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Del sangue e della carne

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Consegna prevista Giugno 2020

Un uomo, ex professore di filosofia, dopo la perdita del figlio si rifugia in Estonia per sfuggire al dolore e per diventare cacciatore di cervi. La vita locale si presenta subito aspra, eppure accogliente. Trova lavoro in un poligono di tiro e frequenta un corso per la licenza da cacciatore. Proprio lì, la sua vita viene sconvolta dall’incontro con una donna bellissima e complicata, Julia, che, a causa del suo passato torbido e oscuro, lo porta a intrecciare rapporti, prima amichevoli poi quasi mortiferi, con uno spietato ex militare russo di nome Andreji. Tutto quello che vive, tra colpi di scena, ritmo serrato e la presenza sublime della Natura, lo conduce e lo obbliga a trasformare il proprio dolore, provando ad aiutare Julia a superare il suo.

Perché ho scritto questo libro?

Al termine della lettura di Il vecchio e il mare di Hemingway mi è sorta l’ambizione e il desiderio appassionato di scrivere una storia simile. Messa da parte la deferenza per un Premio Nobel, l’idea era di immergere un uomo, afflitto dal suo dolore, in una Natura tanto aspra e sublime da cambiargli la vita e da farlo risorgere dal suo oblio. I personaggi, come accade sempre, hanno preso in mano la storia, ne hanno scritto la trama e lo spartito della vita per arrivare a Del sangue e della carne.

ANTEPRIMA NON EDITATA

INCIPIT

L’esistenza è bilanciata continuamente dalla Vita e dalla Morte. L’atto divino per eccellenza sta in questi due archetipi eterni, ma quello ancora più elevato è il dare la vita e la morte. La presunzione massima di dio, se esiste, è il decidere il momento della nascita e della morte di qualcuno. Entità che predicano in vece sua hanno tolto all’uomo la scelta della morte, del darsi la morte, di infliggerla agli altri. Qualcuno dice che togliere l’alito di vita ad un altro essere vivente non è sbagliato a prescindere, perché lo impone la morale o la legge, ma perché si impedisce a quella vita e a quella dell’assassino di ascendere più rapidamente alla Consapevolezza divina del Sé. Non si parla di dio, ma di sé, di quella luce che è nascosta dentro di noi e che non aspetta altro che liberarsi da questo corpo fisico per ascendere al suo Destino supremo, all’unificazione con le altre luci per brillare tutte assieme. L’atto di omicidio, però, impedisce alla propria luce di ascendere con le altre, anzi l’appesantisce e la rigetta in basso tra le ombre. L’atto formale di togliere la vita a qualcuno libera la sua luce, ma ingabbia la nostra. Impedisce il naturale fluire della Vita e come il sangue, quando raggruma, muore assieme al corpo che lo ospita.

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Non c’è redenzione per chi uccide un’altra vita, anche se compie l’azione sbagliata per una giusta causa. L’ascensione avviene solo dopo aver perso la zavorra del dolore e del senso di colpa. L’omicidio, invece, non fa altro che appesantire la mongolfiera a cui è attaccata la luce e che non vede l’ora di librarsi in volo. Quando sai che non hai più speranze di redenzione, la vita va vissuta intensamente, anche solo per dare spazio alla luce intrappolata tra le ombre oscure che ormai dominano la tua anima. Più vivi, più le ombre perdono potere.

La mia redenzione si è compiuta in un pomeriggio di settembre quando l’estate inizia a declinare il suo bacio feroce di caldo e passione e l’autunno avvolge il sole pomeridiano in un abbraccio ventoso, rimboccandogli le coperte con foglie secche e dorate.

Il mio piede avanzava nel sottobosco come un artiglio affilato e i miei sensi erano acuiti come quelli di un cane da tartufo, mentre il sole, quasi all’orizzonte, esplorava gli spiragli tra i rami di conifere e rampicanti soffocanti. Il fucile era ancora caldo nelle mie mani per i colpi sparati a vuoto qualche secondo prima, affondati nella boscaglia fitta e scura in cui avevo intravisto la mia preda. Avevo portato l’occhio al mirino che scrutava con voracità ogni movimento dell’oggetto del mio desiderio e il dito destro al grilletto fremeva come un cane affamato. Il respiro aveva preso regolarità, ma il cuore palpitava come un cilindro a motore. Controllare il respiro e il cuore non sempre sono atti dello stesso pensiero e in momenti come quelli erano compiti complessi da gestire contemporaneamente.

