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Cronaca di un giorno non esistito

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Consegna prevista Giugno 2020

Storia interiore, racconto di viaggio all’interno dei confini cittadini, occhio nostalgico e desideroso verso la campagna, ricerca d’una purezza della quale non si conosce più la forma, tentativo di definizione di sé attraverso la deformazione, l’allungamento, lo stiracchiamento dei propri sensi. La protagonista non è un personaggio definito, ma diventa spugna o repulsore rispetto al circostante. Il suo occhio ha sete del mondo, pur temendo il diretto contatto con esso: il suo è il gesto del “wondering”, dell’immaginazione vagante e sognante. L’incontro che genera il caso è il motore della storia, la mancanza di finalizzazione dell’azione è il suo tratto costitutivo. Ogni gesto assume importanza universale, ogni dettaglio viene ingrandito al microscopio ed evidenziato fino ad assumere un valore che supera i propri confini abitudinari. È la storia di una ricerca attraverso la perdizione di sé, intesa come dispersione del proprio essere nel mondo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché non vivevo nello spazio della realtà. Stordita, non riesco ancora a penetrarla. Ho appuntato stimoli e percezioni tratti da una dimensione vitale che mi è passata sempre accanto, senza tuttavia mai stringermi la mano, ma accennandomi solo col capo, come un passante misterioso. Ho raccolto i frammenti, tutti quei pezzi di cose, di persone e situazioni, che non si completano mai e trovano la loro particolare meraviglia nel rimanere indefinite, indistinte, ibride.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Prefazione

Cercare di entrare nel mondo con passo più lento e indagatore, spezzettare la vita in fotogrammi quasi come in un’analisi scientifica, dove il termine “scientifica” vuole definire un’esperienza che porta alla conoscenza sempre meno parziale della “realtà”. Con questi presupposti e con l’intento di riversare nel ritmo narrativo e nell’incedere delle parole il senso di questa ricerca, parte la mia scrittura. Una scrittura che vuole legarsi ad ogni particella del mondo e provare che, nelladefinizione di ogni cosa, nel tentativo di acciuffarla, non c’è poi la vita o non c’è tutta la vita. Nell’esperienza o nel senso si ritrova la conoscenza? Ed è poi così importante analizzare la vita per arrivare a comprenderla? Persi nella nostra corsa, che si unisce alla corsa del mondo in una rotazione sempre più veloce dell’universo, abbiamo dimenticato la lentezza: ho lavorato per riscoprila, rendendo anche all’apparente inezia di un sorriso il tempo e lo spazio che si merita nella narrazione, la dignità di esperienza totale anche se “inutile” nel processo produttivo. Perché lo soche tutti, di notte, quando sono fermi, pensano a quel sorriso. E chi torna a casa stremato dal sonno e non ha nemmeno voglia di pensarci, ha bisogno che quel sorriso divenga prepotente e lo faccia svegliare, lo porti con sé. Nel sedermi ad osservare trovo il senso delle mie parole, attraverso la riscoperta dei significati della terra e dell’esperienza ricalco l’antichità dell’uomo e scopro che è, da sempre, troppe cose insieme e ignora la gran parte delle sue componenti. L’uomo semplicemente è,buttato sulla terra, senza sapere perché. Ricalco la spontaneità dei suoi gesti per riportarli alla luce nelle loro meccaniche naturali, umane

La porta che si spalancava era il preludio dell’inatteso che ancora non era tale e stava per realizzarsi, mentre il pensiero guardava ancora negli occhi riflessi in uno specchio una giovane donna e imprigionava il compimento d’un gesto, offuscando d’oppio la razionalità.

Il rettangolo di legno alto più d’un uomo barricava l’uscita nel nuovo, proteggeva in un nugolo di abitudini ancora fresche le ossa sottili di lei e le palpebre che cercavano di darsi un tono improvviso, di sconfiggere il pallore, quasi s’aspettassero d’essere guardate. Nel gesto intimo dell’osservazione di sé era rimasta la mano che pettinava l’ingarbugliata moltitudine di capelli, cercando di sconfiggerla con un monile preso in prestito da mani care, mani altrui.

