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Così, per sempre

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Il Pennello, il Grifo, Lele e Puddu sono quattro diciottenni come tanti, alla ricerca della sopravvivenza scolastica con il minimo sforzo, del divertimento senza pensieri e, nonostante i modesti risultati, del successo con le ragazze. Ma l’ultimo anno di liceo non è come tutti gli altri e tra occupazioni, feste, gite, sbronze, amicizie e litigi, amori e delusioni, i ragazzi iniziano a costruire i percorsi sentimentali ed esistenziali che, un giorno, li porteranno a capire chi sono e cosa vogliono.

La musica, la moda e lo slang di una Roma di fine anni ’80 fanno da sfondo al racconto di una comunità còlta in quella particolare fase della vita in cui tutto è ancora come prima, ma tutto sta per cambiare.

PROLOGO 

Nell’ora che precede il tramonto, un uomo alto e magro, il Pennello, accovacciato su una pedana di legno che affaccia sul mare, armeggia con dei fili elettrici. 

In uno slargo a poche decine di metri da lui ci sono alcune automobili parcheggiate. L’uomo sa che ne mancano ancora tre. 

Quand’è che tutto ha avuto inizio? si chiede. 

Alle sue spalle, la spiaggia deserta è accarezzata da un dolce soffio di vento, una brezza che sembra venire dal passato e suggerirgli la risposta. 

È cominciato tutto allora… 

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PARTE I 

 L’ALBA E POI LA NOTTE, FINO AL MATTINO DOPO 

Ain’t no hang-man gonna
He ain’t gonna put a rope around me
You better believe it right now
I gotta go now 

(Hey Joe, Jimi Hendrix) 

Chi è stato bambino negli anni Settanta ha fatto in tempo ad assaporare il privilegio di una vacanza estiva che, durando quattro mesi, abbracciava tre stagioni: la fine della primavera, tutta l’estate, l’inizio dell’autunno. 

La mannaia, rispetto a un calendario consolidato da decenni, arrivò alla fine dell’anno scolastico 1976/1977, quando venne approvata la legge Malfatti e l’inizio delle scuole fu anticipato, per tutti, dal 1° ottobre al 12 settembre. Sparirono anche il 4 novembre, il 4 ottobre, l’Epifania e molte altre festività. Le cosiddette “festività soppresse”. Accadde, fu spiegato, perché gli italiani erano gli unici, in Europa, a iniziare la scuola così tardi e ad avere tutti quei giorni di vacanza. Non erano abbastanza produttivi. Dovevano uniformarsi. Lo chiedeva l’Europa, anche allora. 

La legge Malfatti fu una tragedia per gli scolari di ogni ordine e grado. Negli anni successivi, però, quegli stessi bambini degli anni Settanta, nel frattempo divenuti ragazzi, riuscirono a recuperare almeno una parte del tesoro perduto, iniziando dall’Epifania. 

L’inizio dell’anno scolastico, per alcuni anni inflessibilmente fissato al 12 settembre, venne poi diversificato a seconda delle regioni. Lo Stato era unitario, sì, ma non il clima. Giusto, si disse, che ogni regione decidesse secondo le proprie esigenze e temperature. Fu grazie a questo calendario a geografia variabile, dunque, che per gli studenti romani, quell’anno, l’alba si levò in cielo la mattina di lunedì 21 settembre. 

L’ALBA 

 Il primo a svegliarsi fu Fabrizio Pennacchi, detto il Pennello. Alle sette in punto Cesira, la madre cinquantacinquenne, entrò nella sua stanza, gli diede un bacio sulla fronte e lo chiamò con un sussurro: «Fabri… è ora di alzarsi». 

Stessa scena da anni, da quando Fabri era bambino; stessa stanza, dalla quale erano spariti solo i pupazzi e i giochi, sostituiti dal nulla; stessa assenza del padre, da quando Fabri aveva tre anni ed era stato svegliato, di notte, dal telefono che squillava. Aveva squillato a lungo, poi il silenzio. Fabri si era riaddormentato fino alla mattina, quando a svegliarlo di nuovo – ed era la prima volta – non era stata la madre, raccomandandogli di fare piano perché papà dormiva, ma la zia. 

