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Dal ponte più alto

Dal ponte più alto
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Consegna prevista Novembre 2021
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Un uomo di ottantaquattro anni si trova su una nave da crociera. Fugge dalla solitudine e da un passato oscuro e travagliato. A fargli compagnia, a occuparsi di lui e a tenerlo attaccato alla vita c’è Winston, il suo prezioso androide personale.
Durante la crociera, Pietro conosce una giovane animatrice, Teresa, con la quale si istaura un rapporto di amicizia e di bisogno reciproco. Lui le racconterà la parte più dolorosa della sua esistenza e i pensieri del presente, e lei troverà in lui un’oasi dove rifugiarsi dai suoi problemi familiari e sentimentali.
Prende corpo una trama sottile di verità scomode che, insieme a un finale a sorpresa, getterà nuova luce sui personaggi e sull’intera storia, sospesa in quel futuro prossimo dai connotati lievemente distopici, normalizzati dall’abitudine. Un romanzo che affronta temi come la giovinezza e la vecchiaia, la memoria, gli affetti e le relazioni umane in un mondo sempre più in bilico sull’equilibrio instabile degli “stati di emergenza”.

Perché ho scritto questo libro?

Avevo troppe domande che mi frullavano per la testa. Di solito le domande o trovano risposta o rischiano di diventare ossessive. Fortunatamente c’è anche una terza via: una sera mentre sorseggi un tè e la tua mente vaga senza meta, spuntano dal nulla due, tre personaggi e si fanno carico delle tue domande, le usano per crearsi una storia sotto i tuoi occhi increduli e cercano, nei limiti delle loro possibilità, di darti persino qualche risposta. Ecco perché ho scritto questo libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1. Pietro

Siamo fermi da mezz’ora, può succedere persino nel 2055, perché c’è una fila lunghissima per salire in nave. Anche nello stato in cui mi trovo, non posso saltarla. Quelli davanti sono come me. Vecchi e malati. Hanno nostalgia di quando qualcuno li cullava per farli smettere di piangere. O per farli dormire. O perché con i bambini si faceva così: bastava averli in braccio che partiva, automatico, il rollio.
«Se dopo la morte, Winston, c’è qualcuno che ti culla, allora voglio morire subito. Dammi un’arma Winston, o ammazzami tu, ti prego. Capisci perché siamo tutti qui? Perché a una certa età lo puoi chiedere soltanto al mare; è l’unico a cui cullare un vecchio decrepito non fa schifo.»

