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I diari del dottor Logan Murgatroyd - Il Nuovo Mondo

I diari del dottor Logan Murgatroyd - Il Nuovo Mondo
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Consegna prevista Dicembre 2021
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La mattina della vigilia di Natale del 1663, il giovane medico Logan Murgatroyd parte, a bordo della nave fiore all’occhiello della Royal Navy, per il suo apprendistato nelle colonie inglesi del Nuovo Mondo.
Carico di speranze e della rosea previsione di una vita agiata, si troverà presto a scontrarsi con la cruda realtà d’oltreoceano, un luogo ben diverso dalla terra promessa raccontata nei buoni salotti di Londra.
La fine della traversata, infatti, rappresenterà solo l’inizio di un viaggio profondo in sé stesso e nelle contraddizioni della società chiamata a civilizzare quelle terre, che lo porterà a fare i conti con l’eredità tramandatagli dall’ovattata culla nella quale è cresciuto, diventando involontario spettatore e protagonista di avventure senza eroi, uomini comuni che si muovono sul labile confine tra bene e male, in una mappa sulla quale l’unica rotta sicura sembra essere quella tracciata dai propri ideali.

Perché ho scritto questo libro?

La serie de I diari del dottor Logan Murgatroyd nasce dall’esigenza di raccontare due cardini dell’esperienza umana: libertà e giustizia. Giustizia e libertà ad ogni costo che spesso esigono un alto prezzo e gravi rinunce per essere conquistate e che, nonostante ciò, spesso divengono impossibili da far convivere ed oggetto di profondi dilemmi morali.
Come reagirebbe un giovane poco più che ventenne ai bivi obbligati, avendo a disposizione un intero mondo che offre infinite possibilità?

ANTEPRIMA NON EDITATA

24 Dicembre 1663, porto di Southampton, Inghilterra
La carrozza si fermò a qualche decina di piedi dalla banchina. Il cocchiere, con un prolungato vocalizzo cupo e gutturale accompagnato quasi sicuramente da una decisa trazione delle redini, ordinò l’alt al cavallo che mi aveva trainato fin lì dalla locanda in cui avevo alloggiato nei tre giorni precedenti. Scesi dalla vettura, pestando sonoramente uno strato di viscida fanghiglia, residuo della neve caduta nei giorni precedenti che adesso si stava lentamente sciogliendo a causa dell’innalzamento delle temperature, riducendo le strade, ovunque in città, ad un pantano scivoloso.
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La neve era caduta oltremodo abbondante nei giorni trascorsi, portata da temperature rigide e nuvole gonfie che avevano fluttuato minacciose sulle nostre teste fino al giorno prima, quando un pallido sole aveva ripreso il suo posto nel cielo, provocando il graduale scioglimento della coltre bianca e restituendo al paesaggio circostante i suoi contorni naturali.
-Tenete, buon uomo.- con riconoscenza allungai uno scellino al cocchiere, con la mano che non reggeva la grossa valigia con tutti i miei effetti, come pagamento per il passaggio. Lui lo raccolse nella mano aperta, chiudendosi ancora di più nella mantella di lana che lo copriva dal vento che sferzava ancora gelido, increspando le acque dello specchio del porto. A ridosso della banchina, battuta da leggere onde, come un gigante a riposo, giaceva ormeggiata la nave Providence, un vascello a tre alberi dall’aspetto robusto e rassicurante. Dalla mia posizione potevo contare due file da quattordici cannoni, nella murata sinistra del veliero. Il che portava presumibilmente a cinquantasei il conto totale dei pezzi di artiglieria. A prua troneggiava una ricca polena finemente intarsiata, raffigurante un’aquila o altro rapace, mentre la poppa, a manifestare ulteriormente il gran prestigio della nave che avevo davanti ai miei occhi, era fasciata da una enorme vetrata incorniciata da un ricco lavoro di cesello color dell’oro che correva lungo tutta la parte alta della facciata posteriore e spuntava per qualche piede attorno cassero, sia a dritta che a babordo.