Quella mattina la stanza di mamma e papà aveva la porta aperta e il letto era in ordine. La zia aveva poi portato Fabrizio al mare tutto il giorno. Forse per questo il mare, al Pennello, non piaceva. 

La sera, a casa, aveva rivisto la madre. Era diversa. Il padre non c’era, ma questo era normale, la sera non c’era mai. Solo che ora non ci sarebbe più stato, anche se il Pennello ancora non lo sapeva. La madre provò a dirglielo, in qualche modo, ma lui non capì bene; o almeno non capì subito. Poi vide che continuava a non tornare e allora capì.  

La Fiat 1500, la “macchina di papà”, da allora era rimasta sempre in garage, con un telo a proteggerla. Come una reliquia. 

«Fabri, sono le sette, dai, che poi fai tardi.» 

Il Pennello in vita sua non aveva mai fatto tardi. Figuriamoci se poteva succedere il primo giorno di scuola dell’ultimo anno di liceo. 

Si alzò e andò in bagno. Acqua, sapone, spazzola. Si guardò allo specchio, nei suoi diciotto anni, e come sempre non si piacque. La forfora e i brufoli non gli davano tregua; poi le spalle strette, il naso enorme, le gambe sottili. 

Indossò i soliti jeans che gli comprava la madre, marca Pop 84, colore blu notte, portati senza cinta; una camicia a scacchi con le maniche corte; ai piedi dei mocassini marroni. 

Latte, orzo, Saiwa. 

Alla radio, il ministro della pubblica istruzione, il democristiano Galloni, si dichiarava “favorevole a una riforma degli esami di maturità, auspicando un’ampia convergenza delle forze politiche per il superamento di una formula che dal 1969…”. 

Cesira non ne poteva più di questo esame da fannulloni. Lei, che insegnava al liceo, se li era vista passare davanti, questi ragazzi sempre più ignoranti, sempre meno maturi e sempre più promossi. 

«Sarebbe ora, Fabri, che si decidessero a cambiare l’esame di maturità! Che senso ha un esame su due sole materie? Chi, come te, è preparato e potrebbe fare l’esame su tutto, non viene valorizzato.» 

Fabri finì la colazione senza dire nulla, indossò il giacchetto di jeans della Levi’s, colore blu notte come i pantaloni, e prese lo zaino, un enorme Invicta rosso e blu, pulitissimo a parte una scritta, “Che rate il Pennello” – con il simbolo del Fuan al posto della o finale – che Fabri aveva cercato di cancellare appena se l’era trovata, il primo giorno di scuola dell’anno precedente, senza riuscirci però del tutto; ancora meno era riuscito a spiegare alla madre il significato di quella scritta. 

«“Che rate”, ma che lingua è?» 

Fabri, anzi il Pennello, avrebbe dovuto spiegare alla madre troppe cose, tutte quelle che lei non voleva vedere: che il figlio era bravo a scuola, sì, ma brutto, brutto da morire, e senza amici, né tantomeno ragazze. Il classico “soggetto”, insomma, vestito male anche quando metteva qualcosa di marca, come quel giubbotto della Levi’s sbagliato nel colore, perché il giubbotto doveva essere stinto e non blu notte, ma non stinto chiaro, perché sennò era da soggetto lo stesso. Doveva essere stonewashed, così aveva sentito dire, cioè lavato con la pietra pomice. Si favoleggiava che alcuni, dopo averlo comprato, lo avessero veramente lavato a casa con la pietra pomice, per farlo ancora più vissuto. 

«Fabri, blu scuro si sporca meno ed è un po’ più elegante.» 

Ecco, “che rate” voleva dire tutto questo: mocassini invece delle Timberland, Pop 84 invece dei 501, blu notte invece che stonewashed. 

«Hai preso la tessera dell’autobus? Hai le chiavi?» 

«Sì, mamma, ho tutto. Ciao.» 

Fabri si chiuse la porta di casa alle spalle e si avviò per le scale. Erano le sette e quaranta, e lui era perfettamente in orario per essere, come sempre, il primo a entrare in classe. 