Tutto al di là del ciglio era novità attesa, mentre la pruriginosa voglia di vivere il momento che stava per verificarsi assaliva le mani ansanti, che si muovevano vorticose tra i meandri d’una tracolla. La penosa attesa d’uno squillo, il sussulto che penetrava nello stomaco corroso ad ogni suono che somigliasse a una sirena, il piede che sbatteva con violenza e produceva il rumore sordo di scarpe basse sul pavimento, erano i protagonisti del momento che sembrava ella vivesse come una sospensione, un’ascesa o un rovinoso precipizio. Bevendo in un bicchiere tanto corroso da apparire sporco l’acqua che serviva a placarle una secchezza che non era sete, attendeva di riempire i propri occhi pieni di spazio.

**********************************************************************************************

Continua a leggere

Continua a leggere

Si allontanava, ed era già successo che si affidasse istintivamente a qualcosa che sembrava portarla via, quasi come se lo spirito doppiasse il corpo nella corsa verso il nuovo e in anticipo vi si ponesse al cospetto, lo studiasse per primo senza svelare nulla.  Riscoprì se stessa nella porta di vetro che poteva introdurla al di fuori del palazzo e oltre la quale, a macchie incongruenti, si presentava una figura tagliuzzata dalle fronde insidiose degli alberi del  parco.

Talvolta accade che riaffiori alla mente una scia di ricordo che si distanzia dalle altre, somigliante ad una sensazione dimenticata che si sa di aver avvertito in un tempo ed un luogo però indefinibili e secondo metri decisamente al di fuori del consueto. La memoria, in quel momento, si cosparge di essenze indecifrabili che hanno quasi il sapore e la violenza di un risveglio ancora incosciente e non totale e, dopo un torpore di fisiologica reazione, solo in alcuni casi si congiunge al presente, a ciò che in quel frangente usiamo definir vero. Un vortice, che pareva aver origine nel suo ombelico , sembrava risucchiare scomponendole le parti dell’anima e del corpo di cui era costituita: poi lo vide, lo avvertì.

<> fu la prima frase che udì, quindi lo guardò in faccia ma non parlava affatto e anzi le sue labbra erano serrate a tal punto da tremare le une sulle altre, come se dentro la cavità della bocca le parole risiedessero impazienti e nervose. Gli occhi di lei lo analizzavano almeno fino a tre centimetri sotto la pelle, dove si posa uno sguardo naturalmente attento, curioso ma non tanto da varcare il limite oltre il quale un altro pretenzioso procederebbe, sentendosi degno di conoscere in un momento ogni verità personale. Ricercò invano l’origine di quella voce, indagando ovunque tranne che dentro i paurosi ricordi impossibili da decifrare, che le impedivano di scavare dentro di sé con la stessa intensità con cui amava farlo all’interno degli altri. Era inoltre distante dalla realtà quanto potrebbe definirsi distaccata da un albero una mela: tutto quel che ella conteneva, ogni cosa che costituiva materia deformabile per i suoi sogni,  proveniva dalla vita della quale ella stessa era partecipe e al contempo spettatrice. Ogni istante esteso così mirabilmente in giorni, ella ancora non lo realizzava, era stato prelevato con la siringa delle proprie sensazioni proprio da quella radice vitale che pure percepiva come così irrimediabilmente avvelenata. Era ebbra di quella realtà e incosciente di esserlo, riteneva che il flusso di bene che proveniva dall’incontro momentaneo con l’altro fosse molto ridotto rispetto alla rete di negatività che era pronta ad inghiottirla se avesse voluto estendere e approfondire una conoscenza, totalizzarla. Eppure in quel soffio d’esistenza fu diverso, qualcosa d’inspiegabile la spingeva a ricercare l’origine di quelle parole, ad approfondirne il senso, a dar via a un eventuale confronto con un individuo.

Ma le labbra della figura continuavano a ticchettare, come se stessero quasi contando il tempo nell’attesa d’una risposta a un saluto che non erano riuscite a rivolgere; erano livide quelle strisce di sorriso, pretenziose, troppo sensibili per resistere dignitosamente all’inverno, troppo evidenti rispetto al viso per rimanere inosservate. Ella sentiva addosso uno sguardo non noto: alzò il volto. Scivolò come una goccia d’acqua dimentica della gravità lungo il suo ritratto, procedendo verso l’alto lentamente e ricevendo ambigue impressioni da quell’esperienza. Una forza la stava sconfiggendo a poco a poco, una potenza alla quale ella quasi avrebbe potuto abbandonarsi se non l’avessero importunata noiosi strascichi di dottrine, dogmi, fili logici riavvolti di riflesso. L’ignoto la inghiottiva: quale luogo più oscuro e più stimolante nel quale addentrarsi per una mente che rifugge il quotidiano e risponde all’unico grido che le esplode dentro, all’inno della non abitudinaria novità?

