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Il delicato senso del pudore

Il delicato senso del pudore
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Consegna prevista Giugno 2022
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Angelo Cianci ha sessantatré anni, è sposato con Gabriella e vive intorpidito il suo trantran fra casa e lavoro. E’ il direttore del servizio psichiatrico dell’ospedale di Trapani e avverte il corteggiamento di una giovane infermiera appena arrivata nel reparto: Giovanna. Si è persuaso che la ragazza gli abbia mostrato, anche se involontariamente, il petto, che i primi bottoncini non allacciati della divisa le lasciavano in parte scoperto. Sta leggendo un libro, -La Sesta Estinzione-, e gli pare che gli uomini abbiano i giorni contati a causa della manomissione dell’ambiente. Le due novità lo turbano. Giovanna, intanto, ha conosciuto telefonicamente Gabriella, sono diventate amiche e hanno organizzato un viaggio insieme, una crociera. Angelo parte con loro con l’intento di sedurre la giovane, sempre più spudorato: -Immaginai Giovanna insonne, distesa nel letto, senza il pigiama, faceva caldo in effetti, senza il reggiseno, senza neppure il lenzuolo addosso-.

Perché ho scritto questo libro?

Mentre ero adolescente, domandai a un amico: -Ci pensi alla morte?
-No, non ci penso – mi rispose.
E me ne meravigliai perché io ci pensavo ogni giorno.
Poi, sorridendo, aggiunse: -Non ne ho il tempo.
Per me, invece, quello è stato il problema su cui maggiormente mi sono arrovellato e -Il delicato senso del pudore- ne porta il segno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

III

Come mi ero cacciato in quel guaio, anzi, come ero finito in trappola?

La retina che avevo creduto di avere in mano, anziché addosso al lepidottero, era finita addosso a me.

Giovanna Cancellieri, l’infermiera, era riuscita in breve a entrare nella mia famiglia, e a rottamarne, per usare un termine in voga nel linguaggio politico, le regole, le misure, le abitudini.

Aveva approfittato di una telefonata di Gabriella, alla quale non avevo potuto rispondere subito, e, prima di passarmi la cornetta, si era intrattenuta a parlare con mia moglie.

Si era presentata, aveva fatto battute di spirito, si era complimentata con Gabriella, perché gestiva stoicamente un marito così importante, così esigente, così fuori del normale… Sì, aveva detto proprio un marito fuori del normale, facendomi intuire almeno uno dei motivi per cui, ai tempi, avevo scelto psichiatria.

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Dopo quella volta, si erano sentite telefonicamente quasi ogni giorno.

In una settimana, Giovanna era riuscita a entrare nelle grazie di mia moglie.

La settimana successiva erano uscite insieme, per fare shopping, per comprare un profumo: forse Chanel o Patchoulì, ero rimasto a queste essenze.

Tre settimane dopo, Gabriella già considerava Giovanna una persona corretta, un’ottima amica, della quale ci si poteva fidare.

Alla fine del primo mese, l’aveva invitata a casa; e aveva continuato a farlo, per i motivi più disparati: per mostrarle la casa, per prendere il tè, per avere dei consigli sull’arredamento.

In un angolo dello studio, dietro la poltrona della scrivania, tenevo su una sedia la mia vecchia fisarmonica, passione adolescenziale che, sì, non suonavo più da quando ero primario, ma che restava legata alla mia vita di ragazzo, perciò mi pareva sconcio gettarla nel garage.

Lì, invece, era finita, insieme con la sedia, dopo una delle visite di Giovanna.

E il suo posto era stato occupato da un grande vaso di ceramica Thun, costosissimo, che non dovevo neppure sfiorare ogni volta che mi sedevo o mi alzavo dalla poltrona perché, se l’avessi involontariamente urtato, rompendolo, si sarebbero aperte le cateratte del cielo.

