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Dentro gli occhi di Matilde

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Matilde ha quindici anni, Sergio, suo fratello, venticinque. Li ha separati il lavoro di lui, giovane creatore di fumetti, ma soprattutto la sua vita privata: Sergio, infatti, ha una relazione con un collega francese, François (Franç), con cui condivide anche la nuova casa in Provenza. Consapevole dei pesi che affliggono la sorella, però, Sergio cerca di non farle mancare la propria vicinanza affettiva, facendosi vivo attraverso telefonate, messaggi, e-mail.
A Roma, infatti, Matilde rimane con due grossi problemi: il padre e la madre.
Nella sua vita, durante l’estate, entrano ed escono persone: entra il suo primo ragazzo ed escono figure importanti del suo passato.
Un testo per young adults, scritto da chi il loro mondo lo conosce e lo guarda con amore.
Un’estate indimenticabile, cui solo i più forti sopravviveranno.

Perché ho scritto questo libro?

Forse l’ho scritto perché mi piace raccontare e ascoltare storie.
Matilde mi si è presentata da sola, come già era avvenuto per Cosimo, protagonista dell’altro mio libro.
Io l’ho accolta, ascoltata e ho trascritto. Le ho voluto bene da subito, così diversa da me alla sua età, eppure con la stessa forza di sopravvivenza.
Forse, però, l’ho scritto anche perché la mia adolescenza è stata salvata da libri e personaggi e mi piace pensare che la storia di Matilde possa accompagnare qualche sua coetanea.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ha nevicato anche l’anno scorso:
ho fatto un pupazzo di neve e mio fratello l’ha buttato giù
e io ho buttato giù mio fratello e poi abbiamo preso il the insieme.
Dylan Thomas

 

Prologo

Ecco, questa è veramente grossa.
Fra le tante balordaggini della mia famiglia, mi sembra la più originale. Mentre scrivo sul mio diario, comodamente sdraiata sul letto, mio padre giace, non altrettanto comodamente, sotto lo stesso letto.
Non è né morto né niente del genere, sia chiaro; almeno non per adesso. Se lo scopre mamma, però, non so davvero come potrebbe andare a finire.
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Resta il fatto che lui è sotto al letto, fa un caldo boia e io ho quasi paura che si senta male. Dico quasi perché in realtà la faccenda mi diverte anche. Mio padre, che qualche mese fa è uscito da casa senza darci grandi spiegazioni, e che era ricomparso accompagnato da una sexi-fidanzata di cui avrebbe potuto essere genitore, è tornato stasera con la coda tra le gambe e senza nemmeno il coraggo di farsi vedere dalla sua ex moglie, che evidentemente teme.
Per questo, prima che lei tornasse da lavoro, si è trovato il nascondiglio più assurdo del mondo: il mio letto. Non me l’ha nemmeno chiesto, se poteva, se ero d’accordo, etc: ci si è fiondato sotto. Io sono rimasta con la maniglia della porta di casa in mano, senza capire bene cosa stesse avvenendo. Ma proprio in camera mia…?
Chissà come ci è rimasto, quando è scivolato là sotto, perché non è esattamente un luogo ordinato: ci sono come minimo due o tre paia di infradito, uno di Converse, fogli appallottolati di esercizi di matematica che non tornano e, forse, qualche mozzicone di sigaretta.
Povero papà! Lui, sempre così ordinato e preciso, con i suoi completi gessati e le camicie immacolate…
Beh, la parabola della vita, per lui, è davvero in fase calante.
Per noi lo è da tempo, quindi pazienza.
Noi siamo: io, Matilde, 15 anni, appassionata di fotografia e pochissimo di matematica, che infatti ho beccato a settembre; Sergio, mio fratello, 25 anni (momentaneamente trasferito in Francia) e mamma, da noi soprannominata, all’indomani dell’abbandono da parte di mio padre, “Blues”, in onore all’umore funereo.
Papà, invece, per noi è “Gomito”. Perchè? E’ una lunga storia ma con calma ve la racconterò.

