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Destini distratti - Racconti di vite possibili

Destini distratti - Racconti di vite possibili
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Consegna prevista Gennaio 2022
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Non sappiamo se le nostre vite siano frutto del caso o di un destino predeterminato, ma possiamo essere certi che quasi mai riusciremo a prevedere gli esiti delle nostre azioni.

Immaginare “cosa accadrebbe se…” può essere un utile esercizio per esplorare, senza conseguenze, quelle strade che potremmo imboccare volontariamente o meno durante il nostro percorso umano, diventando un piccolo scrigno dal contenuto prezioso: otto racconti di vite possibili. Sono le storie che potremmo ascoltare da un notiziario o leggere su di un quotidiano, oppure quelle che noi stessi potremmo raccontare, perché vissute in prima persona. Brevi storie che, nella loro apparente quotidianità, nascondono universi di passione, dolore, amore e speranza.

Perché ho scritto questo libro?

La vita reale raramente punisce i “cattivi” e premia i “buoni”. Ma almeno nell’immaginario letterario ciò può avvenire senza disturbare le imperscrutabili vie del Fato. Sebbene non insegua il ruolo di “fustigatore della morale”, sappiamo tutti che ogni storia raccontata, reale o di fantasia che possa essere, nasconde un intento didascalico. E allora scrivo per far capire alla vita, quella vera, che in fondo sarebbe così semplice distribuire le giuste rendite dovute per i meriti e per le colpe!

ANTEPRIMA NON EDITATA

Note stonate

Si può davvero dimenticare la donna della propria vita, cancellarne il ricordo lasciando che sia il tempo a fare il lavoro sporco? Per qualcuno, forse, è un’impresa troppo difficile.

Le note scivolano leggere sulla tastiera del pianoforte. Le mani non sono guidate dalla mente. Vanno da sole a cercare la loro strada, a comporre la melodia che rende ancora più piacevole la cena ai clienti di questo ristorante. Qualcuno allegro, accanto alla sua donna, qualcun altro impegnato a discutere d’affari. Qualcuno, perso in chissà quali pensieri lontani, viene scosso da un commensale che lo trascina in una discussione banale.

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Le dita vanno da sole, perché la mente di Marco stasera proprio non vuole sottostare alle imposizioni del corpo. La lettera è lì. Piegata in quattro, nella tasca della giacca nera, nera come il suo cuore, in questo dannato momento. Che senso ha, si chiede, tornare dal passato solo per risvegliare un dolore? Questo ha fatto Daniela, con quelle poche righe, scritte con cura su carta pregiata nella sua calligrafia, chiara e precisa come lo scopo di quelle parole.

Fare male.

E non si può dire che quello scopo non sia stato raggiunto. Daniela, unico amore. Daniela, sogno e realtà. Daniela, carnefice immotivata.

E’ forse stata sempre questa la sua natura?

No.

E’ cambiata nel tempo. Troppo amore, troppa dedizione. Così si perde la donna che si ama, mettendola al centro del proprio universo, rendendola l’unico scopo della vita. Daniela, che adesso ritorna, dopo due anni di completa assenza, non con il suo corpo, non con la sua voce, ma con una lettera.

Forse i presenti, seduti ai loro tavoli, avranno colto qualche nota stonata nell’esecuzione di stasera. Avranno pensato a qualche drink di troppo.

Non possono sapere. Non possono immaginare.

“Marco, perdona il mio lungo silenzio. Ho sentito il dovere, forse la necessità di scriverti queste righe. Me ne sono andata senza darti una spiegazione, senza offrire alla tua ragione un appiglio per giustificare il mio comportamento. Ed ora, dopo quasi due anni, penso tu sia pronto a sapere.

Marco, sono andata via perché non ti ho mai amato.

Perché mi piace rincorrere sempre nuove emozioni, persone nuove che cadono ai miei piedi, adorandomi. Mi piace sentire le loro vite nelle mie mani, essere l’arbitro della loro gioia e del loro dolore. Non ero e non sarò mai il tipo di donna adatto a te. Forse mi hai già dimenticata. Forse no. In questo caso ti offro la ragione per farlo.