 

Aveva squagliato troppo hashish nella canna la sera prima. Seguendo una tradizione inaugurata da un paio d’anni, Emanuele Damiani, detto Lele, la sera prima dell’inizio del nuovo anno scolastico si era comprato mezza stecca di fumo pagandola cinquemila lire, cioè uno scudo, in moneta corrente a Roma. Si era sentito un po’ teso e la cosa non gli piaceva. Mezza stecca, fumata sul terrazzo quando i genitori già dormivano, in genere lo metteva a posto. Quella sera, invece, qualcosa era andato storto. Forse Rota, suo compagno di classe e fornitore abituale, non l’aveva servito bene. O forse l’errore era stato suo, che avrebbe dovuto dividere lo scudo, un po’ abbondante, su due canne. Fatto sta che, invece di rilassarsi, si era trovato impaurito e con una gran voglia di piangere. 

Quando alle sette e cinque suonò la sveglia, si chiese prima di tutto cosa cazzo dovesse fare, poi perché cazzo si fosse messo la sveglia così presto e infine perché cazzo stesse così male. 

Era il primo giorno di scuola, fu la prima cosa che ricordò; la canna della sera prima, con annesse maledizioni a se stesso e a Rota, fu la seconda. Si alzò che ancora non ricordava il perché della sveglia presto, ma lavandosi la faccia gli venne in mente: aveva un appuntamento con il Grifo e con Puddu. 

Indossò la Lacoste sui jeans Levi’s 501, stretti da una cinta El Charro di cuoio marrone, e si allacciò con cura le Timberland. I vestiti erano giusti, lo sapeva. Il problema era lui: grassoccio, le guance tornite in un disegno infantile, imbranato con le ragazze. 

Ingurgitò due biscotti e bevve un goccio di latte e caffè solo per far vedere ai genitori che stava bene. Infilò il pacchetto di Marlboro rosse e l’accendino dentro un minuscolo zainetto, salutò i genitori e si avviò per le scale. 

Oggi niente motorino. Il Grifo aveva a disposizione per una settimana la macchina del padre e insieme a Puddu avevano deciso che non si poteva perdere un’occasione così: quella macchina andava sfruttata. Uscì dal portone di casa che erano le sette e quarantacinque, cinque muniti prima dell’appuntamento con il Grifo e Puddu. 

 

Nicola Puruddu, detto Puddu, quella mattina per prima cosa dovette affrontare l’ironia della sorella: «Che è successo? Quest’anno hai intenzione di sbaragliare tutti?». 

Angela era più grande di lui di cinque anni. Brava, bravissima, ma non secchiona, e molto bella. Le battute degli amici, quando venivano a casa, erano un tormento. Lei invece sembrava divertirsi a girare in pantaloncini corti e a esibire quel sorriso obliquo, che – Puddu sapeva – aveva mietuto tante vittime. 

«Allora, si può sapere come mai a quest’ora sei già lavato e vestito, sia pure malissimo come tuo solito?» insistette la sorella. 

«Angela, non mi rompere il cazzo» fu l’inusuale risposta di Puddu, che comunque si pentì subito, pur senza darlo a vedere. 

Angela atteggiò il volto in una smorfia di disgusto, guardando il fratello come se fosse un volgare idiota, poi uscì dalla cucina. 

Poco male, pensò Puddu, da solo si sarebbe concentrato meglio, come quando giocava a ping-pong: prima di ogni partita, anche la più stupida, si isolava, e per qualche secondo spariva tutto; non c’erano più rapporti né affetti. Per questo vinceva sempre, a ping-pong. Fuori dal rettangolo verde della Dagado sport, invece, era un po’ più difficile. 

Qualche proposito d’inizio anno, allora. 

Farsi promuovere, senz’altro: la maturità andava superata a ogni costo. Solo il primo anno aveva preso un paio di materie a settembre, ma dal quinto ginnasio era sempre stato promosso, sia pure senza eccellere. 

Poi il ping-pong: quest’anno voleva spingere sull’acceleratore e diventare campione regionale, per puntare, l’anno prossimo e senza più il liceo tra le palle, al campionato nazionale. 

