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Così, per sempre

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Consegna prevista Agosto 2020
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Pennello, Lollo, Puddu e Grifo sono quattro diciottenni come tanti, senza aspirazioni o interessi particolari, alla ricerca del minimo sforzo scolastico, del divertimento e, sia pure con risultati modesti, delle ragazze. Nel corso dell’anno, vivono percorsi sentimentali ed esistenziali che li portano a capire chi sono e cosa vogliono.
Così, per sempre è la loro storia, dall’alba del primo giorno di scuola sino a dopo l’esame di maturità. Tra occupazioni, feste, gite, sbronze, amicizie e litigi, amori e delusioni.
Sullo sfondo, la varia umanità dei compagni di classe e di scuola.
Una comunità colta in quel particolare periodo in cui tutto è ancora come prima, ma tutto sta per cambiare.

Perché ho scritto questo libro?

Per provare a raccontare quella fase della vita, a cavallo dell’esame di maturità, densa di emozioni, a volte anche dolorose, ma capace di regalare l’inebriante sensazione di essere padroni del proprio destino.

ANTEPRIMA NON EDITATA

II

“Sei il solito stronzo”. Lollo aveva atteso di accendersi la sigaretta, seduto sul sedile anteriore della Lancia Delta azzurro antibes, e di aspirare una profonda boccata, prima di esplodere: “Ma come, prima dici ‘andiamo presto, così facciamo la lastra alle quartine’, e poi ti presenti alle 8,30?”.
Il Grifo continuava a guidare, impermeabile alle invettive di Lollo.
Puddu, seduto dietro, seguiva il battibecco con un certo distacco.
“Scusate, non ho sentito la sveglia”, provò a giustificarsi il Grifo, con un’espressione, ora, di lieve dispiacere che sembrò contrariare ancora di più Lollo.
“Ma che non l’hai sentita, te la sveglia l’hai messa alle 7,50 come al solito, te lo dico io!”.
Il Grifo non replicò.

