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Cuore blindato

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Consegna prevista Aprile 2020

La vita di Damiano, tranquillo impiegato di Bologna, viene scompaginata il giorno del suo quarantatreesimo compleanno da un evento che decide di tenere nascosto. L’indomani intraprende un trekking programmato da tempo con i due figli, verso un piccolo borgo appenninico dove ha trascorso l’infanzia. Durante il viaggio emergono paure, viltà e i rapporti complicati con i figli. Damiano è in bilico tra fuggire dalla realtà, confessare il segreto o sperare che qualcuno lo sollevi da questo peso. Al borgo ci sono amici e parenti ad attenderlo e l’arrivo di Damiano genera una catarsi in tutte le persone che ruotano attorno al protagonista, sincronizzate con il temporale che rallenterà ogni cosa, esaltandone i contorni.

Perché ho scritto questo libro?
Non esiste un perché a tutto. Le emozioni, come le parole, accadono, rotolano e ne trascinano altre. Poi altre ancora. È così che nasce un testo. Spesso senza motivo, sempre per un’emozione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Lei ha quindici anni e già troppi vaffanculo infilati in bocca, tra l’apparecchio e un sorriso da maggiorenne.

Lui ne ha otto di anni, il muso aguzzo e la fantasia appiccicata agli occhi come lenti a contatto.

Il padre non ha età. Solo quarantatré candeline soffiate dalla torta il giorno prima, quarantatré nuvole da spingere via in fretta, prima che arrivi il temporale.

« Andiamo » dice il padre, forse è una richiesta, forse un ordine.

Riceve un assenso di metallo e viti, smalto e otturazioni. Poi un’altra approvazione fatta di occhi grandi, come i suoi. Sono velati di dipendenza e pendono dalle sue labbra come orecchini d’altri tempi. Chiude l’auto con il telecomando. Doppio lampeggio degli indicatori di direzione, palpebre luminose che si strizzano per non guardare, per non ricordare il loro passaggio. C’è odore di fosso, di piante che crescono tra l’acqua marcia e la rena. Riconosce un’erba orfana di fiori e romanticismo. Ha le foglie frastagliate e sovrappeso, lo stelo gonfio di un liquido lattiginoso che sua madre gli spremeva sui porri delle mani quando aveva quattro anni, forse cinque. Una vita e mezzo fa.

La incita e porge una mano a Luna per aiutarla a scavalcare il fosso. Dice di venire, con un piede sulla sponda e uno sull’altra, e prende in braccio Daniel. E’ cresciuto, lo faceva più leggero. Un pensiero buono che d’un tratto si aggrappa al peso della realtà.

« Per di qua, andiamo dai » li esorta mentre muove una fronda che spiove sul sentiero. Sorride accondiscendente. Trentadue scogli bianchi che sorgono dalla bassa marea della barba, vecchia di un giorno. Un sorriso falso, come il ponte odontoiatrico che fa le veci di almeno tre denti.

Guarda i figli passare e rimane lì, impigliato tra la fronda che regge con le mani e un’idea improvvisa.

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« Che fai papà? Non vieni? » dice Luna.

« Dammi il telefonino, Luna » risponde Damiano serafico.

« Cosa? E perché, scusa? ».

« Dammi il telefonino, lo tengo io ».

« Nella tasca interna del mio zaino, così non lo perdi. E poi fra poco non ci sarà campo e non ti servirà per qualche ora » ribadisce pacato. Si gratta la nuca.

Luna sbuffa. Controlla se ci sono messaggini, telefonate. Pianta i suoi occhi in quelli del padre e prova ad infilarci tutto il torvo che può. Ma lui è ancora lì con il suo sorriso esagerato, come ogni suo comportamento del resto. Esagerato. Glielo dice sempre anche la mamma. Esagerato. Luna gli porge il telefono, con il pupazzetto rosa che ciondola vistosamente: sembra un pendolo che ha perso il tempo e tutti i modi possibili. Sorride anche lei, il suo vaffanculo silenzioso sbatte sulla sorriso finto del padre.

