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Crusade

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Anno 2009, un corpo mummificato viene trovato da due agenti federali nei bagni di un centro commerciale. Qualche settimana dopo, nello stesso posto, un dirigente di una compagnia farmaceutica e uno dei due agenti che hanno trovato il cadavere vengono barbaramente uccisi in pieno giorno.
Questa è Crusade, città simbolo del capitalismo statunitense, incentrata sul guadagno e lo sfruttamento. E questa è l’introduzione del lettore a una realtà cruenta, barbara, amorale e perversa. Una vera e propria degenerazione
del modello americano, un inferno urbano dove le vite di personaggi grotteschi muovono gli ingranaggi di un caos organizzato, senza via di scampo, al cui posto di comando c’è la figura demoniaca del Macellaio, vero dio blasfemo di Crusade che muove i fili dei suoi abitanti. Ian Arnold Savage, colletto bianco tramutatosi in sciacallo e rapinatore; Troy Providence, un allucinato poliziotto corrotto; Raoul Blades Stone, membro d’elite della feccia cittadina, mosso solo dal denaro e dal sesso; Zed Dekker, un sadico culturista torturatore; Aaron Skoldz un disilluso ex agente di polizia roso dalla sete di vendetta verso il sistema: sono questi alcuni dei protagonisti di Crusade, un romanzo che parla di violenza e sfruttamento, una maratona che omaggia il cinema d’Exploitation, il ritratto di un’America in corsa verso un baratro di follia e autodistruzione in nome dell’avidità.

Io consiglio, dopo l’esposizione qui fatta,

a ogni devoto di lasciar subito qui

se non vuol essere scandalizzato,

siccome vede che il progetto è poco casto,

e osiamo rispondergli preliminarmente

che l’esecuzione lo sarà molto meno.

Marchese de Sade – Le 120 Giornate di Sodoma

Questo libro è dedicato a

tutti quelli a cui la società l’ha messa in culo.

Vi chiamano feccia, io vi chiamo amici.

The show is about to begin!

In

3

2

1

Abbassate la suoneria dei cellulari e moderate  il tono di voce durante la proiezione. Grazie.

«La verità è che tutto questo è fasullo.»

Cammina accanto a me, fra bambini, vecchie signore con le stampelle, famiglie intere prese dall’ipnotico impulso all’acquisto.

Questo colletto bianco, plasmato mente e corpo da anni col culo alla scrivania.

Questo mite ometto che sfoglia distrattamente manuali di cucina nella libreria.

Questo impiegato che soppesa attrezzi del settore casalinghi.

Questo salaryman che confronta le caratteristiche degli schermi televisivi.

Questo vecchio con una valigetta ammanettata al polso temporeggia aspettando il momento giusto per vuotare il sacco, per raccontarmi qualcosa di atroce. Una storia così sordida e malata che una volta venuta a galla potrebbe sconvolgere la vita a qualsiasi povero bastardo l’ascolti.

«Non chiedo molto,» dice mentre succhia distrattamente la sua Coca-Cola al Pizza Hut «solo essere spedito all’altro capo del Paese con una pensione e una nuova identità per me e la mia famiglia.»

Mentre lo ascolto, valuto attentamente la sua figura: le sue spalle piccole, la sua pelle grassa, la faccia da aiutante di Babbo Natale.

«Almeno potrò vivere tranquillo qualche anno, prima che mi trovino.»

«È molto raro, Mr. Presson, che un uomo nel programma protezione testimoni venga trovato. È al sicuro con noi.»

Lui sorride rassegnato.

«Stronzate… se sapesse quello che so io, avrebbe la certezza che siamo tutti condannati. Questa città… questa menzogna, non è altro che una facciata. È tutto nato per nascondere quello che sta alla base. La Heartwork Incorporati, la mafia, la polizia, la Slavery, le acciaierie, la microcriminalità, la Chiesa, e perfino i cittadini, non sono altro che strumenti. Tutti credono di fare la loro fortuna, sfruttando i propri simili, ma in realtà i loro sforzi altro non sono che movimenti di ingranaggi per tenere chiuso il sipario sul vero scopo di un grumo di feccia come la città di Crusade.»

Mentre parla guarda famiglie riempire carrelli con cibo spazzatura, ragazzetti in cotone e gel per capelli ipnotizzati da giochi portatili rosicchiare distrattamente tortillas, mentre sullo schermo appare il boss di fine livello.