Capitolo I
L’aria che tira

Come dicevo, scrivo sul mio diario e cerco di far finta di niente. Mamma sistema in cucina, poi annaffierà le piante sul balcone e tra non tanto verrà a vedere cosa faccio e a invitarmi ad una irresistibile serata di seconde visioni in TV. Spero solo che mio padre non si faccia sentire. Non mi farebbe niente, la mamma, figuriamoci, se lo scoprisse sotto al mio letto, però la scenata tra loro sarebbe pesante e sono un po’ stanca di queste cose.
Vabbè, pensiamo ad altro.
Scrivo sul mio diario, nel primo giorno da figlia unica.
Mio fratello Sergio, dieci anni più grande di me, si è appena trasferito in Francia, per un periodo non ben definito.
Ha studiato in accademia perché è un portento nel disegno (meno in matematica e fisica, come ci teneva a sottolineare mio padre, provocando crisi di balbettamento immediate. Maledetta superficialità degli adulti!) e ben presto ha iniziato a lavorare per case editrici che pubblicano fumetti. Cose piccole, di non grande risalto ma secondo me bellissime. Storie di scrittori, musicisti e altra gente strana.
In accademia ha conosciuto François, il suo compagno, con cui adesso si è trasferito, per lavorare insieme ad un grosso progetto.
Non è che io vada pazza per François, anche se so bene che non ha fatto nulla di male. Semplicemente, mi pesa lo spazio che occupa nella vita di Sergio.
Insomma, ieri pomeriggio sono partiti, la macchina stracarica di bagagli, composti per la maggior parte da album, scatole di colori, pennelli, etc. Una valigia per uno l’hanno dedicata al resto, ossia a ciò che per la gente normale sarebbe la parte fondamentale del bagaglio: magliette, pantaloni e vestiario vario. Non so davvero cosa indosseranno, quei due; l’armadio di Sergio è ancora pieno.
Ieri sera, dopo la loro partenza, sono rimasta di guardia, come diciamo tra fratelli, ossia ho dato un occhio alla mamma. Non che qualcuno creda che possa fare cose efferate, sia chiaro, però, dopo la fuga di papà si è intristita parecchio e ieri, quando ha visto Sergio mettere in moto la macchina, è scoppiata in un pianto che credevo inconsolabile. In realtà è stata brava, ha cercato subito di darsi un tono ed è salita in casa a prepararmi la cena- a me, che non avevo nessuna fame. Avrei preferito prendere il motorino e uscire, è chiaro, però non me la sono sentita.
Abbiamo visto una commedia americana tristissima, come solo una commedia americana scema può essere. Ci prenderemo le misure, con questa solitudine. Spero.
Per sentirmi meno sola, ho dormito in camera di Sergio; lo faccio sempre quando non c’è, mi piace. Ha un letto enorme, comodissimo, e dietro la testiera c’è la sua biblioteca. Un sacco di libri, quasi tutti belli. Faccio sempre un gioco, magari infantile: mi sdraio, chiudo gli occhi e afferro un libro. E’ difficile che vada male; mio fratello legge libri bellissimi- o magari io, a furia di leggerli, mi sono omologata ai suoi gusti. Comunque sia, il gioco funziona e mi piace. Lui lo sa e approva.
Ci vado anche stasera, in camera di Sergio; figuriamoci se voglio dormire con il “cadavere” sotto il letto! Allucinante; non chiuderei occhio. Vorrei chiedergli quando se ne va ma ho paura che la mamma mi senta parlare e pensi che sono impazzita per la tristezza. In qualche modo faremo… per forza.
Riprendo in mano il mio diario, regalo di Sergio. Abbiamo deciso che ognuno di noi ne compilerà uno, in questo periodo di lontananza, e poi ce li scambieremo al suo ritorno. Siamo andati insieme a comprarli; a me ne ha regalato uno bellissimo, con il tronco in rilievo di un albero sulla copertina. A lui ne ho preso uno con l’immagine di Lucy, dei Peanuts, nel casottino da psicologa, con la scritta: “The doctor is in”. Tanto per fargli capire che, se avesse bisogno di parlare, io ci sono.
Tra fratelli è sempre bene mettere in chiaro i ruoli.

Dunque, alla fine mamma è arrivata e, come da copione, mi ha chiesto se volevo vedere un po’ di TV con lei. Le ho risposto di sì, certo. Sono uscita di camera con una strana inquietudine; mi dava noia pensare che lui era sotto al mio letto e che, mentre non c’ero, sarebbe diventato il padrone della stanza. Sì, mi scocciava proprio, ma non potevo fare niente per evitarlo.
Dopo un po’ ha chiamato Sergio; mamma è stata brava, non ha mostrato alcun segno di tristezza, gli ha fatto un sacco di domande e si è mostrata contenta delle risposte. Sapevamo tutti che non era vero però ci è sembrato prezioso il suo sforzo. Sergio mi ha detto che avevo la voce strana ma io non potevo svelargli niente, ovviamente. Certo che avevo la voce strana: un padre sotto al letto metterebbe in ansia chiunque…no?
Appena buttato giù il telefono, gli ho mandato un sms: “Sono strana, sì. Gomito nascosto sotto il mio letto; Blues non lo sa. Stanotte dormo da te. Baci.”
Così, tanto per fargli capire l’aria che tira qui.

