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Cous Cous Blues

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”Carmé, ma per te cosa è l’amore?”
“Iachìno ma ti sei svegliato con questo pensiero? Mi piace pensare che sia una fragola. La forma è il cuore che batte e i puntini i baci che lo avvolgono di bontà”

Iachìno Bavetta è un giornalista di satira. Ha appena fondato la rivista Ulapino, quando una morte improvvisa colpisce il proprietario del mezzo, un venditore di panini e panelle avuto in prestito per lanciare la pubblicazione. Con il compare Gerlando, si troverà invischiato in un intrigo da risolvere. In mezzo ci saranno i profumi della città, dei vicoli e del mare, uniti alle gustose ricette che ama preparare alla sua donna, Carmela. Dalle strade di Palermo alle limpide acque di Favignana per una pasta coi ricci il passo è breve, sino ad arrivare ad un borgo di montagna in cui volano i grifoni e nasce una salsiccia al pepe rosa. Con il suo fidato bassotto Arturo, un pizzico di fortuna e tanta ironia Iachìno riuscirà a far luce su omicidi e stranezze di cui è ricca la Sicilia.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro con il telefonino e nei posti più impensabili. In uno scantinato, davanti al mare, in montagna, dentro una vecchia Cinquecento e, ovviamente, anche in bagno. Mentre scrivevo avevo il sorriso sulle labbra, per questo arrivare alla fine è stato naturale e gustoso, proprio come un cannolo siciliano. E siccome mi piace da morire cucinare, ho iniziato a scrivere e non mi son fermato più. Il mio desiderio è che i personaggi possano continuare a vivere nel corso del tempo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Le Panelle di Tanino Speciale

Iachìno stava friggendo melanzane quando arrivò la telefonata.

Era suo compare Gerlando, che alla cornetta fu perentorio.

“Vai a comprare subito il Giornale delle Pulci”, disse, “poi richiamami, dobbiamo vederci”.

Il tono era serio, come il colore delle mezzelune che stava dimenticando nell’olio bollente, lasciando spazio ai suoi pensieri.

Giusto in tempo per risparmiare il rimprovero di Carmela e dei bambini che amavano sentire la melanzana dolce dolce insieme al basilico e al pecorino fresco.

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Una spolverata di sale, un immancabile assaggio ed era già verso l’edicola.

Chiusa, neanche per la corsa che si era fatto con la sua Cinquecento d’epoca ereditata da un prozio e il rischio concreto di doversi inventare un’altra pietanza per il pranzo che rischiava di carbonizzarsi.

Trafelato, prese il cellulare e compose il numero a memoria.

Gerlà, l’edicola è chiusa, ma che ci fu?”.

Qualche secondo di silenzio fece calare il gelo.

“A che ora ci vediamo?”. Suonò come un tuono.

“Ho l’impressione che tu stia scherzando. Ad ogni modo, ti raggiungo alle tre, il tempo di mangiare e fare addormentare il piccolo”.

La telefonata si chiuse come uno schioppo sordo. Sudato, Iachìno si mise in marcia e tornò verso casa.

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Parcheggiata la macchina, si lavò le mani e versò l’acqua nella pentola per la pasta.

Giusto il tempo di farla bollire che un rumore metallico risuonò nel chiavistello insieme ad un inconfondibile grido stridulo a doppia voce che suonava così: “Papà, pronto è? Abbiamo fame”.

Un marmocchio coi riccioli biondi e una fanciulla poco più grande che saltellava come un grillo gli si presentarono davanti.

“Sto calando”, li rassicurò Iachìno, mentre con la testa ripercorreva la strada fatta verso casa e le parole di suo compare.

“Se mi ha preso in giro questa volta la paga”, pensò.

Addentarono il maccherone quando ancora, dalla pentola, veniva fuori quell’inconfondibile nube di vapore che si porta dietro tutti gli aromi del condimento: il basilico della piantina che quest’anno sembrava avere bevuto acqua e doping, le melanzane morbide ma con la crosta croccante che aveva raccolto la sera precedente e la spolverata di pecorino forte. Infine il peperoncino, quello non mancava mai nei piatti suoi e di Carmela, che cresceva i figli a pane e allegria.