Con affetto,

Dany.”

Un anno passato assieme. Ogni istante passato assieme a ripetersi quanto fosse grande quell’amore. Attimi fermati per sempre dallo scatto di una foto, progetti e idee per il futuro. Tutto una grande bugia.

Ed ora, per quanto le mani sapienti trovino da sole i tasti, qualche nota, necessariamente, deve suonare stonata.

Marco sa già cosa farà stanotte, appena la serata finirà. Tornerà a casa e, appena aperta la porta, sarà investito come al solito dall’assalto dei ricordi. Ma stavolta non cederà alle lacrime. Raccoglierà ogni foto, ogni lettera, ogni più piccolo segno di lei in una grande scatola di cartone. Per ultima aggiungerà la lettera che adesso giace nella sua tasca, inconsapevole artefice di tanto dolore. E forse la rileggerà un’ultima volta, nell’assurda speranza di aver frainteso le parole di Daniela. Poi chiuderà con cura la scatola che poggerà dentro il camino. La sua unica, grande storia d’amore, la ragione e la felicità della sua vita, andranno via assieme al fumo di quei ricordi.

Passerà il tempo. Marco saprà di essere guarito da questa ferita quando la mente ordinerà di nuovo le note sulla tastiera del suo pianoforte. E le sue mani ritorneranno ancora a tessere melodie malinconiche, per tutti i suoi ascoltatori.

Per lui, mai più.

Ad ognuno il suo mestiere

La disperazione per le proprie scelte sbagliate può portare a commettere errori ancora più gravi. Uno di questi è improvvisarsi quel che non si è.

La tv blaterava assurde proposte commerciali infarcite di aggettivi altisonanti mentre la caffettiera, spargendo gran parte del suo contenuto sul fornello, protestava con un borbottio sordo verso l’incuria del suo padrone.

Roberto però non ascoltava né l’una né l’altra. Aveva scovato l’ultima birra  in frigorifero, nascosta tra i surgelati a buon mercato del discount. Aveva dovuto scongelarla con l’acqua calda del rubinetto, e quando l’aveva aperta lo schizzo di schiuma aveva attraversato tutta la cucina.

Ora si era attaccato alla bottiglia di Jack Daniel’s che aveva resistito integra da Natale, ma che adesso era chiamata a svolgere il suo dovere. L’intontimento dovuto all’alcol giustificava l’insensibilità dell’uomo verso le sofferenze della sua bistrattata moka.

Se si fosse potuto vedere dal di fuori, Roberto si sarebbe giudicato una merda. Il che non sarebbe stato un giudizio molto lontano dal vero.

Come era arrivato a quel punto? Perché non era riuscito a smettere quando ancora la situazione poteva essere gestibile?

Diavolo!

La colpa non era certo solo sua! Dove era Alice quando lui passava interi pomeriggi girovagando tra sale giochi e centri di scommesse, a gettare al vento i loro stipendi?

Se solo lo avesse fermato, se lo avesse minacciato, magari anche picchiato, adesso forse qualcosa poteva essere ancora salvato.

Ma Alice era una donnina esile. Per carità, molto carina e proporzionata, ma non avrebbe avuto né la forza né la volontà sufficienti a fermare la smania di Roberto. Era facile adesso addossare la colpa a lei.

L’astio di Roberto nei suoi confronti era però dettato dal fatto che lei se ne era andata, lasciandolo sprofondare nella melma ogni giorno di più. Alice un bel giorno si era semplicemente stancata di spezzarsi la schiena lavando scale per coprire i debiti del compagno.

E meno male, si era detta tra sé, che non aveva mai ceduto alle sue richieste di sposarlo. Aveva così potuto levare le tende quando si era resa conto che, tra tutti i difetti che Roberto aveva, quello dell’irresponsabilità era di gran lunga il più deleterio.