M’incamminai verso la nave ormeggiata, circondata da un andirivieni di marinai che, era evidente, stavano allestendo tutto per la partenza ormai
prossima. Tra la gente che sciamava operosa attorno allo scafo, una figura in particolare mi colpì: un uomo alto e abbastanza avanti con gli anni, dall’aspetto al contempo cupo e signorile, scrutava le operazioni in piedi, di fianco a quattro grandi valigie impilate una sull’altra, tenute grossolanamente al riparo dalla fanghiglia da una serie di assi di legno
-Il dottor Alonzo, suppongo.- mi presentai cordialmente, tendendogli la mano destra, avendo cura di reggere il mio bagaglio saldamente con la sinistra.
Credo ne risultò un movimento a tratti impacciato, a giudicare dallo sguardo che l’uomo mi dedicò
-Con chi ho il piacere?- chiese con marcato accento portoghese, sicuro di non conoscermi
-Dottor Logan Murgatroyd. Lieto di fare la vostra conoscenza, signore.-
Mi squadrò dalla testa ai piedi. Capii subito che ero null’altro che un ventenne fresco di rasatura, ai suoi occhi. Esitò qualche istante, poi strinse la mia mano, aggiungendo
-Non siete troppo giovane per fare il medico, signor…- aveva evidentemente perso il mio cognome nel vento -Perdonate, come avete detto?-
-Murgatroyd.- ripetei
-…Signor Murgatroyd?- completò la frase lui
-Ho ventidue anni, signore. Ho concluso gli studi da sei mesi… Ecco la mia lettera di referenze.- portai la mano al cappotto che mi proteggeva dal freddo, estraendo una busta col sigillo in ceralacca della Company of Barber-Surgeons e porgendogliela. Lui la prese e la mise nella tasca del suo cappotto, senza degnarla di un singolo sguardo
-La leggerò quando saremo per mare.- poi si voltò e iniziò a camminare verso il veliero. Rimasi a guardarlo per qualche attimo, incredulo per il brusco trattamento ricevuto, quando fui ridestato dalla sua voce che aggiungeva -Con solerzia, signor Murgatroyd! I miei effetti e le attrezzature mediche non cammineranno di loro sponte a bordo della Providence!-
Mi ci vollero quasi trenta minuti per portare le quattro pesanti valigie ai piedi della passerella che conduceva alla nave, la maggior parte dei quali passati a cercare un modo per evitare che la pelle delle borse entrasse in contatto con la disgustosa fanghiglia che ricopriva il calpestio del porto. Ovviai al problema trascinando le assi di legno che sorreggevano i bagagli
del dottor Alonzo fin dove mi era possibile, metodo scomodo e per nulla ingegnoso, ma efficace. Poi le affidai, insieme al mio bagaglio, ad un mozzo della nave con il compito di portarle nell’infermeria, luogo che io e il dottore avremmo condiviso durante tutta la traversata.
Alla fine del mio triennio di formazione, nel Settembre di quell’anno, il mio mentore, il mai abbastanza ringraziato dottor Beckett, aveva scritto per me una lunga lettera di referenze da presentare ad un suo vecchio amico e collega che, a sua detta, avrebbe potuto far di me un ottimo medico ed un eccellente chirurgo.
Attraverso agganci e movimenti a me oscuri, qualche mese dopo fui contattato dalla Company of Barber-Surgeons mediante una lettera che mi invitava ad unirmi al dottor Alonzo il giorno 24 Dicembre al porto di Southampton e di salpare con lui alla volta delle Americhe. Nella lettera era scritto, inoltre, che avrei prestato servizio come suo apprendista per tutto l’anno a venire e che, dal primo giorno di Gennaio del 1665, sarei stato libero di fare ritorno in Inghilterra o di recarmi in qualunque altro luogo dell’Impero per esercitare la professione medica. A tal proposito recavo con me una lettera parzialmente compilata del Sick and Hurt Board che, una volta autenticata, mi avrebbe permesso di richiedere di prestare servizio su ogni vascello battente bandiera inglese e di esercitare a pieno titolo la professione in Inghilterra e in ogni colonia.
Il modo più rapido e sicuro per ottenere l’autenticazione era servire come apprendista a bordo di una nave da guerra della Royal Navy e far convalidare il periodo di incarico dall’impronta rossa del sigillo del capitano della nave e, successivamente, dal medico condotto.
E così avrei fatto, salvo impedimenti.