La moglie, dai capelli rossi e le dita da pianista, faceva l’insegnante alle scuole elementari.

Fu mentre affettava il peperoncino aiutandosi col pollice che Iachìno disse: “Alle tre devo scendere, devo vedermi con Gerlando”.

“Di nuovo? Ma già non vi siete visti ieri? C’è ancora da montare la tenda della cucina”.

Carmela, in fatto di cose da fare, aveva sempre le idee chiare, soprattutto se poteva tenersi il marito bello stretto.

“Sempre a scaminìare sei, neanche fosse un lavoro l’andare continuamente in giro”.

“Mi ha chiamato, c’è di mezzo una faccenda, magari ci porta nuova pubblicità per il giornale”.

Si chiamava Ulapino il loro nuovo progetto editoriale, proprio come il mezzo di trasporto che riesce a farsi strada fra i vicoli più stretti della città. Un giornale di satira per far ridere la gente con tutte le stranezze di cui è ricca la Sicilia.

“Sì”, gracchiò Carmela, “tu esci e noi ci teniamo le zanzare che sono peggio dei sanguisuga”.

Iachìno fece finta di non avere sentito, prese le chiavi e si tirò la porta alle spalle dopo aver preso una abbondante boccata d’ossigeno dalle grandi narici che gli disegnavano il volto.

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Alle tre meno dieci, era già a cercare posto sotto casa di suo compare, ma siccome non si trovava un buco neanche per quella macchina così piccola, accostò in seconda fila, prese il telefono e mandò un messaggio a Gerlando: “Scendi!”.

La Fiat era rimasta accesa, il minimo era regolato alla perfezione e non c’era bisogno di dare un colpetto di acceleratore ogni tanto. Gerlando si presentò in tutta la sua stazza, munito di giacca e camicia anche con quaranta gradi all’ombra. Era una montagna, alto e con la pancia ben in vista.

“Sali” gli disse e Gerlando fece il giro dell’auto piombando come un macigno sul sedile passeggero.

“Ho i capelli scombinati?”, chiese dopo aver chiuso lo sportello.

“Ma se sei calvo, finiscila”.

Iachìno ingranò la prima e partì senza meta. Fu lui stesso a rompere il silenzio, durato due minuti che sembrarono una mezza partita di pallone.

Gerlando, non noti che la macchina è più bassa dal tuo lato? Non è che hai in programma una dieta? Sembra piegata, più per la macchina, poverina, campò settant’anni”.

Ah, non per il colesterolo e la mia salute? Per la macchina!”.

Gerlando sogghignava, ma non era uno a cui piaceva darla vinta, allora aspettò qualche attimo e replicò.

“Se mi succede qualcosa ti faccio spingere la carrozzella su fino al santuario di Santa Rosalia”.

“Allora dimagrisci!”.

Iachìno fece la doppietta, scalò di marcia e prese una curva in stile rally prima di accostarsi.

Erano davanti al mare, anche se c’era un po’ di tanfo per via delle condutture fognarie che continuavano a scaricare nel porticciolo. Sub improvvisati si immergevano in quelle acque per cercare di sbarcare il lunario con qualche polpo.

Eppure, nonostante la puzza e il caldo soffocante, quell’approdo regalava uno degli scorci più belli della città. A sinistra c’era Monte Pellegrino che, con la sua stazza, sembrava un toro da corrida, a destra il paesaggio si perdeva fra i lontani pizzi degli agglomerati di provincia e, davanti, l’orizzonte con le navi e le barchette che regalavano speranze a tutti quelli che sognavano, un giorno, di lasciare la città.

Ma la cosa più bella era quella che non si vedeva, perché alle spalle del maestoso edificio che separava la strada dal mare c’era uno specchio d’acqua nascosto dal braccio di cemento.