Intanto il vero in vari abiti le ricadeva addosso, inviandole la sensazione spiacevole d’esistere ancora nella stessa forma di prima. Eppure le faceva notare di  non esser restata sempre lì dov’era,  d’essere invece recentemente ritornata da un luogo che non aveva ancora ben compreso.

Visse la sera insieme a quelle impressioni e a lui che le rideva accanto.

Una volta giunta alla casa che non possedeva e in cui viveva distrattamente, sedette a terra e come d’abitudine pensò: “Ecco un tarlo, un nuovo microrganismo ignoto che mi divora con piacere e dolore, quanto vorrei scrollarmelo di dosso, quanto diventare per quel parassita l’albero, il nutrimento. Credere che l’irreale non esista è il sogno dell’umanità che vuole spiegarsi tutto, di quella che quando si distende sotto la notte, non fa che vedere la propria bara e non sa spiegarsi di che legno è fatta. Eppure di giorno è sicura che esisterà per sempre, mentre tra le carte del proprio lavoro si sente realizzata e soddisfatta, senza comprendere che questo è solo un sotterfugio per non pensare a quelle idee, quelle indagini su di sé che la sera non risparmia mai. Sono forse anch’io così ipocrita, così menzognera nei miei riguardi da dirmi che qui, in questo luogo casuale d’un tempo da noi non scelto, ci sia qualcosa che ha senso e qualcosa che non lo ha? Cosa voglio spiegarmi da questa sera, cosa voglio racimolare dagli attimi, dalle mezze parole, cosa voglio giustificare a me stessa, cosa voglio ritrovare? Tutti, tutti noi, pensiamo di possedere ciò che non avremo mai. Pensiamo che stringere nella mano un pugno d’oro, un filo, le mani d’un altro, leghino quell’oggetto o quella persona inscindibilmente a noi, lo rendano nostro. Quel che ci lega ci divide come un filo che intercorre fra due capi congiunti. E poi il realismo, il pessimismo, l’ottimismo, cosa diventano se non v’è realtà né modo alcuno di vedere quel che ci appare davanti agli occhi se non secondo il momento, secondo l’attimo? Tutto muta e per questo ogni minuzia, ogni particolare sono veri solo nel momento in cui vengono notati e si realizzano: non hanno valore estendibile nel tempo.”

Il groviglio di pensieri di lei si spezzettava come l’acqua, quando cade in miliardi di gocce e fa un temporale. Diceva, non realizzando, a se stessa: “Coglila, coglila, è lei che ti si presenta in questa forma diversa tra tutte. Eccolo, è lui, un istante denso di vita è già andato e non tornerà presto. Non è il suo prolungamento in una dimensione resistente e persistente che ti darà quel che vuoi. Se c’è qualcosa che desideri davvero, se quel desiderio corrisponde a ciò che hai trovato, abbi la forza di rendertene conto ora. Ha un volto strano, ma strano rispetto a cosa? Non domandarti ogni possibilità già prima che si creino i presupposti del dubbio, così facilmente generabili dall’incontro assiduo, dall’esperienza condivisa. Tra le tue mani c’è uno spirito irrequieto che vuole uscire e quel formicolio che senti tra le dita è la vita che ti dice <<Esisti, ora più che mai>>. Non cercare di leggere tutto o niente nello sguardo dell’altro, non cercare affatto qualcosa. Non fare nemmeno quel che ora stai facendo, non…”

Il suo volere fu ben presto realizzato, almeno per quanto infine si era proposta di fare. Ella si distese come la linea dì un elettrocardiogramma fatto a un cuore ormai non più vivo. Eppure il suo batteva: era solo il sonno ristoratore giunto a guarirle gli eccessi della stanchezza.

Al risveglio ebbe come un rumoroso sussulto, una scossa nell’accorgersi di quanto impotente fosse il volere della mente rispetto al corpo e ai suoi bisogni, così necessari da scavalcare in importanza e in diritto di precedenza qualsiasi altra costrizione, così dolorosi da reprimere. Eppure quel sonno fu buono come non era stato mai, appannato soltanto da pochi sprazzi di lievissimi e indefinibili sogni.