Damiano lascia cadere a terra lo zaino. Armeggia con le cerniere lampo, con il cellulare di Luna, con i tiranti.

« Ho lasciato il coltello in macchina, vado a prenderlo » dice mentre lo sfila dalla tasca inferiore del Ferrino, e lo lascia scivolare nelle tasche dei pantaloni militari, « Vado ».

Salta il greto maleodorante del fosso. Poi corre goffo verso l’auto, impettito e con le ginocchia esageratamente alte nonostante il peso degli scarponi. Fa scattare la serratura con il telecomando ma passa a fianco dell’auto e prosegue per altri venti, trenta metri, verso la sterrata che si snoda oltre la casa rurale. Non ha mai visto nessuno in quell’abitazione eppure è sempre così curata, accogliente. Appoggia il telefono di Luna tra i tentacoli spinosi di un rovo di more, fa per tornare indietro. Si volta un attimo per gettare uno sguardo pieno d’alibi al telefono incastrato tra sterpi, spine e cartacce. Preme nuovamente il pulsante di chiusura del telecomando, corre con il suo modo goffo fino al fosso, lo salta, si riveste nuovamente di quel sorriso artefatto.

«Eccomi » ha il fiato grosso, tenta di sfuggire agli sguardi di Luna e Daniel. Sopra di loro il cielo sembra impacciato, ribassato di una spanna e scolorito come un denim. Sembra un monito.

Si infila lo zaino, aggancia il coltello multiuso alla cintura e tira gli spallacci. Sono gesti sicuri che si scontrano con la bizzarria della corsetta di prima. Carezza Daniel sulla nuca, lui si volta con il suo muso da pescespada. Si sorridono a vicenda increspando i visi di rughe d’espressione.

Poi volta il suo sorriso di cartapesta verso Luna e ci butta dentro tutta la complicità di cui può disporre. Ma lei lo guarda vuota e si mette in marcia, davanti. Daniel in mezzo, saltellante e fiero del suo zainetto. Lui dietro, con un sorriso talmente incerto da sembrare un ghigno.

La sera arriva presto in quelle valli strette tra monti che hanno tracciato la Linea Gotica. Il cielo che raccattano tutte le nuvole in transito, con il sole a rotolare lungo i fianchi delle alture, con la stessa urgenza dei mesi invernali. Lascia una mezza luce che pare debba sopravvivere anche alla notte, con quel color ghisa che riempie ogni interstizio del bosco e della mente, che impregna tutto assieme alla leggerezza strana delle felci, cresciute un po’ ovunque.

« E se piove, pa’? ».

« Se piove mettiamo l’impermeabile, Danny ».

Daniel annuisce e mostra i badili che ha al posto degli incisivi, come il padre. Si distrae continuamente, perde lo sguardo in un tronco dalla forma strana, nelle indicazioni CAI, sui fiori solitari. Daniel rallenta spesso il ritmo di marcia, il padre lo sapeva fin dall’inizio e si sforza di non perdere la pazienza che di lucidità d’ora in poi ce ne vorrà eccome.

Lucidità.

Lucidità.

Lucidità, quella che gli era mancata il giorno prima. A ripensarci gli sale la nausea, a ripensarci gli raddoppia lo schifo. E la paura.

«Tutto ok, Luna? » le chiede senza togliere lo sguardo dal sentiero.

