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Dei Mortali

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Goal! Il manoscritto passerà alla fase di editing, revisione, progetto grafico e stampa. Una volta pronto, il libro verrà pubblicato in formato cartaceo e ebook, e reso disponibile all'interno del circuito di Messaggerie Libri e nei più importanti store online.
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Consegna prevista Febbraio 2020
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I racconti contenuti in questa raccolta sono stati scritti in tempi e modi (in)differenti, tanto da non poterne stabilire nessun elemento in comune. In essi variano infatti lo stile, le tematiche e i protagonisti.
Però ciò che anima veramente queste storie dimenandovisi dentro non sono di certo i personaggi, i luoghi o le intenzioni.
Qui si narra di uomini, insetti e cose, ma l’unica protagonista, la vera primadonna che annichilisce tutti loro, è la disperazione, che attraversa cinicamente queste pagine (e, peggio ancora, la vita vera) fagocitandone le esistenze.
Così, nei luoghi e nei tempi che qui ho fantasticato, non c’è scampo per niente e nessuno.
Nemmeno per il loro autore.

Perché ho scritto questo libro?

Ancora un altro libro. Ma ce n’era veramente bisogno? Forse che sì, forse che no. Ma la scrittura è una materia viva, in cui chiunque può prendere o lasciare qualcosa, e anche qualcos’altro. Leggendo ho imparato tanto. Scrivendo ho disimparato di più. Le storie migliori le ho stanate nei cimiteri, tra foto anonime e epitaffi dorati. Sono partito dal silenzio di quelle vite taciute per cercare di dar loro ancora una voce. Dei Mortali è un atto d’amore contro la dimenticanza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

DI SAGGIO IN MATERIA DI MORTE
Abbiamo tutti un deficit di felicità.
E infatti siamo tutti deficienti, chi più chi meno. A occhio e croce voi mi sembrate i chi più della situazione. E qui la situazione è drammatica, e se mi andate a sbagliare un po’ di congiuntivi mi diventa pure grammatica. Ho fatto un corso di umorismo, ma sono arrivato ultimo, anche se ero l’unico iscritto…
Ma la vera domanda è: perchè siamo qui? Qui nella vita, intendo. Perchè siamo qui, e soprattutto, vale la pena restare? Gesualdo Bufalino scriveva verità meravigliose, e malgrado ci manchi da più di vent’anni, le sue pagine resistono alla bruttezza del mondo.
Tra le tante, spesso viene a trovarmi una sua frase:
Mi risveglio, talvolta, e per un minuto non so chi sono.
Sarà così, la morte? Rincorrere tutta la notte un sé stesso che fugge, cercandosi dentro, senza trovarlo, un nome dimenticato?
Posso affermare che da sempre il pensiero della morte mi… uccide. Non l’ho mai confessato a nessuno, ma è per questa ragione che sono diventato un turista un po’ anomalo: Sono un turista di cimiteri.
Ogni volta che per lavoro o vacanza mi sono spostato in un posto nuovo, la prima cosa che vado a visitare sono sempre i cimiteri, i luoghi dove la vita ha segnato il passo e, finalmente, dopo tanto schiamazzo, ha taciuto. Mi piace guardare le fotografie delle lapidi, immaginare i pensieri fissati da quegli scatti improvvisati e definitivi. Mi metto a calcolare quanto tempo hanno barattato alla vita guardando le data che li ha consegnati al mondo e quella che dopo ad esso li ha sottratti. E poi amo leggere le epigrafi. Intere vite sintetizzate in poche parole di commiato. Molte, nel cimitero della città e anche in quelli di alcuni paesi vicini, le ho scritte io.
Ne ho visitati davvero tanti, che potrei scriverne addirittura una guida. E’ un’idea: Guida ai cimiteri d’Italia. Magari una di quelle che assegna anche i voti di migliore o peggiore. Solo che invece delle stellette o dei cappellini da chef i voti li diamo in croci.