Stamani, se possibile, fa più caldo di ieri. Mi sono alzata all’alba, per il sole che già batteva sulla finestra della camera di Sergio, dove dormivo.
In nottata mio padre se ne è andato; non l’ho sentito uscire ma stamani sotto il letto non c’era più. Appena lo vedo chiederò spiegazioni. Mi ha fatto quasi tenerezza: ho trovato le infradito e le Converse messe una accanto all’altra, girate verso il muro, in un ordine immacolato. Sparite cartacce e mozziconi di sigaretta. Ma ti pare…? Deve essersi talmente annoiato che non ha trovato di meglio che mettere ordine sotto al mio letto. Sarebbe stato più utile partire dalla famiglia, per mettere ordine, ma tant’è. Sul mio comodino c’erano dieci euro. Tipico suo. Vuole ringraziarmi per l’ospitalità ma senza allargarsi troppo. Dieci euro: un pensierino, come dice lui.

Per fortuna, quando ho acceso il computer ho trovato una lunga mail di Sergio, in cui mi raccontava della sua nuova vita in Francia. Magari è presto per parlare di nuova vita, visto che se ne è andato da due giorni, ma a me sembra già un secolo.
Sono andati nel Luberon, una zona della Provenza ricca di piccoli villaggi e campi di lavanda. Dice meraviglie. Il paese in cui hanno preso casa si chiama Oppède ed è un borgo medievale, simile a quelli che si trovano in tutta Italia. E’ vicino al mare, e quindi loro sperano di andarci spesso, ogni volta che riusciranno ad interrompere il lavoro sul fumetto.
Dice che le case sono tutte in pietra, freschissime, e che ad ogni finestra ci sono fiori e piante. La loro, di casa, è piccola ma confortevole. Hanno due camere, di cui una adibita a studio. Hanno unito tutti i tavoli che c’erano, per fare un piano di lavoro più accogliente e poter disegnare meglio; per questo, mangiano sullo stesso tavolo di lavoro oppure sulle scale di casa, fresche e ombreggiate. Mi è sembrato carino mangiare sulle scale. La casa ha due rampe, piuttosto accidentate; Sergio dice che sembra di ascendere ad un castello fatato ma che la sua fatina non c’è. Beh, la fatina è a Roma, tra due genitori parecchio disturbati… e disturbanti.
Dice che si stanno sistemando, cercando ognuno i suoi spazi. Per François è più facile perché bene o male è tornato a casa, ma lui deve anche abituarsi alla lingua. La conosce ma non è come essere a casa, è ovvio.
Mi ha raccontato anche la storia buffissima della signora che va a fare le pulizie. Sergio sostiene che lo odia e che parla in modo velocissimo per impedirgli di capire. Gli sembra anche che gli lanci offese irripetibili, con sguardo sorridente, per non fargli capire fino in fondo la sua ferocia. François nega e se la ride; mi sa che per una volta dovrò dare ascolto a lui più che a mio fratello, sempre un po’ paranoico.
Mi ha chiesto notizie dell’ospite notturno e gli ho detto che se ne è andato senza colpo ferire. Non gli ho raccontato delle scarpe messe in ordine e dei dieci euro; mi sembrava troppo triste.
La sua e-mail mi ha lasciato un po’ di malinconia; mi sono sentita sola, ho capito che adesso lui ha la sua tana e che io, per il momento, ne sono fuori. Sono piccola, lo so, però mi piacerebbe tanto essere lì con loro, a fare fotografie e perfezionare il francese, ma soprattutto stare insieme. E invece sono a Roma, a studiare matematica per gli esami di riparazione. Una grande estate!
Dopo aver letto la mail ho fatto una cosa tristissima: sono andata in cucina a preparare il caffè per Sergio, come ogni mattina. E la cosa assurda è che l’ho preparato davvero, ho aspettato che uscisse, ci ho messo lo zucchero, l’ho girato e sono partita spedita verso camera sua. Quando ho aperto e ho visto il letto disfatto… da me… mi sarei messa a piangere. Ecco, in quel momento ho PROPRIO capito che lui se ne era andato. Un momento incredibile. Mamma mi ha trovato davanti alla porta, il piattino in mano; mi ha sorriso dolcemente e ha detto:
– Era per lui, vero?
– Per lui chi?…
– Sergio.
– Ma figurati. Era per te.
– Ah, ecco.
Non se l’è bevuta, né il caffè né altro.

Adesso sono veramente figlia unica. Con due genitori da gestire separatamente, perché non sono in grado di condividere niente. Ci vorrebbe uno stratega, più che una figlia di quindici anni.
In qualche modo mi organizzerò.