Cos’altro? Il terzo obiettivo, e non per importanza: cercare di raspare quante più pischelle possibili, ovvio. Quest’anno erano loro i “grandi” e dovevano sfruttare la situazione. Intanto, quel giorno sarebbero arrivati a scuola presto e con la macchina, così da farsi notare in particolare dalle ragazze più piccole e dunque più impressionabili. 

Puddu aveva avuto le sue avventurette e si era reso conto, negli ultimi due anni, di piacere alle ragazze, soprattutto da quando si era fatto crescere i capelli. Li portava lunghi in maniera uniforme, con una pettinatura un po’ anni Settanta, da attore o calciatore raffigurato sulla copertina di Intrepido. Non si era piegato né a portarli corti ai lati e lunghi sopra, come Lele, né nell’altra variante, con i capelli lunghissimi dietro, come il Grifo. Anche con i vestiti era così. Indossava ciò che era necessario per non essere guardato come un animale strano, come il Pennello per esempio, ma senza esagerare. Timberland e 501 d’ordinanza, certo, però ogni tanto anche qualche camicino un po’ diverso, non propriamente alla moda. Oggi, comunque, era meglio non rischiare, era importante lasciare subito una buona impressione, soprattutto alle nuove, le quartine. La camicia di jeans della Levi’s con i bottoni a pressione alla Denim Musk, “Per l’uomo che non deve chiedere mai”, sarebbe andata bene. 

Salutò i genitori che si stavano finendo di preparare per andare al lavoro e salutò persino la sorella, ricevendo in cambio una smorfia di ostentata e perciò poco credibile indifferenza che lo fece sentire più forte. Aveva colpito quella che sembrava essere una corazzata e forse era la prima volta. Gli parve di buon auspicio per l’anno che andava a iniziare. 

Uscì di casa che erano le sette e quarantaquattro. Gli servivano non più di due minuti per raggiungere il luogo dell’appuntamento, dove sapeva che avrebbe trovato Lele. La vera incognita era il Grifo. 

 

L’ultimo a svegliarsi fu Massimo Grifasi, detto il Grifo. 

Allo scoccare delle sette e cinquanta, un impercettibile rumore elettrico preannunciò l’attivazione della radiosveglia. Nel buio si diffuse una voce maschile, con il lieve gracchiare tipico delle radio a transistor: “Dal palco della festa nazionale dell’Unità, a Bologna, il segretario del PCI, Alessandro Natta, tuona contro la missione italiana nel Golfo…”. 

Nello stesso momento iniziò a squillare il telefono: uno, due, tre squilli, poi il silenzio. Il Grifo, nel buio della stanza, era ancora immerso nel sonno e sognava. Immagini indistinte: pezzi di una vacanza in Inghilterra, qualche avventura sfiorata, il mare di settembre, una generica voglia di cambiamento e di futuro. 

Dopo qualche secondo, il rumore dei tacchi della madre lungo il corridoio preannunciò la brusca apertura della porta. 

«Massimo, è per te. È Emanuele…» 

Il Grifo, in boxer e maglietta, si rigirò nel letto, mezzo addormentato. 

«Muoviti, è davvero tardi.» 

Era alto di statura e un paio d’anni di palestra gli avevano fatto sviluppare una muscolatura di cui era discretamente fiero, dopo un’adolescenza passata a vergognarsi della sua esagerata magrezza. 

Meno fiero era del naso, decisamente pronunciato. Alcuni dicevano che dava personalità, ma erano soprattutto le zie o gli amici di famiglia. Fatto sta che di ragazze se ne continuavano a vedere davvero poche. Eppure, lui, con tutto il naso, non si vedeva malissimo. Sapeva di non essere un fico, però, insomma, poteva pure piacere. Non era un intellettuale ma nemmeno uno stupido. Con la media del sette e una figura, conquistata in prima liceo e confermata in seconda, si era sin lì assicurato il rispetto di tutti, professori e compagni. Nell’abbigliamento non riusciva a seguire la moda e le marche come Lele, però i fondamentali più o meno li aveva. I Levi’s 501, delle Clarks-imitazione, che però erano identiche alle originali, una cintura di El Charro, qualche camiciola a scacchi del tipo che andava per la maggiore, pur senza essere proprio della marca più in voga. Ecco, forse era proprio questo il problema: era una via di mezzo. Tentava di essere alla moda, senza riuscirci; oppure provava a non essere alla moda, senza avere il coraggio di essere alternativo. Le ragazze, quindi, un po’ lo guardavano, un po’ ci parlavano, un po’ ci pensavano pure, però alla fine con lui non paccavano mai. 

