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Cous Cous Blues

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Iachìno Bavetta è un giornalista di satira. Ha appena fondato la rivista Ulapino, quando una morte improvvisa colpisce proprio il proprietario del mezzo a tre ruote avuto in prestito per lanciare la pubblicazione. Con il compare Gerlando, Iachìno si trova quindi invischiato in un intrigo da risolvere. In mezzo ci sono i profumi di Palermo, dei vicoli e del mare, uniti alle gustose ricette che ama preparare alla sua donna, Carmela, e ai suoi due figli.
Dalle strade di Palermo alle limpide acque di Favignana per una pasta coi ricci e un nuovo caso da risolvere il passo è breve, sino ad arrivare a un borgo di montagna in cui volano i grifoni e si produce una salsiccia al pepe rosa.
Con il suo fidato bassotto Arturo, un pizzico di fortuna e tanta ironia Iachìno cerca di far luce su omicidi e stranezze di cui la Sicilia è ricca.

Le panelle di Tanino Speciale
Iachìno stava friggendo melanzane quando arrivò la telefonata.
Era suo compare Gerlando, che alla cornetta fu perentorio.
«Vai a comprare subito il Giornale delle Pulci,» disse «poi richiamami, dobbiamo vederci.»
Il tono era serio, come il colore delle mezzelune che stava dimenticando nell’olio bollente, lasciando spazio ai suoi pensieri. Se ne accorse giusto in tempo per risparmiarsi il rimprovero di Carmela e dei bambini, che amavano sentire la melanzana dolce dolce insieme al basilico e al pecorino fresco. Una spolverata di sale, un immancabile assaggio ed era già verso l’edicola.
Chiusa, nonostante la corsa che si era fatto con la sua Cinquecento d’epoca ereditata da un prozio e il rischio concreto di doversi inventare un’altra pietanza per il pranzo che rischiava di carbonizzarsi.
Trafelato, prese il cellulare e compose il numero a memoria.
«Gerlà, l’edicola è chiusa, ma che ci fu?»
Qualche secondo di silenzio fece calare il gelo.
«A che ora ci vediamo?» Suonò come un tuono.
«Ho l’impressione che tu stia scherzando. Ad ogni modo, ti raggiungo alle tre, il tempo di mangiare e fare addormentare il piccolo.»
La telefonata si chiuse come uno schioppo sordo. Sudato, Iachìno si mise in marcia e tornò verso casa.Continua a leggere
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*

Parcheggiata la macchina, si lavò le mani e versò l’acqua nella pentola per la pasta.
Giusto il tempo di farla bollire che un rumore metallico risuonò nel chiavistello insieme a un inconfondibile grido stridulo a doppia voce che suonava così: «Papà, pronto è? Abbiamo fame».
Un marmocchio coi riccioli biondi e una fanciulla poco più grande che saltellava come un grillo gli si presentarono davanti.
«Sto calando» li rassicurò Iachìno, mentre con la testa ripercorreva la strada fatta verso casa e le parole di suo compare.
Se mi ha preso in giro, questa volta la paga, pensò.
Addentarono il maccherone quando ancora, dalla pentola, veniva fuori quell’inconfondibile nube di vapore che si porta dietro tutti gli aromi del condimento: il basilico della piantina, che quest’anno sembrava avere bevuto acqua e doping, le melanzane morbide ma con la crosta croccante raccolte la sera precedente e la spolverata di pecorino forte. Infine il peperoncino, quello non mancava mai nei piatti suoi e di Carmela, che cresceva i figli a pane e allegria.
La moglie, dai capelli rossi e le dita da pianista, faceva l’insegnante alle scuole elementari.
Fu mentre affettava il peperoncino sui piatti, aiutandosi col pollice, che Iachìno disse: «Alle tre devo scendere, devo vedermi con Gerlando».
«Di nuovo? Ma già non vi siete visti ieri?» esclamò Carmela dopo aver addentato il primo boccone di pasta. «C’è ancora da montare la tenda della cucina.»
Carmela, in fatto di cose da fare, aveva sempre le idee ben precise, soprattutto se poteva tenersi il marito bello stretto.
«Sempre a scaminìare sei, neanche fosse un lavoro l’andare continuamente in giro.»
«Mi ha chiamato, c’è di mezzo una faccenda, magari ci porta nuova pubblicità per il giornale» si giustificò in fretta Iachìno parlando con la bocca mezza piena.
Si chiamava Ulapino, il loro nuovo progetto editoriale, proprio come il mezzo di trasporto che riesce a farsi strada fra i vicoli più stretti della città. Un giornale di satira per far ridere la gente con tutte le stranezze di cui è ricca la Sicilia.
«Sì,» gracchiò Carmela quando terminarono il pranzo «tu esci e noi ci teniamo le zanzare che sono peggio delle sanguisughe.»
Iachìno fece finta di non avere sentito, prese le chiavi e si tirò la porta alle spalle dopo aver preso una abbondante boccata d’ossigeno dalle grandi narici che gli disegnavano il volto.
*