A metà mattinata, mentre studiavo l’amata matematica e ripetevo per la quarta volta un’espressione che non voleva proprio tornare, ha suonato il cellulare. Era mio padre. Non chiama a casa per non parlare con la mamma, costringendosi così ad una tariffa molto più alta. Poveretto! Me lo scalerà da qualche pensierino, prima o poi.
– Ciao, tesoro, come stai?
– Bene, papà, grazie. Ma tu…?
– Tutto a posto, grazie.
– Tutto a posto?
– Sì, perché?
– Beh… ti ho lasciato ieri sera sotto al mio letto, e non sembrava che te la passassi troppo bene.
– No, no; tutto a posto.
– Ah, bene…
– Sì.
– Ma posso sapere cosa era successo?
– Niente, tesoro, niente: screzi tra innamorati.
– Ah ecco… (e chi sarebbero gli innamorati: lui e la ganza anoressica?! Andiamo bene…)
– Ti chiamavo per invitarti a pranzo.
– A pranzo…?
– Sì, tanto il giorno sei sola, no?
– … sì… (maledizione!)
– Ecco, allora ti aspetto al ristorante indiano vicino a casa tua (che poi era anche casa tua, coglione…). All’una in punto.
– Va bene, papà.
Ha riattaccato, senza aggiungere altro. A pranzo con mio padre?! E che gli dico? Con questo caldo, poi: ma che gli è saltato in testa?
Accidenti all’estate, alla famiglia ed alle altre catastrofi annesse!
Ho scritto una mail a Sergio, per informarlo del cortese invito. Mi ha compatito. Lo credo bene.

Capitolo II
Dentro gli occhi

E non verranno i briganti/ a derubarti di notte/ perché tutti i briganti/ prenderanno le botte/ e non verranno i pirati/ ad abbordare la nave/
perché tutti i pirati/ andranno in fondo al mare…
Roberto Vecchioni, “Dentro gli occhi”

Prima di fare il resoconto del lieto pasto condiviso con mio padre, bisogna proprio che vi spieghi perché noi lo chiamiamo Gomito.
E’ una cosa nata per caso, quando lui se ne andò di casa senza fare una piega e poi la sera telefonava, premuroso, per sapere come stavamo. Ci parlavo sempre io, perché il balbettio di Sergio in certe situazioni diventa ingestibile, e quindi cerco di non crearle, le situazioni. Insomma, chiamava e faceva il padre affettuoso. Una sera, mentre riattaccavo, Sergio mi guardò e mi disse:
– Certo che ha pro- proprio la fa- faccia come il… (sedere con la cu, come dicevo da piccola)
– gomito! Come il gomito! E ci mettemmo a ridere a crepapelle; una risata amara ma non del tutto. Da quella sera, per noi, è Gomito.
Secondo me la mamma lo sa ma fa finta di niente, e credo anche che sappia di essere “Blues”. Ha dei difetti, mia madre, ma certe cose non gliele nascondi- e per i figli ha antenne sempre accese. La mamma!

Insomma, tanto per non perdere la memoria di ciò che è stato:

Bollettino dettagliato del lieto pasto consumato da Matilde insieme al suo esimio genitore di sesso maschile, raccontato da lei medesima.

L’evento si è svolto nel ristorante indiano sotto al suo (di lui) ufficio e vicino, secondo lui, alla nostra comune casa. Vicino un corno: quasi un km a piedi, sotto il solleone, per me; una rampa di scale per lui. Ottimo inizio. Suo umore: solare-comprensivo-impietosito; mio: scoglionato. Lui ordina. Conosce tutti, lo chiamano “dottore” e lo osannano. Non dico che avrei ordinato di meglio, ma nemmeno di peggio: ho ancora la lingua in fiamme. Non so quali e quante spezie ci fossero in quella roba. Ha detto che fanno bene alla circolazione e fluidificano il sangue, ma ho quindici anni! Saranno problemi suoi, semmai, no? Io ho già il sangue fluido!
Note sul tenore della conversazione: come sopra: brillante la sua e scoglionata la mia. Se avrò tempo e voglia, scriverò i punti salienti. La sintesi, comunque, è: povera, piccola adolescente indifesa, tu credi di essere sola ma non è così. Il tuo papà sarà sempre con te. Nello spirito, è ovvio, mica in carne e ossa. Perché in carne e ossa è altrove.
Mi ha chiesto come stiamo io e la mamma dopo i vari “terremoti” che la nostra famiglia ha subìto ultimamente. A me la parola famiglia sembra un po’ eccessiva, comunque per non dargli soddisfazione fingo serenità. Gli dico che stiamo bene, che tutto fila liscio e la metto sulla scuola, spiegando quanto studio per rimediare a matematica. Sembra colpito dal mio impegno scolastico, ma forse pensa ad altro. Sul resto, glisso. Mai dare soddisfazione al nemico. Che, gli dico che mamma la sera spesso piange e io mi deprimo? Figuriamoci!
Per tirarmi sù il morale cerco di visualizzarlo com’era ieri sera, mentre strisciava carponi sotto il mio letto. Non funziona.
Comunque, da quando papà, anzi Gomito, è diventato il nemico?
Prima non lo era; non lo era davvero.

