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Derive

Derive

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Ottobre 2021
Bozze disponibili

Un messaggio whatsapp illumina la lunga notte di un feroce assassino, un uomo, salito sul davanzale, contempla da lassù un’umanità stupida ed impazzita a causa di una sciocca fake news ed anime tormentate, in fuga dal proprio passato, inseguono invano il disperato sogno di un futuro migliore…

Tante storie, popolate da uomini sconfitti ed umiliati che senza fortuna e senza speranza, vengono travolti da una realtà violenta ed indifferente, che non concede ne tregue, ne favori, ma che li opprime e li soffoca fino a farli cedere, fino a farli scomparire per sempre nell’oblio.

Quasi come se non fossero stanchi di lottare, dopo le loro inutili dipartite reclamano a gran voce un loro posto, un luogo, come anche un semplice racconto per riprendere vita e diventare finalmente i veri protagonisti di questi 5 racconti di uomini raccolti in Derive.

Perché ho scritto questo libro?

Mi ritrovo a guardare il Po, nel suo scorrere inesorabile avverto una certa inquietudine che celata sotto quelle acque fangose risale in superficie creando vorticosi mulinelli. Guido verso la fine dell’estate, fra dolci colline che segnano il confine tra Parma e Piacenza, dove un trattore si arrampica sbuffando fra le vigne. Ovunque io sia i luoghi si animano, popolandosi di storie che mi chiamano come languide sirene, io posso solo fissarle su carta, dandogli un senso. Solo allora sono in pace.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Lo squillo dello smartphone squarciò il silenzio di una notte umida e senza sogni. Una densa e mielosa oscurità aveva coperto la città e solo la fredda ed asettica luce dei lampioni al neon, soffocata dalle tapparelle, illuminava l’appartamento.

Alzò la mano addormentata verso il comodino, da dove proveniva il suono del telefono. Aprì gli occhi, giusto per osservare il nome che compariva sullo schermo, ci mise qualche secondo per capire se doveva rispondere o meno… Doveva rispondere e così fece.

– Si dimmi… ok… va bene, dammi 20 minuti e arrivo.

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Accese la luce stropicciandosi gli occhi con una mano, si alzò e si diresse meccanicamente verso la cucina dell’appartamento per prepararsi un caffè.

Con la mente ancora impastata di sonno riempì la caffettiera e la mise sui fornelli. Girò la manovella del gas e la premette per attivare l’innesco. Con uno sbuffo, piccole fiammelle azzure apparvero come per magia. Regolò la fiamma al minimo. Vuotò il contenuto di un posacenere stracolmo, appoggiato su una piccola mensola in legno, si diresse poi verso una finestra ed alzò la tapparella quel tanto che bastava per poter guardare fuori.

Era ancora buio e la strada era immersa in una quiete mortale, non si vedeva anima viva. Solo le auto parcheggiate lungo la via segnalavano la presenza di altri esseri umani oltre a lui.

Ripensò a quando si era trasferito in quella parte del centro, una zona della città che un tempo era ricca, appariva ora squallida e degradata. Squallore che si era appiccicato sui muri, sulle persone e sulle auto, rendendo tutto quanto, pregno di un’atmosfera triste e malevola. Degrado che si era depositato sul quartiere come cenere vulcanica, soffocando ed opprimendo la vita che si svolgeva nei suoi vicoli e nelle sue strade, relegandola e chiudendola all’interno di case e palazzi.

Le botteghe, pollerie, gastronomie, panetterie e mercerie che colorivano le strade in cui le persone in passato brulicavano indaffarate, ora non erano altro che saracinesche perennemente abbassate e affrescate da graffiti e disegni di ogni tipo, unico squarcio di vita in un mare di grigio piattume.

Le attività commerciali si svolgevano ora negli androni dei palazzi, vicino ai pali della luce o sui sedili di un’auto.

Ma quell’ora che cadeva fra la notte e il mattino, anche i traffici di spacciatori e prostitue sembravano sopiti, nella quiete notturna tutto taceva.

Sicuro che concentrandosi avrebbe percepito qualcosa, chiuse gli occhi ed ascoltò. All’inizio non captò nulla, poi eccolo in lontananza, con la sua flebile voce, eccolo in tutta la sua maestosità, il richiamo del fiume.

La città poteva anche essere addormentata e le persone starsene relegate nei loro mondi onirci, ma quell’enorme flusso d’ acqua con i suoi millenari segreti avrebbe continuato imperterrito la sua corsa.

Rimase così, a farsi cullare con la consapevolezza che se anche lui fosse scomparso, il fiume avrebbe comunque continuato a scorrere.

