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Cronache minute dove si racconta la morale quasi per scherzo

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Cinque cronache di vite ordinarie, cinque fatti che mostrano l’ineluttabile destino a cui ti condannano le dicerie malevole di un piccolo paese: un giovane medico che si trova a dover fare i conti con la solitudine; una grande soprano che, per dimostrare di avere grandi doti canore, è costretta a fare l’inaspettato; due uomini che decidono di scambiarsi le vite senza considerarne le conseguenze; l’arrivo di un carro misterioso che cambia le vite di un tranquillo paesino di provincia; infine, la storia di una ragazza che durante una seduta spiritica è costretta ad affrontare il suo passato.

Perché ho scritto questo libro? 

Il libro è una raccolta di cinque favole che mostrano la mia terra con un’ottica “latinoamericana” ereditata dalla mia esperienza di vita. L’ho scritto per riuscire a raccontare il mio mondo e le paure del mio paese (la Sicilia) con le lenti “lontane” dell’America latina e con la sua magia e allegria. Per mischiare, insomma, i tormenti “europei” a quella spensieratezza che non ci appartiene più e che hanno solo i paesi che non vivono ancora nel superfluo. Volevo rivivere la mia infanzia con un occhio straniante.

ANTEPRIMA NON EDITATA

L’asino al lago

Arrivo in paese

Sentivo un flauto ronzare, intorno la litania melodiosa si dispiegava con una frase di sole quattro note. Ripetute ma non ossessive, davano un senso di tranquillità, eppure non ero partito sereno: l’idea di viaggiare in altura per raggiungere un paese sperduto non incoraggiava il mio cuore. L’interno dell’isola aveva avuto sempre una presa sinistra nella mia vita e ora, scombussolandomi i pensieri, la paura di partire si mescolava al presentimento di passare una giornata di viaggio difficile.
Lo ammettevo a me stesso sin dal mattino, non sopporto le partenze e il lasciare luoghi prevedibili per spazi sconosciuti. Non ero, inoltre, il conducente della carovana e neanche sapevo il tragitto. Cosa che accrebbe all’inverosimile le mie inquietudini.

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Mi sporsi fuori per sentire meglio l’origine della melodia e, a mezzo busto sul finestrino, cercavo con i sensi la direzione del suono. Cominciai con una mano a paletta sulla fronte per coprirmi dal sole pomeridiano, era tiepido e sapeva di fresco, il suono che cercavo ancora non si avvicinava.
Il cocchiere Pepe se ne accorse e voltandosi verso di me urlò che si era nei pressi della casa della vecchia Corva. Una leggenda voleva, infatti, che laggiù ogni sera si sentisse un uomo suonare un flauto, una litania continua ed esasperante.
Pepe urlava tra un rumore di zoccoli e una curva mal presa, ogni tanto perdeva l’equilibrio, interrompeva la discussione, si riparava il cappello dal vento con la mano, mantenendo l’altra nelle briglie. La situazione, più esasperata del racconto di Pepe, non era la più consona a favole di paura come quella. Sbuffai, troppo chiasso, avevo impazienza di arrivare in paese. La stanchezza del tragitto s’era ormai impadronita della mia lucidità.