Lei risponde con un grugnito che dovrebbe essere un sì, che potrebbe essere un no. Le poggia un braccio sulla spalla, ma Luna si divincola con la noncuranza di chi si deve togliere un capello dalla maglia, uno di quei tentacoli biondi che si azzuffa in tante, ciocche nell’indecisione sul voler essere lisci o ricci. Capelli di un biondo bambino che tutti dicevano si sarebbero scuriti con il passare del tempo. Invece sono ancora lì, color grano dopo anni di commenti. Luna stereotipata da due occhi d’alba e polvere, da una carnagione a cui manca solo il profumo del latte. Un paio di volte si era scoperto ad avere dubbi sulla sua paternità, un po’ fulvo e con gli occhi indecisi sull’essere marroni o essere nulla, non aveva troppe somiglianze con i caratteri somatici della figlia. Solo quel musetto appuntito e le gambe sottili, che non faticavano ad arrampicarsi in ogni sentiero, gli avevano infuso un po’ di tranquillità.

Luna sbuffa mentre continua a muoversi leggera nel sentiero, ormai poco più di un alone nel sottobosco. Daniel invece continua a sperperare energie, si perde a guardare ogni cosa, a rincorrere e infrangere la regolarità dei suoi passi. Ha i capelli che ricordano la creta, una manciata di lentiggini sul naso che sembrano atolli persi in mezzo agli occhi verdi. Sono grandi a sufficienza perché possa bersi più vita di quella che potrà digerire, in futuro Si accuccia, appoggiando il culo sugli scarponi così sproporzionati rispetto alle tibie. Il suo zainetto pieno di propositi e merendine fa capolino sopra al cappello militare che Damiano gli ha regalato un anno fa.

« Sono stanco, pa’ »dice con un filo di implorazione mentre gioca con due sassolini.

Damiano guarda il viso imbrattato di noia di Luna, quello stanco di Daniel, soppesa la sera che cala come un sipario di ghisa sulla valle, il gonfiore della luce tra i tronchi chiari dei faggi.

Vorrebbe dire che hanno camminato molto di più in passato, che alzi il culo l’uno e l’altra si tolga quel broncio del cazzo, che se fosse per lui andrebbero avanti fino a notte avanzata, che monterebbe la tenda al chiarore delle stelle e della luna, se ci saranno. Invece l’accondiscendenza paterna prende il sopravvento, elude i pensieri, va a domare le sue parole.

« Dai, ancora qualche minuto e ci accampiamo », prova a sorridere, senza troppa convinzione.

« Papà, ti ricordi quando siamo andati a vedere i gabbiani pescare? ».

Ha quei denti zoppi, sporchi della mollica del panino al salame che sta mangiando, il volto azzurrato dalla fiamma del fornelletto su cui il padre bolle il caffè con la moka. Conficcato nell’umidità e negli odori del bosco, nei rumori poco distanti di qualche ungulato, Daniel porta a galla ricordi del mare, cartoline appiccicate su una parete troppo vasta da affrescare di sana pianta.

Lui sorride con uno sbuffo, si perde nella pulizia del coltello multiuso.

Era un’alba stupida come tante altre, in quell’agosto di due anni prima. Troppa afa, rumore in strada, già troppi sciacquoni tirati da altri clienti dell’hotel, tutti vecchi ed incontinenti. Già troppo tutto, compreso Daniel che si era messo a giocare con le automobiline ai piedi del letto. Gli aveva detto “vieni dai”, gli aveva scompigliato i capelli, erano sgattaiolati fuori da quella stanza gonfia di umori e respiri, dove Luna e Agnese stavano ancora dormendo, una nella parte superiore del letto a castello, con l’apparecchio in vista quanto una corona, l’altra nella sua fetta di matrimoniale con le tette lasciate libere dal lenzuolo e, da qualche ora, anche dal sesso di lui.

Avevano chiuso piano la porta con gli occhi complici, e avevano camminato fino al capo del molo per guardare le barche passare, stupirsi per i nomi sulle prue. Decine di gabbiani si lasciavano volare, tutto un batter d’ali, tutto un planare, gli stalli scuri che si infrangevano controluce, il volo sul mare grinzoso e poi quel mezzo tuffo con il becco adunco. Un pesce che si dimenava a qualche metro di altezza, stretto dal rostro. Un pendaglio di squame attorno al collo celeste dell’orizzonte.