Alle tre meno dieci, era già a cercare posto sotto casa di suo compare, ma siccome non si trovava un buco neanche per quella macchina così piccola, accostò in seconda fila, prese il telefono e mandò un messaggio a Gerlando: Scendi!
La Fiat era rimasta accesa, il minimo era regolato alla perfezione e non c’era bisogno di dare un colpetto di acceleratore ogni tanto. Gerlando si presentò in tutta la sua stazza, munito di giacca e camicia anche con quaranta gradi all’ombra. Era una montagna, alto e con la pancia ben in vista.
«Sali» gli disse e Gerlando fece il giro dell’auto piombando come un macigno sul sedile passeggero.
«Ho i capelli scombinati?» chiese dopo aver chiuso lo sportello.
«Ma se sei calvo, finiscila!»
Iachìno ingranò la prima e partì senza meta. Fu lui a rompere il silenzio, dopo due minuti che sembrarono una mezza partita di pallone: «Gerlando, non noti che la macchina è più bassa dal tuo lato? Sembra piegata, non è che hai in programma una dieta? Più per la macchina, poverina, campò settant’anni.»
«Ah, non per il colesterolo e la mia salute? Per la macchina!»
Gerlando sogghignava, ma non era uno a cui piaceva darla vinta, allora aspettò qualche attimo e replicò: «Se mi succede qualcosa ti faccio spingere la carrozzella su fino al santuario di Santa Rosalia».
«Allora dimagrisci!»
Iachìno fece la doppietta, scalò di marcia e prese una curva in stile rally prima di accostarsi.
Erano davanti al mare, anche se c’era un po’ di tanfo per via delle condutture fognarie che continuavano a scaricare nel porticciolo. Sub improvvisati si immergevano in quelle acque per cercare di sbarcare il lunario con qualche polpo.
Eppure, nonostante la puzza e il caldo soffocante, quell’approdo regalava uno degli scorci più belli della città. A sinistra c’era Monte Pellegrino che, con la sua stazza, sembrava un toro da corrida, a destra il paesaggio si perdeva fra i lontani pizzi degli agglomerati di provincia, e davanti c’era l’orizzonte con le navi e le barchette che regalavano speranze a tutti quelli che sognavano, un giorno, di lasciare la città.
Ma la cosa più bella era quella che non si vedeva, perché alle spalle del maestoso edificio che separava la strada dal mare c’era uno specchio d’acqua nascosto dal braccio di cemento.
Una panchina di marmo e un pizzico d’aria che ventilava sulle teste aspettavano i due amici.
«Ti ho portato un goccio di caffè freddo preparato ieri da Rosamaria» brontolò Gerlando mentre provava a prendere due bicchierini di plastica con una mano. Con l’altra teneva una bottiglietta che una volta era stata di gazzosa, chiusa con un tappo blu, e sotto l’ascella reggeva la copia del Giornale delle Pulci.
Iachìno stava avvicinando il bicchierino alle labbra per la prima sorsata, quando sentì il colpo del giornale sulle cosce, coperte da un pantalone di cotone leggero color sabbia. La camicia invece era di lino, celeste, perché diceva che doveva portare sempre addosso un pezzo di terra e uno di mare.
«Apri a pagina trentaquattro» disse Gerlando mentre il caffè attraversava la gola rinfrescandola di nero.
Iachìno posò il bicchiere al suo fianco, accavallò una gamba e iniziò a sfogliare le pagine tenendo il giornalino poggiato sul ginocchio.
«Sembriamo due novantenni e invece ne abbiamo poco più di quaranta» commentò Iachìno.
«Parla per te, io vado fiero dei miei quarantacinque suonati.»
«Mi chiedo sempre chi me l’ha fatto fare di mettermi in affari con un collega così anziano, con tutte le giovani giornaliste che ci sono a Palermo.»
«Iachìno, ti sto registrando.»
«No, cancella tutto che, se lo sente Carmela, mi trita come il soffritto di cipolla.»
Il sole era abbastanza alto da disegnare sul cemento del molo le sagome dei due amici, storpiate dalla calura come un bozzetto di carboncino. Per riempire l’ombra di Gerlando ce ne volevano almeno un paio di Iachìno.
«Amunì, sono qua, dimmi tutto.»
«Prima dagli un’occhiata, vediamo se ti si accende una lampadina.»
Iachìno iniziò a scorrere gli annunci a uno a uno, ma più o meno erano tutti gli stessi. Auto, moto, barche. Tutte cose o troppo vecchie o fuori dalla portata delle loro tasche. L’occhio cadde su una Moto Guzzi d’epoca che sembrava promettere bene, almeno in quanto a soldi da spendere per rimetterla perfettamente a nuovo. L’annuncio diceva che era in buone condizioni, ma da risistemare. In sostanza era di sicuro un catorcio.
«Gerlà, qua io non vedo niente di che, a meno che non ti voglia comprare una moto, questo gommone da ventimila euro o un altro lapino, ma non mi pare il caso» sottolineò Iachìno abbassando il tono della voce, per non farsi sentire da possibili persone nelle vicinanze.
Chi ci doveva essere a quell’ora e per giunta in piena estate? Gli unici coraggiosi erano quattro bambini e una ragazzina che facevano i tuffi nell’acqua dalla spiaggetta a oltre duecento metri da loro.
«Che bello vedere i picciriddi che giocano con l’acqua» disse Iachìno.
«Senti, guarda qua» esclamò Gerlando, poggiando l’indice della mano destra sull’annuncio dell’Ape Piaggio nascosto nella terza fila dal basso della pagina.
Iachìno aguzzò la vista, lesse e a quel punto il suo stomaco ebbe un sussulto. Se qualcuno lo avesse visto, avrebbe potuto dire che aveva fatto un saltello da seduto. Un colpo, insomma.
L’annuncio recitava solo queste parole: Ape vendesi. Targa PA12613.

