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David il cammino di un uomo

David Il cammino di un uomo
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Consegna prevista Febbraio 2022
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Al primo impatto Davide sembra uno dei tanti studenti universitari brillanti che cercano di costruirsi un avvenire in uno dei posti più ingiusti del paese: la provincia di Napoli. Ragazzo di buona famiglia, Davide cerca di dividersi tra studio e lavoro; si dà un gran da fare per rispondere alle aspettative di sua madre e per assomigliare ogni giorno di più al suo mito: il papà. Ma quando il protagonista deciderà di mettere il naso fuori dagli ambienti universitari per immergersi nella quotidianità di una provincia in cui il giusto e l’ingiusto si mescolano e si confondono in un gioco di luci e di ombre, Davide inizierà a mettere da parte i miti del passato per seguire gli insegnamenti di quella che diventerà la sua maestra di vita: donna Immacolata, una vecchia decrepita, con alle spalle un passato da boss della camorra. E quando qualcosa inizierà rompersi nei meandri dell’animo del ragazzo, Immacolata sarà lì a sostenerlo; a mostrargli la via dell’equilibrio tra il bene e il male.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto il libro per la stessa ragione che mi ha spinto a mollare gli studi tecnici e a far sì che mi buttassi a capofitto in quelli umanistici. E a pensarci bene, deve essere stata la stessa che mi ha dato un bel calcione nel deretano e mi ha spinto ancora una volta a picchiettare i tasti del mio notebook nonostante la fatica dei turni in fabbrica. La verità è che spesso mi guardo intorno e riesco a cogliere “momenti di umanità”. E quello che più voglio è raccontarli a modo mio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Io sono niente senza di te.

E quando deciderai di sostenermi

Io continuerò a essere niente,

ma con te al mio fianco. 

“Il compito principale nella vita di un uomo è dare alla luce se stesso”

Erich Fromm

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Capitolo I

29 Dicembre 1984. Le origini di un uomo

Ricordo che ero seduto su una sedia in cucina. Stavo giocando con le costruzioni, cercavo di mettere insieme dei mattoncini colorati. Non ero molto bravo a costruire cose, avevo solo cinque anni. Mi ricordo che era una fredda giornata di dicembre, mia sorella Sonia era seduta vicino a me intenta a fare i compiti, mentre mia zia Anna, la sorella preferita di papà, stava lavando alcune stoviglie. Maria, mia madre, era uscita la mattina presto per andare a lavorare lasciando a mia zia l’onere di badare a noi due e a mio padre. Si avete capito bene: mio padre. L’umo d’acciaio, il lavoratore instancabile che avrebbe fatto la fortuna di qualsiasi imprenditore, era rimasto a letto quel giorno. << Non sta tanto bene>> mi aveva detto mia madre, e io non avevo nessuna ragione per non crederle. In fondo ero solo un bambino, e di solito per un bambino tutto quello che esce dalla bocca dei genitori è l’unica verità. Nonostante ciò, quel giorno, mentre mia madre mi parlava, fui come assalito da una strana sensazione, un presentimento. Era come se qualcosa o qualcuno, dentro di me, mi stesse mettendo in guardia. Quel giorno, per la prima volta, conobbi uno dei miei più fidati compagni di vita: l’intuito. Ci misi poco a capire che non mi avrebbe mai ingannato. 

E poi, ad essere sincero, mi veniva difficile accettare l’idea che mia madre fosse uscita da sola per andare a lavorare. Tutte le mattine, quando quella maledetta sveglia suonava alle sei e quarantacinque, io ero sempre il primo ad aprire gli occhi, scendere dal letto, e godermi la solita routine: mia sorella nel letto accanto al mio che continuava a dormire come un sasso; quell’orrendo quadro di un pagliaccio appeso nel corridoio davanti alla porta della cameretta che mi scrutava come se avesse un conto in sospeso con me; e un metro più in là, dalla soglia della stanza dei miei genitori, assistevo sempre alla stessa, indimenticabile, scena: mio padre che si alza per primo, fa il giro intorno al letto, si china su mia madre ancora rannicchiata sotto le coperte, le dà un bacio e scappa per primo in bagno. Tutto il resto era un susseguirsi di azioni fatte di corsa per essere pronti a uscire di casa alle sette e trenta. Da lì si arrivava a casa della nonna, il nido nel quale i miei genitori lasciavano me e mia sorella tutte le mattine prima di partire per un’intensa giornata di lavoro. Ricordo ancora le urla e i pianti che puntualmente inscenavo quando li vedevo andare via. Sapevo che la sera sarebbero tornati a prendermi, ma a quei tempi ero un “piagnone”. E se riuscivo a resistere tutta la giornata senza di loro, era tutto merito di uno dei grandi amori della mia vita: nonna Clara. Nonostante i piagnistei e le attese quotidiane ero felice. In fondo ero uno dei tanti bambini che passavano la giornata tra la scuola e i giochi in attesa che i genitori facessero ritorno a casa dopo una giornata di lavoro. Ma quella felice routine era destinata a spezzarsi…