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Anche la security non manca. Gli stessi ragazzi di sempre con spalle larghe, capelli sparati e microfoni dappertutto. Le procedure sono più efficienti, la carta è sparita, non ci sono mani che aprono borse o frugano nelle tasche per afferrare biglietti. Ti controllano la temperatura a distanza e ti chiedono di mostrare la App con i tuoi dati clinici. Meno si toccano cose e persone e meglio è. La paura è sempre la stessa. Anzi, è aumentata. Tutto si smaterializza ma la paura no, è una delle poche certezze dell’oggi. Più passano gli anni e più prende peso, si veste di giacche nere, armi nelle fondine, occhiali scuri. Si incarna in occhi che non guardano altri occhi, in posture che evitano il contatto, in sorrisi veloci da portare via.
«Winston, cosa ne sai tu della paura? Tu la scansioni e la analizzi ma noi no, non ce la possiamo fare. Noi ci nasciamo dentro.»
Negli anni ’80 era un’altra cosa, non c’erano Internet né cellulari. Le paure che avevamo si contavano sulla punta delle dita. Le paure in dotazione universale come quella della morte e quelle che ci trasmettevano i padri e le madri per esorcizzare le loro e proteggerci dai pericoli che ancora non conoscevamo. La droga, l’alcol, le persone malvagie. Nulla di più. Qualche tempo dopo irruppero i cellulari, all’inizio semplici telefoni da passeggio che con la comparsa della rete divennero smartphone. Con loro tutti diventammo collegati. Bastava accenderli e ciò che succedeva in qualsiasi angolo remoto del pianeta, ci raggiungeva. Così capimmo in modo apparentemente indolore che la morte era onnipresente. E io lo capii, Winston, proprio nel momento in cui avrei dovuto essere più ottimista, quando mi sposai, quando nacquero i miei figli. Proprio quando pensavo, grazie a loro, di diventare eterno, il cellulare mi inondava le giornate di notizie funebri. Ogni secondo sulla terra qualcuno aveva un incidente, moriva per una nuova o rara malattia, veniva ucciso o si suicidava. Ciò che da sempre succede, diventa realtà solo se ne veniamo a conoscenza. Che qualcuno te lo dica a voce o che tu lo sappia perché tanto si sa, non è sufficiente. Affinché qualcosa diventi realtà c’è bisogno di una certificazione, di un’aura di ufficialità. C’è bisogno di qualcuno che sia autorizzato a dare le notizie, a diffonderle. Con i cellulari, Winston, ciò fu alla portata di tutti e la morte si moltiplicò; annunciarla non fu più il privilegio esclusivo dei telegiornali o delle cronache dei quotidiani, come ai tempi della tv. In salotto mentre giocavo con i miei figli o nel bel mezzo di una festa, persino al cinema, bastava aprire facebook, anche solo per un attimo, ed eccola lì che colpiva e marchiava di nero la mia giornata. Così come l’essere umano è ipnotizzato da un corpo nudo, lo stesso avviene per la morte. Ne siamo attratti, dobbiamo guardare e comprendere. Poi, però, vogliamo dimenticare e, per farlo, dobbiamo raccontare in modo da alleggerire il peso. Ogni volta che leggevo un fatto truce, arrivavo a casa e lo riferivo a mia moglie. Lei si tappava le orecchie ma dopo che aveva sentito, perché pure lei era mezzo curiosa, mezzo terrorizzata. E mi rimproverava: «Perché mi racconti queste cose? Lo sai che non dormo!». Le chiedevo scusa ogni volta ma intanto continuavo a tenere gli occhi e le orecchie aperti di fronte a quel mare di male che tracimava dappertutto, e lo raccontavo per non soccombere e affogare.
«Qui in compenso c’è la security, Winston, e io ho buttato il mio smartphone. In più sono con te e con il tuo programma La fine di una vita
Sono in una botte di ferro. Non temo la morte, anzi la cerco. La paura è svanita da un bel pezzo e la vita pure. Che dire, guardo le braccia muscolose di Ben, l’agente israeliano che passa il metal detector sotto le ruote della mia sedia, e capisco che la lotta ora tocca ad altri. Nel momento in cui ci lascia andare oltre, con un gesto semplice, spoglio e senza sorriso, capisco che ora sono ufficialmente e definitivamente dentro la nave. Un piccolo brivido scorre sulla carne glabra della mia schiena, mi solletica e mi dice che da qui non si torna indietro. Dopo la security c’è subito l’animazione che ci accoglie, Sara da un lato e Pedro dall’altro, per la foto di rito. Welcome on board, c’è scritto sul salvagente colorato che mi mettono in grembo. Abbozzo un sorriso sghembo e malandrino, quasi di sfida. Vediamo se riusciranno a fare divertire chi è al capolinea, chi userà la loro fottuta nave come trampolino per il nulla.

2. Il passato
Sono nato il giorno dei morti e non è il titolo di un film dell’orrore. Se sei siciliano, è il modo più comune per dire che sei nato il 2 novembre. Sono nato in montagna, a mille metri per la precisione. C’è chi ha fatto della propria esistenza un’opera d’arte e c’è chi, come me, ne ha fatto un fiume. Che nasce in alto per finire a mare. Come un fiume ho attraversato paesaggi molto diversi nella mia lunga vita. Città e pianure, piccoli paesi e regioni intere. E come un fiume sono stato avvelenato, saccheggiato e ferito da alcuni incontri che ho fatto e da alcuni luoghi che ho lambito. Però ho anche colpito con la mia piena e ho innaffiato se ce n’è stato bisogno.