Nello  svolgere le azioni quotidiane , consuete,  bagnò le mani per pulire i rifiuti che ella stessa aveva prodotto, la sporcizia che aveva creato nel tentativo ordinario di mangiare ma non troppo, come può farlo solo chi è certo che  avanzerà qualcosa dal suo pasto. <> le aveva  detto un giorno qualcuno , <>. Ella pensò, a tal proposito e in molti altri casi, a quanto potessero essere differenti i punti di vista  rispetto a un unico argomento; poi abbandonò questa scia di pensiero eccessivamente impegnativa per un’immatura mattinata e si dedicò all’immaginazione consolatoria e frustrante che deriva dal pensare al bello.

L’esterno incombeva sull’interno a tal punto che ella fu costretta a uscire da inspiegabili e istintive brame d’un vero respiro. Forse un pizzico di quella tendenza alla adesione perfetta con la natura, che ogni essere umano ha avuto almeno per un breve tratto nella sua conscia o inconscia esistenza, si faceva avanti nuovamente nel suo presente. Quanto al giorno precedente, aveva smesso di ricamare su di esso e aveva appena assunto a modello quello strano tipo di gioia provata. Una gioia senza rischio di noia poiché somministrata una sola volta, una gioia pura e genuina e senza necessità di replica. Non aveva avuto bisogno di riempirsi di altri piccoli tentativi di contentezza per esser divenuta quel che era stata. Quindi ella procedeva sicura nella sua fulminante estasi, con un umore totalmente opposto a quello che l’aveva condizionata nel problematico flusso di pensieri che aveva affrontato circa dieci ore prima. Aveva forza, potenza nelle scarpe divenute molli che la gettavano in aria a ogni passo, mentre la luce le schiariva gli occhi. Soltanto apparentemente rivolti all’esterno, questi ultimi non facevano che gettare sguardi intrigati verso l’interno e tacito mescolarsi di stomaco e cervello che attanagliava la giovane e consapevole sua persona.

03 novembre 2019

Aggiornamento

Grazie Prof Carissima Francesca, ho finalmente letto "Cronaca di un giorno non esistito. Con grande sofferenza, perchè non amo, essendo uno del Novecento, la lettura con il computer; io amo il libro. Devo toccarlo, averlo fra le mani, scompaginarlo.... Sicché aspetto ovviamente di poter rivivere un'emozione più grande, almeno per me. Premetto che non posseggo gli strumenti della critica letteraria sicché non li userò. Partiamo dalla tua scrittura, che mi ha lasciato senza parole. Per me è una scrittura robusta, complessa, profonda eppure già sapientemente governata e controllata. Insomma, una scrittura "adulta", seducente. Se non ti conoscessi, penserei ad una scrittrice matura. Ho ritrovato - in taluni passaggi - la Francesca che conosco e che orgogliosamente ho avuto come alunna: il "soffio di esistenza", la "mente che rifugge il quotidiano" "la dolcezza cinica", "l'amo rintanarmi" e potrei continuare. E, soprattutto, quella definizione dell'amore: "dell'unico amore che non possiede, ma compenetra"... Francesca, non ti fermare. Continua la tua ricerca (che è - immagino - non solo interiore ma anche, se si vuole, filosofica) e traducila per noi in pagine letterariamente significative che, ne sono certo, sarai in grado via via di affinare sempre di più. Un abbraccio
29 settembre 2019

Aggiornamento

Vi rimando a un video in cui leggo un brano tratto da Cronaca di un giorno non esistito
18 settembre 2019

Aggiornamento

Un racconto sullo sviluppo dell'interiorità, protesa verso l'esterno fino a compenetrarlo.
09 settembre 2019

Aggiornamento

IL RUOLO SALVIFICO DELL'AMORE,
che non è solo una parola.
La società percepita come intrigo o costrizione.
 
06 settembre 2019

Aggiornamento

Occhi e vista offuscata. Percezione piena e strabordante. Eccoli i sensi.


03 settembre 2019

Aggiornamento

3. LA COMPENETRAZIONE "All'improvviso sentì d'invadere con la mente un'intimità che non aveva osato oltraggiare fisicamente, la segretezza d'un rito (...)"
02 settembre 2019

Aggiornamento

2. L'OSSERVAZIONE DELL'UMANO

2. UNA STORIA DI PERSONE VISTE E PENSATE

Silenzioso e lento, come se gli scivolasse addosso una tempesta muta di fuliggine, egli era vestito di grigio e si nascondeva nella nuvola umida di alito che fuoriusciva dalla propria bocca. L'aguzza punta dell'ombrello toccava terra sbattendo e producendo il rumore d'un ulteriore passo, cosicché l'uomo pareva camminare con tre gambe (…)"

L'osservazione è il fulcro e l'origine da cui deriva la conoscenza.
31 agosto 2019

Aggiornamento

ALCUNI TEMI.
1. La meccanicizzazione e il ritorno alla natura.