Spesso in passato non si era sentito all’altezza delle aspettative. Il padre ingegnere in un’importante società di costruzioni, la madre stimata funzionaria del ministero dell’industria, il fratello che già eccelleva in Fisica alla Normale di Pisa: il confronto gli procurava una difficoltà da cui era uscito preferendo dormire. O arrivare tardi. 

Nella sua camera, un poster del cantante Bono Vox degli U2 durante The Unforgettable Fire Tour e una foto della Roma del campionato 1982-1983 facevano da sfondo alle sue giornate non molto varie. 

Quest’anno voleva provare a cambiare, a essere qualcosa di più preciso. Già, ma cosa? E in quale direzione? 

La madre era appena uscita dalla stanza quando il Grifo, ancora sdraiato nel letto, allungò la mano verso la radiosveglia, spegnendola; poi afferrò la cornetta del telefono e, la voce impastata dal sonno, iniziò a mentire a Lele: «Sono praticamente pronto…». 

 

«Sei il solito stronzo.» 

Seduto sul sedile anteriore della Lancia Delta azzurro antibes, Lele aveva atteso di accendersi la sigaretta e di aspirare una profonda boccata, prima di esplodere: «Ma come, prima dici “andiamo presto, così facciamo la lastra alle quartine”, e poi ti presenti alle otto e mezzo?». 

Il Grifo continuava a guidare, indifferente alle invettive di Lele. 

Puddu, seduto dietro, seguiva il battibecco con un certo distacco; li aveva visti discutere così tante volte da arrivare a pensare che in fondo dovevano divertirsi. 

«Scusate, non ho sentito la sveglia» provò a giustificarsi il Grifo, sul viso un’espressione di lieve dispiacere che sembrò contrariare ancora di più Lele. 

«Ma che non l’hai sentita! Te la sveglia l’hai messa alle sette e cinquanta come al solito, te lo dico io!» 

Il Grifo non replicò. 

«Ce lo potevi dire ieri sera, cazzo! Almeno dormivamo pure noi.» 

«No, è che…» un sorriso stava già comparendo sulle labbra del Grifo, impegnato a inventare l’ennesima scusa per l’ennesimo ritardo, quando Puddu gli batté forte una mano sulla spalla. 

«Oh, Oh, Oh, ferma! Guarda chi c’è!» 

La Lancia Delta inchiodò, costringendo a un’improvvisa frenata, con tanto di stridore di pastiglie, prolungato suono di clacson e liberatorio “vaffanculo”, il guidatore della macchina che seguiva, un’Alfetta 2000 di colore marrone. 

Sulla destra, in corrispondenza della fermata di via Nomentana, a pochi passi da piazza Sempione, stazionavano cinque o sei ragazzi sui 15-20 anni. Tra di loro ce n’era uno piuttosto alto, dall’aria timida, i capelli neri e corti, un giubbotto di jeans chiuso fino all’ultimo bottone e un voluminoso zaino sulle spalle. 

Dal finestrino del passeggero, incurante del pericolo appena corso, si affacciò Lele, urlando verso il ragazzo dall’aria timida: «Bella Pennellooo!». 

Il Pennello tirò il collo in su, neanche fosse uno struzzo. Per un attimo pensò di fare finta di niente, non volendo rischiare di essere messo in mezzo. Dalla portiera posteriore scese però Puddu; con ampie bracciate e un mezzo inchino lo invitava a salire in auto. Il Pennello quindi si avviò, entrò in macchina e senza rimostranze si sedette dietro a Lele. 

«Pennello, ma ti sembra l’ora di andare a scuola?» chiese il Grifo. 

«È vero Penne’, che è successo?» aggiunse Lele. 

