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I discendenti degli Eterei - La ragazza dei due mondi

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La Seconda Cerchia amava a tal punto gli esseri umani da decidere di lasciare il mondo delle nuvole per vivere in armonia con loro. Questo fino a diciotto soli or sono, prima che la Terza Cerchia prendesse il controllo e li sterminasse uno a uno, compresi i figli mezzosangue, nati dall’amore fra le due stirpi. Tutto ciò che resta degli Eterei della Seconda Cerchia è Kaila, la Superstite, figlia di una mortale e di un Etereo.
Kaila ha il dono di leggere nel pensiero e di controllare le azioni altrui, la stessa capacità che hanno i Grigi, gli Eterei della Terza Cerchia, i quali però la utilizzano per manipolare i potenti e il sistema politico dell’Alleanza.
La Superstite intraprenderà un viaggio alla ricerca della sua storia personale, quella che la Terza Cerchia ha cercato di cancellare, nel tentativo di salvare le Terre Note dal giogo dei Grigi e di preservare nell’uomo la cosa più preziosa che possiede: la libertà di pensiero.

Inverno

Rocciarotonda
Una giornata d’inverno

Il freddo sole d’inverno iniziava a illuminare l’alba di un nuovo mattino, sollevando dalla terra un candido vapore ovattante. Intorno a lui tutto era bianco, immerso in quella densa nebbia, e dentro di essa i chiari faggi spogli si disegnavano come pallide ombre.
Non poteva però soffermarsi su quel silenzio intriso di umidità, o godere di quella calma profonda nella quale riposava la faggeta. Nonostante la nebbia lo proteggesse, lui lo sapeva, i suoi inseguitori erano ormai sulle sue tracce da diversi giorni. Non poteva concedersi alcuna tregua: non dovevano scoprire in che luogo si stesse dirigendo.
L’aria gelida gli mordeva i polmoni, spinti in un ritmo sempre più affannato, mentre il cuore gli pulsava freneticamente nelle orecchie.
La bruma del bosco gli inumidiva il volto, addolcendo il sudore e imperlandogli i lunghi e leggeri capelli argentei.
I suoi occhi erano abituati a quel biancore accecante: era in condizioni simili che era nato e cresciuto e, nonostante la nebbia, riusciva a correre rapido come un cervo, saltando ora su una roccia, ora su un tronco abbattuto, più silenzioso di una lince.
Si muoveva curvato in avanti, proteggendo con le braccia e le spalle un infante di poche lune appena. Il suo mantello blu era sgualcito e sudicio e non riusciva a sottrarre la fragile creatura dalla fredda morsa di quella mattina d’inverno.
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L’uomo uscì dal bosco di faggi. Ai suoi piedi, sul fondo di una parete di roccia verticale, alta molte decine di braccia, si trovava un piccolo villaggio di montagna, incastonato in una gola fra aguzze rocce grigie che squarciavano il manto bianco di nebbia come coltelli. Era arrivato: lì viveva il fratello di Feérs.
L’uomo emise un leggero canto e spiccò un salto nel vuoto. Ma non cadde, come avrebbe fatto qualunque altro essere vivente. Al contrario, l’aria lo sollevò trasportandolo leggero su una brezza delicata e, a mano a mano che si alzava, vedeva scomparire il villaggio, velato dalla nebbia.
Librandosi in aria, riuscì a superare tutto il centro abitato e a ricadere nella corte dell’ultima casa, quella più in alto, costruita al fianco opposto della gola. Un uomo che si trovava lì, vedendoselo piombare dal cielo, rimase come impietrito; nonostante la corporatura robusta da fiero guerriero, questi aveva un’espressione attonita di fronte a quell’essere capace di volare, dai lineamenti fini ma decisi, che continuava a guardarlo senza dire una parola, senza tradire alcun sentimento, con due intensi occhi del colore del ghiaccio.
L’altro aspettò che il guerriero si calmasse, prima di spostare il mantello e mostrargli l’infante. Poi, sempre in silenzio, tese le braccia e glielo porse.
Era una bimba. Scostando una raffazzonata coperta da quel viso perfetto, le grosse dita indurite del guerriero sfiorarono la morbida guancia della bambina e qualcosa d’indefinibile accadde.