3. Pietro
Dopo la foto con l’equipe di animazione, ci dirigiamo verso gli ascensori. Pure qui l’attesa è lunga. Possono entrarvi quattro persone per volta. Non appena suona il beep che ci avverte dell’arrivo dell’ascensore e delle porte che si aprono, ognuno prende la mascherina fornita dalla compagnia e la indossa. Siamo insieme a una coppia di anziani orientali e una donna sulla cinquantina dai capelli biondi e lunghi che ci chiede il numero del ponte da pigiare. Siamo cinque ma Winston non conta perché lui è il mio androide e non può infettarsi. Dovrebbe aiutarmi a saltare giù da questa nave senza che nessuno se ne accorga. Tuttavia non sa nulla del mio piano diabolico. Per lui vigono tuttora la prima legge di Asimov e il codice penale, quindi non permetterebbe affatto che io muoia con la sua complicità. In poche parole deve aiutarmi a fregare la sorveglianza e io devo fregare lui. La vita è una fregatura continua. Ad ogni modo non sarà facile. Mi hanno detto che la compagnia sguinzaglia i suoi androidi per impedire agli svitati come me di commettere una pazzia sulla loro proprietà. Nell’attesa io e lui ricordiamo. Perché non crederete mica che le cose che vi sto raccontando siano soltanto frutto della mia memoria! Dopo quel maledetto giorno sono apparse delle voragini che ho cercato di colmare grazie al mio Winston di ultima generazione. Lui usa tutti i materiali digitali e analogici che ha scovato in rete, nei miei pc, a casa – foto, lettere, documenti, video, chat archiviate – e li ricrea continuamente. Io non ho più bisogno di ricordare nulla da solo, accendo il monitor, nascosto sotto la sua maglietta, clicco sull’icona e scelgo il file del periodo o dell’evento che vorrei rievocare.
I primi tempi dopo il suo acquisto, ero piuttosto diffidente e avevo parecchio da ridire quando mi proponeva una scena che doveva corrispondere e pian piano sostituire un mio ricordo imperfetto e sbiadito. Non mi convinceva niente, dall’atmosfera generale ai singoli dettagli. La vivevo come un’intrusione da parte sua. L’accozzaglia di elementi che mescolava poteva avvicinarsi a ciò che era davvero accaduto ma non riusciva a risuonarmi dentro. Nell’istante in cui la sessione ricordi finiva, le immagini mi restavano impresse, cominciando a irretirmi. Più me le proponeva e più mi abituavo ad accettarle, come se fossero una fedele riproduzione della mia vita. Arrivò il momento in cui se avevo voglia di fare un salto nel passato, ricorrevo direttamente a lui. Divenne un meccanismo automatico. Certo, le divergenze non terminarono del tutto, ma lui non mi impose mai la sua versione dei fatti. Piuttosto mi portò a credere, in maniera delicata e rispettosa, che le cose andarono come le raffigurava lui. C’è da dire che sono stato sempre orgoglioso, quindi se qualche volta guardo il film della mia esistenza da spettatore annoiato e non sento alcuna emozione, non glielo faccio capire. Ma Winston è avanti, è molto più sensibile di tutti gli umani che ho conosciuto negli ultimi venti anni e allora mi sfiora con la mano e attiva la funzione emozione. Non so in che modo possa succedere ma dopo che Winston collega ai miei polsi e alle mie caviglie i suoi elettrodi, un flusso caldo mi giunge, il cuore accelera, mi spuntano le lacrime agli occhi ed è fatta.
In cabina gli do qualche secondo ed ecco che dal suo petto parte un fascio di luce azzurra e, in ologramma, rivedo alcune delle persone più care. Me l’ha fatto notare lui che in momenti stressanti come questo, di code, confusione e noia, rinfrancarsi passando cinque minuti in famiglia è un toccasana. Nel frattempo sorseggio il tè che ha ordinato dall’applicazione della nave e che arriva da questa specie di sportellino di vetro attaccato al muro. Quando sono entrato, mi sembrava una cassaforte ma non credo se ne usino più. Apparteneva al mondo degli oggetti e una volta che questi hanno cominciato a essere superflui, anche lei è scomparsa.
Dopo il tè e il suo calore che mi si irradia nel corpo, mi sento meglio. Quantunque la giornata sia stata stancante e volga al termine, chiedo a Winston di portarmi a vedere il mare. È solo per lui che sono qui. Il ponte 8 è uno dei più bassi su cui uscire all’aperto. Winston mi sistema vicino la ringhiera nel punto in cui riesco a vedere qualcosa.
Eccomi qui. Stavolta niente alibi e poche scuse che non reggeranno. Quali? Per esempio l’acqua che è gelida a quest’ora della notte e più nera del cielo. E questo vento tagliente che rischia di farmi schiantare sulla parete della nave prima di arrivare. Che poi sarebbe lo stesso. Anzi, arrivare morto renderebbe tutto più facile. Affonderei senza opporre la minima resistenza e, essendo già morto, non potrei cambiare idea. Proprio un bel guaio. Cambiare idea, dico, qualche secondo dopo che hai deciso di farla finita e ci stai già provando. Quando hai avviato l’irreparabile e ti rendi conto che forse per l’ennesima volta non sei pronto. Rischi di uscirne più malconcio di prima. Senza contare la figuraccia che farai con chi dovrà prendersi cura di te e rimediare ai tuoi capricci da rimbambito.
Guardo giù verso la scia della nave che tutto stritola e ingoia. Benché me la sia voluta io – è tutta la vita che in qualche modo mi preparo a questo evento – farlo senza esitare è impossibile. Mi trovo sul ponte di una nave che porterà turisti di tutte le nazionalità in giro tra Mediterraneo e Oceano Atlantico. Sono circa le dieci di sera e io sono in compagnia del vento, dell’acqua che rumoreggia lì sotto, e dell’oscurità. Sono vecchio e stanco. Se non fosse stato per Winston, non sarei mai approdato qui sopra. Lui non lo sa perché sono voluto venire, altrimenti non mi avrebbe accompagnato. Aiutare a morire è illegale nel 2055 così come lo era trent’anni fa. Puoi chiedere quello che vuoi a un amico o a un androide, ma un calcio per l’aldilà no, questo la legge non lo permette. Comunque non mi faccio troppe illusioni. Non sarà mica facile saltare giù. Innanzitutto le navi da crociera non sono più le stesse. Da ragazzo ci passai un anno intero a lavorarci da animatore. Era come essere perennemente ubriaco. Tra le onde che ti sballottavano su e giù, la musica e i passeggeri che volevano divertirsi e dimenticare il mondo lasciato a terra, era proprio uno spasso. E poi il contatto fisico non era ancora diventato un problema. Io ballavo e facevo ballare le signore sole e, se le gambe si intendevano e i passi si capivano, allora magari si faceva l’amore, dentro le cabine anguste, alla fievole luce che veniva dagli oblò. Facevo di tutto: cantavo, chiacchieravo con i turisti in tutte le lingue che conoscevo, intrattenevo la gente con giochi da quattro soldi come se fosse ogni giorno una festa. A volte però mi prendeva una strana lucidità e allora se ne andava improvvisamente il suono, mi sembrava di essere in un film muto, in mezzo a un sacco di gente che si muoveva concitata; chi ballava, chi rideva, chi beveva e si perdeva in brindisi di ogni tipo. In quei momenti avevo bisogno d’aria, cercavo le scale più vicine e mi rifugiavo sui ponti. Era una nave all’antica come non ce n’è più adesso. Una nave allungata con tanti spazi all’aperto. Questa invece è un palazzone con cinquemila persone in affitto. Ci sono enormi vetrate che ti sbattono il mare in faccia, ma dell’odore di salsedine nessun segno.
Menomale che ho trovato questa uscita su un ponte più basso dove è più vicino. Dove tentare di farmi sollevare, con la scusa di vedere meglio, fin sopra il parapetto e cadere giù senza che nessuno mi veda e reclami. Ne ho abbastanza ma la mia è un’impresa difficile. Sui ponti sono istallate telecamere di tutti i modelli e in più circolano gli androidi della sicurezza con i loro radar e i loro droni.
Macchiare la propria vita con una morte illegale non è forse il modo più degno di concludere un’esistenza. Non mi importa, c’è un sacco di gente in giro che finisce in prigione perché si ribella alle politiche del governo, o si oppone all’inquinamento globale e alle guerre. Io affermo un diritto perfino più semplice: la libertà di decidere dove e come squagliarmela da questo mondo. Tutto qui. Questa pelle flaccida e liscia, uguale a quella di un neonato, non farà attrito con l’acqua fredda; si inabisserà senza lasciare traccia e senza nuocere ad alcun essere vivente.