« Certo che me lo ricordo, Danny » non nasconde la felicità per il ricordo di un momento che pensava andato perso chissà dove, in quella cosa strana che è la memoria dei bambini, immensa ma deturpabile, pronta a nascondere, a mostrare, a trasfigurare qualsiasi ricordo.

Tornerebbe volentieri a quel giorno, a respirare il gorgoglio del mare e poco altro, senza una coscienza troppo ingombrante da gestire, a guardare quelle lentiggini azzuffarsi mentre Daniel arricciava il naso, sorrideva indicando la fuga aerea del gabbiano con la preda tra il becco.

« Non me lo sono dimenticato, sei matto?» si affretta a ribadire. L’odore della moka gli svapora attorno e regala un’aria domestica al bosco e ai sussurri che lo abitano.

Daniel annuisce contento, gli incisivi che custodiscono il labbro inferiore.

Luna è seduta a gambe incrociate, carezza, divide e attorciglia le sue ciocche color grano. Sembra abbia tra le dita uno scacciapensieri dove disperdere un po’ di quel cipiglio.

Il rombo di un aereo in quota si miscela con il rumore delle fronde degli alberi. Hanno piantato l’igloo in una piccola depressione a qualche decina di metri dal sentiero, poco oltre un vecchio muro a secco sostiene soltanto quel che resta di un terrazzamento e di una costruzione quasi diroccata. Ha il tetto completamente sfondato, bombardato dal tempo e dall’incuria. Aveva pensato di accamparsi all’interno dei tre muri e mezzo rimasti in piedi ma il pensiero di Daniel che si arrampica o gioca con quelle pietre in bilico, gli aveva fatto cambiare idea.

Alle loro spalle il buio è buio. Buio vero, palpabile e pieno. Attraversato da quei rumori che fanno tendere le orecchie, fanno ridere di sé ché tanto sono lucertole, uccellini, forse qualche daino, ma intanto le orecchie si tendono, i sensi si amplificano nonostante tutti cerchino di normalizzarli, anche se il bosco è così da sempre e questa non sia la prima uscita notturna.

Il rumore di un ramo spezzato fa schizzare via il cuore di Luna, l’adrenalina le blocca le dita mentre torce un ciuffo di capelli. Lui è calmo, scafato più in quel luoghi che nella piazza del paese, più a suo agio nel buio che nelle tenebre che porta dentro. Distende un sorriso che non arriva fino a Luna, si impantana ad un passo da lui, impigliato tra il bagliore della piccola torcia che ha in mano e lo scalpiccio di Daniel.

« Papà, è quello lì Venere? » indica l’unghia di cielo che sbuca sulla radura attorno a loro. Sembra disperdere un po’ delle sue lentiggini verso le costellazioni del nord.

« Scemo, è dall’altra parte » lo sfotte Luna, forse per distrarsi dai rumori del bosco e da quella voglia di fuga che le si era appiccicata alla schiena un attimo prima.

« Danny, da qui non si vede. La vedremo domani sera, se saremo in quota. ».

«…»

« Domani Danny, domani ti prometto che la vedremo ».

 

 

2

« Vuole un altro pezzo di torta? ».

« Lei è troppo gentile, ma sono a posto così, davvero ».

La vecchia si spazza le mani nel grembiule, con la stessa disinvoltura Agnese accavalla le gambe lasciate nude dagli shorts. L’anziana ha tutti i capelli bianchi tirati indietro, infilzati nel crocchio con un ferro da maglia. Agnese pensa a quando da ragazza usava le forcine dei capelli a mo’ di segnalibro, quando stringeva piano le pagine del diario o di un libro, quasi a tenerle attaccate alla realtà di quei pochi anni, un po’ da fiaba e un po’ reali. Guarda la luce del primo pomeriggio sgattaiolare attraverso la finestra e per la prima volta non prova un senso di detenzione davanti alle inferriate. Sul davanzale c’è un geranio proteso verso il basso con una cascata di petali rossi. Le rapisce lo sguardo. Ne intuisce il profumo, potrebbe spanderlo lei dentro quell’ambiente fresco, con travi di legno sul soffitto, verniciate troppi anni prima.