Una panchina di marmo e un pizzico d’aria che ventilava sulle teste aspettavano i due amici.

“Ti ho portato un goccio di caffè freddo preparato ieri da Rosamaria”, brontolò Gerlando mentre provava a prendere due bicchierini di plastica con una mano. Con l’altra teneva una bottiglietta di gazzosa, chiusa con un tappo blu, e sotto l’ascella reggeva la copia del Giornale delle Pulci.

Iachìno stava avvicinando il bicchierino alle labbra per la prima sorsata, quando sentì il colpo del giornale sulle cosce, coperte da un pantalone di cotone leggero color sabbia. La camicia invece era di lino, celeste, perché diceva che doveva portare sempre, addosso, un pezzo di terra e uno di mare.

“Apri a pagina trentaquattro”, disse Gerlando mentre il caffè attraversava la gola rinfrescandola di nero.

Iachìno posò il bicchiere al suo fianco, accavallò una gamba e iniziò a sfogliare le pagine tenendo il giornalino poggiato sul ginocchio.

“Sembriamo due novantenni e invece ne abbiamo poco più di quaranta”, parlò Iachìno.

“Parla per te, io vado fiero dei miei quarantacinque suonati”.

“Mi chiedo sempre chi me l’ha fatto fare di mettermi in affari con un collega così anziano, con tutte le giovani giornaliste che ci sono a Palermo”.

“Iachìno, ti sto registrando”.

“No, cancella tutto che se lo sente Carmela dice che mi trita come per il soffritto di cipolla”.

Il sole era abbastanza alto da disegnare sul cemento del molo le sagome dei due amici, storpiate dalla calura come un bozzetto di carboncino. Per riempire l’ombra di Gerlando ce ne volevano almeno un paio di Iachìno.

“Amunì, sono qua, dimmi tutto”.

“Prima dagli un’occhiata, vediamo se ti si accende una lampadina”.

Iachìno iniziò a scorgere gli annunci ad uno ad uno, ma più o meno erano tutti gli stessi. Auto, moto, barche. Tutte cose o troppo vecchie o fuori dalla portata delle loro tasche. L’occhio cadde su una Moto Guzzi d’epoca che sembrava promettere bene, certamente in quanto a soldi da spendere per rimetterla perfettamente a nuovo. L’annuncio diceva che era in buone condizioni, ma da risistemare. In sostanza era di sicuro un catorcio.

Gerlà, qua io non vedo niente di che, a meno che non ti voglia comprare una moto, questo gommone da ventimila euro o un altro lapino, ma non mi pare il caso”, sottolineò Iachìno abbassando il tono della voce, per non farsi sentire da possibili persone nelle vicinanze.

Chi ci doveva essere a quell’ora e per giunta in piena estate? Gli unici coraggiosi erano quattro bambini e una ragazzina che facevano i tuffi nell’acqua dalla spiaggetta a oltre duecento metri da loro.

“Che bello vedere i picciriddi che giocano con l’acqua”, disse Iachìno.

“Senti”, esclamò Gerlando, poggiando l’indice della mano destra sull’annuncio dell’Ape Piaggio nascosto nella terza fila in basso alla pagina, “guarda qua”.

Iachìno aguzzò la vista, lesse e a quel punto il suo stomaco ebbe un sussulto. Se qualcuno lo avesse visto avrebbe potuto dire che aveva fatto un saltello da seduto. Un colpo, insomma.

L’annuncio recitava solo queste parole: Ape vendesi. Targa PA12613. 

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Dario La Rosa
Sono, non per forza nell’ordine: giornalista, musicista, regista, studente, subacqueo, papà, viaggiatore, ciclista, amante, lettore, artista, fotografo, meccanico, cuoco, bevitore e grande mangiatore, camminatore, scopritore, arrampicatore, sciatore e tanto altro ancora che finisce in ore... sono nato nel 1980, vivo e amo Palermo, lavoro sodo e provo a divertirmi quando posso.
Dario La Rosa on sabfacebook

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