È tutto un videogioco in fondo.

Un noioso e intricato videogioco.

Qualche settimana fa io e il mio collega, Paul Segarra, abbiamo trovato il corpo di un ragazzino murato nei bagni del secondo piano di questo posto.

Era in un sacco di plastica, mummificato.

Le cicatrici sul suo corpo lasciavano intendere che gli avevano asportato diversi organi.

È difficile ora vedere tutte queste persone scherzare e ridere qui dentro.

C’è odore di disinfettante nell’aria, di plastica, di cosmetici, di cibo fritto.

Odori artefatti.

Quando la parete è caduta sotto i colpi della mazza, l’odore che ci ha investito era di marciume, di corruzione, di morte.

Ho collegato subito Crusade a quell’odore.

È questo che vuol dire Presson?

«Mi può aiutare a collegare Heartwork alla mafia di Crusade?» gli chiedo.

«Posso fare di più. Ma prima devo chiederle fino a dove è disposto a spingersi.»

Io alzo le spalle.

«Fino a dove è necessario.»

«Fino a Jack?»

Esito.

Jack di Picche: un nome sulla carta, che però sottintende cose come extraterritorialità, operazioni in nero, CIA.

Ma come fa Presson a essere a conoscenza di Jack? Non aspetta che glielo chieda. Riparte a muovere la lingua.

«Ho deciso di venire da lei, agente Emerson, perché la coscienza non mi consentiva più di continuare a convivere con quello che stiamo facendo qui e temo, anzi sono certo, che le nostre ricerche avranno risultati nefasti. È una piramide basata sulla carne, e la carne è quella umana, agente Emerson.»

«Mi servono nomi» mormoro.

«Appena le darò dei nomi sarò morto. Ho accettato di incontrarla qui perché non tenteranno di eliminarmi in mezzo a questa folla, ma non è certo questo il posto dove posso darle quello che cerca.»

Continua a leggere
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Inizio a spazientirmi. Nonostante il pesante impianto di climatizzazione di cui è dotato il World Royale Shopping Center, Presson suda come un maiale.

È tutto in quella valigetta al polso.

Tutto quello che devo fare è allungare la mano e prenderla. Ammesso che ci sia veramente qualcosa.

«E allora cosa facciamo?»

Lui si alza e tenendo saldamente il manico della valigetta si dirige verso il bagno.

Lo seguo, standogli a qualche metro di distanza per non dare nell’occhio.

A detta sua è tutto lì dentro.

Varco la soglia dei bagni dopo una manciata di secondi.

Il bagno è vuoto, invaso da un forte odore di ammoniaca misto a disinfettante.

La maiolica bianca, illuminata da una luce al neon bluastra, dà al tutto un senso di sospensione.

«Presson?» chiamo.

«In fondo» risponde la sua voce.

Sono davanti all’ultimo séparé e la porta alla mia sinistra si apre con uno schianto.

Mi trovo faccia a faccia con un uomo incravattato con una maschera di Dick Nixon a nascondere il suo viso.

In mano una lama da guerra.

Tento di mettere mano alla pistola ma è troppo veloce: tutto quello che riesco a vedere è la lama che guizza davanti alla mia faccia.

Sento un dolore acuto al collo, la mano scatta istintivamente e viene a contatto con uno squarcio profondo e bagnato.

La lama scatta di nuovo in un fendente che insinua nel mio addome un freddo elettrico e brutale.

Una saetta di dolore mi scorre per tutto il corpo.

Cado a terra, la mia testa sbatte violentemente sulle piastrelle.

Il colpo mi rimbomba nel cranio.

Il freddo all’addome si tramuta in caldo rovente.

Il mio battito cardiaco accelera e il sangue mi tinge la faccia.

L’uomo mi cammina sopra e apre con un calcio la porta dietro la quale è rintanato Presson.

Sento un rumore secco di carne strappata con violenza.

Un urlo stridulo da agnello finito in una trappola per orsi mi gela il poco sangue che mi rimane.

Vedo l’uomo uscire con la valigetta.

Il grugno di Dick Nixon, Dick il Rozzo, mi fissa.

Lascia cadere la mano di Presson proprio davanti ai miei occhi mentre questa ancora spande sangue e si contorce.

Si china su di me, il suo sorriso di gomma mi pietrifica.