Nel frattempo, in reparto, le attenzioni di Giovanna nei miei confronti erano aumentate: mi salutava quattro o cinque volte al giorno, mi dava occhiate così insistenti e profonde da mettermi a disagio, quasi avessi fatto una qualche mancanza o mi ritrovassi nudo davanti a lei; mi sorrideva di continuo e a ogni occasione mi mostrava involontariamente il suo decolleté.

In una circostanza, si era spinta oltre.

Ero nel mio ufficio alle prese con i fogli di una grossa cartella, in cui conservavo i referti dei pazienti, ed ero così spazientito dalla vana ricerca di uno di quei referti che non mi ero accorto della sua entrata; del resto, si presentava nella mia stanza con le scuse più banali.

Appena l’avevo intravista, mi era sfuggito un mugugno, a causa di quel foglio che non trovavo, e Giovanna subito aveva fatto mezzo giro della scrivania e si era posizionata accanto alla poltrona dove sedevo, di fianco a me.

– Direttore – mi aveva detto, – non si preoccupi, glielo risolvo io il problema.

E pronunciando queste parole aveva appoggiato il palmo della sua mano sul dorso della mia, che giaceva accanto alla cartella.

Avevo avuto la sensazione di ritrovarmi in un altro luogo: una farfalla si era posata su di me e, nello stesso tempo, avevo avvertito il caldo torrido di una vampata di passione.

Non mi ero mosso, come fossi diventato di ghiaccio, e avevo pregato che quell’istante non si esaurisse; ma quale dio avrebbe potuto esaudire la mia preghiera?

Lei aveva tolto la mano con studiata lentezza.

Durante il secondo mese, le due donne avevano progettato di trascorrere insieme un periodo di vacanze e di fare qualcosa che fosse fuori del normale. A mia insaputa.

La giustificazione di mia moglie per non avermi informato fu che voleva farmi una sorpresa.

Prenotarono una vacanza per la fine di luglio: una settimana in crociera.

Avremmo finalmente compiuto quel viaggio di nozze, quella luna di miele, che le avevo promesso all’inizio del matrimonio: promessa che non avevo mai mantenuto, mi aveva detto Gabriella.

Quel mai era superfluo, ma era risuonato nelle mie orecchie con la stessa forza di uno scappellotto sul collo.

Mi aveva pure comunicato che Giovanna sarebbe venuta con noi, dulcis in fundo, questo non me lo aveva detto, ma lo avevo pensato io… in un’altra cabina naturalmente, perché ognuno ha diritto alla sua privacy. E l’infermiera stessa aveva posto questa condizione, a riprova della sua correttezza.

Mi era venuta voglia di mangiarmi le unghie, come facevo da piccolo, vizio che la maestra era riuscita a togliermi bacchettandomi le dita stese sul banco per l’ispezione giornaliera.

Mi ero allora sforzato di sorridere, facendo buon viso a cattivo gioco, per non spegnere l’entusiasmo di Gabriella. Non l’avevo, del resto, sempre assecondata, lasciandomi guidare dal suo garbo, dal suo spirito d’iniziativa, dalla sua capacità di prendere decisioni, qualità che riconoscevo superiori alle mie? Che avrei dovuto fare altrimenti? Mostrare la mia contrarietà a quel viaggio, per essere poi giudicato un uomo autoritario, un marito padrone, uno che il primario lo faceva anche a casa? Comportamenti che non mi appartenevano, perché ci tenevo a essere una persona comprensiva, tollerante, democratica, nel rispetto delle scelte politiche del mio passato e della mia volontà di trattare la donna, cioè mia moglie, da pari a pari.

Perciò, con la saliva che si era seccata in bocca, avevo inghiottito a vuoto, mentre Gabriella mi comunicava la doppia sorpresa: la crociera e Giovanna con noi.

E avevo sorriso una seconda volta, sforzandomi di non fare apparire quel sorriso come una smorfia.