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“Ce lo potevi dire ieri sera, cazzo, almeno dormivamo pure noi”.
“No, è che…” un sorriso stava già comparendo sulle labbra del Grifo, impegnato a inventare l’ennesima scusa per il suo ennesimo ritardo, quando Puddu gli battè forte una mano sulla spalla. “Oh, Oh, Oh, ferma, guarda chi c’è!”.
La Lancia Delta inchiodò, costringendo ad una improvvisa frenata, con stridore di pastiglie, prolungato suono di clacson e un liberatorio “vaffanculo”, anche il guidatore della macchina che seguiva, un’Alfetta 2000 di colore marrone.
Sulla destra, in corrispondenza della fermata di via Nomentana, a pochi passi da piazza Sempione, stazionavano cinque o sei ragazzi, tutti sui 15/20 anni. Tra di loro un ragazzo piuttosto alto, dall’aria timida, i capelli neri, corti e con un po’ di forfora, un giubbotto jeans chiuso fino all’ultimo bottone in alto e un voluminoso zaino sulle spalle.
Dal finestrino del passeggero, incurante del pericolo appena corso, si affacciò Lollo, urlando verso il ragazzo dall’aria timida: “BELLA PENNELLO!”.
Il Pennello tirò il collo in su, assomigliando ancora di più a un rigido struzzo. Per un attimo pensò di fare finta di niente, non volendo rischiare di essere messo in mezzo.
Dalla portiera posteriore scese però Puddu; con ampie bracciate e un mezzo inchino lo invitava a entrare. Il Pennello si avviò, oscuramente sentiva che doveva andare ed entrò in macchina, sedendosi dietro a Lollo.
“Pennello ma ti sembra l’ora di andare a scuola?” chiese il Grifo. “E’ vero Penne’, che è successo?”, aggiunse Lollo.
Colpa delle chiavi, spiegò il Pennello, era convinto di averle prese e invece no, se n‘era accorto solo alla fermata. Era dovuto ripassare da casa e questo gli aveva fatto perdere tutto il vantaggio della sveglia anticipata.
La macchina ripartì e Lollo, sbirciando dallo specchietto retrovisore, passò a una domanda più personale: “Allora Pennello, che hai combinato quest’estate?”. Bella domanda: cosa hai combinato?. Una parola. Pennello si trovò subito di fronte al suo nulla ed iniziò la frase, come sempre, con un verso, una specie di vocale prolungata, a riempire il vuoto delle parole che non gli venivano: “Eeeehhh… guarda… in verità mi sono riposato…”.
Puddu, seduto accanto a lui, non ce la faceva a vederlo con quel giubbotto abbottonato fino al collo. Allungò le mani e, slacciandogli i primi due bottoni, gli sembrò di stare facendo una buona azione.
Pennello lo guardò senza dire nulla e però, in effetti, sembrava anche a lui di stare meglio.
“Insomma stavi dicendo che ti sei riposato, cioè?”, lo incalzò Lollo, che un po’, effettivamente, lo voleva prendere in giro e un po’ era incuriosito.
“Eeeeeh, sì, a Ladispoli… con mia madre… ho letto molto, passeggiato. Al mare poco, non mi piace molto, giusto un po’ la mattina presto …”
Il Grifo, indifferente al discorso tra Pennello e Lollo, allungò la mano verso lo stereo della macchina e alzò il volume. “Questa mi piace”, aggiunse. Nell’abitacolo si diffusero le note della canzone Hey Joe, nella versione di Jimi Hendrix.
Quasi senza accorgersene, a Pennello venne di accennare un impercettibile movimento della testa, come a seguire il ritmo della canzone. Il movimento non sfuggì a Puddu: “Bada! Al Pennello je piace Jimi Hendrix!”.
Pennello rimase sorpreso. “T’ho visto”, insistette Puddu alzando l’indice, “hai mosso la testa, ti piace il vecchio Jimi, non negare!”