Colpa delle chiavi, spiegò il Pennello, era convinto di averle prese e invece no, se ne era accorto solo alla fermata. Era dovuto ripassare da casa e questo gli aveva fatto perdere tutto il vantaggio della sveglia anticipata. 

La macchina ripartì e Lele, sbirciando dallo specchietto retrovisore, passò a una domanda più personale: «Allora Pennello, che hai combinato quest’estate?». 

Bella domanda: cosa hai combinato? Il Pennello si trovò subito di fronte al suo nulla e iniziò la frase, come sempre faceva, con un verso, una specie di vocale prolungata a riempire il vuoto lasciato dalle parole che non gli venivano: «Eeeehhh… guarda… in verità mi sono riposato…». 

Puddu, seduto accanto a lui, proprio non ce la faceva a vederlo con quel giubbotto abbottonato fino al collo. Allungò le mani e, slacciandogli i primi due bottoni, gli sembrò di stare facendo una buona azione. 

Il Pennello lo guardò senza dire nulla, ma sembrava anche a lui di stare meglio, in effetti. 

«Insomma stavi dicendo che ti sei riposato… Cioè?» lo incalzò Lele, che un po’ lo voleva prendere in giro e un po’ era incuriosito. 

«Eeeeeh, sì, a Ladispoli… con mia madre… ho letto molto, passeggiato. Al mare poco, non mi piace, giusto un po’ la mattina presto…» 

Il Grifo, indifferente al discorso tra il Pennello e Lele, allungò la mano verso lo stereo e alzò il volume. 

«Questa mi piace» aggiunse. 

Nell’abitacolo si diffusero le note di Hey Joe, di Jimi Hendrix. Il Grifo l’aveva sentita dal fratello che, già in quarta ginnasio, aveva cominciato a far entrare in casa dei dischi polverosi, pieni di schitarrate e svisate, che odoravano di vecchio e palloso. Ora però gli era venuta voglia di sentire quella canzone, forse perché il fratello era a Pisa e certe volte, anche se non l’avrebbe ammesso mai, un po’ gli mancava. 

Saranno stati il volume alto, la novità di trovarsi in macchina con i tre compagni di classe, l’inaspettata sensazione di essere quasi come gli altri, insomma, fatto sta che al Pennello venne di accennare un impercettibile movimento della testa, come a seguire il ritmo della canzone. La cosa non sfuggì a Puddu, che esclamò: «Bada! Al Pennello je piace Jimi Hendrix!». 

Il Pennello rimase sorpreso. 

«T’ho visto,» insistette Puddu alzando l’indice «hai mosso la testa. Ti piace il vecchio Jimi, non negare!» 

Il Pennello non riuscì a dire nulla. Ebbe però la sensazione di avere liberato qualcosa, per un istante. 

Il Grifo tagliò corto: «Oh, ’sti cazzi! Me la fate sentire?». 

Ascoltarono la musica in silenzio: con espressione soddisfatta il Grifo, rassegnata Lele, e, per quanto riguardava Puddu e il Pennello, con quella di due bambini cui è stato vietato di parlare. 

