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Cuore nuovo

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Carlo e Veronica sono una coppia, senza figli ma con una vita agiata. In seguito a un litigio, la donna passa la notte dall’amica Marta; al mattino, però, scopre che Carlo ha avuto un grave incidente stradale. Dopo qualche giorno, quando i medici dichiarano che non potrà più riprendersi, Veronica decide di acconsentire a donarne gli organi.
A beneficiare della morte di Carlo è Enzo, che soffre di una cardiopatia congenita ed è in attesa di ricevere un cuore da un donatore.
Una storia di amicizia e di cambiamenti, di perdite e di riscoperte.

UNO

1990
Fu la prima cosa che mi colpì di Carlo, quando lo conobbi alla festa di compleanno di suo cugino Fabio.

«Ma non ti vergogni alla tua età?»

Mentre dicevo quelle parole mi resi conto che non riconoscevo ormai più la mia voce. Non riconoscevo la mia voce, non riconoscevo quella rabbia che mi possedeva, non riconoscevo l’uomo che avevo di fronte e, soprattutto, non riconoscevo di avere sbagliato.

In quel momento i pensieri smisero di tradursi in parole, intrappolati, schiacciati e compressi nella mia scatola cranica e, fra tutte le cose che avrei voluto e potuto dire, non riuscii a dirne nemmeno una. Rimasi in silenzio, così, dritta in piedi con chissà quale espressione sul viso, senza emettere nessun suono, nemmeno un lamento.

Decisi di uscire, non avevo in mente un posto dove sarei voluta andare, ma dovevo andarmene da quella casa. Presi la borsa e me ne andai. Cominciai a camminare lungo le strade che normalmente affrontavo in auto e che, per la prima volta in tanti anni, percorrevo a piedi. Era l’imbrunire. Era quasi primavera. Sfiorandomi il viso, l’aria ancora fredda di quella sera sembrava immortalare in una fotografia la luce e i colori del paesaggio, che al contrario erano caldi e dolci. Per la prima volta mi accorsi di quanto fosse lunga quella strada, realizzando quanti passi e tempo e fatica erano necessari per percorrerla con l’umana proprietà di spostamento.

È incredibile, pensai, quante cose si perdono quando si vive di fretta. Perché sto attraversando la vita correndo? Da dove viene, quando è nata la frenesia con la quale solitamente scivolo sul nastro d’asfalto che separa la mia casa dalle cose della mia vita? Quei pensieri banali si persero in un istante, portati dalla brezza tra la polvere e le foglie morte.

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Era una sera tranquilla, una delle tante di quel piccolo paese che Carlo e io avevamo scelto come il luogo dove far crescere, lontano dalle brutture della vita di città, i nostri bambini.

«Almeno due, ne voglio» diceva Carlo. «Se fossero cinque o sei sarebbe meraviglioso.»

È stato bello pensarli, i nostri figli. Immaginare la nostra famiglia piena di allegria e di rumore.

Anche se ho desiderato con tutta me stessa essere una madre, è stato meglio non esserci riuscita. Mi disgusta pensare che avrei potuto contribuire alla diffusione di replicanti di quell’uomo. Se la gente parla così male ed è così sfiduciata della politica e dei politici un motivo ci sarà, e io ho pensato bene di sposarmelo, un politico, uno che gioca con la vita degli altri pensando solo al proprio interesse personale. Quello che mi fa più male e più rabbia è che io non solo l’ho sposato: io l’ho amato.

L’ho amato. Ci sto già pensando come facesse parte del passato. Non lo amo più? L’ho mai veramente amato? E lui avrà pensato, almeno per un attimo nella sua vita, d’amarmi? Quella sera non riuscivo a trovare una risposta. Neanche una.

Continuavo a camminare. Senza rendermene conto seguivo i piedi che mi stavano portando chissà dove. Vagavo con la mente completamente vuota, senza meta, quando, da una finestra, mi raggiunsero le note di una canzone. Mi piaceva, la conoscevo, non sarei mai riuscita a ricordarla ma, sentendola, non potei fare a meno di riconoscerla. Fu un’esplosione. Nella mia testa si accavallarono ricordi, immagini, sensazioni, colori, odori. Chissà da quanto tempo non udivo quelle note. Forse era stata proprio l’ultima volta in cui mi ero sentita davvero felice. Com’era tutto diverso, allora, dolce. Colpa della vita, del lavoro, del quotidiano vivere se non è più così.

O forse è solo un alibi dietro al quale mi nascondo considerandone gli aspetti superficiali, senza mai cercare di capire fino in fondo. Tutto quello che facciamo, che ci accade e che ci lasciamo succedere ci parla, e ci parla proprio di noi. Chissà, se ogni tanto avessimo il tempo e la forza di ascoltare e di cercare di capire… forse saremmo tutti migliori.

Ostentando indifferenza mi fermai sotto la finestra, volevo ascoltare tutta quella canzone per godere dei ricordi che mi riempivano i sensi. Un attimo dopo mi accorsi, proprio in contrapposizione a quella gioia, di quanto fossi triste. Una tristezza che si stemperava in sofferente malinconia. Sentivo battere forte il cuore e il respiro ridotto a un alito, con le scariche elettriche dei pensieri che non smettevano di attraversarmi il cervello rincorrendosi e intrecciandosi, confondendosi: rabbia, delusione, disperazione e ricordi che in quell’istante mi sembravano appartenere a qualcun altro. Ma come è possibile che la stessa persona ti possa fare tanto bene e tanto male? Una persona che ti ama non può farti soffrire così. Se lo fa vuol dire che non ti ha mai voluto bene veramente.