"Così il suo passo era meccanico, il suo itinerario indefinito, la sua voglia irrefrenabile, e continuava, continuava a cercare l'innovazione nella notte che stava attraversando, per ora solo e apparentemente ancora uguale a sé"

L'essere umano che cammina sul filo che oscilla fra ritorno alla natura e meccanicizzazione dei gesti.
28 agosto 2019

Aggiornamento

La lettura è un percorso arduo, una salita, bisogna tornare indietro, ma farsi comprendere non è l'obiettivo del mio testo: il fine è farsi percepire. LETTURA ESPERIENZIALE.

Commenti

  1. giuseinsi

    (proprietario verificato)

    Ho appena terminato di leggere “Cronaca di un giorno non esistito”. Devo dire che
    non ho avuto problemi a comprendere il contrasto tra la luce e l’ombra che permea
    il flusso di tutte quelle parole. Emerge, da parte di questa brillante e giovane autrice,
    l’affannoso tentativo di voler ricercare dentro di lei l’identità: ma cos’è l’identità se
    non un tentativo di volerci attribuire delle caratteristiche ? L’avvolgente ritmo
    narrativo ti lascia senza fiato, ti percuote, cerca di tirarti in quel vortice di apparente
    “follia”, ma poi lo stesso lettore può accorgersi di essersi immerso nel fiume verboso
    di una coscienza che cerca di trovare una sua collocazione in un mondo sempre più
    incerto e poco ospitale, che non lascia scampo, che ti abbatte, che ti rende insicuro.
    Ma ecco che a tal punto, affiora la sapiente mano letteraria dell’autrice, che ti porta
    a conoscere la difficoltà del vivere quotidiano, il disperato tentativo di riuscire a
    fabbricare un scudo protettivo che ti renda immune alla troppa sofferenza che a
    tutti noi la vita può, nostro malgrado, riservare. Lasciatevi prendere per mano e
    condurre in questo viaggio disperato, il quale non è altro che il percorso che, nel
    quotidiano, tutti noi affrontiamo, anche senza la giusta convinzione di farlo.

  2. (proprietario verificato)

    La lettura di Cronaca di un giorno non esistito risulta pervenire come un viaggio interiore nella rivelazione di sensazioni, pensieri, emozioni, percezioni. È una narrazione poetica, un percorso all’interno di un’anima turbolenta, sempre in divenire, ove tutto il sentire è riferito con estrema lucidità, nel bene e nel male, e tutto traspare con colori netti: sgargianti o cupi a seconda del sentire dell’autrice, capace di usare la penna nello scritto e descritto come un abile pittore usa i colori quando dipinge e illustra tutte le sfaccettature del proprio essere. È una lettura carica di significato dove ogni parola porta con sé non solo il puro senso semantico ma una ricerca ed un’analisi introspettiva molto dettagliate. L’autrice è capace di scandagliare ogni angolo di sé e metterlo in relazione con il mondo che vive e che vorrebbe ulteriormente vivere, ma che allo stesso tempo rifugge… È una danza tra il sentire e lo schivare… Tutta la complessità e la vulnerabilità dell’interiorita umana in Cronaca di un giorno non esistito.

  3. Maurizio

    (proprietario verificato)