Così era tornata a stare dai suoi, e da allora non aveva più voluto nemmeno sentire la sua voce al telefono. Perché lei aveva cambiato numero di cellulare, ma capitava ancora che lui la chiamasse a casa dei genitori, sapendo che i due, molto anziani, rispondevano senza prima guardare da chi venisse la chiamata. Alice allora prendeva la cornetta in mano e la buttava subito giù. Poi usciva immediatamente di casa, anche se era tardi e faceva freddo, così non era costretta a dover ripetere il gioco del telefono una seconda, ed una terza, ed una quarta volta…

A poco a poco però Roberto andava rassegnandosi alla lontananza di Alice. Si era organizzato per la spesa, che faceva ogni venerdì sera al discount tra la gioielleria e il negozio di abbigliamento.

In quanto a cucinare, i piatti pronti surgelati erano il piacevole diversivo del fine settimana ai panini al prosciutto che costituivano il suo piatto principale per tutto il resto della settimana.

La compagnia telefonica aveva interrotto il servizio alle prime bollette scadute e di corrente elettrica cercava di consumarne il meno possibile. La cucina, dove adesso lui stava perdendosi nei fumi dell’alcol, era illuminata dal solo chiarore cangiante emanato dal televisore.

Ma nonostante avesse dovuto vendere sia la macchina che la moto e fosse costretto a muoversi con i mezzi pubblici o con i passaggi strappati a qualche raro conoscente, Roberto faticava a tirare avanti, perché lo stipendio finiva quasi tutto nel buco nero creato dai prestiti che si era fatto dare ai tempi in cui le scommesse sportive e le slot erano diventate la sua ossessione.

E quella voragine era cresciuta velocemente, fino a raggiungere la dimensione di quasi centomila euro.

La cosa tragica era che, nonostante tutti i soldi che finivano nel “buco”, lui stesse rimborsando solo gli interessi.

« E il capitale quando me lo sconto di questo passo? »

« Roberto, che ti devo dire? Lo sapevi che con quelli non si scherza. Che ti avevo detto quando te li ho presentati? Con loro avrai un vincolo per tutta la vita. Loro ti tolgono dalla  padella, ma stai attento a non cadere dritto dentro la brace. »

« Ma sono amici tuoi! Non ci puoi parlare tu?» piagnucolava Roberto

« Amici? Ma quali amici? Ti risulta che io frequenti gente del genere? Senti, mi hai chiesto un aiuto per uscire dai guai ed io te l’ho dato. Stop! »

Sergio era uno dei tre commessi della gioielleria in cui lo stesso Roberto prestava servizio come vigilante. Quando Roberto gli aveva raccontato le sue disavventure finanziarie, si era offerto di presentargli qualcuno che lo avrebbe potuto aiutare. All’inizio per Roberto quel denaro prestato ad usura era sembrato una manna dal cielo. Gli aveva permesso di scrollarsi di dosso qualche “amico” poco paziente che non si rassegnava a rimanere ancora a lungo orfano dei suoi soldi. Inoltre aveva potuto saldare i mesi arretrati di affitto, pagare qualche bolletta e tirare un sospiro di sollievo vedendo il frigorifero di nuovo pieno.

Ma nell’arco di pochi mesi si era reso conto che, pagata la “rata” mensile del prestito, nonostante gli restasse in tasca solo l’indispensabile per arrivare allo stipendio successivo, il capitale da restituire restava sempre lo stesso. Allora aveva definitivamente mollato gli ormeggi e la disperazione lo aveva trascinato in acque sempre più oscure,  facendolo navigare in un mare di alcol e abbruttimento.

Non aveva denaro, non aveva più l’appoggio di Alice, il suo attaccamento alla bottiglia rischiava di fargli perdere il lavoro e, in definitiva, non trovava vie di scampo da quel vicolo cieco nel quale non si era nemmeno reso conto di entrare, ma che adesso minacciava di non farlo mai più uscire fuori.

Aveva anche pensato di farsi prestare un’altra sommetta da investire in qualche scommessa sicura, così avrebbe restituito capitale ed interessi ed in più avrebbe lasciato quel lavoro e quella città che ormai gli erano diventati odiosi. Ma si sa, in certi ambienti le voci corrono presto e nessuno di quelli al quale Roberto si era rivolto erano disposti ad affidargli il loro denaro.