È triste scoprirsi improvvisamente soli e capire che tutto quello che hai costruito in tanti anni, con tutto il tuo amore, non vale niente. Anzi, non è niente.

Un senso di vuoto si stava impadronendo della mia anima. Mi dovevo sedere. Vidi una panchina. Era probabilmente sporca e fredda. Mi ci sedetti in punta e rimasi lì a guardarmi le gambe, sentendo il freddo salire dalle dita dei piedi e dal sedere, impadronirsi della mia carne. Alzando lo sguardo vidi, nella vetrina del negozio dall’altra parte della strada, una grande foto. Ritraeva un paesaggio invernale, con montagne ricoperte di neve, sciatori e bimbi incappucciati all’inverosimile. Magari i bambini non hanno nemmeno bisogno di avere tutta quella roba addosso, però credo che sia un segnale tangibile della premura e dell’affetto che hanno i genitori nei loro riguardi. Quasi una regola matematica, direttamente proporzionale: più sono vestiti e più i genitori si preoccupano di difenderli dai pericoli della vita.

Mi tornò alla mente quando, tanti anni prima, Carlo e io passammo qualche giorno in una di quelle località montane dove si va a sciare, a passeggiare e a bere delle buonissime cioccolate in tazza. Fu la prima volta in cui mi accorsi, probabilmente non distratta dal quotidiano vivere, che, nonostante la presenza di Carlo, io ero sola.

Avrei dovuto fare qualcosa. Invece mi lasciai trascinare nel mare dell’apatia, nel mezzo di un oceano le cui correnti decidevano la rotta, in un viaggio senza scosse, immersi in un’atmosfera ovattata, in un silenzio perenne, in mezzo a una nebbia che ci avvolgeva senza lasciarci vedere dove eravamo e dove stavamo andando, fino al giorno in cui, quella cieca crociera, si fermò. La nostra nave rimase intrappolata in un fondale di sabbia, probabilmente la stessa nella quale fino a quel giorno avevamo nascosto la testa.

Mi piace la sabbia. La piacevole sensazione di camminarci sopra, a piedi nudi, risveglia in me un vero piacere. La penso come un elemento importante, sempre presente nella mia vita, già da quando, da bambina, andavo al mare con i miei genitori. Mi piaceva starci in mezzo, e così mio padre approntò dietro casa una zona arenosa in cui potevo stare ogni volta che ne avessi avuto voglia. Non so se mi procurò quel gioco consapevole di quanto significasse per me, o se la sua fu solo una felice intuizione.

Ripensando a lui, nel corso degli anni, ho capito come la sua sensibilità gli facesse comprendere molte più cose di quante io abbia mai immaginato. Credo che fosse una persona veramente unica, e io commisi un errore a staccarmene in modo così violento e definitivo.

Non potrò mai dimenticare le cose terribili che gli dissi quando litigammo l’ultima volta. Lui si era avvicinato alla mia anima e a quell’argomento in modo delicato, parlando della vita, delle persone, della cattiveria, di quello di cui hanno bisogno le persone come noi, e io lo aggredii, sostenendo che non avesse il diritto di dire quelle cose. Lo accusai di essere egoista, di non avere capito niente e di non potere parlare delle persone e dell’amore. Lui si scusò, mi disse che sapeva che non avrebbe dovuto intromettersi, ma il vedere me, una persona che amava, commettere un errore, lo aveva spinto a parlare. Una donna evidentemente innamorata come ero io, mi disse, non poteva vedere con sufficiente distacco quello che le stava accadendo e avrebbe potuto beneficiare del punto di vista di qualcuno meno coinvolto. Mi sentii offesa.

In realtà, i fatti accaduti in questi anni gli hanno dato ragione. Mi dispiace che le cose siano andate così, chissà quanto ha sofferto. Del resto posso considerarmi un’esperta nel ferire le persone che mi vogliono veramente bene per seguire chi non merita di essere amato. Non solo aveva capito tutto, ma aveva visto avanti quando affermava che sarebbe stato un errore sposare Carlo.

Certo, è stato uno sbaglio però, a mia parziale discolpa, posso affermare che era una persona diversa quando ci innamorammo. Chi lo conosce superficialmente può non credermi, ma io ho percepito a un certo punto una rottura dentro di lui. Il suo errore, se così si può definire, è stato quello di non essere stato abbastanza forte da sopportare una realtà che, fino ad allora, gli era evidentemente sfuggita.

Quando ci incontrammo lui inseguiva ideali, aveva delle lotte da combattere per rendere questo mondo e questa società migliori. Credeva che con la forza delle sue idee e dei suoi pensieri avrebbe potuto farlo, e che la politica fosse proprio lo strumento per trasformare le intuizioni e le idee in un miglioramento tangibile della realtà. L’entusiasmo che aveva e che tracimava dai suoi occhi coinvolgeva in modo straordinario, ed era una delle cose che lo rendeva irresistibile. Possedeva una passione che non lo rapiva solo quando parlava della sua politica e delle sue idee, ma che lo accompagnava in tutto quello che faceva, perché credeva sempre fortissimamente in quello che faceva.

Fu la prima cosa che mi colpì di Carlo, quando lo conobbi alla festa di compleanno di suo cugino Fabio.

10 luglio 2018

Aggiornamento

Oggi sulla gazzetta di Modena si informa che...

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Marco Stefanini
Marco Stefanini nasce nella provincia modenese nel MCMLXVI, poco prima che i Beatles pubblichino il loro settimo album, Revolver. Ha scritto qualche sceneggiatura teatrale, una delle quali tradotta in genovese, e qualche racconto. "Cuore nuovo" è il suo primo e, attualmente, ultimo romanzo.
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