aria svampita di chi ha la testa persa nei
propri pensieri e non presta attenzione a ciò che lo
circonda.
L’anno successivo, però, fortunatamente ero molto cambiata.
La natura aveva fatto il suo corso provvedendo a fornirmi un
seno prosperoso, un bravo parrucchiere aveva azzeccato il
taglio giusto per la mia
folta chioma ribelle, facendola diventare uno dei miei
punti di forza, e l’abbigliamento adesso lo sceglievo da
sola, indossando abiti che mi facevano sentire carina
e a mio agio con gli altri. Percepivo gli sguardi di molti
studenti su di me e mi era giunta voce di essere considerata
una tra le più carine dell’intero istituto.
«Ciao, mi chiamo Alice, frequento la II A» fu
quanto dissi a Simone, una volta preso il coraggio,
durante l’assemblea d’istituto che si svolgeva in palestra,
dopo aver fatto il possibile per andare a sedermi
vicino a lui.
«Io sono Simone, IV B.» Come se non lo sapessi,
pensai tra me e me. «È un piacere conoscerti.»
Poche parole, ma sufficienti a farmi rimanere per
il resto della riunione con un sorrisetto ebete sulle
labbra. Arrivati al momento dei saluti, quasi mi sembrò di
toccare il cielo con un dito quando mi disse:
«Credo che io e te dovremmo conoscerci meglio».
Finalmente ero riuscita a catturare la sua attenzione.
Prontamente gli porsi un pezzetto di carta, strappato al
volo dal quaderno di latino, sul quale avevo
scritto il mio numero di cellulare. Sperando che non
notasse il rossore che si stava diffondendo sul mio
volto, abbassai la testa fingendo un colpetto di tosse,
farfugliai un “ciao” al volo e corsi via. Anche se il mio
aspetto era cambiato, rendendomi una ragazza bella
ed esuberante all’apparenza, restavo ancora molto timida e
rapportarmi con persone per le quali avevo un
interesse mi rendeva nervosa.
Quello stesso pomeriggio il suono di un nuovo
messaggio mi fece saltare dalla sedia della scrivania
al letto dove si trovava il mio telefonino, con il display
ancora illuminato. La speranza che fosse Simone mi
illuminò il volto, regalandomi lo stesso sorrisino inebetito
di poche ore prima che presto si tramutò in un
sorriso felice: era davvero lui.
È da stamattina che non riesco a smettere di pensarti. Se per
te va bene vediamoci domani, prima dell’inizio delle lezioni,
alla fermata Moscova della metro.
Seduta sopra la trapunta a cuori rosa, in mezzo
alla mia amata collezione di bambole di pezza, lanciai
un “Evvai!” estasiato.
Per prima cosa inoltrai il messaggio a Giulia, l’unica persona
a conoscenza del mio interesse per Simone, e subito dopo salvai
il numero sotto il nome di
“Presto il mio Lui”. Poi risposi alle sue parole con un
impersonale: Per me è ok, a domani. Non volevo rivelare
quanto mi avesse fatto piacere quel messaggio,
anche se l’immediatezza della mia risposta dimostrava l’esatto contrario.
L’emozione per l’appuntamento della mattina seguente rese
difficile la nottata. Dopo una lunghissima
telefonata con Giulia, che grazie alla sua sensibilità e
al grande affetto che ci legava da quando andavamo
all’asilo riuscì ad attenuare un po’ la mia ansia e le
mie paure, provai a dormire con scarsi risultati. Sognavo
a occhi aperti senza riuscire ad addormentarmi, immaginavo
il momento in cui l’avrei visto, come
lui mi avrebbe salutata, quanto sarebbe stato bello se
mi avesse baciata. Passai in rassegna tutti i pensieri
tipici di una ragazza che si appresta a conoscere meglio
l’uomo dei suoi sogni.
Mi alzai all’alba, volevo farmi carina, scegliere gli
abiti e gli accessori giusti per far colpo su Simone. Mi
truccai leggermente: mia madre non voleva che mi
trasformassi in una maschera, così era solita rimproverarmi
quando esageravo. Presi al volo la colazione
che mi preparava prima di andare a lavorare: una fetta
di torta cucinata da lei e un frutto di stagione. Madre
Teresa, come chiamavo scherzosamente mia mamma,
non ammetteva che mi nutrissi con dolcetti o merendine
industriali, ricchi di grassi e tutt’altro che salutari.
Ci teneva che la sua bambina si alimentasse in
modo corretto e genuino e che crescesse sana.
Più il vagone della metropolitana si avvicinava
alla fermata Moscova, più il mio cuore batteva velocemente.
Lo sentivo in gola, pronto a impadronirsi del
mio respiro.
Arrivata a destinazione le gambe diventarono
molli, rispondevano appena ai miei comandi e tendevano ad
andare per conto loro. Ero in preda a una
forte ansia. Stavo male ma stavo bene al tempo stesso,
difficile spiegare quelle sensazioni tumultuose. Unica
certezza in quel momento era quanto Simone mi emozionasse.
Appena mi vide, mi corse incontro prendendomi
tra le braccia.
«Cazzo, Alice, mi hai preso una cifra stanotte! Non
riuscivo a chiudere occhio… Non è che usi un profumo
all’erba che sballa?!» mi disse, poco prima di baciarmi
con una dolcezza indescrivibile. «E lo sai, vero, che mi
scateni un terremoto viscerale che mi rende felice?!»
aggiunse subito dopo. Non dissi nulla, mi abbandonai
silenziosamente tra le sue braccia, felice di vivere il
mio momento perfetto.
Da allora stare sempre insieme diventò un’esigenza condivisa.
Avevo le farfalle nello stomaco ogni volta che dovevamo incontrarci e inventavo spesso scuse
con mamma e papà per ritagliarmi spazi di tempo da
dedicare a noi. Presto mi resi conto di quanto fosse
importante per me quel ragazzo così speciale nella
sua semplicità.
Ci innamorammo quasi da subito, anche se lui
non riusciva mai a dirmelo.
«Sogno spesso tu possa diventare, un giorno, la
mamma dei miei marmocchi» mi disse finalmente
due anni dopo il nostro primo bacio. Un modo goffo
per dichiararmi il suo amore, ma preferibile a un banale “ti amo”.
E adesso mi apprestavo a chiudere questo importantissimo c
apitolo della mia vita. Era difficile anche
il solo pensiero. Il mio cuore, lo stesso che balzava in
gola all’idea di incontrarlo, soffriva alla prospettiva di
doverlo lasciare.