*

Tre giorni prima di quella panchina assolata e di quel caffè molito così bene da lasciare una piacevole ombra di velluto sulla lingua, Iachìno e Gerlando erano seduti alla terz’ultima fila della chiesa di Santa Teresa alla Kalsa, per il funerale di quello che si era trasformato, se non in un amico, in uno col quale ci si poteva fare una birra e quattro risate, o anche solo quattro birre ridendo.
Tanino era morto così, spegnendo l’interruttore mentre affrontava la rotonda che apre le porte alla spiaggia di Mondello. L’avesse presa meglio, sarebbe potuto finire direttamente in acqua o fra le cabine della gente che si cambia il costume senza rischiare che l’asciugamano cada, lasciando i culi in bella vista.
Un infarto mentre era seguito da una volante con due agenti in borghese, vedi la fortuna, che non poterono fare altro che chiamare un’ambulanza, giusto per un ultimo tentativo di rianimarlo, e constatare il decesso.
Il fotografo del giornale di cronaca locale era stato il più veloce di tutti. Stava scattando foto ai bagnanti per un servizio sul costo di cocco fresco e pollanche, le pannocchie vendute in spalla dagli ambulanti della spiaggia, quando sentì il rumore dell’incidente. Si fiondò sul posto e, mentre gli sbirri cercavano di smaltire il traffico del fiume di macchine che ogni mattina raggiunge la borgata, fotografò la scena.
Sul giornale pubblicarono la foto dei poliziotti con la paletta alzata e il lapino cappottato su un fianco. In alto a destra l’immagine della carta d’identità di Tanino Speciale, ambulante panellaro, fresco di barba ed elegante in quel suo essere così rotondo, con le guance cotte più dagli schizzi d’olio che dal sole.
L’articolo parlava di incidente autonomo, di una fatalità, della prontezza degli inutili soccorsi e soprattutto del traffico. Dell’interminabile plotone di lumache con le ruote che, a una a una, dovevano dare una taliàta, un’occhiata, come una processione funebre profana.