“Va bene, ho capito…” dissi “Quanto ci vuole per il paese?”
“Dieci minuti…” e allungava il dito verso la valle dove sprofondavano due calanchi di terra bruna, ammattonando uno sull’altro alberi, sterpi e sassi: alla fine della tortuosa strada che percorrevamo, si scendeva su questo fondo verdastro, quasi melmoso per il mischiarsi di colori a cui la fauna dava sfogo.
Ecco spiegato il vento, il rumore sordo della carovana sullo sterrato e l’incrocio al calare della valle tra una pecora che belava e un pastore baffuto, ne sentivo i richiami ferini al pecorame sparso. Non ero più in pianura come alla partenza.
Eravamo saliti molto in alto, io in dormiveglia non avevo fatto più caso all’aria rarefatta, al sentore cupo dell’alba ruvida di montagna che ottundeva l’udito e stancava la mente. I miei studi, pensavo, non erano serviti a nulla. Ero in balìa degli eventi e di quei sensi che deploravo tanto…eppure gli uni e gli altri avrei dovuto scansarli con analisi più ragionevoli di quelle a cui ero soggetto a causa delle impressioni sensibili.
Quindi, andai con l’immaginazione dove credevo provenisse il suono, seguii con la vista un corridoio di sterpi alti e rigogliosi sullo sprofondare della valle su cui passava la stradaccia: una vecchia casa distrutta, uno scheletro di vecchi massi affastellati uno sull’altro e pietre mal messe, folgorate da intemperie e sinistri rampicanti così avvinti come era lo zoccolare dei cavalli sui dossi.
Un tornante ad angolo retto che finiva sulla sinistra dell’ultimo angolo di montagna fece sobbalzare tutta la carovana, io m’aggrappai dove potevo e Pepe con nervosismo percorse il passaggio in tutta fretta, poiché avevo ben capito che oramai non si aspettava più sorprese. Egli, un occhio al carro uno alla via come se avesse timore di finire a terra, urlava alle bestie, agitava le briglie tirandole sempre più come fruste sui fianchi impolverati dei cavalli.
Un colpo finale e riuscì ad accelerare la corsa nell’angolo della curva più prossima al precipizio. Sobbalzai ancora, mi sporsi nuovamente rivolgendogli sguardi interrogativi.
“Mio padre” sorrise Pepe “mi insegnava così! Se hai una curva prendila sempre prima” e si mise a ridere.
Accennai un sorriso, la mano sul cappello per il vento, poi ripresi a guardare. Il paese cominciava a mostrare i suoi particolari prima indistinti in un’unica accozzaglia confusa di verde e grigio, minuscolo e impercettibile.
Ora intravedevo la chiesa nel centro della piazzola rettangolare e quella macchia verdastra che di lontano sembrava un lago melmoso, era un florido giardinetto rinchiuso tra palazzine in fila per due e con conformazioni irregolari.
Quanto mi parve di lontano insignificante, tanto mi si rivelò vitale sino a quel colmo di particolarità che notai entrando dalla via principale. Il paese prosperava di palazzi, anfratti, vicoli e stradicciuole che si ampliavano tutte a partire dal piazzale della chiesa, munita di un minuto campanile a una sola finestra tutta decorata di soprarilievi.