Ho mandato il resoconto e-mail a Sergio, per tenerlo informato e condividere l’evento. Mi ha chiamato la sera, appena l’ha visto. Mi piace questo multicanale con cui comunichiamo: telefono, e-mail, sms, wa. E’ bello.
– Ciao, fratellone!
– Ciao, Mati! Sei ancora sveglia?! Non ci speravo. Che bello, parlarci a quest’ora.
– Sì, è bello, e comunque è l’unica cosa che possiamo fare.
– Lo so che vorresti essere qui, e anch’io ti vorrei. Lo sai. Adesso però non è possibile, hai quindici anni. Appena diventerai grande e troverai un fidanzato, ti cercherò casa qua e verrete a vivere vicini a noi, in barba a tutti. E faremo migliaia di foto al giorno.
– Fidanzato?! Ma i fidanzati ti portano sempre lontano da chi ti vuole bene, non lo sai?! Se mi fidanzo, non mi vedi più! Ma tanto io non voglio fidanzarmi. Sei strampalato davvero!
-Touchée… come direbbero qui. Franç, però, non mi ha portato via. Siamo dovuti partire e in qualche modo anch’io ho portato via lui. E’ l’Italia che ci ha mandato via, lo sai, vero? Comunque non sarà facile; mi manchi già. Appena è scesa la sera ho sentito una specie di magone…
– Sì, però non è giusto che tu mi dica queste cose; prima te ne vai e poi piagnucoli. Oltretutto, la sera in casa non ci sei mai stato, chissà perché dovrebbe farti impressione proprio adesso! E io che dovrei fare, allora? Non ti dico le risate con mamma a cena… a crepapelle! Se possibile, stasera era ancora più abbattuta del solito. Ecco: ABBATTUTA è il termine per la mamma. Come se l’avesse colpita un proiettile enorme: caduta a terra, abbattuta.
Comunque, Franç ti ha portato via.
– Mannaggia, mi dispiace. Senti, però: devo dirti che oggi Gomito si è manifestato anche con me.
– Sì?! Anche con te?…
– Che, volevi l’esclusiva?
– No, per carità…
– E poi ho un piccolo segreto: dall’indiano, il Grande Gomito, ci portò anche me, per dirmi che se ne andava di casa. Chissà, magari per lui è il ristorante delle grandi occasioni. A parte le ustioni, però, come è finita?
– Te lo racconto se prima tu mi dici come state e poi mi spieghi come è andata con Gomito.
– D’accordo. Breve aggiornamento dalla ridente Francia: stiamo bene. Lavoriamo da stamani, quasi senza interruzione. Fuori il tempo è bellissimo ma noi resistiamo, stoici, come il povero Vittorio Alfieri, legati alla sedia. Stasera, però, cenetta nei dintorni, in un ristorantino trovato su Internet. Speriamo bene…
Comunque sì, mi ha chiamato. Ha veramente la faccia come il… gomito! Riesce ancora a stupirmi. Non volevo dirtelo, ma ormai… Mi ha chiesto come stavo e mi ha raccomandato di farmi vivo con te, di aver cura di voi. Gli ho ricordato che lui lavora a 800 metri da casa ed io adesso vivo a 860 chilometri di distanza, e che quindi il suo ruolo potrebbe essere più attivo del mio. E’ rimasto muto. Ma perché sta sempre zitto, quando gli parlo? Mi dà sui nervi. Io balbetto e lui tace: una pena. Mi verrebbe da scuoterlo forte per vedere se viene fuori qualcosa; come quando da piccoli scuotevamo la calza della Befana per essere sicuri che fosse uscito proprio tutto. Il problema è che da lui non viene fuori niente. Che dici, è sempre stato così? Quando ero piccolo non mi sembrava un padre vuoto, anzi… Ma dimmi ancora della mamma.