 La smorfia, però, mi storceva le labbra ogni volta che, dopo essermi rivolto a Gabriella o a Giovanna, giravo la faccia da un’altra parte; anzi, si era trasformata in un ghigno, mentre sedevo con le mie compagne nella sala del Teatro Bel Ami, sulla nave di crociera Fascinosa, in attesa delle istruzioni obbligatorie di salvataggio, che il direttore di crociera e il personale dell’animazione avrebbero rivolto ai passeggeri, non appena le operazioni d’imbarco fossero terminate.

Pensavo, comunque, per un eccesso di scrupolo, che, se la possibilità di un salvataggio fosse prevista, allora anche quella di un naufragio lo sarebbe stata. Il viaggio, insomma, cominciava con i migliori auspici.

L’imbarco, tra l’altro, non era stato facile.

Potevamo portare due valigie a testa; e sei erano state quelle che ci avevano accompagnato nel portabagagli del tassì, fino alla stazione dei pullman, e da lì fino al porto del capoluogo.

Le due donne non avevano perso l’occasione per portarsi dietro gli accessori per ostentare la loro femminilità: cappellini, borse, cinture, foulard, trucchi.

Giovanna era veramente una bella ragazza, con gli occhi neri a mandorla, come quelli di una geisha; piuttosto formosa, con le curve nei posti giusti e una gonna rossa, aderente, che lasciava indovinare la morbida compattezza delle cosce.

Gabriella era una signora ancora piacente, soprattutto quando sfoggiava tailleur dai colori vistosi, sotto la capigliatura bruna, riccia.

Ogni tanto, rievocavo uno dei nostri primi incontri, quando l’avevo convinta a togliersi la gonna e lei era rimasta con un collant trasparente, che stringeva le sue gambe ben tornite.

Cinque valigie, insomma, non erano di mia pertinenza, perché piene di capi di abbigliamento femminile.

Per quanto mi riguardava, avevo faticato per convincere Gabriella a non mettermi in valigia il tight nero, quasi dovessi far tappa a Stoccolma a ritirare un Nobel.

Perciò, lei aveva ripiegato sul vestito blu, di lana leggera.

Più adatto a una crociera estiva e da far risaltare con una cravatta a strisce gialle e blu – aveva detto.

Non avevo replicato, pur pensando che quella, una volta annodata, si sarebbe trasformata in un cravattone, dandomi un’aria di americano del Texas, odiosa per me che, per reazione, avrei preferito un colbacco, se non fosse stato fuori stagione.

Poi, il viaggio in pullman era durato più di un’ora, con Gabriella e Giovanna sedute una a fianco all’altra; e io davanti a loro, a dissimulare la mia solitaria inquietudine guardando la campagna fuori del finestrino.

Non ero stato io, del resto, a cedere a Giovanna cavallerescamente il posto accanto alla mia Gabriella, e a sedermi davanti?

Allora avevo intuito che, se non avessi assunto un atteggiamento più conciliante, mi sarei ritrovato da solo per tutta la durata della crociera: notavo come fosse in aumento la confidenza fra le due donne; e, se fossero state raggiunte le larghe intese della giustizia femminile, chi sarebbe finito sul banco degli imputati?

Osservando gli eucalipti, lungo i margini dell’autostrada, e i fiori degli oleandri, che ornavano la barriera divisoria delle corsie, mi ero domandato che cosa mi disturbasse di quell’iniziativa vacanziera.

Non certo che Gabriella avesse deciso per entrambi: non era la prima volta.

Non certo la presenza di Giovanna: sotto sotto, un mio desiderio era stato esaudito; era innegabile che avessi un debole per la giovane infermiera e che fossi contento di averla con noi; mi lusingava l’invisibile corteggiamento di lei; il viaggio mi avrebbe offerto indubbi vantaggi; l’avrei avuta vicina, avrei potuto nascondere meglio la mia ammirazione per la giovane, grazie all’amicizia tra lei e mia moglie; e, all’occasione, avrei ammirato le parti del suo corpo che mi interessavano, tutte, approfittando della distrazione in cui sarebbero incorse entrambe, durante le varie espressioni della loro confidenza.