La piazzola centrale, probabilmente, era nata in un secondo tempo quando gli abitanti s’accorsero che era necessaria aria per respirare le alture dei dintorni, così garantendosi un ampio orizzonte sulla valle. Mi era stato, inoltre, raccontato da Pepe che, in seguito alla piazza, alcune costruzioni come il Municipio o la sede del governo provinciale erano state ampliate di tante mura stanze e tronconi secondari che andarono a coprire così quella finestra naturale che affacciava il paese sullo strapiombo.
L’immaginario degli abitanti così era stato limitato al lago, una chiazza d’azzurro ai piedi della montagna di fronte il paese e che appariva chiaramente nel punto d’incontro tra il palazzo nuovissimo del Municipio e gli ultimi alberi sopravvissuti all’invasione di mura. Lì era situato un balconcino panoramico da cui partiva una scaletta che congiungeva il paese tramite tortuose discese al viottolo da cui quella mattina giunsi in carovana.
L’arrivo fu tranquillo e non ebbi alcun dubbio sul da farsi non appena scesi dalla scaletta. Dissi a Pepe di aiutarmi a portare i bagagli, non appena avessi saputo dove andare.
Tutto potevo credere tranne di trovare il sindaco ad aspettarmi. Un uomo solenne, con forse troppa pancia mi tese la mano mentre rammentavo al cocchiere i suoi ultimi doveri. Mi voltai sorpreso, gli strinsi la mano accompagnando il gesto con un affabile sorriso. Egli allargò le braccia, aveva l’aria soddisfatta e si guardava intorno alla piazza. Me la stava mostrando. Notai una protuberanza sulla guancia destra. Era così evidente che per simpatia mi misi la mano sulla mia.
Il sindaco sorrise e mi fece cenno di seguirlo, dopo essersi abbottonato attorno alla testa la tuba luccicante per il sole. Non parlava, rideva di continuo e ogni tanto sentivo un rantolo di dolore. Era stato sicuramente da poco dal dentista.
Il mio sospetto fu confermato in seguito dallo stesso Pepe quando mi portò i bagagli nell’alloggio.
“Ci è stato da poco” sorrideva sotto i folti baffi mentre posava i pacchi nell’ingresso.
“Alludi al sindaco?”
“E a chi se no, eh eh…” vidi un dente d’oro luccicare, poi prese un fazzoletto lacero dal taschino per asciugarsi la fronte “Non parla da due o tre giorni. Sa che ridere per la festa del Santo? Al comizio d’augurio sicuramente ci manderà il giudice Gonzalo o lei. Ora vado, se permette!”
“Io? Aspetti un momento!” mi sporsi fuori dall’ingresso, abbarbicato al balconcino che dava sulle scale del cortile. Pepe era già fuggito per le scale. Slittava sui gradini come se sfuggisse da ogni replica possibile.
Sul finire della scalinata notai la testa avvolta da un denso fumo di sigaro. Si volatilizzava nell’uscita e io restavo solo col mio bel da fare.