Sento la sua lama affondarmi sul viso, il mio occhio destro urla di dolore, la guancia brucia come l’inferno.

Lo vedo alzarsi e mettersi in tasca un qualcosa di viscido e disgustoso e uscire dalla porta del bagno a passi lenti.

Poi la vista e i sensi mi si annebbiano. L’ultima cosa che mi passa davanti: dissolvenza in bianco.

Titoli di testa.

We Are Proud To Present:

Crusade

An Exploitation Triple Feature

MOVIE I

La Notte Senza Fine Di Ian Arnold Savage

1. SYST-O-MATIC FAILURE

Ian Arnold Savage

Potrei spiegarvelo in mille modi diversi e comunque perderei il mio tempo.

Tutto quello che otterrei sarebbe il vostro sguardo bovino per poi vedervi concentrare sui beneamati e sacrosanti cazzi vostri.

Comprensibile.

Accettabile, certo.

Non lo capisci fino a che non lo provi, quell’orrendo senso di sospensione.

Quell’infame senso di impotenza sul tuo stesso corpo.

Quell’esserci e non esserci.

Potrei provarci e dirvi che è come vivere avvolti nell’ovatta, ricoperti di vaselina e infilati in un sacco da mondezza.

Potrei tentare di trasmettervi l’idea di una fastidiosa anestesia locale protratta per tutto il corpo.

Potrei berciare che è questo l’inferno degli accidiosi.

Perderei solo il mio tempo.

Chi non lo ha mai provato non può capire, e chi ci è passato lo ricorda a malapena, come un brutto sogno.

Insonnia.

La peggiore delle bestie.

Cerchi invano, in tutte le maniere possibili, di raggiungere il sonno.

È come inseguire una chimera.

La ricerca di qualcosa di impossibile.

Inizi a rigirarti nel letto, guardi verso l’oscurità.

Le palpebre si chiudono ma è come tendere degli elastici.

La pelle inizia a pruderti in più punti e le orecchie captano ogni minimo suono. Puoi riempirle di cotone ma inizieresti a sentire, oltre ai suoni attutiti, perfino il tuo battito cardiaco e ogni altro suono fisiologico.

Inizi a maledire e a odiare il tuo corpo.

Inizi a chiederti: «Perché questo stato di veglia ipersensibile non c’era quando ne avevo bisogno?».

Al lavoro pagheresti per avere una dose, anche solo parziale, di veglia come questa.

Un giorno qualunque sei nel tuo cubicolo a combattere la sonnolenza mentre fai solitari al computer, quando uno dei pezzi grossi della Heartwork Incorporati, l’azienda farmaceutica per cui lavori, ti convoca nel suo ufficio.

Senti già la sensazione fredda di vaselina che ti unge le chiappe e ti pare di captare negli sguardi dei tuoi colleghi un misto di pietà e genuino spirito da sciacallo.

Della serie, chi si prenderà il cubicolo di Savage vicino all’area ricreativa?

Entri bussando, come una scolaretta, e quello ti accoglie con un sorriso stronzo, quel sorriso da studio legale, quel sorriso di un bianco innaturale che vedi solo sui cartelloni delle località sciistiche.

Avere un ufficio tuo non è come avere un cubicolo.

Un ufficio ha una finestra da cui puoi guardare il panorama, hai una porta che ti dà riservatezza. Hai una stanza che diventa una parte di te, con le tue lauree appese alle pareti, le foto dei tuoi figli, il tuo calendario e i tuoi giochetti antistress.

Detto per inciso, puoi farti una sega in un ufficio.

Nel quadro aziendale un ufficio privato è uno dei tanti segni di potere, come il parcheggio riservato all’entrata o poter giocare a golf col direttore.

Non siamo cambiati da quando vivevamo nelle tribù.

Tutti concentrati a segnare il proprio territorio a colpi di pisciate.

Il mio capo mi allunga la mano senza smettere di sorridere, la stretta calda ed energica è tutt’altro che confortante.

Altri strumenti per determinare il potere.

Sorride ancora e profuma di auto nuova.

Continuando a sorridere mi spiega che, a causa della crisi economica e di altre stronzate, si devono fare dei tagli al personale, che sono stato un elemento prezioso e che mi ringrazia a nome della Heartwork Inc. per il lavoro svolto.