08 Novembre 2019

Aggiornamento

Una nuova intervista a Stefania Calvellini a questo link.
06 Novembre 2017
"È così che deve andare" e Stefania Calvellini su Il Tirreno!

Commenti

  1. Stefania Calvellini

    (proprietario verificato)

    Ah, il potere del passaparola…Fantastico! Una vera e propria recensione di chi ha letto e capito (quasi più di me) il mio libro e il suo messaggio. Grazie Rita!!!
    Nel racconto non vi sono colpi di scena né suspence, anzi la narrazione si svolge sul filo del “so già come andrà a finire” ma l’autrice ne è consapevole e ce lo manifesta già nel titolo, perciò non risulta né ovvio né banale.
    Nonostante il tema trattato, assai sensibile, riesce con destrezza a non scivolare nel pietismo e nello stucchevole, al contrario, trovo che sia scritto con grazia e delicatezza. Il ritmo è pacato ma scorrevole. Questo libro potrebbe, a ragione, essere il manifesto dell’AIDO, ed allegato all’opuscolo per la diffusione e sensibilizzazione della conoscenza e consapevolezza di quanto nella nostra morte vi sia il fiorire della vita!! Oltre all’importante argomento trattato, si manifesta nella lettura il profondo valore che l’autrice attribuisce alla famiglia: nella gioia e nel dolore, nella morte e nella resurrezione, è presente ed è il fulcro di salvezza.
    Ad una certa pagina, spontanea e improvvisa, è scesa una lacrima: brava Stefania, è un buon segno.
    Rita