    Ho letto tanti libri mi piace leggere e consiglierei sempre di leggere soprattutto ai giovani;leggere è fonte di arricchimento culturale.Ma scrivere è un’altra cosa!Io ci ho provato …niente di che, ma se non altro comprendo l’impegno che bisogna profondere per giungere alla stesura della bozza definitiva quella da pubblicare.Quindi come prima cosa apprezzo tantissimo il lavoro compiuto. L’idea che mi sono fatto, per quello che può valere, è che sai scrivere molto bene con una grande proprietà e padronanza della lingua italiana attingendo da un ampio vocabolario di cui poche persone possono disporre. Di primo acchito il libro mi colpisce per la sua impostazione estremamente originale mai rinvenuta in alcuno dei tanti libri letti. Ciò depone a tuo grande merito per aver lavorato in assoluta autonomia di pensiero. Sicuramente nel testo si percepisce una propria intimità rivelando una profonda sensibilità d’animo e la strenua volontà di opporsi alle convenzioni, ai riti preordinati, alla necessità vincolante di raggiungere un obiettivo. In generale il libro richiede una lettura attenta ed impegnata. Leggendo le ultime righe del testo, prima dell’epilogo, mi sono emozionato; emozione che non collego assolutamente al fatto che ero intento nella lettura di un’opera di mia figlia. Si è trattata di un’emozione generata dai contenuti del testo che ha provocato una naturale lacrima di pianto;sei riuscita a far vivere nel lettore la condizione e stato d’animo propri dei protagonisti.UN LIBRO È BELLO QUANDO GENERA EMOZIONI.

  4. (proprietario verificato)

    Un commento breve in attesa di addentrarmi meglio in questo mondo. Credo sia un libro decisamente personale e per questo ancora più intrigante; la scrittrice descrive con una naturalezza disarmante quelli che sono i sentimenti e le impressioni della giovane donna, che possono benissimo plasmarsi a quelli del lettore, repentinamente trascinato e coinvolto in quel turbinio di emozioni. Sono rimasto davvero folgorato da una frase in particolare: “La memoria, in quel momento, si cosparge di essenze indecifrabili che hanno quasi il sapore e la violenza di un risveglio ancora incosciente e non totale e, dopo un torpore di fisiologica reazione, solo in alcuni casi si congiunge al presente, a ciò che in quel frangente usiamo definir vero”.

  5. (proprietario verificato)

    “Tra le tue mani c’è uno spirito irrequieto che vuole uscire e quel formicolio che senti tra le dita è la vita che
    ti dice <<esisti, ora più che mai>>.” Tra le prime pagine di questo racconto la protagonista arriva a
    possedere questa epifania: esiste. È questa consapevolezza della propria esistenza che io individuo come il
    perno del racconto e che, forse, la spinge ad osservare con occhio indagatore le altre esistenze per poi,
    inevitabilmente, paragonarle alla sua. Ma osservando “quel “fuori””, per usare i termini dell’autrice, rimane
    affascinata quanto sconcertata. Le esistenze opache che incontra nel suo cammino le danno degli impulsi,
    nuove rivelazioni, che le fanno riscoprire la sua interiorità e spalancano i suoi occhi a quella altrui,
    scatenando riflessioni sulla vita che potrebbero vivere o non vivere, ma anche sulla vita che lei ha e che
    potrebbe volere. È un racconto di epifanie. La mente instancabile della protagonista ti trascina per mano (le
    mani rappresentano la pura essenza di tutte le esistenze del racconto) insieme a lei in un vortice di
    riflessioni, che non vogliono banalmente ricercare una verità, ma riflettere sulla propria verità,
    perfettamente consci del fatto che essa non esiste. So che io esisto, ma come appaio agli altri? E come loro
    appaiono a me? Ma soprattutto, mi vedono? La protagonista quasi trascende il corpo e diventa essa stessa
    l’estraneo che finora aveva osservato. Una trascendenza di eco fitzgeraldiano. La protagonista, quasi come
    una moderna Nick Carraway, scruta quasi fin sotto l’epidermide delle evanescenti figure che incontra e,
    dalla sua personale visione, emergono molteplici varietà di umanità. Ritrova un po’ di sé stessa in tutti e
    non si identifica con nessuno se non con lei, consapevole della propria unicità e della potenza del suo
    occhio indagatore. L’impresa che la ragazza del racconto vuole compiere non sembra differente da ciò che
    hanno già fatto alcuni importanti protagonisti del flusso di coscienza novecentesco, basti pensare a
    Vitangelo Moscarda, protagonista del pirandelliano Uno, nessuno e centomila, che attraverso l’osservazione
    di sé allo specchio (scena iniziale di questo racconto tra l’altro) arriva a chiedersi come lo vedano gli altri
    fino a sfociare nella pazzia. Eppure c’è un elemento innovativo in questo racconto, che delinea a mio
    parere, il discostamento, se non una sorta di superamento, netto da questi modelli ormai diventati
    emblemi della tradizione: l’autoconsapevolezza. La protagonista non potrebbe mai essere definita pazza né
    diventarlo, perché nella sua aria trasognata, nella sua trascendenza, nel suo scomporsi e frammentarsi per
    poi tornare in sé riusciamo a percepire sempre, per tutta la durata del racconto, una lucida quanto forte
    consapevolezza di sé stessa. Sa di non possedere alcuna certezza, ma se ne trascina dietro continuamente e
    inconsciamente una: la propria individualità, la propria personale realtà che non si può mettere in
    discussione, il proprio esistere. Ed ecco che il suo flusso di coscienza, diventa il flusso di coscienza del
    lettore, perché la protagonista racchiusa nelle pagine e la persona pensante che possiede il libro tra le mani
    e lo sfoglia incuriosito, sebbene non abbiano in comune le stesse idee, hanno già in comune il fondamento
    della storia: non sanno forse entrambi di esistere?