23 gennaio 2020

Aggiornamento

Ogni storia ha la sua colonna sonora. Anche Cosi, per sempre ce l'ha e ho provato a ricostruirla, con l'elenco, in rigoroso ordine cronologico, delle canzoni che i personaggi ascoltano (magari imbattendocisi per caso e anche per pochi secondi), citano, ricordano, usano, dedicano, cantano, suonano… Ecco dunque la colonna sonora di "Così per sempre". "Hey Joe", Jimi Hendrix "Pump Up The Volume", M/A/R/RS "Sign 'O' the Times", Prince "Forever Man", Eric Clapton "With Or Without You", U2 "Paris Latino", Bandolero "Little Wing", Sting "The Secret Marriage", Sting "Horizons", Genesis "You Can Close Your Eyes", James Taylor "Brigadier Sabari", Alpha Blondy "John Barleycorn (Must Die)", Traffic "Mad World", Tears for fears "Blasphemous Rumours", Depeche mode "Tutta n'ata storia", Pino Daniele "Brothers in Arms", Dire Straits "Ancora tu", Lucio Battisti "Tonight I'm Yours", Rod Stewart "C'est la ouate", Caroline Loeb "Disco samba", Los Joao "Girls Just Want to Have Fun", Cyndi Lauper "Capodanno", Franco Califano "Pazza idea", Patty Pravo "Fragile", Sting "Solitude Standing", Suzanne Vega "The Unforgettable Fire", U2 "Promenade", U2 "Space Oddity", David Bowie "Heroes", David Bowie "Viento 'e terra", Pino Daniele "When will I Be Famous?", Bros "Mystify", Inxs "Soul express", Enzo Avitabile "Alle porte del sole", Gigliola Cinquetti "Canzone", Vasco Rossi "You Shook Me All Night Long", AC/DC "Bring On The Night", The Police "The Power of Love", Frankie goes to Hollywood "Disperato erotico stomp", Lucio Dalla "Blasco Rossi", Vasco Rossi "Red Red Wine", UB40 "Yeke Yeke", Mory Kanté "La Isla Bonita", Madonna "Splendida giornata", Vasco Rossi "Hey Joe", Jimi Hendrix
23 dicembre 2019

Aggiornamento

A - 4 dall'obiettivo, volevo avvertire i 196 coraggiosi sottoscrittori che da venerdì scorso sono disponibili per il download le bozze aggiornate, nelle quali sono stati corretti alcuni refusi ed eseguiti, qui e lì, alcuni interventi di forma.
Per chi ha già letto, ovviamente, non cambia nulla.
Per chi, invece, non ha ancora cominciato o, comunque, non ancora completato, consiglio di scaricare le bozze aggiornate.
Grazie a tutti, auguri di buon Natale e a presto!
05 dicembre 2019

Aggiornamento

Cari lettori,
quando ho cominciato, non sapevo bene dove sarei arrivato. Soprattutto, non sapevo se sarei arrivato. Tanto meno quanto ci avrei impiegato. Mi ponevo obiettivi ambiziosi. Solo che potevo lavorarci poco: mezz’ora al giorno e nemmeno tutti i giorni. Allora aggiornavo programmi e obiettivi, allungando i tempi.
A un certo punto ho intensificato l’impegno. Sempre dopo avere messo a posto i doveri. Ogni istante libero. E varie volte mi sono chiesto se ne valeva la pena. Ed è capitato pure di rispondermi che no, forse era tutto un disegno assurdo. “Fai altro, cosa ti sei messo in testa?”. Quando esternavo questi dubbi, mia moglie mi diceva che invece ne valeva la pena, comunque.

Chi l’ha letto, mi ha detto che è stato come rivivere quegli anni.
Per me, quando l’ho scritto, è stato così.
Ogni sera, per mezz’ora, qualche volta anche per più tempo, sono tornato indietro ed ero di nuovo lì. Al liceo Orazio, nel quartiere Talenti, a Roma. Il mio liceo, il mio quartiere, la mia città. Ma potrebbero essere quelli di tutti. Ho respirato di nuovo quell’aria, indossato quei vestiti, ascoltato quella musica. Ma potrebbero essere quelli di tutti. Anche di oggi, perché no?
Soprattutto, ho sentito di nuovo che tutto era possibile.

Ecco. L’ho capito solo quando sono arrivato alla fine. L’errore che a un certo punto, da adulti, si comincia a commettere: smettere di pensare che tutto sia possibile.
E invece no. Non è mai così. Mai.