Non sa nemmeno come mi chiamo. Ogni volta che deve pronunciare il mio nome abbassa lo sguardo per leggerlo sul foglio.

Quest’uomo-immagine privo di qualsiasi orifizio non è il mio capo.

Di lui si sono sbarazzati una settimana fa e al suo posto ci hanno messo questo coglione lampadato.

Mi dà l’idea di essere un lobbista. È laureato in Giurisprudenza ma il suo lavoro è fare la sagoma di cartone. Essere il sorridente netturbino della politica, squalo che spazza le carcasse sotto il tappeto mentre offre un bicchiere di Crystal e un sigaro agli investitori.

Questa è la gente che si assolda quando iniziano le grane come class action, indagini dei federali su cadaveri murati vivi e altre cose dovute, diciamo, a una gestione manageriale troppo creativa.

Ma riesco a vedere oltre ai sorrisi, oltre ai complimenti, oltre a tutto.

L’essenza di questo è: «Ian, non prendertela, ma abbiamo deciso di silurarti, ora rilassa le chiappe».

E io non ho reagito, ho lasciato che mi sodomizzassero a sangue.

Quel cazzone mi ha congedato con un «Puoi portare via le tue cose per domani, ok? Ti faremo avere l’assegno», che mi ha provocato la stessa sensazione di un’eiaculazione all’interno del mio retto.

Io annuisco ed esco come l’ultimo degli stronzi.

Dirlo a Valerie è un altro colpo alla mia autostima, le uniche spiegazioni che riesco a darle sono una sequela di vaneggiamenti e autocommiserazioni.

Poi, una mattina, allungo le braccia fra le coperte per sentire la sua presenza, ma l’unica cosa che trovo sono lenzuola fredde.

Apro gli occhi e la vedo davanti alla porta.

Ha un borsone da viaggio in mano e gli occhi arrossati.

«Ian… vado da mia madre per un po’, devo pensare… ricordati che ti amo.»

Se non avessi aperto gli occhi sarebbe scomparsa senza dirmi una parola.

Rimango a letto, come un fesso, mentre sento il motore della sua Honda allontanarsi.

È stato tre giorni fa.

Non sono più in grado di dormire da allora.

Il mio corpo cerca, e allo stesso tempo rifiuta, il sonno.

Non funzionano le camomille, né l’esercizio fisico, né quei truci horror europei di bassa macelleria che danno sul satellite a ore in cui solo maniaci e depravati guardano la televisione.

Mi sono fatto prescrivere dei tranquillanti ma appena li ingoio li vomito in conati secchi che mi devastano l’esofago.

Non funziona nemmeno sbronzarmi.

Ho fatto fuori una bottiglia di Chivas Regal bevendolo a canna.

Niente ghiaccio né acqua.

Mi ha bruciato lo stomaco, questo è sicuro.

La televisione trasmette Cannibal Holocaust, un film che ho noleggiato alla videoteca sotto casa.

Parla di alcuni reporter che violentano una ragazzina indigena.

Lottano nel fango e la penetrano con violenza.

La impalano e fingono di trovarla per poi farci la scena chiave del documentario che stanno filmando.

Le budella mi si annodano, la musica che mi arriva alle orecchie è struggente.

Scaglio la bottiglia vuota verso lo schermo con tutta la mia forza da sbronzo.

Uccido l’immagine.

Disintegro la bottiglia.

Un fuoco di cristalli e fumo mi acceca.

Una secca esplosione elettrica di vetro mi assorda.

Apro gli occhi e mi ritrovo nell’oscurità, l’unica luce proviene dall’orologio digitale a muro.

Sono le 3:12.

Mi rendo conto di essere ancora vestito con giacca e cravatta da quando sono andato dal medico ieri mattina.

Devo puzzare come una carogna.

Forse sono le mura che mi si stringono attorno a farmi questo effetto, a provocarmi questa sensazione di condanna al dolore. Fatto sta che non ne posso più.

Esco dal mio appartamento e, aggrappandomi alla ringhiera come un naufrago si aggrappa a un pezzo di legno, scendo il vortice della tromba delle scale.

Appena sono fuori l’odore di città, quel misto di smog, polvere e rifiuti in decomposizione, mi accoglie come un vecchio amico.

L’oscurità nasconde le cose spiacevoli.

Le luci dei lampioni mi mostra la via.

Sopra la mia testa una coltre di foschia nasconde le stelle.