– Ok, obbedisco. Come vuoi che stia? Si fa coraggio ma credo che gliene serva un po’ più di quanto ne ha. Adesso sta guardando la tv, un telefilm che hanno dato miliardi di volte… sai, le serate d’estate sono così. Programmi in replica.
Di papà non so cosa pensare. Anche per me non era vuoto, prima, ma adesso sì. Non esiste, semplicemente… è un po’ inquietante: un padre ectoplasmatico.
– Povera mamma, mi dispiace. Salutala da parte mia. Dille che sto bene e che l’aspettiamo qua… anche se non è tanto vero… ma tu diglielo comunque, magari l’aiuta.
– Bene, riferirò. E voi che fate, se non sono indiscreta, quando non lavorate? Dai, raccontami, così sembri meno lontano.
– Non sei indiscreta, figurati. Abbiamo sistemato un po’ di oggetti sentimentali in casa. Io sul mobile dello studio ho messo la nostra foto dell’estate scorsa, quella che ci siamo fatti sul Gianicolo, col gelato in mano. Sei meravigliosa, e su questo concorda anche Franç. Mi manchi, sorellina, davvero. Ora, però, vai a dormire e fai la brava.
– Ok. Passo e chiudo. Però prima dell’inverno devi venire a trovarmi, così torniamo al Gianicolo e ci facciamo una bella foto con le caldarroste. Se proprio ci tieni ci portiamo anche Franç, va bene?
Comunque, digli di fare poco lo splendido, a quel ladro di fratelli.
– Ok, baci, piccola. Riferirò.
– Senti, ma con mamma non ci parli?
-…dici che devo?…
– beh…
– …
– Aspetta, ha acceso lo stereo. Magari si consola così.
– Ecco… e cosa ascolta?
– Vecchioni.
– No!!! E’ veramente Blues! Mica Luci a San Siro, vero? Credo che fosse la loro canzone, quando stavano insieme.
– No, no. E’ quella che mi piaceva tanto quando ero piccola, che dice: “…e non verranno i piemontesi ad attaccare Gaeta…”; che qualcuno avrebbe dato un sacco di botte a qualcun altro, e io immaginavo che fossi tu, che le avresti date ai miei temibili nemici. In realtà non l’ho mai capita ma immaginavo che fossi tu il mio paladino. Le cose tornano sempre indietro, è incredibile.
– Sorellina, ma dai! Davvero ero il tuo paladino? Non l’ho mai saputo. Dentro gli occhi, è la canzone: “E non verranno i briganti/ a derubarti di notte/ perché tutti i briganti/ prenderanno le botte/ e non verranno i pirati/ ad abbordare la nave/ perché tutti i pirati/ andranno in fondo al mare…”
Te la suonavo con la chitarra, ricordi? Però non sapevo di esserne il protagonista. Mi piaceva molto e tu ti addormentavi come un sasso.
Blues ci ha allevati con Vecchioni. E’ stata una delle cose belle che ci ha regalato.
– Sì, è vero. Senti, vado a dirle che sei al telefono, così magari si rallegra a sentirti. Aspettami un attimo.
– Ok.