Buona notte a tutti.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Bellissimo questo libro.
    Ha un modo incredibilmente autentico di raccontare il liceo e i suoi “365 giorni all’alba” della maturità, i quartieri di Roma (quelli alti e quelli dei comuni mortali), gli anni 80, la loro musica (tanta bella musica), il modo di parlare, di vestire, di interessarsi alla politica.
    Un libro che smuove qualcosa dentro, nel profondo, come l’effetto richiamo provocato da un odore dimenticato nel quale ci si imbatta senza preavviso: quello del cuoio della cintura del Charro e delle Timberland da barca o quello del fumo di cui erano impregnati capelli e vestiti, anche di chi non fumava.
    E al centro di tutto una bellissima storia di amicizia maschile, con la A maiuscola, di quelle che mi getterei nel fuoco per te ma manco morto te lo direi; ma anche di profonda solitudine, perché infondo, di fronte ai propri demoni, ciascuno è solo.
    E’ una storia che parla della “paura e la voglia” di tutto: di diventare grandi, di restare ragazzi e divertirsi, di “rimediare una ragazza” e innamorarsi, di trasgredire e fare i bravi, di essere e diventare qualcuno e di scomparire dalla faccia della terra.
    Racconta il delirio di onnipotenza dei diciottenni, il cui mondo gira tutto intorno a loro (ed è giusto e bello che sia così), con gli adulti che praticamente scompaiono dalla scena, sono appena delle ombre percepite sullo sfondo, con l’unica eccezione di un riservato ma accorto professore di lettere, che a sorpresa ci regala verso la conclusione una delle scene più intense di tutto il libro.
    Lollo, Puddu, Grifo e Pennello. Quattro caratteri descritti con una magnifica penna, acuta, colta e semplice allo stesso tempo, potente, mai banale, che sa farti ridere perché non cerca la risata e sa farti piangere – io in effetti in alcuni momenti ho pianto – perché non cerca di indurti alle lacrime.
    Quando una storia scatena emozioni così elementari e viscerali, vuol dire che ci siamo, vuol dire che abbiamo incontrato il libro che merita di essere letto.

  2. (proprietario verificato)

    Ciao Marco, grazie per il libro che hai scritto. Mi ha fatto bene e mi ha fatto male al tempo stesso. Anni tanto passati da sembrarmi dimenticati. Sensazioni che a volte, al loro riaffiorare, ho rimosso tante volte. Per me difficile leggere le tue pagine senza istintivamente associare volti noti o episodi vissuti (dalla delta azzurro antibes di mio padre con cui anche io sono andato a scuola, il funerale di una compagna di classe, la gita a Parigi, “Tirso” come membro interno alla maturità….). Provando ad astrarmi da tutto quello che mi potrebbe suonare strano e terribilmente familiare un bellissimo racconto di formazione e che ricrea una bolla temporale e ideale. Forse una età dell’oro che potrei solo augurare a mia figlia di poter vivere nel suo tempo. Un grazie che per me vale più di un Bravo.

  3. (proprietario verificato)

    Ho letto il libro in un soffio! Arrivato verso la conclusione, ho provato a centellinarne la lettura, per farlo durare di più… ma non ci sono riuscito! La storia ti prende e finisci per divorarla! Ho riso, mi sono commosso, spesso immedesimato. mi sono anche arrabbiato con Marco quando ha riservato ai suoi personaggi una sorte che non meritavano….
    Insomma un libro che fa vivere emozioni!
    Bello, bello, bellissimo!

  4. (proprietario verificato)

    Ho letto le bozze di questo libro in pochissimo. La lettura è molto intrigante perché è scritto con la tecnica del racconto incrociato delle vicende dei quattro ragazzi protagonisti. Conoscevo già l’autore per avere letto i suoi racconti e il libro ha confermato la capacità di Marco La Greca di rendere, in modo davvero magistrale, interessante la quotidianità. Il libro merita di essere letto dagli adulti (che, come me, erano ragazzi in quegli anni ottanta) ma anche dai giovani di oggi che, a volte, sembrano avere perso quegli ideali, come l’amicizia, che il libro celebra giustamente già dal titolo. Il finale è commovente ma pieno di speranza per il futuro nostro ma soprattutto dei nostri ragazzi. Bravo, bravissimo Marco!!!

  5. (proprietario verificato)

    La nostra gioventù. Un libro da bere! Lo consiglio!

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Marco La Greca
è nato a Roma, dove vive con la moglie Myriam e i due figli, Elena ed Edoardo. Ha pubblicato articoli su vari giornali (il settimanale Gli Altri, i quotidiani Il Garantista e Il Romanista, i blog www.leragioni.it e www.lideale.it) e cura una rubrica quindicinale di racconti, Easy Writer, sul blog www.lillimandara.it. Cosi, per sempre è il suo romanzo d’esordio.
Marco La Greca on FacebookMarco La Greca on Wordpress
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