E proprio quando ormai meditava di compiere insani gesti definitivi, la possibile svolta nella sua vita disastrata si presentò in un giorno come un altro. Ancora una volta ad alimentare le sue speranze di riscossa ci pensò Sergio.

« Alla chiusura non andare subito a casa. Aspettami al bar dell’angolo, che voglio parlarti di una cosa. »

E così dicendo faceva sotto il naso di Roberto un gesto tra pollice ed indice per indicare che il contenuto della conversazione avrebbe toccato l’argomento “soldi”.

Roberto non stava nella pelle.

Se davvero c’era una possibile via d’uscita dalla sua situazione, qualunque fosse stata, lui l’avrebbe percorsa. Ormai sentiva di non avere niente da perdere.

Contò i minuti che lo separavano dalla chiusura guardando l’orologio in continuazione. Si sforzò di non farlo, ricordando le parole di sua sorella quando ai tempi della scuola gli aveva insegnato un trucco.

« Non portare l’orologio a scuola, perché lo guarderesti in continuazione sperando che sia vicina l’ora della campanella e invece così ti sembrerà che il tempo scorra più lentamente. Se non sai che ore sono, quando suonerà la campanella per te sarà una sorpresa che ti renderà doppiamente felice! »

Ma la spensieratezza dell’infanzia, quando l’unica fonte di angoscia era il tempo passato tra i banchi, adesso sembrava lontana secoli. Eppure ugualmente Roberto si sforzò di richiamare alla mente i ricordi piacevoli della gioventù, se non altro per stemperare la tensione che lo stava divorando.

Alle diciannove e trenta, anche se all’interno della gioielleria vi erano ancora clienti, la saracinesca veniva abbassata. Quando anche l’ultimo cliente aveva lasciato il negozio, si provvedeva alle operazioni interne di chiusura dei conti e finalmente tutti uscivano da un portoncino blindato posto sul retro dello stabile.

Quando tutti erano fuori ed il proprietario dava l’ok, Roberto controllava le chiusure, digitava il suo codice personale nella consolle che gestiva l’allarme, ed a quel punto la giornata di lavoro era definitivamente conclusa.

Quando anche quella consueta serie di operazioni fu conclusa, Roberto salutò il titolare con un gesto della mano appena abbozzato. Si diresse quindi verso il bar dove attese l’arrivo di Sergio che, per non dare nell’occhio, aveva fatto finta di imboccare la solita via per rientrare a casa, salvo poi tornare indietro dieci minuti dopo, quando i suoi colleghi si erano ormai allontanati dalla zona.

Accostò davanti all’ingresso del bar e, senza nemmeno scendere dall’auto, con un colpo di clacson richiamò l’attenzione di Roberto che intanto fingeva di essere interessato alle confezioni di caramelle.

« Roberto, dai salta su che ti do un passaggio! »

I due si allontanarono verso la periferia, senza scambiare una sola parola. Fu Sergio a rompere il silenzio nel momento in cui fermava la vettura vicino all’ingresso di uno sfasciacarrozze.

« Ok, qui possiamo parlare tranquillamente. Allora, tu mi hai detto dei casini in cui ti trovi ed io, dato che sono tuo amico, ti voglio aiutare. L’ho già fatto una volta e non ci ho guadagnato niente, ma questa volta se facciamo le cose per bene, da buoni amici, ci sistemiamo tutti e due. »

2021-04-21

Aggiornamento

Note stonate Come quelle che suona sulla tastiera della vita chi dall'amore ha subito colpi difficili da reggere. L'amore non è forse il sentimento più profondo e coinvolgente che gli esseri viventi siano in grado di provare? È più forte della rabbia, dell'odio, dell'indifferenza? Marco dovrà dare una risposta a queste domande se vorrà continuare a dare un nuovo corso alla sua esistenza. Ma non sarà affatto facile accettare "quella" risposta.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Caro seansap95, ti ringrazio per aver preordinato e letto i miei racconti. In effetti il tuo punto di vista tocca un’altra caratteristica peculiare di “Destini distratti”: ho cercato di rendere i personaggi non come semplici comparse funzionali alla storia, ma come persone quasi tangibili, coi loro pregi ed i loro difetti, il loro carattere che ne influenza le scelte. Il taglio dei racconti poi spinge a “consumarli” d’un fiato, per sapere come va a finire e cosa ci attende alla prossima storia!