  6. domenico.dellapietra1

    (proprietario verificato)

    Pensieri e parole!
    Premessa: Essere orgogliosi e fieri della propria unicità è molto gratificante; pensare che gli uomini sono tante Unicità inconciliabili tra loro è, obiettivamente drammatico.

    Considerazioni-
    Alla prima lettura nasce, intrisa di curiosità e incontestabile meraviglia, la chiara intenzione di “ridefinire” il limite degli stimoli sub-liminari che governano il vissuto. Coinvolge il lettore trascinandolo in un labirinto, senza via d’ uscita, abitato da sentimenti ed emozioni, da tutti vissuti e mai decodificati. È la continua ricerca, nella logica della incoerenza umana, di trovare la risposta esaustiva al bisogno di definire le coordinate della dimensione “vita”. Infatti, l’angosciante quesito: potrebbe essere amore la gioia del dissolversi e la leggerezza finale del non esistere?, sono l’humus e la struttura portante dei vari accadimenti. L’attesa e la ricerca spasmodica della felicità, pregnano il prima e il dopo, non facendo cogliere ai nostri “con coscienza l’attimo”.
    Nelle pieghe emotive dei nostri si percepisce, anche, un messaggio sconvolgente: le relazioni umane interpersonali sono solo convenzioni, strutturate per soddisfare i bisogni-necessità-curiosità dell’umano quotidiano.
    Nel fisiologico divenire irrompe l’imprevedibile, l’inatteso, l’amore. Amore sublime e tanto dolce da sfuggire ad ogni codificazione e collocazione. È un continuo divenire del non-senso che, una volta superata la pubertà della vita, si apre ad emozioni, ignote agli eletti ma nutrimento per il “popolo”.

  7. (proprietario verificato)

    Ho appena finito di leggere “Cronaca di un giorno non esistito” attraverso le bozze integrali che mi sono state rilasciate in seguito al pre -ordine. Le caratteristiche del racconto che più mi hanno coinvolto nella lettura sono l’incedere delle parole e il ritmo della narrazione, che assume una conformazione quasi musicale. Le parole sono concatenate e hanno un senso che non è solo di significato ma anche di suono, si legano le une alle altre in concordanze di etimologia e di contenuto che vanno al di là della mera descrizione. A tal proposito mi ha stupito la capacità di indagine dell’autrice, che si insinua a fondo nella natura dei personaggi. E’ di certo una scrittura “deviante” dalla norma: si arrampica e si attorciglia in una narrazione che non è costituita da una vera e propria trama, ma vuole esprimere sensazioni, pensieri, introspezioni. Ne consiglio vivamente la lettura, oltre che per il contenuto, anche per il modo di scrivere!

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Francesca L'Altrelli
Francesca L'Altrelli è nata a Benevento nel 1996, ma vive in un piccolo paese di provincia immerso nelle colline. È cresciuta ascoltando fiabe e racconti che si radicavano e prendevano vita nel territorio. Coltiva la lettura, la scrittura, la pittura e la musica. Ha frequentato il Liceo Classico Pietro Giannone, a Benevento. Negli anni della scuola superiore scopriva gli autori che avrebbe per sempre sentito fratelli: Dostoevskij, Lawrence, Cesare Pavese, Joyce, Hesse, Rimbaud, Yourcenar. Cultrice di musica cantautorale, in particolare inglese e americana: ama le architetture funamboliche dei testi di Bob Dylan, la malinconia struggente e piena di sorriso di Leonard Cohen, la poesia simile a quella di creature del bosco di Nick Drake. Oggi ha 23 anni e "Cronaca di un giorno non esistito" è il suo romanzo d'esordio.
Francesca L'Altrelli on Instagram
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