Pennello non riuscì a dire nulla. Ebbe però la sensazione di avere, per un istante, liberato qualcosa.
Il Grifo tagliò corto: “Oh, ‘sti cazzi, me la fate sentire?”.
I quattro ascoltarono la musica in silenzio, con espressione soddisfatta per il Grifo, rassegnata per Lollo, e, per quanto riguardava Puddu e Pennello, come quella di due bambini cui è stato vietato di parlare.

* * *

La Lancia Delta attraversò il cancello ed entrò nell’atrio di un tipico edificio scolastico risalente alla fine degli anni sessanta: una costruzione di soli tre piani, rivestita di mattonelle in cortina rosse. Tutto intorno, il verde dei campi nei quali, sovente, gli studenti in libera uscita pascolavano, fumavano, giocavano a pallone, quando potevano pomiciavano.
La macchina si fermò nello spazio adibito a parcheggio interno, accanto al muro sul quale campeggiava, in vernice blue, una scritta: “Realizziamo le utopie”. Senza che se ne fossero resi conto, quella scritta teneva loro compagnia da quando erano entrati nella scuola superiore. Non sapevano chi l’avesse scritta. Non sapevano nemmeno a quale era geologica appartenesse. Se mai l’avevano letta, ora non ci badavano proprio più.
“Bell’arrivo, complimenti…”. Lollo, uscendo dalla portiera posteriore, tra le mani il suo minuscolo zaino, indicava l’atrio deserto. “Non c’è più nessuno, non ci ha visto nessuno, non lo sa nessuno che siamo venuti con questa!”. Richiuse la portiera con rabbia e batté forte la mano, con lo zainetto, sul tettino della macchina.
Dal posto del guidatore uscì rapidamente il Grifo: “Oh! La sfondi!”. Nel frattempo era sceso anche Puddu e insieme al Grifo, entrambi con in mano solo un diario-agenda, fecero il giro attorno alla macchina e raggiunsero Lollo. Una mesta processione verso l’ingresso della scuola.
Lollo provava ancora a spiegarsi: “Siamo i soliti tre sfigati che sono venuti a piedi, lo capite?”. “Tre?”, si chiese Puddu. Si girarono verso la Lancia Delta, distante appena una decina di metri, proprio mentre si abbassava il finestrino posteriore, dal quale si affacciò Pennello, l’espressione un po’ preoccupata: “Ragazzi, scusate… non riesco a slacciare…”. Pennello mostrava con la mano la cintura che gli passava sul petto. Lollo allargò le braccia, in segno di sconforto. Puddu lo apostrofò: “Sei l’unico al mondo che si allaccia la cintura”.
In quel preciso momento, Pennello volse lo sguardo alla propria destra, in una direzione precisa.
I tre, ancora fermi, si voltarono nella stessa direzione e la videro. Una ragazza, nell’aspetto loro coetanea, mora, anche lei in ritardo, che si dirigeva verso l’ingresso della scuola.
I tre la osservarono. Indossava una maglietta color sabbia su una gonna di jeans, ai piedi delle scarpe di tela. Non poteva dirsi propriamente bella ma aveva qualcosa per cui catturava l’attenzione.
Lei, per un attimo, sembrò guardare nella direzione di Pennello, poi si voltò, passò davanti ai tre senza degnarli di uno sguardo ed entrò nell’edificio. “ E questa? Da dove….”. Puddu venne interrotto da una mano che gli batteva sulla spalla. Si voltò e vide Pennello. Era riuscito a sganciarsi. Subito dopo, quando disse “Possiamo andare”, avviandosi verso la porta di ingresso della scuola, Pennello stesso aveva un tono sicuro, ignoto ai tre, che lo seguirono, ora, chiusi in un silenzio un po’ stupito.