«Acqua e menta?» torna sotto l’anziana. Ha un modo gentile di guardare, di sorridere elegantemente tra le labbra e le rughe che le ricoprono praticamente tutto il viso.

« Un altro goccio lo prendo, grazie ».

Agnese guarda le mani tremanti della vecchia e ci trova una sicurezza rodata. Nora afferra la bottiglia di menta, ne versa a sufficienza nel bicchiere, poi prende una caraffa d’acqua. Deve averla riempita prima del suo arrivo nella fontana al centro del paese, facendosi largo tra le vespe che si azzuffavano nel gocciolatoio. Ora quelle mani arse sembrano uscire da un’epoca finita da un pezzo, riempiono il bicchiere e glielo porgono mentre sfuma in un verde sempre più tenue.

« Grazie signora, è troppo gentile, davvero ».

« Mi chiami pure Nora, mi chiamano tutti così, qui » rilancia mentre versa anche per sé la bevanda, in una bicchiere piccolissimo.

Nora tira una sedia lontano dal tavolo e si siede in punta, sorretta su gambe che da qualche parte ci dovranno pur essere sotto quel grembiule. Ci dovranno pure essere due cosce atrofiche sopra alle ginocchia da bambina che la reggono come Atlante con la Terra, un paio di fasci muscolari sfilacciati che le permettano di scivolare leggera, fragile su quelle tibie inguainate da un paio di gambaletti color carne. Agnese la guarda bere, con gli occhi che convergono verso il contenuto del bicchiere, piccolo e sbreccato in più punti, pieno di vita almeno quanto quella che Nora sembra avere addosso. Se le cosce nascoste dalla gonna e blindate dal grembiule sono Atlante, allora gli occhi non possono essere altro che le Pleiadi. Piccoli e sbagliati, di colori differenti, uno chiaro e uno scuro, con la bizzarria della natura che sembra aver mancato lo sviluppo di quel rullino di occhi anni Trenta. Convergono verso l’acqua e la menta, si mescolano con loro a pescare un’immagine o un ricordo che naviga lì, da qualche parte nel bicchiere.

« Dove eravamo rimaste? » alza piano le pupille bizzarre, a metà strada tra l’essere stanca e il voler prendere tempo. Ché non basta mai, e a quell’età non si sa bene se è una condanna o un regalo.

« Mi stava raccontando di quando decideste di prendere un bambino in affido, prima che succedesse . . . insomma, sì prima dell’incidente. ».

«Damiano . . . » si illumina l’anziana.

06 luglio 2019

Aggiornamento

È nato tra rum e tastiera, nella pancia di tante sere invernali. Nel testo convive l'idea di fondo di un racconto assieme a pensieri alla deriva.
Lo scrivi e pare di dire ogni cosa. Lo rileggi, goffo, e pare manchi sempre qualcosa.
Sei tutti i personaggi e nessuno allo stesso tempo, a forza di cercar di vivere con loro ogni giorno.
Fa strano scriverlo, ancor di più rileggerlo. Metterlo al mondo davanti a tutti non é così decifrabile. Ma tutto nasce così.

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Christian Verardi
Non ha nulla di straordinario, le doti risiedono altrove. Ama lo sport, tutti o quasi. Ama stringere le emozioni tra due dita per tentare di descriverle. Non ha mai saputo fuggire da sé né dall'Appennino Emiliano dove abita da quarantatre anni. Ha una acca muta nel nome, a cui tiene molto. Alle spalle romanzi mai nati e tre concorsi di narrativa vinti. Si é irrobustito nel 2012 nella Palestra di Scrittura di Enrico Brizzi.
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