La festa del Santo
Mantenendo sempre in alto la statua del patrono, tutti sudati i portantini disgraziatamente non potevano neanche distrarsi muovendo una spalla o leggermente la testa verso la folla accalcata. Era sufficiente un minimo movimento del polso perché l’intera processione cadesse all’indietro con un sonoro strombettio della banda.
C’era caldo e io ammiravo il calderone di sudore, caos e ben vestiti tra un sorso di limonata e un saluto appassionato dei miei coinquilini.
Stranamente la mia palazzina contava solo quattro appartamenti, cinque con il mio, eppure già avevo incontrato sei persone che dicevano d’avermi visto: la signora Ada, il dottor Ferrando, la portiera (il suo nome non ricordo) e uno strano individuo, magro e calvo, con gli occhi pietosi, che m’accennò un gesto della mano da dietro le spalle mentre passavo di fretta.
“In questo posto” pensai “troppi parlano di tutto…” e allungai un altro sorso. In quel momento una gomitata da dietro mi spinse così bruscamente che il naso finì nel bicchiere.
“Dottore, finalmente ci si rivede, eh?!” era Pepe tutto vestito a festa, col dente giallo e luccicante. Un pupo, o peggio, che mostrava la sua abbondante signora con una mano ripiena di zirconi scabrosi.
“Era ora…ho lavorato tutto il giorno! A proposito, mi hai fatto preoccupare ieri…sono rimasto ad arrovellarmi per…”
“Aaaaaah…il discorso eh eh” si mise a ridere “È stato fortunato! Il giudice sta bene…sicuramente meglio del sindaco.”
“Mi dispiace”
“Per il sindaco?! Si figuri! Se l’è cercata. Ma ora c’è Lei, dottore, per fortuna. Sa, prima, se c’avevamo anche un mal di testa, noi del paese dovevamo andare in pianura. Ore di viaggio…anche per me. Per questo lì dalla città ci è arrivato lei.”
“Non sono mica un salvatore, Pepe, sono solo un medico”
“Lo so,” aggiunse con tono amaro “ma almeno per noi un medico è un salvatore”
“Addirittura” sorrisi
“Qui noi abbiamo solo un villaggio, questa festa e…il lago”
“Il lago? Che c’entra ora questo con i salvatori, i medici e questo paese?”
“Vedrà…” guardò la moglie con malizia
“Non capisco…a cosa alludi?”
“A quello che non si vede e prende clienti…” la moglie lo strattona con il broncio poi mi prese sotto braccio allontanandomi dal marito e mi raccontò che ormai tutto si conosceva sul mio conto, che vivevo solo, una signora mi accudiva, si diceva anche ch’ero un farmacista.
“Un farmacista?!” trasecolai “chi è che dice queste cose?”
“Dottore, lei viene proprio della città!” mi strinse ancor più forte a sé “Non pensi alle cattiverie e guardi la gente che c’è qui senza fermarsi ai vestiti.”
“Ai vestiti? Che c’entrano? L’eleganza è un passaporto per conoscere meglio gli altri. Ti apre le porte dell’anima chi ti vede elegante. È come se fossi più affidabile!”
“In città, dottore! Qui in paese è solo un’eccezione o una stranezza l’eleganza. Lei è ancora troppo legato alla pianura!”
“Cara, lo scopri solo ora. C’è la sua faccia a parlare…” Pepe non concluse e il suo silenzio creò imbarazzo.
“Dottore, Pepe…mio marito…non finisce mai i discorsi dice tutto con gli occhi. Anche quando mi chiese in moglie alla buonanima era così com’è ora…” a quel punto la donna raccontò la sua storia e prese a braccio anche il marito portandoci entrambi nella folla.
Tra uno sposalizio e l’altro mi raccontarono di tutto: dei fiori la domenica, del prete col vizietto e di altra gente, provinciale, a cui toccava fantasticare anche troppo sulla mia professione.
Pareva che queste persone avessero il pinco di ferro e gli occhi di carbone.
“Tutto il giorno dietro alle finestre, io stesso sento le molle del letto del vicino! Rumori, che rumori dottore! Da ogni parte le mura della mia stanza parlano troppo!” Aggiungeva Pepe per recuperare lo svantaggio acquisito con la moglie.
Secondo il racconto di entrambi, in paese si sparlottava per non morir di gelo e che solo per quella festa fossero usciti fuori in mostra. Ma non ci credevo.
La processione, intanto, era giunta in piazza e la banda s’intrometteva pesantemente nella viuzza che conduceva alla cattedrale. Sentivo le note imporsi nell’aria e diventare dominio del pubblico: chi attonito chi con le mani battenti per l’allegria. Io passai un’ora immobile senza seguire il corteo. Chiacchieravo con Pepe e la sua signora, mentre il paese continuò il subbuglio sino a tarda notte tra fuochi d’artificio, brindisi e spettacoli.
Per le strade strette del centro si notavano bevitori e sproloquiatori, i professionisti del tempo libero, che camminano e raccontano. La piazza, invece, restava assortita di giovani e anziani stanchi, genitori con i loro bambini, tutti vestiti con l’abito migliore: i panciotti ben stirati, le scarpe di poco lucidate, le facce rase dei padri, i belletti all’eccesso delle signore, delle madri.
In fondo, nel punto in cui l’apertura della piazza s’incrociava con il balcone dello strapiombo, c’erano i pochi isolati signorotti o mezzi matti che odiavano il chiasso, preferendo a Bacco le rinunce della meditazione.
Si sentiva silenzio in quel punto che con stridore contrastava il cicaleccio dei passeggiatori avventizi e delle signore in età che, nulla facendo, snocciolavano parole a non finire parlando del tale e del talaltro, un accompagnamento singolare ai suoni della banda che piano piano spariva nell’ombreggiare dei vicoli.
Rimase quel vociare di bimbi che tornano dai giochi, sorpresi delle passate ore che in fretta finiscono in un parlottare, nel passeggio dei genitori soddisfatti. Coloro, insomma, che in clima di festa ha il proprio cervello in ozio.