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Nessuno oggi pensa più alla morte. Siamo troppo impegnati a vivere per tenerne conto. Anzi, a sopravvivere, che è una definizione che mi sembra più corretta. Così si parla di morte soltanto quando muore qualcuno che conosciamo, oppure quando una malattia suona la campanella d’allarme. Perché a guardarci bene siamo tutti aspiranti cadaveri. Non c’è scampo. Per nessuno. Siamo come treni lanciati in corsa su miliardi di binari morti. Nessuno conosce la durata del viaggio. Ma, prima o poi, questo avrà fine.
Sembrerà pazzesco ma è proprio lì, dentro i cimiteri, che si trovano le storie migliori.
Ricordo che nel cimitero di Varazze una volta mi imbattei in una cappella stracolma di bambole, peluche e bigliettini. Vi entrai e vidi l’oggetto di quelle attenzioni: una bambina, una bella bambina di sette anni, che sorrideva dalla distanza abissale della sua foto. I bigliettini ne celebravano compleanni e onomastici, pasque e natali. L’effetto era straniante. Andandomene vidi due anziani che portavano dei fiori e un orsacchiotto. Andavano da quella loro figlia taciuta a portarle un altro dono. Ripensai che se quella bambina fosse stata viva in quel giorno avrebbe avuto quarantadue anni. La morte l’aveva fermata invece a sette, e i genitori non avevano avuto la forza e la volontà di farle trascorrere quegli stessi anni anche nella vita. Erano invecchiati cullando ancora la loro bella bambina morta.
Un’altra volta, nel cimitero comunale di Grado, vidi un vecchio che si disperava davanti alla tomba di una bella ragazza. Il poveretto piangeva a dirotto. Poteva avere un’ottantina d’anni, lei meno di venti. Pensai fosse la figlia. Invece scoprii che quella era sua madre, morta giovanissima. Lui le era sopravvissuto così tanto da quadruplicarne l’età. E ancora la piangeva, da solo, dopo un’intera vita passata senza l’affetto di sua madre.
E poi c’è un’ultima storia. Quella di un nonno settantenne che vedevo spesso nel cimitero di Bagnara. Ogni domenica portava il suo nipotino di due anni a trovare la nonna defunta, come a farle vedere quanto stesse crescendo a vista d’occhio quel bimbo che orgogliosamente aveva il suo stesso nome e cognome. Era un’immagine molto bella: la vita irrompeva nel luogo triste per eccellenza con le smorfie e le urla di quel bambino che si chiamava come il nonno. Poi un giorno trovai per strada un manifesto funebre con sopra quello stesso nome e cognome. Il vecchio non avrebbe più accompagnato il suo nipotino al cimitero. Non lo avrebbe più potuto fare.  Perché sotto quel nome e quel cognome c’era riportata anche l’età.
E il numero non era settanta.
Il numero era due.

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Domneico Loddo
D'importante, nella mia intera esistenza, ho solo la mia data di nascita palindroma: 07-11-70. Per il resto, è mancia. Io ogni tanto sono me, qualche volta costui, quasi sempre qualcun altro. La mia firma non è la mia patria, ma scrivendo posso interpretarmi nel ruolo che voglio e mi spetta, come un attore navigato che annega nell'anonimato. Così posso essere te, o te che fai me mentre faccio te che prepari un tè per me. E ancora posso essere Caio e Giulio e Cesare, il cielo sopra Berlino, la mano sinistra di Dio, Istanbul di giorno e Costantinopoli di notte, l'ultimo esame d'immaturità... Sono un manipolatore di parole. Maneggio il vocabolario oltre i confini del lecito. Epigrafi, racconti, fumetti, teatro, liste della spesa. Passerò alla storia, ma anche alla geografia. Ho lacune in matematica, mai bonificate. Ma in italiano no. E ne sono fiero. Sono un italiano, un italiano vero.
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