Ero dunque in una botte di ferro.

Rimpiangevo, perfino, l’eventualità, ormai svanita, di occupare tutt’e tre la stessa cabina.

E che cosa mi disturbava allora?

Quando, durante un sorpasso del pullman, avevo avuto la sensazione che i fiori bianchi degli oleandri toccassero il vetro del finestrino e il profumo gradevole e velenoso che emanavano mi confondesse fino a stordirmi, avevo capito.

– Signore e signori, benvenuti a bordo!

Ebbi un sobbalzo.

Il sipario si era scostato e un signore alto e bruno, con i capelli corti brizzolati, era avanzato con un microfono in mano e con fare sicuro, un po’ spavaldo, fino al centro del palco.

Gli mancava il frac, un cilindro per cappello, un bastone di cristallo, per essere un guitto perfetto.

Il ricordo della canzone di Modugno diventò un palcoscenico, mentre Domenico cantava:

        Galleggiando dolcemente lasciandosi cullare

        se ne scende lentamente sotto i ponti verso il mare

        verso il mare se ne va…

        tralallallà!

 Un suicidio, ecco che cosa avevo capito: stavo assistendo al suicidio di una parte dell’umanità, e di me stesso; ecco che cosa mi disturbava del viaggio; eravamo saliti su una nave diretta all’ultimo porto, quello dell’estinzione, e non c’era nessun macchinista, nessun timoniere, nessun capitano che ci imponesse di cambiare rotta e di scendere.

  Il guitto, intanto, date le istruzioni necessarie, si rivolgeva al pubblico:

 – E vi saluto, vi dico ciao!

Girata la faccia verso il sipario, si ritirava verso l’angolo da cui era uscito. Insomma, abbandonava la scena.

Ma, prima di sparire dietro il tendone rosso, un cerchio di luce illuminò quell’angolo e il guitto si girò di nuovo, apostrofando il pubblico:

 – Vi ho detto ciao!

Tutti allora balzarono in piedi applaudendo e gridando Ciao, per rispondere e farsi sentire.

Giovanna era stata la prima, Gabriella la seconda.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    L’autore riesce, sin dalle prime pagine, a stuzzicare la fantasia del lettore e ad indurlo a leggere la storia tutto d’un fiato, a renderlo partecipe delle vicende dei personaggi sino a sentirsi parte del racconto. Il manoscritto racconta la vita comune, chiunque può immedesimarsi nel protagonista o negli altri attori della vicenda narrata. La loro storia è la nostra storia. Lo scrittore non delude, bensì appassiona con il suo linguaggio chiaro e fluido.

  2. Annabel Restuccia

    (proprietario verificato)

    Meravigliosa descrizione dell’agonia di questo pover’uomo piegato dalla voglia di sentirsi sessualmente attivo e desiderato da una parte, e la sensazione di imminente fine dall’altra. E’ tutto un film della sua mente? L’infermiera lo sta davvero provocando? L’autore riesce a farci agonizzare per la risposta una pagina dopo l’altra.
    Pretendiamo un sequel della storia dal punto di vista della moglie Giovanna.

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Tommaso Cefalo
A diciassette anni, nel Sessantotto, partecipa alla contestazione studentesca. E' tra gli organizzatori di una riuscita manifestazione di studenti e lavoratori a Trapani, dove lo sconvolgimento della protesta arriva come una brezza. Tira tuttavia un'aria particolare: il professore di filosofia, Armando Plebe, all'università di Palermo, fa lezione sul dir di no. Dopo la laurea in filosofia, Tommy, così lo chiamano gli amici, vince un concorso al Nord, come impiegato postale, e poi un altro, come insegnante di scuola media. Viene il tempo in cui gli insegnanti che fanno opposizione, anche muta, sono chiamati per dispregio professorini. Quella del ribelle resta comunque la sua natura, volta contro le consuetudini sociali, avvalorate da bugie e dicerie senza riscontro scientifico.
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