Ricevo una visita notturna
Qualche mese a medicare per capire che nulla di falso poteva esserci in una diceria. La menzogna, quella sì, non è cosa concreta che viene raccontata al vento; ma la diceria appartiene al mito e anticipa il futuro. Dice a te che ne sei vittima quello che ti spetta per fortuna, è un modo, insomma, per imporre la verità di altri alla vittima che è costretta a renderla vissuta.
Un medico come me, pensavo, a volte deve fare anche il farmacista se necessario e mio padre che era farmacista me lo ha sempre ricordato. Ma quando il paese sparge la voce che sei il solo dei dintorni che fa quel lavoro, ti spetta esaudire desideri inaspettati.
La gente che incontravo mi chiedeva spesso consigli sui medicinali da prendere, appuntamenti per visite venture oppure auscultazioni estemporanee del torace o del polso tanto per tranquillità del questuante. Le richieste spesso travalicavano i confini del mio mestiere e di quello postulato e finivo per dar consigli da parrucchiere.
Anche se c’è quel detto antico CHI DICE DONNA DICE DANNO, a me, oltre a questi inconvenienti, mancava lo stesso l’altro sesso, con tanta forza che mai avrei creduto di cadere in tale confusione come avvenne di lì a pochi giorni. E il tempo passava insonne e vigile nel farmi brutti scherzi. Altro che sindaco muto e parlottii sonnolenti prima o dopo il dì di festa…quanto avrei voluto tornare ai primi giorni del mio arrivo, così estranei a quel me di oggi che scrive per mondarsi dalla vergogna.
Un medico che fa anche il farmacista è troppo rispettabile, un concetto che mi arrovella dalla notte al giorno da quando ho ricevuto Pedro quella notte maledetta. Accidenti a chi ascolto!
Ma non è solo questo che mi crea malumore. Io malnato scordone alla ricerca di mezzi sempre più lavorati (artisticamente) per ingannare il tedio. È proprio la voglia, ora che ci penso, che mi fece aprire la porta nella notte da brigante, gelida come il terrore della morte. Nulli più di uno zero, gli abitanti si abbandonano al passeggio e all’ozio…e la siesta diventa per loro una malattia tanto contagiosa quanto la peste e così contagiato il signore magro e calvo, con una mano sulla testa per la disperazione, entrò nello studio.
Povero disgraziato, il mio vicino preso da insonnia perturbante per quello che aveva commesso durante il giorno, mi scambiò come tutti per il farmacista chiedendomi qualcosa per l’insonnia. “Dio mio, la porta!” Il tramestio della maniglia agitata rumorosamente mi fece balzare sul letto.
Rimasi di sasso qualche istante. La camera da letto, infatti, è incollata allo studio e la porta d’ingresso è in un’anticamera che fa le veci di sala d’attesa, ingresso e, per finire, salotto.
Sento ancora bussare con nevrotica insistenza.
“Ancora! Le due di notte! Santa Melinda!” L’orologio ha un ticchettìo intronato, stropiccio naso, pupille e cervello, m’alzo infreddolito e ravviandomi i capelli cerco gli occhiali.
La porta, intanto, si dimena. Il campanello continua a gridare esausto e rauco…
Non appena apro la porta, Pedro si catapulta nella sala d’attesa come impaurito da qualcosa, si gira su sé stesso, si osserva le spalle ansante, contorcendosi tutto; infine, mi fa un timido cenno di saluto con il capo.
Lo faccio accomodare, gli offro un sigarillo per tranquillizzarlo. Mi racconta un mare di cose e quando parla è una valanga in piena di pianto, sudore, asciugarsi col fazzoletto, balbettare…temo addirittura di passare la notte così, appeso alla sua vita senza sperare di dormirci. Capisco che Consuelo ti ha lasciato, capisco che hai voglia…che cosa credi che io non ce l’ho? Un lavoro che mi fa vivere per gli altri dove le donne le vedo con il binocolo non diverte neanche me…
Mi affloscio per un secondo, mentre la bianca porcellana del vaso da notte sembra uscire da sotto la tendina dello studio. Mi sveglia il suo biancore perché mi perdo nei ricami di piante disegnate sopra, si vede anche una donna incoronata d’alloro, tutta nuda che sorride e mi sembra Consuelo, quella bagascia, traditrice…”Se n’è andata quella puttana e io adesso…”, “Adesso che cosa?” M’innervosisco, “Adesso mi tocca scendere tutti i giorni al lago, dottore, che prezzo da pagare. Nascosto, intabarrato…guardi che reumatismi, guardi!” Mi fa vedere le cosce bianche, rachitiche gonfie con le vene blu, affluenti malati di un mare di bile, quello di Pedro il giorno della sua cornificazione.
“E al lago che cavolo ci vai a fare, te l’ho detto mille volte, Pedro Pedro! Ti fa male camminare troppo!”
“Senza una donna, dottore, però come faccio?”
“Ma che cavolo c’entrano le donne con il lago…”
“Come? Non lo sa?” Pedro si sorprende ed è la prima volta che vedo quel sentimento segnargli il volto. Fino allora mi riusciva immaginarlo sofferente o in pianto dirotto. E mi racconta della sua fame, ancora di Consuelo…lui, lei e l’altro.
Pensava a volte che un tradimento viaggiasse su una linea parallela alla fedeltà, ma non comunicante con essa, anche se identica alla matrice. Essa permetteva indefinite somiglianze tra le negazioni e l’ignoranza. Dove la prima spariva, viveva sempre la seconda con la sola differenza che l’ignoranza è sempre di chi è tradito, mentre la negazione appartiene al cornuto.
Purtroppo, Pedro apparteneva a quest’ultima categoria e il suo rifiuto del mondo che lo investiva crudele consisteva nello scendere al lago per cercare ristoro. Se prima si tormentava per i dolori ai fianchi e per la solitudine, ora andava al lago. Se prima credeva di non potersi consolare senza Consuelo, ora le domeniche se ne scappava al lago.
E questo lago, nel cuore della notte, mise tale appetito anche a me che ignorando ormai le povere parole di Pedro, già mentre lo medicavo potevo vergognosamente inginocchiarmi al mio desiderio.