Sono rare le notti in cui puoi vederle, soprattutto in Aspatria dove gli edifici sono alti e sembrano volerti negare il cielo.

Centinaia di condomini costruiti più o meno in serie per immigrati, universitari, vecchi rincoglioniti e giovani coppie.

Non è Moonlight, dove c’è la propaganda dell’American Dream con bimbi in bicicletta, autobus gialli e berline europee nei vialetti. Aspatria è un posto per gente di passaggio che aspetta l’occasione giusta, un quartiere per niente brutto se guardi in basso mentre cammini.

Il massimo che abbiamo è la piccola criminalità dei disperati che sale dai bassifondi di Muttville per sopravvivere, e qualche battona che cerca di arrivare a fine mese a furia di pompini, come qualunque altro essere vivente sulla faccia della Terra.

Qui, finché ognuno parla la propria lingua e raccoglie la sua merda, rimane decentemente in vita.

Continuo a camminare, attirato come una falena dalla luce di insegne e lampioni lerci di carcasse di moscerini e polvere.

Le poche vetrine mi rimandano un’immagine cinerea di un me stesso sudaticcio e frittelloso.

Non so cosa sto cercando.

Non so dove sto andando.

La testa mi sta scoppiando.

Forse sto morendo.

Sono queste le parole che ripeto mentalmente mentre scendo gli scalini della metro, schivando pozze d’urina, pacchi di pattume e merda varia.

Salgo sul primo treno che mi si para davanti sbuffando annoiato come una zoccola che carica l’ultimo cliente della giornata.

Salendo vengo accecato dai neon ad alta intensità.

Mi siedo di fronte alla porta e il corpo smette di funzionare.

I collegamenti neurali saltano.

La testa smette di inviare impulsi.

Non mi muovo, né ragiono.

L’occhio vede, l’orecchio sente, il naso odora. Ma nient’altro.

Vedo buio.

Buio.

Buio.

Buio.

Buio.

Luce.

Luce.

Luce.

Buio.

Buio.

Buio, e ancora luce.

Un odore di ammoniaca mi investe, nessuno sale a questa fermata.

E poi ancora buio.

Buio.

Buio.

Buio.

Buio.

Buio.

Buio.

E luce.

E buio.

E luce.

In un alternarsi ipnotico.

A un tratto tutto si ferma e sento una voce che mi dice: «Capolinea! Il treno oltre non va. Alzati balordo, sei sordo!?».

No.

Lo sento.

Sento come mi sbraita, sento il suo odore di tabacco e sudore, lo sento sollevarmi di peso e gettarmi fuori dal treno. Sento la sua voce urlarmi: «Fattela passare, tossico del cazzo! Se ti ripesco chiamo la polizia».

Cado nella polvere, il volo giù dal vagone mi mette lo stomaco in subbuglio. Ho la bocca impastata.

Faccio appena in tempo a rialzarmi che un getto di vomito acido sale dall’esofago e sprizza dalla mia bocca come un’eiaculazione.

Ho il cuore impazzito, l’adrenalina a mille, sudo, sono lurido come una iena tra le sue carogne.

Mi guardo intorno tremante, spaurito. Sopra di me la volta celeste mi accoglie, brillando come un diadema in una vetrina.

Attorno a me solo qualche struttura ferroviaria, e lo sconfinato nulla del deserto sfregiato da nastri di catrame.

La periferia…

27 aprile 2018

Evento

Libreria Le Due Zitelle, Piazza Piloni, 9 - 32100 Belluno (BL) Venerdì 27 aprile dalle ore 18:00 Markus D. Romero presenterà il suo romanzo d'esordio Crusade presso la libreria "Le Due Zitelle" di Belluno. A condurre la serata sarà, insieme all'autore, il compositore e produttore musicale Antonio Fiabane. In sala ci sarà anche l'artista e illustratore Tom Colbie.
26 Giugno 2017
Com'è nato Crusade? L'autore M. D. Romero ce lo racconta! Ecco il link: https://www.youtube.com/watch?v=dMy3_beO1tY
01 Novembre 2017
Un film che è un romanzo: "Crusade" su Bei tempi andati https://bit.ly/2yMBubI
14 Novembre 2017
M.D. Romero e "Crusade" su PolpettaMag https://bit.ly/2zOC5eA

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    È una Religione, Crusade. È un rito ancestrale. È la religione della Distruzione e del Caos . Dell’Entropia come Dio sommo. Dell’irrazionale ossessione dell’uomo per il sapore della propria stessa carne. Della TUA ossessione per il sapore della TUA carne.