* * *

Alle 8,35 del primo giorno di scuola, l’aula della III F, ancora senza professore, era un tripudio di risate, racconti, esuberanze, timidezze, scherzi, vanterie. Un’euforia giovanile e, al tempo stesso, matura, nonnesca. Sì perché loro, gli occupanti la III F, insieme agli altri superstiti delle altre terze liceo, erano i più anziani, i nonni, appunto, dunque i padroni della scuola.
Tra i quattordici ragazzi in quel momento già in classe, c’era Giovanni Rustella, detto Rota, fisico da body builder, i capelli cortissimi, che, in piedi davanti alla porta della classe, arringava una platea indistinta: “Per il fumo tutto come al solito! Abbiamo il Libanese in cassa continua, la Maria su ordinazione e quest’anno, per serate speciali, se proprio ve lo potete permettere, anche qualcos’altro”.
Stava ancora aspettando una qualche reazione alle sue parole quando vide il Grifo, subito seguito da Puddu e da Lollo. Li salutò battendo il cinque. Fu la volta del Pennello e qui Rota si portò le mani davanti agli occhi, come per coprirsi da un’immagine orribile, cominciando ad emettere suoni gutturali inframezzati da poche, intellegibili parole: “GGGHHhhhgggHHH! Il Pennello fa ggghhhggghhhh!”.
Il solito Rota, la solita accoglienza, il solito clima, pensò il Pennello, che si andò a sedere al proprio posto, con lo spirito di un impiegato che malvolentieri timbra il cartellino, ma lo deve fare. Tra le distratte risatine della classe, Rota continuò ad emettere suoni gutturali, a contorcersi e a tenere le mani davanti agli occhi: “GGGHHhhhgggHHH! Pennello fa sempre più GGGHHhhhgggHHH!”
All’improvviso, in classe scese il silenzio. Dopo qualche secondo, Rota, insospettitosi, tolse rapidamente le mani dagli occhi. Davanti a lui, fermo sulla porta, che lo osservava con espressione severa, il Professor Tirso, un uomo sui sessant’anni, calvo, sul viso degli occhiali dalla montatura tonda di color argento, una sigaretta accesa tra le labbra, che gli parlò con tono calmo: “Rustella, vedo che l’estate, anche quest’anno, ha giovato unicamente alla tua già spiccata immaturità”.
Nella classe si diffuse un brusio di trattenuti sorrisini, subito domati da uno sguardo calmo ma fermo del professore, che fece cenno a Rota, con la mano, di accomodarsi al suo banco; solo dopo che Rota si fu seduto, all’ultimo banco della fila centrale, il Professore prese posto alla cattedra, estrasse dal cassetto un posacenere e vi spense la sigaretta. Immediatamente dopo ne prese un’altra e l’accese. Diede una guardata distratta al registro, valutando, a occhio, che erano presenti tutti. Iniziò, così, a parlare alla classe: “Questo è l’anno della vostra maturità. Siete tutti lontani dall’obiettivo. Alcuni”, si rivolse a Rota, “a distanza siderale”. Risate soffuse della classe. “Dovrete studiare molto. Iniziamo a farlo subito, con Dante. Quest’anno studiamo il Paradiso…”
Lollo, di getto, iniziò a scrivere sul banco, poi si spostò di lato, in modo da far leggere la scritta a Grifo, accanto a lui, e a Puddu, seduto nel banco di dietro, da solo: “Questo è l’anno in cui voglio scopare!”. Grifo e Puddu annuirono con espressione di accondiscendenza.
In quel momento si affacciò sulla porta dell’aula, rimasta aperta, il Preside, un signore cinquantenne, basso e grassottello, in giacca e cravatta. Tirso fece segno alla classe, senza particolare enfasi, di alzarsi in piedi. A seguire, si alzò anche lui.
Il Preside entrò e si diresse rapido verso Tirso. I due scambiarono qualche parola, poi il Preside uscì. “Ragazzi”, annunciò Tirso, “il Preside mi ha appena comunicato che quest’anno avrete un nuovo compagno, anzi, una compagna…”. L’ovvio brusio fu subito interrotto dal nuovo e trafelato ingresso del Preside che fece un leggero inchino, preannunciando l’ingresso della nuova compagna: “Lei è Susanna Meneghini, sono sicuro che si inserirà perfettamente. Buona fortuna e buon lavoro a lei e a tutti”. Entrò la ragazza che, nell’atrio della scuola, aveva attirato lo sguardo dei quattro ritardatari.
Il preside strinse la mano a Tirso e uscì dall’aula, accennando un saluto alla classe. Nessuno si alzò, il Preside non se ne adombrò. Aveva troppo da fare quella mattina. Doveva fronteggiare la processione di colleghi scontenti dell’orario provvisorio diramato il giorno prima.
Ci pensò Tirso a rompere il ghiaccio: “Benvenuta, io sono il Professore di Italiano, Aurelio Tirso. Loro sono come li vedi. Un disastro. Tu hai il compito di alzare la loro media e sono sicuro che ci riuscirai. Accomodati pure lì”. Susanna Meneghini andò nella direzione indicata da Tirso e si sedette nell’unico posto libero: accanto al Pennello.
“Dicevamo: quest’anno studiamo il Paradiso”, riprese Tirso. Pennello e Susanna si diedero la mano.
Lollo indietreggiò leggermente con il corpo, in modo da far sentire non solo al Grifo, che era accanto a lui, ma anche a Puddu: “Hai capito Pennello, che culo?”. “E che cazzo, era libero pure il posto di Puddu, poteva mandarla qui, no?”, chiosò Grifo. “Secondo voi è un caso”, precisò Puddu, “che l’abbia mandato lì e non qui? Tirso sa bene che non mi avrebbe resistito”. Le mani di Grifo e Lollo erano già tese a mandarlo a quel paese quando Tirso li interruppe con uno sguardo diretto e inequivoco, proseguendo nel discorso senza nessuna alterazione della voce: “….Con il Paradiso, dunque, Dante completa…”.
Fu a quel punto che Grifo prese il diario e, alla pagina di quel primo giorno di scuola dell’ultimo anno di liceo, il 21 settembre, scrisse, in stampatello, il più chiaro possibile: “PUTTAN TOUR?”. Lollo annuì subito, entusiasta. Puddu ebbe un attimo di esitazione, poi dettò la sua condizione, aggiungendola a penna sotto la scritta del Grifo: “Solo se viene anche il Pennello”.