Incontro un mendicante
Perché credere che qualcosa non ci sia? Ignorarla vuol dire, infatti, negarla e, spesso, si negano le cose perché non si vogliono conoscere. Per questo noi spesso non crediamo a ciò che si vede o non si comprende.
Io, in particolare, non vedevo donne e non credevo ai vari avventori che raccontavano parole mendaci sulla storia di Pedro.
È un cornuto, un povero Cristo! Sì, va bene. Ma io non sono povero né Cristo (tantomeno, figurarsi…) e mi manca una donna. Ormai sono mesi che vivo qui e, a parte la siesta con Pepe e i discorsi con i vicini, il resto è solo morte di un giorno.
Io vivo pure solo e le letture serali hanno troppo silenzio. Come posso io pensare di non aver mai fatto quello che anche mio padre mi raccontava della sua gioventù, senza essere convinto che gli altri mi possano dar torto in una scelta che è solo mia? La tristezza è un peso e bisogna ingannarla a volte.
Così seguii il racconto di Pedro: scesi alle ore che mi eran state dette disabitate, verso il crepuscolo, per la stradina. Il sole già al tramonto illuminava di frescure gli sterpi e il mio passo folgorava ogni tanto un ramo secco, una foglia ammuffita.
L’aprirsi della boscaglia sul panorama lacustre mi fece chiudere gli occhi dal fastidio: un raggio di sole m’aveva rapito gli occhi. Che peccato non potervi più godere le meraviglie! Il sentiero, infatti, traversava un paesaggio aperto e contornato da vegetazione variopinta di verde melmoso, un piccolo molo rimaneva appoggiato dopo un corridoio di rami secchi e gerani.
L’accoglienza era riservata a qualche ginestra posta dispettosamente nel mezzo del viottolo che conduceva al lago. Dovetti zigzagare tra erbacce e fango per qualche metro, prima di trovare la riva sotto i miei piedi affaticati.
Oltre al mio fiatone e al rumore placido dell’acqua, sentii il respiro di qualcos’altro che proveniva dal bosco. Mi girai per cercare chi fosse e notai all’ombra di un cipresso discosto dalla riva un’ombra dall’età indefinita, con gli occhi tristi e pensosi.
“Che fai qui?” mi chiese da labbra quasi inesistenti, gli occhi esprimevano commozione.
“Vengo dal paese, qui vicino. Sono il farm…il medico. È un bel posto qui” mi guardai intorno allontanandomi di un passo dalla figura in ombra.
Mi accorsi che lo sguardo indicava dietro i colli come a seguire le mie parole e vedere il paese di cui parlavo. Capì che mi chiedevo chi fosse e cercò di spiegarmi con un fiotto di voce.
“Viaggio, oggi rimango qui perché ho visto che non c’è tanto movimento…solo contadini che vanno al paese….quelli non scocciano, si fanno gli affari loro”.
Si alzò e fece qualche passo per venirmi incontro. Un raggio di luce lo colpì in volto. Ne riconobbi i tratti chiaramente. I capelli ricci incorniciavano un viso consunto dagli stenti, le gote bianche, le guance infossate che trituravano una voce simile a un fischio.
“Stai cercando…”
“…qualcosa…” farfugliai ma la diffidenza non mi lasciava più ragionare.
“Sai, dottore, che qui ogni giorno arriva tanta gente, ma tu oggi sei il primo?”
“Vieni qui ogni giorno?”
“Quando il sole tramonta.”
“Già, qui è solitario…”
“Solitario?” si sorprese “Proprio nessuno non è che non ci sia. Per colpa dell’asino di sera arriva gente.”
Indicò il molo. In effetti qualcuno accostato alla riva c’era.
“Son troppi adesso.”
“Perché?” guardavo a capo della fila, lì era un mulo con naso sporco di fango e, al suo fianco, un contadino basso che tossiva per l’umido.
“Gente si vede più tardi e io per questo preferisco andar via…poi ho pure fame.”
“Preferisci tranquillità!”
“Gradisco la solitudine…non mi va che mi guardino mentre mangio e poi pensano che non ho bisogno di loro e delle loro elemosine…”
“Capisco, ma come sai che sono un medico?”
Un velo di tristezza coprì il viso dell’uomo, le sopracciglia si incurvarono.
“In paese si parla tanto e io ascolto.”
“È una condanna…” Il fatto che tutti sapevano tutto di me ormai mi spazientiva, dopo mesi di riserbo.
L’uomo se ne accorse, si avvicinò tanto da toccarmi la spalla con la mano, mi sussurrò :”E ora sei qui senza che nessuno sa…”. Non pensai che a sorridere anche io, imbarazzato eccitato, senza chiedermi le ragioni di quella complicità.
Mi ricordai Pedro e le sue pene per Consuelo. Ero stato troppo a lungo la vittima del dovere.
“Ora vado” dissi “Ti auguro buona fortuna”
Non ebbi il tempo di avviarmi verso il mulo che l’uomo, prendendomi il braccio, mi sussurrò di non andare, il suo viso non era triste. Riuscivo a percepire una strisciante aria di rimprovero. Non diedi ascolto, tolsi stizzito la presa dal mio braccio e m’avviai.