Quel maledetto giorno in cui mio padre non andò a lavoro avvenne l’irrimediabile. Mentre osservavo la casa di mattoni colorata che avevo appena finito di costruire, sentii una mano accarezzarmi la testa. Solo allora mi accorsi della sua presenza; mio padre era entrato nella stanza senza fare rumore, quasi come fosse un fantasma. Stette solo pochi minuti con noi; il tempo di bere un sorso d’ acqua, poi tornò in camera sua. Dopo poco mi alzai dalla sedia, mi allontanai dal tepore della cucina e incominciai a camminare lungo il corridoio. Mi fermai un attimo prima di arrivare sulla soglia della camera da letto dei miei genitori, la stessa soglia da cui sbirciavo tutte le mattine per assistere alla scena più bella del mondo. Ma quel giorno di dicembre, di bello non accadde proprio nulla. Un attimo prima di entrare nella stanza buia nella quale mio padre stava riposando, fui assalito da una strana sensazione; mi sentii come se fossi stato attraversato da uno spettro, un’ombra capace di farmi conoscere l’altra faccia della vita passandomi da parte a parte in una frazione di secondo. Ricordo che mi bloccai su quella maledetta soglia e incominciai a chiamarlo. All’inizio il tono della mia voce era sommesso, quasi impercettibile. Non so descrivere le sensazioni che mi ribollivano nel petto. All’inizio ero confuso, turbato, impaurito. Lui non mi rispondeva. Allora iniziai ad alzare la voce :<< papà, papà>>, ma non ricevevo nessuna risposta; non si svegliava. Così iniziai a chiamarlo più forte, fino a urlare :<<papà, papà, papà>>. Solo alla fine, quando accettai la realtà, quando compresi l’amara verità che pocanzi l’istinto mi aveva sussurrato, corsi via piangendo, spalancai la porta di casa e incominciai a piangere come un disperato attaccato al corrimano delle scale. Avevo solo cinque anni, ma avevo già capito tutto: mio padre non c’era più. E cosa peggiore, avevo già incontrato la morte.  

Non so quanto questo abbia potuto incidere sulla mia esistenza di uomo; in fondo non mi è mai mancato nulla: affetto, amore, studio, divertimenti. Ma tutte le volte che mi trovo di fronte a un bivio, immancabilmente, mi pongo sempre la stessa domanda:<< chissà se la mia vita sarebbe stata diversa con mio padre ancora al mio fianco? >>. Credo che non saprò mai la risposta. Ma tutto sommato una cosa la so. Io, Davide, sono il figlio di un operaio, di un grande lavoratore, di un uomo onesto e gentile che si è sempre sacrificato per la sua famiglia e per le persone che amava. Io sono il figlio uno dei tanti eroi che ha lottato ogni giorno per poter dare un futuro migliore ai propri figli nonostante le avversità della vita. E la mia più grande aspirazione è essere come lui, come mio padre: un grande, onesto, lavoratore.   