  2. Stefania Calvellini

    (proprietario verificato)

    Riporto qui, con immenso piacere, una recensione su “E’ così che deve andare”. L’ho letta stamani, appena sveglia, e mi ha regalato uno splendido buongiorno.
    “Cara Stefania, ho letto il tuo libro tutto d’un fiato. Nel corso della ormai non più giovane età avrò letto qualche decina di libri. Non mi era mai capitato di leggerne uno con il nodo in gola dall’inizio alla fine. Un racconto struggente, coinvolgente, emozionante. Più volte ho faticato a mandare indietro le lacrime. Grazie per l’emozione che mi (e ci) hai regalato. Un abbraccio.”
    Grazie Giosuè, sono le parole che ogni “scrittore”, specie alle prime armi come lo sono io, sogna di sentirsi dire sul proprio libro. Grande soddisfazione.

  3. (proprietario verificato)

    “E’ così che deve andare”, e in nessun altro modo; il destino detta legge, decide, traccia le strade da percorrere, nella realtà così come in questo libro piccolo ma intenso, dove le emozioni si susseguono in un vortice che prende allo stomaco, fa sorridere, piangere, e poi sorridere e piangere insieme.
    Come protagoniste due ragazze con pochi anni alle spalle, una storia diversa, e la certezza, condivisa, di sapere cosa aspettarsi dal proprio futuro. Veronica e Alice vivono dunque i loro giorni con gioia o rassegnazione, col riso o il pianto, alla luce o all’ombra di ciò cui credono di andare incontro, ignorando che i giochi della vita sono tutt’altro che fatti.
    “E’ così che deve andare” è un racconto candido e vero, che fa sentire la vita, la fa apprezzare, serve a ricordare che una medaglia ha sempre due facce, ed è inoltre scritto con la spontaneità che serve a toccare le corde dell’anima e a commuovere anche il lettore che non sia di lacrima facile.
    Stefania Calvellini è un’autrice esordiente che ha tuttavia dimostrato una grande maturità tecnica ed espressiva in questo suo primo azzeccato lavoro, assolutamente all’altezza di figurare nell’attuale panorama letterario.
    Nadia Nardo

  4. Stefano

    (proprietario verificato)

    Oggi “ci sei”, domani…. chissà !?
    Se ti fermi un attimo a pensare a questo magari riesci meglio a capire il senso della tua vita, dove sei, cosa fai, quanto ancora hai da fare e soprattutto se puoi considerarti soddisfatto del “tuo stato delle cose”.
    Inevitabilmente il lettore attento farà queste riflessioni e arriverà ad una sua personale conclusione.
    A mio modo di vedere, quindi, il vero punto di forza di questo genuino racconto è dare una risposta alla domanda : sono contento della mia vita !?
    Ai posteri l’ardua sentenza.

  5. Anna

    (proprietario verificato)

    Ho appena terminato di leggere il pdf scaricabile con il preordine e devo dire che mi sono emozionata. È una storia drammatica, ma non disperata. C’è spazio per la speranza. E la vita. Questa storia assomiglia ad una carezza, una di quelle carezze che asciugano le lacrime…Complimenti all’autrice che sa trattare temi impegnativi con una delicatezza estrema, quasi vi si avvicinasse in punta di piedi.

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Stefania Calvellini
STEFANIA CALVELLINI, classe 1965, è nata a Roccastrada (GR), dove vive ancora oggi e lavora presso l’azienda di famiglia. Laureata in Giurisprudenza, scrive sul suo blog Amici di penna. È così che deve andare è il suo romanzo d’esordio.
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