Mi vergogno dello stupore

Vedevo il mendicante immobile tra l’ombra del cipresso e l’inizio della spiaggia, mentre scendevo il sentiero. Perché non voleva lasciarmi andare? Era forse un frate ramingo o un’anima troppo sola per rimanerlo ancora? Fatto sta che la seconda volta che mi voltai per cercarlo era sparito nel bosco. Sentii vergogna. Anche perché, intanto, la fila di gente era scomparsa con il mulo. Notai il contadino ancora al suo posto.
“Il mulo?” chiesi con un filo di voce.
“Non c’è, ma…se vuole…quell’asino può far al comodo suo, dottore!” Sorrise maligno.
Come un peperone mi avviai all’asino che si trovava dietro gli ultimi cespugli del lago, proprio sul bagnasciuga.
Senza il coraggio di guardarmi intorno, mi affrettai dalla parte della coda, mi calai i calzoni, cercai di avere ragione della povera bestia.
Un movimento d’orecchie, lo scalpitio dei suoi zoccoli e ne sentii vicino il respiro, i sensi mi comunicavano un’assenza di pulizia che non era sporco, ma asciuttezza d’insieme, un camminare che sprofonda nel finito.
In due mesi di attesa non potevo credere di trarre tanto piacere da qualcosa che non fosse una donna. Ma alla fine, che mi abbandonai esausto nella spiaggia, con le mani nell’acqua melmosa e i vestiti bagnati, mi ritrovai gli occhi del contadino puntati addosso.
Sorpreso mi chiese “Ma che fa, dottore?”
Lo guardai stranito, ancora ansante. “Il mulo non c’era…” penosa giustificazione “ma l’asino va bene lo stesso” e finii di respirare chiudendo gli occhi, le mani nella faccia nera.
Il contadino non sorrideva, sempre più incredulo si mise a indicare un punto della sponda opposta del lago. “Di là” disse “c’è Zaide, la puttana…per arrivarci si sale il mulo!” 

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Marco Maniscalco
Nasco il 30/12/1974 in Sicilia a Palermo, dove apprezzo l'amore per la lettura e l'umanesimo nella libreria di mio nonno materno, professore di latino e greco. Non rimango in Sicilia: infatti, a causa del lavoro di mio padre, giro per l'Italia, frequentando infine il Liceo Galvani a Bologna. Qui mi laureo in Filosofia con una tesi sui Quaderni del carcere di Gramsci. Dopo la laurea, fondo un cineclub (Cineclub Fratelli Marx) in cui proietto e programmo varie rassegne. Trovo lavoro come editor in un'azienda di servizi editoriali. Dopo tre anni, l'azienda fallisce e trovo lavoro presso un'azienda che si occupa di customer care. Ho un figlio bellissimo e una casa a tre piani dove coltivo le mie passioni: la musica classica, il cinema, la scrittura e la lettura. Come se non bastasse, faccio il volontario in ambulanza con un'Associazione onlus.
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