    Ma.
    Crusade è allo stesso tempo un inganno. Dichiarato e palese. Sotto gli occhi di tutti sin dalla prima pagina. Romero vi sta fottendo tutti. Romero CI HA fottuti tutti.
    Perché il Dio di Crusade non è il Caos. No.

    Credere che Crusade sia il frutto di Caos puro e semplice è come credere a Bush e alle armi di distruzione di massa di Saddam. È come credere all’umanitarismo e al buon cuore dei tomahawk di Donald Trump .

    No, il Dio di Crusade non è il caos. Il Dio di Crusade è Romero.
    In Crusade nulla è lasciato al caso. Tutto torna ( e tutto si distrugge).

    L’inevitabile sacrificio iniziale non è che la portata principale di un tavola imbandita ad arte da un sadico “Schef” (fidatevi, non è un errore) della parola. Che può permettersi di far sembrare il suo lavoro semplice, casuale, random. Ma che dosa accuratamente ogni ingrediente, ogni pietanza. Che ad ogni situazione crea il suo controcanto. Che crea i mostri e se li scopa. Che crea i buoni, e li distrugge. Che plasma le scene, ne distorce i punti di vista, abbiglia i personaggi, li acconcia in ghingheri per una serata di gala a Palazzo. Dopodiché li prende, li fa a pezzettini a suon di mannaia, li sbatte dentro al forno e ce li ficca nel piatto.

    Ed è così che belli belli usciamo da Palazzo tutti soddisfatti, senza nemmeno renderci conto di avere il sapore della nostra stessa carne ancora tra i denti.
    Amorini belli, ca va sans dire: Romero ci ha magistralmente fottuti.

  2. (proprietario verificato)

    Se state cercando il solito romanzetto per passare l’estate, resterete delusi.
    Se state cercando il nuovo titolo modaiolo per poter far finta di averlo letto citando alcuni passi a caso all’ora dell’aperitivo con qualche hipster o radical chic , resterete delusi.
    Se state cercando un libro motivazionale, presi dalla vostra personalissima crisi ideologica, resterete delusi.
    Se state cercando un libro da leggere durante i vostri momenti di sconforto, che vi parli di un futuro radioso e di quanto sia progredita la nostra società dei consumi, rimarrete delusi.
    Se state cercando qualcosa di nuovo, di profondamente reale nella sua follia e di particolarmente efficace nella sua sintesi espressiva, forse siete nel posto giusto, se avete abbastanza coraggio per arrivare fino in fondo.

  3. Finalmente qualcosa di crudo, esplicito e diretto. Niente coccole per il lettore, soltanto l’atroce realtà di una città corrotta e di un’ingiustizia in evidenza che di cliché ha ben poco, il tutto realizzato con una formidabile scelta stilistica. Sin dalle prime pagine lo scrittore riesce a catturare l’attenzione, tiene alto il ritmo e non molla la presa. Verrete risucchiati dalla follia di Crusade in pochi attimi. Vivamente consigliato!

  4. (proprietario verificato)

    Se sapessi scrivere non leggerei, probabilmente è l’invidia verso la capacità evocativa di crusade che mi ha fatto divorare la bozza in due giorni!

  5. (proprietario verificato)

    Un romanzo forte, travolgente e trascinante. Letteratura matura che non rinuncia ad intrattenere. Siamo lontani dai polpettoni introspettivi. Consigliatissimo!

  6. (proprietario verificato)

    Se pensate che la Derry di Stephen King non faccia più impressione, sperimentate il disagio di Crusade, dove al peggio non c’è mai fine e dove l’eccesso è la norma.
    Tre film al prezzo di uno.
    Che volere di più dalla vita? Ma i film più grandi sono quelli che vi farete in testa. Perché questo non è un romanzo leggero, una lettura da spiaggia, questa è roba forte, che lascia il segno. Amerete personaggi che non potete immaginare. Empatizzerete per persone per cui non vorreste empatizzare – e non è forse questo, dai tempi di Nabokov, il tratto distintivo dei grandi romanzi? Una cosa è certa, dopo aver letto Crusade nulla sarà come prima, a cominciare da voi stessi.