Almeno questa serata si è chiusa in modo amorevole, oserei dire: mio fratello e mia madre che si parlavano al telefono; lui che le raccontava la sua nuova vita e lei che gli risparmiava dettagli sulla sua, di nuova vita; nessun padre sotto il letto e la mamma che mi accarezzava la testa mentre parlava con Sergio. Amorevolezza. Bello.

Capitolo III
Discorsi tra fratelli

Mica gli ho raccontato tutto, a Sergio, del pranzo con papà. Figuriamoci!
Se gli avessi detto la verità, starebbe ancora a tartagliare. Mio padre ha questo potere assurdo su di lui. Sono stati da logopedisti, psicologi e cose del genere ma nessuno ha mai capito DAVVERO che il suo problema è proprio lui; non lo stress della scuola, non un trauma infantile, non un difetto fisico ma una presenza: suo padre.
Oddio, secondo me Blues lo sa e l’ha sempre saputo. Se lo nascondeva, come fanno gli adulti di fronte alle cose veramente scomode, ma lo sapeva.
Ha cominciato a migliorare un pochino quando lui se ne è andato, anche se la prima sera tartagliava come non mai, come non aveva mai fatto; non si capiva una parola di quello che diceva. Poi, però, piano piano ha quasi smesso. E da quando c’è François, devo ammetterlo, il problema si sta risolvendo. Quando ero piccola avevo paura del suo tartagliare, perché sapevo che non indicava niente di buono, poi ho cominciato ad aiutarlo a ridimensionare il problema. Da questo è nato Gomito: dalla volontà di alleggerirgli il peso di un padre scappato via. So bene di essere io la più piccola ma se lui è quello che ha più bisogno di protezione, devo farmene carico, no?
Quindi, per questo motivo ho deciso di non rivelargli proprio tutto del pranzo dall’indiano, che in realtà è andato più o meno così:
Stavamo mangiando un riso parecchio colorato e surriscaldante, quando lui appoggia la forchetta, mi fissa con il sorriso-delle-grandi-occasioni e sfodera un “e allora, piccolina, che ne pensi di tuo fratello?”. Credo di averlo guardato con l’occhio della triglia appena pescata: vuoto.
– Cioè?…
– Dai, senza pudore.
– Non c’entra il pudore; è che non ho capito cosa vuoi sapere.
– Di tuo fratello. Come l’hai presa?
Davvero non capivo dove voleva andare a parare.
– E’ molto più grande di me, ha avuto la possibilità di lavorare in un altro paese e c’è andato. Gli pubblicano una storia a fumetti; è una cosa importante. Sono felice per lui.
– E dai, Matilde, io intendevo altro…
-Ah sì? Ossia? (di nuovo, sguardo da triglia)
– Beh, non credo che molti tuoi amici abbiano un fratello che molla tutti per andarsene in Francia con il fidanzato.
Mi sono morsa la lingua, giuro. Da che pulpito?… Ho materializzato Eleonora, l’anoressica della sua vita e con signorilità gli ho risposto:
– Non lo so, papà, con chi se ne vanno i fratelli degli altri; so che la gente va via, è così. Lo fanno in molti- sguardo significativo alla: come-te-più-o-meno.
Pugnalata al cuore, è vero. Faccia affranta di lui che guarda l’orologio per notare che sta per finire la sua pausa pranzo- Dio sia lodato!
– Vuoi un caffettino, tesoro?
(magari a una quindicenne si offre un gelato, una coca… vabbè!)
– No, papi, grazie- occhietti addolorati. Giuda era un ingenuo, in confronto a me.
Sì, però: è normale impostare una conversazione così? Non credo. Sono giovane, inesperta, mi hanno rimandato a matematica e faccio un sacco di casini ma credo proprio di no. Anzi, lo so: no.
Nel pomeriggio ho ripensato alla domanda di Gomito ma non so cosa rispondere. Forse non so cosa dire neanche a me stessa.
Ci provo.
Quando ho scoperto che Sergio aveva un fidanzato sono rimasta colpita, ma solo perché l’avevo sempre visto con tante ragazze e non avrei immaginato. Ne ha avute di ogni tipo e alcune odiose, ora posso dirlo. Di solito erano carine ma sciape (secondo mamma e me). Quello che mi colpiva era che le portava tutte a casa, sempre. Io cercavo di non giudicarle però me le metteva proprio sotto il naso e non era semplice. A volte ho pensato che, inconsciamente, volesse farcele vedere per capire cosa pensavamo. Non sarà stato gratificante per lui, temo.
Quando lasciò la sorella di Sara, la mia amica, fu un colpo; noi due avevamo sperato di vederli insieme, per rimanere vicine. Lei però non mi sembrò molto turbata. A Sara disse che a lui di lei non gli era mai importato niente. Era vero? Non so, forse…
Poi ci fu l’alzata di ingegno di Gomito (bellina, l’alzata di Gomito!), che tolse parecchia attenzione a qualunque altra cosa. Da quel momento non saprei nemmeno dire se abbia avuto altre ragazze. Ne ha avute?
Quando seppi di François non ci credetti, lo confesso. Me lo disse mamma in un momento di scoramento totale. Fu una scena a suo modo comica. Mi disse: “non bastava che tuo padre fosse andato via; adesso c’è anche tuo fratello che ha saltato il fosso”. All’inizio non capii. Saltato il fosso? In che senso? Lo immaginai a saltellare come le pecorelle nei cartoni animati, quando i protagonisti cercano di addormentarsi… e le contano. Leggiadre pecorelle in fila indiana.
Poi, all’improvviso, visualizzai Sergio e Franç come li avevo visti il giorno prima in camera sua, mentre guardavano un fumetto, e capii. In quel senso! O forse l’avevo già capito? Non lo so, davvero. Ecco, tutto qui. Può bastare? Forse a Gomito non basterebbe ma per me è abbastanza.

Pensiero della sera:
Caro diario, sì, per me è abbastanza, però forse non basta. Sento di dover parlare a Sergio della conversazione con il nostro comune padre.
Magari domattina, tra un’espressione e un problema di geometria, ci provo. Vediamo.