La caffettiera sul fuoco mandò il suo richiamo risvegliandolo dallo stato catatonico in cui era sprofondato. Si diresse verso il fornello, spense il fuoco e versò la bevanda scura e bollente in una tazzina lavata con approssimazione. Bevve velocemente il caffè, poi in tutta fretta si lavò e si vestì. Era pronto ad uscire… mancava solo una cosa.

Tornò in cucina, prese un vassoio, vi appoggiò del pane, un vasetto di marmellata alle more, una tazzina riempita con ciò che rimaneva del suo caffè ed un coltello.

Si diresse verso una porta della casa ed una volta arrivato tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un mazzo di chiavi, selezionò quella giusta, la infilò nella toppa e girò.

La porta si aprì lanciando un lamento ferroso da far accapponare la pelle e pensò che un giorno o l’altro avrebbe dovuto oliare i cardini, con questo pensiero entrò nella stanza.

Al suo interno, una sola finestra, dava sul cortile del palazzo, uno spazio spoglio, con un giardino secco, celato come un segreto scabroso.

Un letto era posizionato frontalmente alla finestra e come due cime d’ormeggio tengono ancorata al porto una nave, alla testiera, erano agganciate due manette, che andavano a mordere i polsi escoriati di una giovane donna.

Lei, giaceva nuda, in posa da martire, su un materasso giallo senza lenzuola, il viso era nascosto da una maschera di cuoio nero, con cerniere lampo a sigillare gli occhi e la bocca. Solo il naso faceva capolino dal quel sudario di tenebra.

Con una sorta di reverenza, quasi mistica, come se fosse di fronte ad un quadro del Caravaggio, osservò la scena, immobile.

Era in quella stanza, che trovava rifugio dal mondo. Eretto come una specie di Tempio, quel luogo, che sembrava esistere al di fuori del tempo e dello spazio, con il passare degli anni era stato custode di tutte le sue certezze fatte di sola paura e di inconsapevole dolore. Lì aveva esorcizzato tutti i suoi rimpianti e sfogato ogni sua fantasia.

In quel luogo, niente richiamava a promesse di vita dopo la morte, di redenzione o di santità e martirio, quella stanza era solo un enorme contenitore di morte.

Al richiamo della porta la donna mosse la testa sprofondata in una cecità forzata. Il suo corpo bellissimo, era arrivato ai limiti della perfezione, gli arabeschi incisi con minuziosa pazienza sulle gambe salivano fin sulla pancia per poi proseguire ancora, fra l’incavo dei seni, un tempo normali ghiandole mammarie, ora meravigliose volte celesti tempestate di bruciature di sigaretta.

Un segnale acustico che avvisava dell’arrivo di un messaggio whatsApp, richiamò nuovamente la sua attenzione, doveva sbrigarsi.

Prese l’unica sedia nella stanza, la posizionò vicino al letto, mise il vassoio sopra al comodino, tagliò due fette di pane, ci spalmò della marmellata, aprì la cerniera che sigillava la bocca della sua creazione e disse:

– Mangia avanti.

Lei ormai ammaestrata a quella routine obbedì.

Le prime volte aveva inveito, maledetto e insultato il suo aguzzino, aveva anche provato, nonostante l’oscurità in cui era costretta, a sputargli addosso. Poi esaurita tutta la rabbia in corpo, era subentrata la disperazione sfogata attraverso un pianto sommesso. Così pregando e supplicando la libertà, prometteva che avrebbe taciuto e che sarebbe scomparsa in silenzio.

Lui ascoltava le suppliche con pazienza e comprensione, senza dire nulla eccetto che per invitarla a mangiare, fino a quando anche la disperazione della donna, come un turbolento temporale estivo, si esaurì lentamente lasciando solo un’umida sensazione di accettazione.

Quando la donna finì di mangiare, imboccata come un uccellino, lui si alzò. Il cellulare lo richiamò un’altra volta, doveva proprio andare.

– Scusami devo scappare.

Da sotto il letto tirò fuori un telo cerato.

– Per oggi, se proprio non riesci a trattenerti dovrai fare tutto qui, – disse mentre posizionava il telo sotto di lei.

– Mi dispiace, lo sai vero?!

Il mutismo di lei non lo sorprese, ma anzi gli fece muovere nelle viscere un moto di affetto e di tenerezza, la stessa che si prova nel guardare l’espressione di un cucciolo di cane durante un bagnetto.

– Eh si… – pensò – … mi sto legando. Domani la cancellerò, come un Mandala e ripartirò di nuovo da capo.