Già, il funerale.
In chiesa non c’era troppa gente e neanche troppo poca. I familiari nelle prime file coi fazzoletti in mano, gli amici del quartiere, qualche passante venuto per gli affreschi e incappato nella cerimonia funebre e poi loro due, alla destra dell’altare, e una donna sola al lato opposto.
Iachìno la osservò più volte durante la cerimonia, anche perché era facile a distrarsi, soprattutto mentre c’era un prete che parlava. Era una che si faceva osservare, la signora. Rotonda ma snella e formosa quanto basta per fargli girare le pupille come quelle di un bambino che fissa la frutta di Martorana.
Tra le altre cose, poco ci mancò che tutti e due, compreso Gerlando, che invece con la chiesa e le preghiere ci andava a braccetto, si facessero rimproverare dal sacerdote. Solo, c’era uno lì davanti che o si era raffreddato da morire nell’ultima mezz’ora o era allergico all’incenso che stava affumicando tutti i presenti come una scamorza. Al quarto etcì di fila Iachìno non trattenne più il riso, ma per fortuna il compare prevenne in fretta con un colpo di tosse. La cosa si ripeté dopo pochi istanti e, stavolta, la tosse riparatrice si trasformò anch’essa in una sonora risata da togliere il fiato. Il prete, che stava elogiando l’umiltà del defunto e parlando di come avesse scelto una vita parca e all’insegna del risparmio, puntualizzò che al giorno d’oggi ci sono troppi eccessi, primo fra tutti «questi condizionatori d’aria costantemente accesi che fanno venire in chiesa sempre più gente raffreddata».
La donna si voltò a guardarli ma non accennò ad alcuna espressione. Era pur sempre un funerale. Rimase impassibile nella sua eleganza truccata di porpora e nello sguardo appesantito da un paio d’occhiali tanto scuri da sembrare quelli che si mettono per guardare i lapilli delle saldature. Forse si asciugò una lacrima col dorso dell’indice o semplicemente si grattò una palpebra prima di voltarsi e andar via.
«Ma questa chi è?» domandò Iachìno a Gerlando, avvicinandosi all’orecchio e costringendolo a una grattatina col mignolo per togliere l’aria calda rimasta nel timpano.
«E che ne so? Io qua non conosco nessuno. Ti ci vuoi andare a presentare? Vai, in caso lo dico io a Carmela che perdi tempo.»
«Cammina, che è il momento di salutare» lo spinse pressando sul fianco.
La cerimonia era giunta al termine e i presenti stavano stringendosi le mani come di rito. Gerlando si incamminò verso il figlio di Tanino per le condoglianze. Era l’unico, in realtà, che conosceva, oltre alla moglie, con la quale però non era mai andato al di là di un saluto. Il ragazzo ringraziò e si voltò per accennare qualcosa alla madre, mentre ancora la grossa mano del giornalista era incollata alla sua.
«Loro sono quelli del lapino» disse.
«Ah, sì, sì, grazie, lo so» sussurrò la signora. «Avete dato tanta gioia a mio marito. Questa vostra idea… Era un orgoglio per lui vedervi in giro col suo mezzo. Se lo sarebbe portato anche nella tomba. Non abbiamo neanche il posto al cimitero, figuriamoci se possiamo interrare quel coso.»
Non capirono se era un tono drammatico o di scherno nervoso. Salutarono e uscirono dalla chiesa, facendosi accecare dal sole e dai profumi di frittola e insalata con lo sgombro che veniva dagli angoli delle strade. La piazza aveva sembianze di un ring che preannuncia uno scontro fra titani della tavola imbandita.
Scelsero di andare a destra, allungarono le mani vicino al paniere di vimini dell’ambulante e attesero che si compisse il rito della frittola con il pepe che pizzica nel momento in cui le frattaglie di carne esprimono tutta la loro dolcezza. L’unto di olio e grasso pennellò le guance lisce di Iachìno che ogni mattina all’alba si faceva la barba prima di ogni cosa. Era abbronzato, anche d’inverno non perdeva occasione per sonnecchiare con la faccia rivolta al sole.
Una volta finito, ciascuno pagò per sé, poi Iachìno prese le chiavi dalla tasca dei pantaloni, stando attento a non macchiarli d’olio, e si diresse verso la Cinquecento, mentre suo compare proseguiva a piedi in direzione del giornale che gli dava da campare.

12 luglio 2019

Aggiornamento

E visto che questi gialli sono anche "gastronomici", non poteva mancare la presenza anche qui... per un tuffo fra le bontà di Sicilia.
Cous cous blues su Cronache di Gusto.
13 Maggio 2019

Corriere della Sera – Corriere Innovazione

Roberto Chifari scrive su Corriere Innovazione di Bookabook e del giallo di Dario La Rosa Cous Cous blues. Qui il link della recensione.
26 aprile 2019

Aggiornamento

“A Iachìno Bavetta una cosa piaceva insieme al mare, a sua moglie Carmela e alla dannazione di avere per compare uno pillicuso come Gerlando: mettersi ai fornelli per friggere melanzane, cucinare una pasta coi ricci appena pescati o calare due spaghetti al sugo con l’aroma del basilico che profumava tutta la casa”.
Sono qui alcuni degli ingredienti che il giornalista Dario La Rosa, palermitano del 1980, ha messo dentro al suo “Cous Cous Blues”, un trittico di racconti gialli che attraversano mezza Sicilia e affondano fra i suoi luoghi e i suoi sapori.
Una sfida, quella dell’autore, che passa dalla prestigiosa piattaforma editoriale Bookabook.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un libro veramente bello ed intrigante, l’ho acquistato prima che fosse pubblicato, avendo ascoltato l’autore. La lettura, piacevole e scorrevole, ha confermato la prima impressione. Oso definirlo un quasi giallo, rosa-nero, da leggere pensando ad un possibile Montalbano. Grazie mille, ciao

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Dario La Rosa
Sono, non per forza nell’ordine: giornalista, musicista, regista, studente, subacqueo, papà, viaggiatore, ciclista, amante, lettore, artista, fotografo, meccanico, cuoco, bevitore e grande mangiatore, camminatore, scopritore, arrampicatore, sciatore e tanto altro ancora che finisce in ore... sono nato nel 1980, vivo e amo Palermo, lavoro sodo e provo a divertirmi quando posso.
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