– Pronto, Sergio?
– Ciao, piccolina! Come stai?
– Bene, dai. E tu?
– Benone. Siamo già a lavoro. Qua è una giornata fantastica ma noi dobbiamo accontentarci di vederla dalla finestra. Il lavoro ferve.
– Bravi! Anch’io studio già… cioè, per ora ho aperto il libro, stappato la penna e acceso la calcolatrice… è un inizio…
– Ma certo! Che meraviglia sentirti di prima mattina! Grande Mati, mi dai la carica!
– Bene, mi fa piacere. Senti, Sergio, devo dirti una cosa.
– …
– Hai capito?…
– Sì… g…grave?
– No, no. Però devo dirtela.
– Ok.
– Riguarda il pranzo dall’indiano.
– Ecco, mi sembrava che mancasse qualcosa… l’avevo intuito.
– Bravo. Insomma… mi ha chiesto come l’ho presa, di te e Franç.
– Sì?…
– Sì.
– E… e… t-tu ch-che cosa…
– No, Sergio, smetti subito di tartagliare. Non parlare.
– m… ma…
– No, lascia stare. Non vale la pena. Te l’ho detto per lealtà, non per farti stare male.
– L…lo so.
– Ecco.
– Quando ho scoperto che avevi un fidanzato sono rimasta colpita, ma solo perché ti avevo sempre visto con tante ragazze e non avrei immaginato. Ma raccontamela tu, la storia, se vuoi. Senza balbettare. Dai, Sergio. Senza balbettare.
– Sì, Mati, ci provo- lunga pausa e sospiro- Guarda, la nostra storia è cominciata più o meno mentre finiva quella di Gomito & Blues. All’inizio pensai che magari era una suggestione, che rifiutavo la coppia uomo-donna perché avevo orrore di quella genitoriale. Poi capii che era una fesseria, ma ci volle un po’. Sai, ti dicono sempre un sacco di cavolate, anche a scuola. A te non le hanno dette? Quanto ti hanno massacrato perché hai il fratello gay? Non negarlo, tanto lo so, anche se non me lo hai fatto pesare. Gomito, però sì: mi ha detto: “ma non immagini le conseguenze che questa cosa avrà sulla vita di tutti noi, e soprattutto di tua sorella?” Colpo bassissimo. Ci sono stato male per giorni.
Sai, dicono che l’omosessualità può essere un rifiuto del già visto, della coppia tradizionale. Magari può essere, non dico di no, ma mica sempre. Io, se posso dirtelo, sono sinceramente innamorato di Franç. Ecco, mi sono addirittura confessato! Non ti nascondo che se ti avessi avuto davanti non avrei trovato il coraggio di dirtelo. Non sono cose che un fratello maggiore dice alla sorella minore, che diamine! Vedi come sono stato bravo?! Neanche un balbettamento. S-sei orgogliosa di me?
– Moltissimo! (ma lo sarei stata anche se avesse balbettato)
– Bene. Dimmi di te. Come l’hai presa?
– Dovrei rispondere alla tua domanda, ma non ne ho voglia. Come mi sento? Come mi sono sentita? Uffa, quante domande! Mi sono sentita… non voglio dirtelo, non ora. Oggi ci penso e domani te lo dico, ok? Però credo di non pensarne niente di strano, credimi.
– Sei grande, Mati, davvero.
– Ma figurati! Adesso, mentre ci rifletto, vado in centro, a comprarmi un bikini nuovo per andare al mare domani. Ne ho mille, lo so, ma ognuno si svaga come può.
– Brava! Un bikini nuovo è quello che ci vuole, per tirare su il morale di una quindicenne. Che credi, anche se adesso ho altri interessi, mi ricordo qualcosa del mio periodo “etero”. Sarai bellissima. Mandami una foto, che voglio provare ad “infilarti” nel nostro fumetto. E non credere che io sia da meno; anche noi stasera usciamo. Vogliamo andare a fare qualche schizzo per poi metterlo nel fumetto. Se ci fossi anche tu, potresti fare delle foto e poi lavorerei su quelle… ma tu non ci sei. Mi manchi (come direbbe Vecchioni).
– Anche tu.

Dopo aver riattaccato il telefono, sono passata a prendere Sara in motorino e siamo andate a comprare il famoso bikini. Bellissimo, niente da dire. Per tutto il pomeriggio ho pensato a Sergio ed a ciò di cui avevamo parlato.

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Silvia Fuochi
Silvia Fuochi è cresciuta in Toscana. Lavora da sempre tra libri e bambini e si diverte parecchio con entrambi. Legge di tutto e a qualsiasi ora del giorno e della notte e, se c'è qualcuno a cui leggere, anche meglio.
Da sempre si confronta con le tematiche legate all'infanzia e all'adolescenza, non con occhi da educatrice bensì da sincera ammiratrice. Le mette allegria anche solo vedere un gruppo di adolescenti fuori da una scuola, la mattina.
Attualmente lavora con bambini piccolissimi e riesce a leggere ossessivamente anche a loro... che ne sembrano molto contenti.
Nel 2014 ha pubblicato "Liberi tutti!", un romanzo per ragazzi ispirato al Barone rampante di Italo Calvino.
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