Nei successivi trenta giorni, il periodo stimato per il completamento della traversata, come mi avrebbe detto più tardi il capitano, avrei dormito in un’amaca nella sala ufficiali, una stanza in cui i più alti in grado si riunivano per i pasti e per le riunioni strategiche e che, nelle ore diurne, era arredata con eleganza da un tavolo e sei sedie imbottite. Avrei diviso quelle quattro mura di legno con il dottor Alonzo e con altre sei persone, stando alle casse corredate di targhetta nominativa che già occupavano la stanza al nostro arrivo.
Uscendo dalla stanza, situata in una porzione del cassero allo stesso livello del ponte di coperta, incrociammo il capitano, un uomo magro, di mezza età e mezza altezza, dal portamento distinto e la voce asciutta. Il tutto confezionato in un cappotto blu scuro con inserti e bottoni dorati
-Vogliate perdonare la mancanza della dovuta etichetta, signori.- esordì -Ma il vento è tiranno e renderà l’uscita dal porto più ostica di quanto non vorremmo. Nulla che la Providence non possa affrontare, beninteso.- concluse l’elogio della sua nave e si presentò -Capitano Vincent Hart, comandante della nave di Sua Maestà Providence. È per me un onore avervi a bordo.-
Lo disse con tono gentile e un mezzo sorriso, accennando anche un rispettoso inchino, probabilmente rivolto più al medico portoghese che a me
-Dottor Jacob Alonzo. L’onore è mio capitano.- poi indicò me -Questo è il signor…- e tornò di nuovo, inesorabilmente, in difficoltà
-Murgatroyd. Logan Murgatroyd.- intervenni io riempiendo il vuoto che aveva lasciato -Grazie per l’ospitalità, signore.- abbozzai un inchino a mia volta
-Il ragazzo è qui in qualità di aspirante chirurgo.- ci tenne a precisare il portoghese
-Sarei lieto di avervi miei ospiti a cena nella mia cabina, questa sera, assieme agli ufficiali.- tagliò corto l’ufficiale
Lasciai sbrigare al mio tutore le formalità dell’accettazione dell’invito, limitandomi a condire le parole di lui con sorrisi di circostanza, nella consapevolezza di non avere la facoltà di declinare la proposta.
Mi godetti tutte le manovre di partenza dal ponte del cassero, il punto più alto della nave, escludendo i camminamenti dei pennoni e le coffe, più in alto ancora del ponte di comando.
La grossa nave si stacco lateralmente dalla banchina, poggiando sulla dritta. I marinai, esperti e sicuri, aggrappati ai pennoni ad altezze vertiginose, srotolavano le vele ed assicuravano il sartiame con gesti conosciuti.
Una vela catturò una bava di vento proveniente da terra e la nave prese a virare lentamente verso destra, aiutata dalla forza degli uomini alle lance di rimorchio e di quella raffica catturata dalle vele liberate solo in minima
parte. La voce del capitano che impartiva ordini si sommò allo scricchiolio delle assi di legno del calpestio del ponte.
Avvertii una sorta di ebbrezza, a tratti vertigine, quasi sicuramente dovuta all’altezza dal pelo dell’acqua: ad occhio, una cinquantina di piedi mi separavano dalla superficie del mare che si richiudeva dopo il passaggio dell’imponente chiglia della nave. Più in la ancora, sempre più distante, la banchina del porto e i tetti di una città per nulla familiare ma che, in quel momento, era comunque casa. Lì lasciavo tutte le cose conosciute, tutte le sicurezze, barattandole con una distesa sterminata di acqua e pericoli sconosciuti. I comignoli fumanti della fredda Southampton sarebbero stati gli ultimi che avrei visto per molto tempo.
Non appena fummo fuori del porto, liberati dalle cime che ci legavano ai rematori sulle scialuppe e ben oltre i frangiflutti che ne delimitavano l’area, scesi nella cabina e mi vestii con gli abiti adatti a far riconoscere il mio ruolo su quella nave. Mi tolsi i più che confortevoli panni invernali indossati fino a quel momento e vestii un cappotto blu, leggermente più corto di quello del capitano ed ornato con motivi bianchi. Al di sotto, una camicia a sbuffo bianca e calzoni dello stesso colore. Mi diedi una sistemata allo specchio e raccolsi i capelli in un codino ordinato, cercando di far sparire i ricci che sfuggivano all’acconciatura sotto la massa di capelli biondi che avevo avuto cura di lavare di buon mattino, consapevole del fatto che non avrei avuto molte occasioni di badare alla mia igiene personale durante la traversata dell’Oceano.