2021-02-28

Evento

Facebook Filippo Chiello incontra, per parlare del suo romanzo, la regista e attrice Aidi Tamburrino e la giornalista Anna D'Agostino.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Testo denso, piacevole nella lettura, forte nei contenuti. Il respiro talvolta si sospende perché, seppur proiettati in un immaginario ipotetico, non può non colpire il riferimento all’attuale e all’analisi che ne consegue. Ritrovo, con questo testo, ciò che più mi piace della lettura: la possibilità di evadere senza evadere. Libro notevole.

  2. Una storia affascinante, proiettata nel futuro prossimo venturo, una lettura tersa e veloce,, un Winston invecchiato (forse un richiamo o un omaggio al Winston di “1984′) si fa un viaggio, una crociera nel 2055 a bordo di una nave asettica, da crociera, sul mare, un libro personale e tuttavia con lucide analisi della realta’. Un libro che si legge con piacere.

  3. (proprietario verificato)

    Romanzo bellissimo! Quanti temi affrontati in 115 pagine. Leggendolo si viene proiettati in un’altra dimensione … colpa solo di Winston? Inoltre il riferimento ai Quindici è una chicca: è un cameo che potrebbe passare inosservato ma che invece proietta il lettore in un tempo passato vissuto da tutti noi. Emozioni forti!

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Filippo Chiello
Nasco nel 1971 a Enna. Prima della Laurea in Lingue, studio un anno all’università di Amsterdam e un anno a Grenoble. Dopo la laurea vivo in Brasile per due anni. Al ritorno mi imbarco in una nave da crociera per lavoro e ci resto sopra per un anno in giro per il mondo. Dal 2000 vivo a Torino dove insegno e scrivo. Insegno Inglese al Liceo Gobetti. Dopo avere frequentato la scuola di teatro Viartisti, recito e mi dedico sempre più alla parte drammaturgica. Ho scritto per il teatro Luggage e A Chi Tocca. Pubblico nel 2005 la raccolta di racconti Destini, Ed. Novecento. Dal racconto omonimo viene tratta una piccola pièce che vince la rassegna teatrale Rigenerazione. Nel 2010 esce per Robin Ed. il mio primo romanzo Via Santa Chiara 15, seguito dal racconto Il sangue degli altri inserito in Bottega Baretti (Robin Ed.) e dal romanzo Lo diceva Picasso (Sillabe di sale).
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