Lasciando il vassoio sul comodino, con questi pensieri si congedò dal suo tempio.

Chiuse la porta dietro di se isolando nuovamente quella porzione di spazio-tempo, un luogo che esisteva al di fuori di tutto, oltre la quotidianità, oltre gli spacciatori e le puttane del suo quartiere, oltre gli sguardi impauriti, sguardi da preda dei suoi vicini, che scrutavano dietro finestre sigillate, nell’apparente sicurezza di quella gabbia in cui si erano esiliati da un mondo troppo brutale e spaventoso in cui vivere.

E così uscì di casa lasciando la luce, per gettarsi nuovamente nell’oscurità.

Il fiume scorreva lento ed inesorabile, trascinando scorie di vita sommerse da acqua e tempo, drammi che si consumavano in un eterno ripetersi, celati da flutti marroni. Una leggera pioggerellina autunnale, segnava il confine fra una notte oscura e un’alba lieve, senza promesse che timidamente avrebbe provato a fare breccia tra le tenebre.

Due figure si trovavano sulla riva del fiume, come parte di un paesaggio fatto di rottami, fusti di latta e residui metallici di ogni genere, sparpagliati nella vegetazione che cresceva contrita e malevola come se non accettasse di condividere un territorio che le era sempre appartenuto.

Una luce sottile forava le tenebre e illuminava la ruggine che, come un cancro, stava lentamente divorando ogni cosa, immergendo quel cimitero di elefanti metallici, in un’atmosfera malata e infettiva, come se ogni cosa che si trovasse li dovesse prima o poi venire ricoperta di una patina arancione e mescolata in un’unica forma degradata dal tempo.

Una delle due figure contemplava lo scorrere indifferente del fiume e con un gesto lento e meccanico portò la sigaretta alle labbra ed aspirò, la brace illuminò un volto stanco e provato, non tanto dagli anni, ma dalla vita in se. Le rughe che solcavano quella maschera di carne erano un unico e complesso racconto di solitudine e disillusione.

L’altra invece era rivolta verso qualcosa che sbucava fra le erbacce ed i rottami. Teneva le mani infilate nelle tasche di una lunga giacca autunnale che arrivava fin sotto le ginocchia.

Il suo invece era un volto ancora giovane, una pagina bianca su cui scrivere, su cui far andare liberamente la biro, un racconto in divenire, o un orrido scarabocchio.

Li sospesi sull’orlo fra luce e tenebra, separate in maniera netta all’orizzonte come da un colpo di falce, sembravano gli ultimi due membri di una specie che attendono impazienti l’ora dell’estinzione.

Il fumatore gettò la sigaretta verso il fiume, seguì la traiettoria che il mozzicone ardente disegnava nell’aria per poi venire inghiottito dalle acque brune.

2021-01-25

Aggiornamento

Ciao a tutti, ci tenevo a ringraziarvi per lo splendido risultato, mancano 84 copie alla pubblicazione e 94 giorni di campagna. Non pensavo di arrivare a questo punto così presto e se ci sono arrivato e solo grazie a voi!!!!! Quindi mi impegnerò al massimo per arrivare al traguardo. Grazie Vi voglio bene!!!!!!!!!!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho prenotato “Derive” e leggendo l’anteprima mi ha incuriosito l’alone di mistero che aleggia nel racconto. La storia viene descritta nei minimi dettagli facendo risaltare una realtà cruda e spietata, unendo esistenzialismo e lucida follia.
    Non vedo l’ora di ricevere il mio volume per sprofondare con la mente tra le pagine di questi racconti.

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Luca Burla
Mi chiamo Luca, e sono nato in quella bolgia fatta di spalline e testosterone che sono gli anni ottanta, più precisamente nel maggio dell'81. Piacenza è la città che mi ha visto nascere, più che una città, un enorme paese sorto lungo le rive del vecchio Po, ed è fra quelle campagne che ho trascorso l'infanzia ad inseguire pirati, draghi, punk tossici e radioattivi. Crescendo, quelle storie che hanno segnato la mia giovinezza, non mi hanno mai abbandonato, anzi, pur sfumando in contorni più indefiniti, si sono radicate in me con la forza di un albero millenario. Ora, sulla soglia dei quarant'anni, in cui cerco di sopravvivere allo stress ed alla disperazione di una vita compressa in solo lavoro e poco altro, senza pensieri e abbandonando ogni più profonda paura ho iniziato a scrivere, e sta volta sul serio, strappandomi dalla mente tutte quelle storie incastrate e sospese da tempo.
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