Capitolo II

Settembre 2008. La prima esperienza di lavoro

Quando arrivi all’età di ventiquattro anni e ti mancano pochi esami alla laurea pensi a una cosa sola: l’indipendenza. Non vedi l’ora di finire il tuo percorso di studi per iniziare una nuova vita. La natura ti chiama, e il richiamo si fa ogni giorno più forte. E’ in quel momento che incominci a non sopportare più la tua solita vita. Senti la tua pazienza affievolirsi giorno dopo giorno. Le mura di casa incominciano a somigliare a quelle di una prigione, lo stress e la tensione accumulata per via dello studio spesso sfociano in assurdi litigi con le persone che più ami, e le solite passeggiate per Vesuvia, la piccola città situata sulle pendici del monte Somma nella quale vivo, incominciano a diventare un momento di evasione che hanno sempre lo stesso punto di ritorno; sempre lo stesso portone di via del Silenzio 21 dal quale entro ed esco da più di vent’anni. Questa non è vita: al massimo è libertà vigilata. Tanto per intenderci, l’amore e la riconoscenza che ho sempre provato per mia madre non si è mosso di una virgola: mia madre è e sarà sempre la mia famiglia, il mio tesoro. Il fatto è che, a una certa età, incominci a desiderare altro: una casa tutta tua; la possibilità di entrare e uscire di casa senza dover dare troppe spiegazioni; condividere i tuoi spazi con chi ti pare. Per farla breve, ciò che più desideri arrivato a un passo dai venticinque è una vita tutta tua. E siccome l’indipendenza, quella vera, passa attraverso l’indipendenza economica, alla fine decisi di spendere il mio tempo libero nella ricerca di un lavoro. Non avevo grosse pretese, sapevo benissimo che trovare lavoro nel sud Italia era un’impresa disperata. Sapevo anche che, nel caso in cui ne avessi trovato uno, la paga sarebbe stata da fame, che avrei dovuto sudare parecchio prima di raggiungere la tanto agognata indipendenza. Inoltre, dalle mie parti gli studenti universitari e i laureati non venivano visti di buon occhio, soprattutto dagli imprenditori… o per lo meno così si fanno chiamare certi pezzenti arricchiti che vivono nell’illusione di esserlo. Quando guardo la Tv, sento spesso dire che <>. Io direi piuttosto che spesso sono addirittura disprezzati: sono visti come dei presuntuosi perditempo, dei parassiti. La verità è che molti dei sedicenti imprenditori che operano nel mio paese, non hanno alcuna voglia di corrispondere a questi ragazzi di belle speranze la paga e le attenzioni che meriterebbero. Lo scorso anno Luca, il mio vecchio amico di infanzia di qualche anno più grande e con in tasca una laurea in ingegneria, ormai stufo del trattamento che quotidianamente gli veniva riservato da parte del suo principale mi disse << sai una cosa Davide? Mi sono rotto le palle di farmi sfruttare. Salgo sul primo aereo per l’Inghilterra e me ne vado da questo posto di merda. Non so cosa andrò a fare oltre la Manica, ma di sicuro sarà meglio che stare qui>>. Luca partì per davvero. E dopo tre mesi mi scrisse una mail in cui mi diceva che aveva trovato lavoro in una fabbrica che produceva manufatti in fibra di carbonio per la Mercury Airways, un’importante compagnia aerea inglese, che aveva finalmente un contratto decente, che guadagnava bene, che si era inserito in un ottimo ambiente di lavoro, e che, cosa più importante, era l’uomo più felice sulla faccia della Terra. La notizia mi entusiasmò, e mi incuriosì allo stesso tempo. Così decisi di collegarmi a internet per saperne di più sul conto di questa compagnia aerea, e scoprii che apparteneva a un certo Richard Batton, un self made man partito dal nulla e che alla metà degli anni settanta possedeva un’officina di ricambi per auto sportive nella periferia di Londra. Mr Batton, nel giro di pochi anni, grazie alla sua intraprendenza e alla sua passione per le innovazioni tecnologiche, aveva tirato su una industria che produceva telai in alluminio super leggeri per le principali case automobilistiche inglesi. Secondo i giornali anglosassoni, Richard Batton era il classico uomo d’affari capace di trasformare i sogni, i suoi sogni, in una realtà concreta: un personaggio capace di mettere insieme le risorse a sua disposizione e farle fruttare nel migliore dei modi portando beneficio a se stesso e alla comunità che lo circonda. Qualità, quest’ultima, che lo ha portato a conseguire una delle massime onorificenze a cui possa ambire un suddito di sua maestà: il titolo di baronetto. Oggi Sir Richard Batton è uno degli uomini più ricchi del Regno Unito, e anche dei più stimati. In una recente intervista al Times, quando gli è stato chiesto quali fossero i segreti del suo successo, il businessman non ha avuto alcun problema nell’ affermare che basta seguire tre semplici regole: lavorare con passione e serietà,<< perché la reputazione che ti costruisci ogni giorno è ciò che più conta>>; mai fare tutto da soli, <>; e cosa più importante, <  del loro tempo>>. Un’ affermazione, soprattutto quest’ultima, che andava a cozzare con quello che mi diceva sempre Luca. << Dalle nostre parti gli imprenditori sono degli spremi agrumi, ti spremono fino all’ultima goccia. E quando di te non ne è rimasto più nulla, trovano sempre il modo per buttarti via… tanto lo sanno benissimo che fuori la porta delle loro aziende ci sono migliaia di disgraziati che farebbero di tutto per accaparrarsi un posto di lavoro>>, soleva dire il mio amico con espressione rassegnata mentre si accendeva una sigaretta. Ma poi, tutte le volte, un attimo dopo aver fatto il primo tiro di sigaretta, aveva il suo solito scatto di ribellione: si alzava in piedi, si girava verso di me, e mentre mi indicava con le dita che avevano inforcato la sigaretta, quasi come se in quel momento io rappresentassi il suo nemico, induriva lo sguardo, e fissandomi dritto negli occhi con aria da vero ribelle mi diceva:<< io non darò mai a questa gentaglia la soddisfazione di cacciarmi: prima o poi andrò via. E allora, sarò io a togliermi la soddisfazione di liberarmi di loro… mandandoli affanculo!>>. E alla fine, il mio caro amico, è stato di parola. 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Enrico De Angelis
Enrico De Angelis è nato nel 1978 a Ottaviano, in provincia di Napoli. Dopo il diploma decide di buttarsi a capofitto nel mondo del lavoro: ma non si sente appagato. Nel 2009 si laurea in Scienze Politiche con il massimo dei voti e l’anno dopo decide di frequentare un master in Giornalismo Internazionale a Roma. Durante il master ha l’opportunità di far parte della spedizione Onu in Libano come giornalista embedded. Insieme ai colleghi del corso di studi in giornalismo partecipa alla scrittura del libro Notizie dai teatri operativi (2011). Nel 2012 dà vita a World Epage, un blog-giornale sulle principali notizie dal mondo. Spinto da esigenze lavorative, Enrico è costretto a mettere da parte il giornalismo e la scrittura. Ma certe passioni sono dure a morire. Così, tra un turno e l’atro in fabbrica, prende forma il suo primo romanzo: David il cammino di un uomo.
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