Il mio piede destro aveva arretrato di qualche spanna sulla sterpaglia secca. Ero come un arciere medievale che si prepara a scoccare la freccia. L’atto, anche se con armi diverse, non è differente. In entrambi i gesti il corpo e l’arma devono essere un meccanismo sincronico infallibile. Il sangue pompa ossigeno al cervello per permettere ai neuroni di portare al massimo la concentrazione necessaria per prendere la mira e colpire senza errore, mentre le ghiandole sudoripare intervengono lubrificando e scaldando i muscoli tesi come la corda dell’arco. Ogni minimo gesto involontario o brusco può interrompere la magia che avvolge quegli istanti, brevi ma eterni. Siete tu e la preda, occhi negli occhi. Il tuo e il suo destino si decidono in frazioni di secondo, come la ricombinazione cellulare nell’ovulo materno tra i due cromosomi genitoriali che non possono fallire. La tua e la sua vita dipendono dalla tua precisione e dalla sua preparazione a immolarsi per te. Il sacrificio implica l’atto supremo della vita. Qualcuno, dicono, lo ha già fatto, ma l’uomo si è sempre immolato per qualcosa o per qualcuno. L’amore è quello che ci rende più degni di vivere e senza dubbio ci riscatta da ogni colpa. 

Il mirino era pieno della sua forma ed io sparai armonizzando il respiro con il colpo di proiettile che vibrò nell’aria, rinculando il colpo sulla mia spalla e spazzando via ogni granello di polvere che sostava nell’aria tra me e la preda. Un colpo secco raggelò l’ambiente circostante provocando un silenzio infinito, abominevole, ma inebriante. Eravamo solo io e lui.

12.