III

“Fabri… non hai mangiato niente”.
Davanti al piatto di minestra, seduto al tavolino rettangolare di una cucina che appariva, in quel momento, particolarmente spoglia e poco illuminata, Pennello scosse la testa: “No, non ho molta fame…”.
Cesira stava già guardando il figlio con espressione carica di eccessiva apprensione quando suonò il citofono. “Aspetti qualcuno?”. Il Pennello esitò: “Eeehhh….”
Il citofono suonò ancora e il Pennello, per uscire dall’imbarazzo, indicò con la mano in direzione del citofono, posizionato sulla parete alle sue spalle, e andò a rispondere: “Chi è?”.
“Catherine Deneuve”, fu la risposta di una voce maschile, resa gracchiante dal citofono. “Chi?”. “Chi cazzo dev’esse, Penne’? Scendi!”. Il solito Lollo. Era sicuro di voler uscire con loro? Lo sguardo interrogativo della madre, quella sera, lo spinse a osare. “Esco… con Lorenzo, Massimo e Pud… eeehhh… Alessandro”. “Ma… non hai ancora finito… e poi… non è che fate tardi? Domani hai la scuola, Fabri”.
Pennello si alzò lentamente dal tavolo: “Andiamo al cinema… facciamo presto… buona notte mamma”.
Pennello uscì dalla cucina, seguito dallo sguardo preoccupato della madre.

* * *

“Cambio programma Pennello!”.
Erano seduti nella stessa formazione della mattina. Il Grifo al volante, Lollo accanto a lui, dietro Puddu e Pennello. Più che la canna, ancora spenta tra le labbra di Lollo, era l’idea stessa della canna, oltre che della serata, a renderli euforici. Lollo si accese finalmente la bomba e continuò a rivolgersi al Pennello: “Tu preferisci l’aroma del Libano o la Maria?”. Pennello non seppe cosa rispondere. “Perché questa sera, con l’amico libanese”, continuò Lollo indicando la canna, “ si va a migne!”. Tirò una profonda boccata e poi offrì il manufatto a Pennello, che fece educatamente cenno di no con la mano. A questo punto Lollo, mimando platealmente il gesto di rifiuto di Pennello, passò la canna al Grifo, che ne aspirò con calma una boccata. “Migne?”, chiese educatamente Pennello a Puddu, che non gli rispose direttamente; gli sorrise, poi allungò la mano verso il Grifo e si fece passare la canna, aspirandone anche lui una profonda boccata.
Lo stridore delle gomme sull’asfalto precedette di pochi istanti l’improvvisa accelerazione della macchina.

23 gennaio 2020

Aggiornamento

Ogni storia ha la sua colonna sonora. Anche Cosi, per sempre ce l'ha e ho provato a ricostruirla, con l'elenco, in rigoroso ordine cronologico, delle canzoni che i personaggi ascoltano (magari imbattendocisi per caso e anche per pochi secondi), citano, ricordano, usano, dedicano, cantano, suonano… Ecco dunque la colonna sonora di "Così per sempre". "Hey Joe", Jimi Hendrix "Pump Up The Volume", M/A/R/RS "Sign 'O' the Times", Prince "Forever Man", Eric Clapton "With Or Without You", U2 "Paris Latino", Bandolero "Little Wing", Sting "The Secret Marriage", Sting "Horizons", Genesis "You Can Close Your Eyes", James Taylor "Brigadier Sabari", Alpha Blondy "John Barleycorn (Must Die)", Traffic "Mad World", Tears for fears "Blasphemous Rumours", Depeche mode "Tutta n'ata storia", Pino Daniele "Brothers in Arms", Dire Straits "Ancora tu", Lucio Battisti "Tonight I'm Yours", Rod Stewart "C'est la ouate", Caroline Loeb "Disco samba", Los Joao "Girls Just Want to Have Fun", Cyndi Lauper "Capodanno", Franco Califano "Pazza idea", Patty Pravo "Fragile", Sting "Solitude Standing", Suzanne Vega "The Unforgettable Fire", U2 "Promenade", U2 "Space Oddity", David Bowie "Heroes", David Bowie "Viento 'e terra", Pino Daniele "When will I Be Famous?", Bros "Mystify", Inxs "Soul express", Enzo Avitabile "Alle porte del sole", Gigliola Cinquetti "Canzone", Vasco Rossi "You Shook Me All Night Long", AC/DC "Bring On The Night", The Police "The Power of Love", Frankie goes to Hollywood "Disperato erotico stomp", Lucio Dalla "Blasco Rossi", Vasco Rossi "Red Red Wine", UB40 "Yeke Yeke", Mory Kanté "La Isla Bonita", Madonna "Splendida giornata", Vasco Rossi "Hey Joe", Jimi Hendrix
23 dicembre 2019