Dopo essermi vestito, sicuro che il dottor Alonzo avesse fatto lo stesso molto prima di me, aprii la mia valigia ed estrassi dal suo interno una piccola sacca contenente i miei strumenti chirurgici, vinti di seconda mano durante una partita a dadi ad un vecchio medico disgraziato che, in passato, aveva chiaramente utilizzato più volte gli arnesi che mi cedette, dato che questi si presentavano in uno stato non certo eccellente, recando a tratti segni di eccessiva usura. Nulla che un buon fabbro non fosse riuscito a sistemare per un pugno di scellini.
Aprii la custodia. Era quasi completa di tutto: forbice per estrazione, pinza forbice antiemorragica, uncino di supporto, sonda ad ago lungo, bisturi, cauterio e sega per amputazione. Mancava un buon completo di aghi da sutura, dacché quelli vinti erano eccessivamente rovinati, e un divaricatore, oggetto quantomai costoso.
Andavo, però, fiero dei miei strumenti e non mancavo di curarli con dedizione ad ogni occasione, nell’attesa di poterli utilizzare.
Inoltre, mal celavo una certa curiosità, a tratti finanche morbosa, nello sbirciare nell’attrezzatura del dottore portoghese, che immaginavo ricca di chissà quali meraviglie ed ultimi ritrovati dell’arte medica.
Quella sera ci ritrovammo a cena nella cabina del comandante, riuniti attorno ad un tavolo rettangolare riccamente imbandito con piatti di raffinata porcellana e posate in argento, stesso materiale di cui erano formate le brocche contenenti acqua e vino e i vassoi con frutta fresca posti al centro del tavolo.
Il capitano occupava, ovviamente, il posto a capotavola, mentre altri due uomini sedevano rispettivamente alla destra e alla sinistra del comandante.
Una quarta persona occupava un ulteriore posto sul lato sinistro del tavolo.
Per prima cosa, come da etichetta, ci furono presentati: il tenente Bracegirdle, il capitano della fanteria di marina Oswald Prescott e il suo vice sedutogli di fianco, il tenente Felts. Loro due erano a capo della guarnigione di sessanta aragoste di stanza sulla nave, mentre il tenente Bracegirdle era a tutti gli effetti il secondo del capitano Hart.
Il dottor Alonzo prese posto al capotavola opposto e io mi sedetti affianco a lui
-Dunque, signor Murgatroyd…- esordì Hart, sorprendendomi. Eravamo tutti in attesa della prima portata -È il vostro primo incarico a bordo di una nave?-
-Si, signore.- risposi, pur non aspettandomi quella domanda
-Vi ambienterete presto. La Providence è forse la migliore nave della flotta di Sua Maestà.- ed eccolo che ripartiva con la filippica sulla sua imbarcazione -Se il buon Dio e il vento ci saranno favorevoli, passerà un circa mese prima che dalla coffa si avvisti terra. Spero riuscirete mitigare la nostalgia di casa, signore.-

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Federico Giordano
Nato e cresciuto in riva al mare della Campania senza aver mai imparato a nuotare, dopo gli insuccessi universitari si forma in recitazione e doppiaggio a Torino, collaborando successivamente come narratore alla prima edizione del progetto BookSound, organizzato e promosso dalla casa editrice Marcos y Marcos, per la diffusione della lettura nelle scuole e tra i giovani, in un team coordinato dalla giornalista, attrice, doppiatrice e conduttrice Stefania Giuliani.
Da sempre impegnato nel volontariato, tanto da trasformarlo in lavoro, è soccorritore e formatore dell'Emergenza 118 presso la Croce Rossa Italiana - Comitato di Salerno.
Appassionato di fotografia e di vela, nostalgico di epoche mai vissute, scrive racconti fin da quando ha imparato a tenere in mano una penna.
Il primo libro della serie "I diari del dottor Logan Murgatroyd" è il suo romanzo d'esordio.
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