Apro gli occhi a fatica. Li sento incollati come da un lungo sonno senza sogni, denso e profondo. Il corpo in cui mi sveglio è pesante e sofferente. La luce, flebile attorno a me, combatte ardentemente con le tenebre che sembrano prevalere. È un luogo sepolto, scavato e polveroso. Sotto di me sento terra e sabbia. Le mie mani sono legate dietro la schiena e le spalle anchilosate soffrono, piegate e storte all’indietro in una posizione innaturale. Gli occhi si aprono completamente bramando luce. Il collo mi fa male, un fascio di nervi si irrigidisce e si infiamma a ogni movimento laterale. Scosse elettriche mi spazzano ogni volontà di movimento, mi appestano la mente con angoscia e paura. Addosso ho solo una veste bianca e rigida a difendermi da una corrente fredda che sale lungo la spina dorsale e spira da dietro di me. Rimango immobile per un po’. Davanti a me ho una parete di roccia dove fluttuano e danzano ombre e forme. Le guardo e mi lascio incantare come un bambino davanti a un illusionista. Muovo solo gli occhi. La mia realtà è quella. Forme che si agitano sempre più veloci e con ritmi regolari. Ora le ombre sono più definite, ne vedo i confini e il mio cervello, ingabbiato come il corpo, riconosce nelle forme oggetti noti. Uccelli e animali compiono i loro movimenti in maniera armonica e immagini umane camminano tra loro. Figure più piccole corrono e spiccano salti. Qualcuno si muove danzando. Lo schermo porta con sé consapevolezza e speranza. Le immagini si fanno sempre più dettagliate e i miei occhi percepiscono meglio il quadro completo. Il corpo inizia a scaldarsi e a rilassarsi e i muscoli riprendono densità. Muovo le mani e le articolazioni con naturalezza. Il collo ruota attorno al suo asse e può compiere giri quasi completi. Alla mia destra c’è un piccolo stagno dove l’acqua crea increspature continue interrotte da bolle. Il piccolo stagno è molto illuminato rispetto al resto della camera. La roccia a cui sono legato è un monolite dietro di me e l’entrata sembra essere appena dietro a essa. Distendo le gambe e tento un movimento per alzarmi, ma gli addominali e tutti i muscoli si tendono in uno spasimo convulso. Allora muovo le mani e le braccia e ottengo una risposta migliore e meno dolorosa. Sento il gelido ferro che mi cinge le ossa, provo a forzare e scopro che non sono legato come credevo. Le catene cadono a terra lasciandomi libero. I muscoli facciali si contraggono in una smorfia simile a un sorriso compiaciuto. Mi guardo le mani e vedo che sono proiettate sul grande schermo davanti a me. Me le massaggio e mi tocco il viso e il collo e le spalle. Mi sento meglio. Appoggio i palmi per terra e mi metto carponi sulla sabbia indurita. Le gambe hanno poca forza, ma reggono il mio peso. Tento un paio di volte di mettermi in piedi, ma le caviglie e le ginocchia non sentono ragioni. L’uomo riflesso nello schermo compie i miei stessi movimenti e cade come me, ma quando io mi arrendo l’uomo continua e si alza, barcollando e rimane sulle due gambe. Inizio a sudare per lo sforzo e ci riprovo. Barcollo anch’io, ma alla fine mi ritrovo in piedi. Dentro di me esulto. L’uomo sulla parete svanisce ed io mi guardo attorno. È una caverna con una piccola entrata posteriore che illumina tutto lo scavato entro cui credo di essere intrappolato, ma come per le catene è tutta una illusione. Devo solo camminare accanto al lago e uscire allo scoperto. Lo stagno continua a muoversi in increspature anche al mio passaggio e riflette un cielo azzurro con spruzzi di nuvole fugaci che lo attraversano. Guardo in alto, ma vedo solo roccia. Con fatica mi avvicino all’entrata appoggiandomi alla pietra e cerco di guardare fuori, ma la luce è troppo intensa e sento bruciare gli occhi. Li proteggo con un braccio e mi faccio inondare dalla marea dorata che mi avvolge con il suo mantello caldo. È come la carezza di una donna, morbida e gentile. La pelle si distende. Riapro gli occhi facendo attenzione e mi ritrovo su un prato umido di rugiada. Mi inginocchio e appoggio il viso a terra. Mi distendo completamente e mi faccio baciare dall’umido che nutre la mia pelle. Apro gli occhi, ora che sono supino e guardo in alto. Un cielo terso, puro, intenso è solcato da frecce bianche scoccate dal vento che spira dalla mia sinistra, dipingendo la tavolozza sopra di me e io, come un pittore, dipingo il mio sogno. All’improvviso sento un bramito alla mia sinistra e degli zoccoli poderosi che incalzano con ritmo e potenza il terreno. È come un piccolo terremoto che avanza ed io lo osservo. Un magnifico, maestoso, virile cervo rosso sta solcando il giardino e si ferma proprio nei pressi della mia figura immobile. Lo ammiro con invidia. Sa di essere unico, il suo mantello rossiccio gli dona regalità, il suo collo lungo e slanciato svetta nel cielo azzurro e i suoi occhi sono come pianeti brillanti di notte. Il naso fiuta la mia presenza. Rimane immobile e non si spaventa, io rimango immobile e lo bramo. Sul suo capo, come una corona, svettano i palchi a venti ramificazioni vellutati e morbidi. Se dio esiste, il cervo è il suo segugio, è la sua sentinella nel mondo, il suo levriero, il suo seguace luminoso, il suo messaggero, suo figlio e come suo figlio è un essere mitico da immolare alla causa della bellezza suprema, da sacrificare per santificare il mondo. Una freccia lo colpisce al ventre e poi un’altra e un’altra ancora. Il cervo cerca di scappare, ma barcolla e cede sulle zampe anteriori. Viene circondato da quattro predatori che insistono con lance fino a sfinirlo. I suoi occhi rimangono sbarrati nell’agonia e con gran tonfo cade a terra esanime ed esangue. Posso sentire le sue urla, tutta la natura attorno a noi urla la sua disperazione e il suo dolore. Il cacciatore si china davanti all’animale, gli taglia il collo con un coltello e si abbevera alla fonte rossastra calda. Un rivolo di sangue si insinua tra la pelliccia e cade sul prato.

Una lacrima di sofferenza mi scende lungo il viso e cade sull’erba. Un terremoto tremendo sconquassa la terra e si apre una voragine che inghiotte tutti noi. Ora c’è solo buio e ancora una volta chiudo gli occhi e mi lascio trasportare dal senso di oblio.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Ramsis D. Bentivoglio
Ramsis D. Bentivoglio è nato a Faenza e vive a Milano. Racconta e scrive storie dall'età di 20 anni e poesie da tutta la vita. È stato selezionato in varie antologie con poesie e racconti. In ultimo, nel concorso horror edito da Esecranda per storie su Lovecraft con "Il re del brivido" e con "Anche Hulot ha iniziato da piccolo" per Hoffmann&Hoffmann. Tra il 2016 e il 2017 ha pubblicato due romanzi ebook, "La scomparsa dei corvi", reperibile su Amazon, e "La passione di Fatima", per ora fuori catalogo. Infine, una raccolta di poesie, "Ode d'oltreoceano" con Il Ponte Vecchio di Cesena, cartaceo, anch'esso disponibile su Amazon. È sceneggiatore diplomato a Bologna presso Bottega Finzioni di Carlo Lucarelli. Gestisce e pubblica, sul suo blog "Granchio letterato", recensioni di cinema, mostre e libri.
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