  2. (proprietario verificato)

    Trattandosi di una raccolta di racconti e non di un romanzo si potrebbe pensare che le trame siano sveltite, semplificate, o i personaggi poco caratterizzati. Niente di più sbagliato! In questo libro ogni racconto è un gioiellino: piccolo ma dal contenuto prezioso. Poche pagine sono più che sufficienti per immergersi appieno nell’intensità delle storie e affezionarsi ai personaggi. Poi, il fatto che tra un racconto e l’altro cambino completamente i protagonisti e gli scenari, non fa che rendere la lettura ancora più stimolante. Giunti alla conclusione di un racconto, vien subito la curiosità di scoprire in quale altro mondo sarai catapultato dalla prossima pagina. È una continua sorpresa. Davvero super consigliato!

  3. (proprietario verificato)

    Cara Andrea, ti ringrazio per l’entusiasmo con cui hai descritto ciò che la lettura dei racconti ti ha suscitato. Il sottotitolo della raccolta è “Racconti di vite possibili”. Distratti da personaggi improbabili di romanzi, film e fiction, stiamo perdendo di vista un assunto fondamentale: ogni vita è degna di essere raccontata. Un racconto può essere avvincente anche quando narra di una “vita possibile”, perché i veri supereroi son quelli che riescono a non soccombere ai colpi bassi di un destino distratto.

  4. (proprietario verificato)

    In questo libro ce n’è veramente per tutti i gusti: i patemi amorosi, l’azione, la magia quasi fiabesca delle feste, la complicità della vera amicizia, la suggestione del paranormale, gli ideali, le debolezze e la crudeltà, i valori della famiglia. Non manca proprio nulla. Si ride, ci si commuove, si sogna, si spera, si riflette e non ti fa staccare gli occhi fin quando non l’hai finito. L’ho letto tutto di getto e in un pomeriggio ho vissuto almeno dieci vite. Merito dell’autore che ha saputo toccare ogni sfera intima dell’animo umano raccontando storie semplici, di tutti i giorni, ma con un linguaggio capace di rendere entusiasmante e avvincente anche la più banale azione quotidiana. Provare per credere!

  5. (proprietario verificato)

    Grazie Alessandra. Il riscontro dei lettori è il primo vero “esame” per un libro. Quando poi si legge un commento che sintetizza così bene lo spirito del testo, non si può che pensare di aver fatto un “onesto” lavoro!

  6. (proprietario verificato)

    Letto tutto d’un fiato. Bel libro, leggero, intrigante e ben scritto. Piacevole, linguaggio semplice pur essendo ricco di approfondimenti. Lo consiglio vivamente

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Mario Italiano
Sono un perito chimico cinquantenne che ha conservato il senso della meraviglia tipico dei bambini. Calabrese di Reggio, amante della conoscenza e della sperimentazione. Amo la lettura e la scrittura, l’arte, la tecnologia, le Scienze e la Storia. Amo il Giappone e la sua cultura, il modellismo, il fantasy e la fantascienza. La cucina, il Natale, la Natura, tutti gli animali ed i gatti in particolare. La musica di ogni genere, i manga, gli anime ed il cosplay. Mi affascinano i misteri, la magia, le religioni. Mi piace progettare e costruire oggetti nel mio laboratorio casalingo. Il mio motto è “prima di gettarlo prova a ripararlo”. Vorrei poter guidare qualunque cosa che si muova tramite un motore. Passo gran parte del mio tempo ad inventare nomignoli assurdi per mia moglie Antonella, che per fortuna condivide e supporta quasi tutte le mie passioni. Il mio idolo è Valentino Rossi.
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