Aggiornamento

A - 4 dall'obiettivo, volevo avvertire i 196 coraggiosi sottoscrittori che da venerdì scorso sono disponibili per il download le bozze aggiornate, nelle quali sono stati corretti alcuni refusi ed eseguiti, qui e lì, alcuni interventi di forma.
Per chi ha già letto, ovviamente, non cambia nulla.
Per chi, invece, non ha ancora cominciato o, comunque, non ancora completato, consiglio di scaricare le bozze aggiornate.
Grazie a tutti, auguri di buon Natale e a presto!
05 dicembre 2019

Aggiornamento

Cari lettori,
quando ho cominciato, non sapevo bene dove sarei arrivato. Soprattutto, non sapevo se sarei arrivato. Tanto meno quanto ci avrei impiegato. Mi ponevo obiettivi ambiziosi. Solo che potevo lavorarci poco: mezz’ora al giorno e nemmeno tutti i giorni. Allora aggiornavo programmi e obiettivi, allungando i tempi.
A un certo punto ho intensificato l’impegno. Sempre dopo avere messo a posto i doveri. Ogni istante libero. E varie volte mi sono chiesto se ne valeva la pena. Ed è capitato pure di rispondermi che no, forse era tutto un disegno assurdo. “Fai altro, cosa ti sei messo in testa?”. Quando esternavo questi dubbi, mia moglie mi diceva che invece ne valeva la pena, comunque.

Chi l’ha letto, mi ha detto che è stato come rivivere quegli anni.
Per me, quando l’ho scritto, è stato così.
Ogni sera, per mezz’ora, qualche volta anche per più tempo, sono tornato indietro ed ero di nuovo lì. Al liceo Orazio, nel quartiere Talenti, a Roma. Il mio liceo, il mio quartiere, la mia città. Ma potrebbero essere quelli di tutti. Ho respirato di nuovo quell’aria, indossato quei vestiti, ascoltato quella musica. Ma potrebbero essere quelli di tutti. Anche di oggi, perché no?
Soprattutto, ho sentito di nuovo che tutto era possibile.

Ecco. L’ho capito solo quando sono arrivato alla fine. L’errore che a un certo punto, da adulti, si comincia a commettere: smettere di pensare che tutto sia possibile.
E invece no. Non è mai così. Mai.

Buona notte a tutti.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Bellissimo questo libro.
    Ha un modo incredibilmente autentico di raccontare il liceo e i suoi “365 giorni all’alba” della maturità, i quartieri di Roma (quelli alti e quelli dei comuni mortali), gli anni 80, la loro musica (tanta bella musica), il modo di parlare, di vestire, di interessarsi alla politica.
    Un libro che smuove qualcosa dentro, nel profondo, come l’effetto richiamo provocato da un odore dimenticato nel quale ci si imbatta senza preavviso: quello del cuoio della cintura del Charro e delle Timberland da barca o quello del fumo di cui erano impregnati capelli e vestiti, anche di chi non fumava.
    E al centro di tutto una bellissima storia di amicizia maschile, con la A maiuscola, di quelle che mi getterei nel fuoco per te ma manco morto te lo direi; ma anche di profonda solitudine, perché infondo, di fronte ai propri demoni, ciascuno è solo.
    E’ una storia che parla della “paura e la voglia” di tutto: di diventare grandi, di restare ragazzi e divertirsi, di “rimediare una ragazza” e innamorarsi, di trasgredire e fare i bravi, di essere e diventare qualcuno e di scomparire dalla faccia della terra.
    Racconta il delirio di onnipotenza dei diciottenni, il cui mondo gira tutto intorno a loro (ed è giusto e bello che sia così), con gli adulti che praticamente scompaiono dalla scena, sono appena delle ombre percepite sullo sfondo, con l’unica eccezione di un riservato ma accorto professore di lettere, che a sorpresa ci regala verso la conclusione una delle scene più intense di tutto il libro.
    Lollo, Puddu, Grifo e Pennello. Quattro caratteri descritti con una magnifica penna, acuta, colta e semplice allo stesso tempo, potente, mai banale, che sa farti ridere perché non cerca la risata e sa farti piangere – io in effetti in alcuni momenti ho pianto – perché non cerca di indurti alle lacrime.
    Quando una storia scatena emozioni così elementari e viscerali, vuol dire che ci siamo, vuol dire che abbiamo incontrato il libro che merita di essere letto.