  7. Roberta

    (proprietario verificato)

    Qualcosa di diverso e nuovo, finalmente! Un libro che ti cattura dalla prima all’ultima pagina, da leggere senza fermarsi. Nell’intricata trama non manca nulla, dal gore al voodoo, e tutto risulta sapientemente combinato per creare un intreccio avvincente. Consigliatissimo!

  8. fede.belotti

    (proprietario verificato)

    Crusade – Una recensione di una sferzante lettura in anteprima

    Un agente di polizia e un uomo d’affari si incontrano trafelati in un centro commerciale. Il businessman ha legata al braccio una misteriosa valigetta. Nello stesso luogo qualche settimana prima è stato rinvenuto un cadavere di un ragazzino barbaramente murato in un bagno a opera di ignoti. I due decidono di dirigersi proprio alla toilette per effettuare lo scambio della ventiquattrore, ma non sanno che ad aspettarli c’è un uomo in maschera assetato di sangue e violenza, disposto a tutto pur di recuperarla.
    Con il rantolo dell’agente Emerson nei suoi ultimi istanti di vita, mentre i titoli di testa scorrono su un’ideale schermo di una sala del cinema, si entra nel cuore gonfio e pulsante di “Crusade”, il primo entusiasmante e adrenalinico romanzo partorito dalla fervida fantasia di M.D. Romero.
    Fin dalle prime battute infatti, il lettore viene buttato a capofitto nell’oscura, distopica e malata città di Crusade per seguire la notte interminabile e ricca di avventure di Ian Arnold Savage, un dipendente di una ditta farmaceutica caduto in depressione poiché ha perduto il lavoro e la moglie l’ha lasciato.
    Non ci sarà tempo per troppe riflessioni o momenti statici; il turbinio di eventi trascina con grande potenza il lettore dalle primissime righe del romanzo, pregio della sferzante e scorrevole scrittura di M.D. Romero, capace di dare un taglio altamente cinematografico all’intero romanzo che si configura come uno spettacolo in tre tempi, tra loro intrecciati all’interno della cornice rappresentata dall’ormai condannata città di Crusade.
    In aggiunta ai tre archi narrativi principali, due intermezzi e un epilogo finale – molto ben congegnati e sempre legatissimi al filone narrativo principale – si occuperanno di raccontare le vicissitudini di altri personaggi che andranno ad inserirsi in un cast corposo e variegato, ma sempre curato e caratterizzato doviziosamente dall’autore.
    Nonostante la maggior parte dei protagonisti e dei personaggi secondari siano accomunati da un disagio interiore causato dalla follia che permea la città maledetta, tra loro sono molto differenti e ognuno ha le proprie ragioni credibili per agire nei modi anche più sconsiderati e fuori dal comune.
    Non mancheranno scene forti: occhi cavati dalle orbite a vittime ancora vive, torture e nasi spaccati. Il tutto descritto in maniera reale e sensoriale.
    Un pregio di “Crusade” è proprio quello di sentirsi parte delle scene narrate, di percepire il puzzo maleodorante dei vicoli più bui e luridi, di provare angoscia e voler fare attivamente qualcosa per salvare Katja, quando viene brutalmente malmenata da Paddin’ Bob in una delle scene più da cardiopalmo dell’intero romanzo, talmente la scrittura è vivida e reale.
    “Crusade” non è una semplice lettura: è un grande viaggio visivo e sensoriale, un’avventura mozzafiato e altamente adrenalinica, condita da un quadro di personaggi fuori dal comune ma ottimamente caratterizzati che rimarranno a lungo nei ricordi di colui che sarà di fianco a loro.
    A questo punto non vi resta che prendere la vostra bibita e i vostri popcorn e di farvi condurre per mano da Ian Arnold Savage nella notte che gli cambierà per sempre la vita, nel folle viaggio alla ricerca di un antico manoscritto con Raoul Stone e di vedere tramite gli occhi del disgraziato Agente Skoldz la fine di un’epoca.
    Godetevi Crusade, amatene la sua avvolgente follia.

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M.D. Romero
M.D. Romero nasce ad Agordo nel 1986. Laureatosi in Antropologia presso l’Università di Bologna, si è affermato nell’ambiente underground italiano e straniero come giornalista di cinema e musica in realtà come PolpettaMag dove ha una rubrica settimanale. Crusade è il suo romanzo d’esordio.
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