  2. (proprietario verificato)

    Ciao Marco, grazie per il libro che hai scritto. Mi ha fatto bene e mi ha fatto male al tempo stesso. Anni tanto passati da sembrarmi dimenticati. Sensazioni che a volte, al loro riaffiorare, ho rimosso tante volte. Per me difficile leggere le tue pagine senza istintivamente associare volti noti o episodi vissuti (dalla delta azzurro antibes di mio padre con cui anche io sono andato a scuola, il funerale di una compagna di classe, la gita a Parigi, “Tirso” come membro interno alla maturità….). Provando ad astrarmi da tutto quello che mi potrebbe suonare strano e terribilmente familiare un bellissimo racconto di formazione e che ricrea una bolla temporale e ideale. Forse una età dell’oro che potrei solo augurare a mia figlia di poter vivere nel suo tempo. Un grazie che per me vale più di un Bravo.

  3. (proprietario verificato)

    Ho letto il libro in un soffio! Arrivato verso la conclusione, ho provato a centellinarne la lettura, per farlo durare di più… ma non ci sono riuscito! La storia ti prende e finisci per divorarla! Ho riso, mi sono commosso, spesso immedesimato. mi sono anche arrabbiato con Marco quando ha riservato ai suoi personaggi una sorte che non meritavano….
    Insomma un libro che fa vivere emozioni!
    Bello, bello, bellissimo!

  4. (proprietario verificato)

    Ho letto le bozze di questo libro in pochissimo. La lettura è molto intrigante perché è scritto con la tecnica del racconto incrociato delle vicende dei quattro ragazzi protagonisti. Conoscevo già l’autore per avere letto i suoi racconti e il libro ha confermato la capacità di Marco La Greca di rendere, in modo davvero magistrale, interessante la quotidianità. Il libro merita di essere letto dagli adulti (che, come me, erano ragazzi in quegli anni ottanta) ma anche dai giovani di oggi che, a volte, sembrano avere perso quegli ideali, come l’amicizia, che il libro celebra giustamente già dal titolo. Il finale è commovente ma pieno di speranza per il futuro nostro ma soprattutto dei nostri ragazzi. Bravo, bravissimo Marco!!!

  5. (proprietario verificato)

    La nostra gioventù. Un libro da bere! Lo consiglio!

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Marco La Greca
Sono nato nel 1969, a Roma; qui mi sono diplomato, laureato ed ho iniziato a lavorare.
Ho sposato Myriam e dal nostro amore sono nati Elena ed Edoardo.
Scrivo di notte, perché di giorno mi occupo di altro. Perdo sonno, ma, forse, guadagno in equilibrio, almeno interiore.
In gioventù ho co-sceneggiato un film (“L’ultima mano”) e un medio metraggio (“Mattina e notte”).
Più di recente ho pubblicato racconti e articoli su giornali e riviste (il settimanale “Gli Altri”, il quotidiano “Il Garantista”, i blog www.leragioni.it e www.lideale.it).
Attualmente curo una rubrica di racconti, “ Easy writer”, sul blog www.lillimandara.it.
Marco La Greca on FacebookMarco La Greca on Wordpress
LEGGEREACASA fino al 3 aprile regaliamo un libro in formato digitale tra una selezione di titoliScopri quali
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