Il guerriero abbassò gli occhi, rapito dall’incanto di quella nuova vita, e la bambina rispose dedicandogli uno sguardo curioso e stringendogli un dito con una forza sorprendente per una creatura così piccola.
«Il sangue di tua sorella scorre in lei.»
Il guerriero sollevò di scatto lo sguardo sul nuovo arrivato e la sua espressione s’intristì bruscamente.
«Esatto, hai capito bene,» disse l’uomo dagli occhi di ghiaccio «Kaila sarà al sicuro con te, noi siamo destinati alla sconfitta e all’oblio. Crescila come fosse tua, non parlare di me con nessuno e fai attenzione: non sono il solo su queste terre. Altri come me la cercano» concluse, prima di chinarsi sulla piccola per baciarle la fronte con tenerezza paterna. Poi una brezza si sollevò e lui balzò su di essa sparendo, ingoiato nella nebbia, lasciando la bambina fra le robuste braccia di quel guerriero, esterrefatto.
Il vento lo accompagnò lontano, il più lontano possibile da quel villaggio, da quel guerriero e da quella bambina, e in esso si riversavano amare lacrime e pezzi del suo cuore distrutto.
Doveva allontanarsi da sua figlia o l’avrebbero trovata, come stavano per trovare lui.
«Mi hanno quasi raggiunto» sussurrò a se stesso, lanciandosi guardingo giù per un ripido crinale.
La foschia gli impediva di vedere a più di dieci passi davanti a sé, ma sapeva che, ormai, i suoi inseguitori non dovevano essere molto distanti. Poco importava se l’avessero trovato. L’essenziale era che non trovassero lei. Lasciare la bambina tra quelle montagne gli era costato tutto il suo vantaggio, ma era stato necessario farlo. Sarebbe morto pur di salvarle la vita.
I suoi occhi allenati al chiarore cercavano affannosamente di percepire un movimento inconsulto, ma, come cristallizzata dal freddo, la foresta invernale era immobile.
Scivolando fino ai piedi di un pendio, raggiunse il greto di un torrente e si mise a correre seguendone il corso. Se avesse volato ancora, i suoi inseguitori l’avrebbero visto.
I suoi piedi toccavano solo di tanto in tanto le rocce, e l’effimera spinta del passo lo faceva avanzare rapido e silenzioso.
I suoi sensi erano tesi e vigili come quelli di una preda braccata da un invisibile predatore; ogni suono, ogni odore, avrebbe potuto rivelargli la presenza dei suoi cacciatori.
Si fermò su una collinetta brulla per riprendere fiato, accucciato dietro una roccia. Era così infangato da sembrare lui stesso una zolla di terra. Sapeva però che non sarebbe stato il mimetismo a salvarlo nella disperata fuga da quei nemici. Scrutava attento la valle che si apriva sotto la collina su cui si era rifugiato, quando un’ombra veloce apparve per poco più di un istante, saettante fra gli alberi, seguita da altre due.
Le sue lunghe mani sfilarono dal fodero una spada dalla lama traslucida e variopinta.
Si lasciò scivolare su una corrente d’aria fino ai piedi della collina, lanciandosi a sua volta all’inseguimento. Corse, balzando sugli spogli rami dei faggi.
Accorgendosi di essere braccati, i tre si fermarono e attesero: la maggioranza numerica avrebbe dato loro un notevole vantaggio in battaglia; ma la loro vittima era un Sahin della Seconda Cerchia e lo scontro non sarebbe stato facile.
Lo aspettarono in una radura silenziosa; l’erba era incurvata dal peso dell’acqua tramutata in ghiaccio. Con le loro sottili spade strette in mano, i tre attendevano in un’intensa immobilità, rotta solo dal lieve movimento dei rami nudi degli alberi. I loro mantelli neri, impreziositi da ricami d’argento, ondeggiavano sinuosamente accarezzati dal vento. I loro volti, quasi identici a quelli del loro inseguitore, erano contratti in una maschera di concentrazione.
Improvvisamente l’aria aumentò il suo impeto, il fruscio degli alberi divenne un ululato assordante. Nella foresta si udirono schiocchi violenti di rami spezzati, travolti dalla forza improvvisa del vento; l’erba cristallizzata si schiacciò al suolo e dal bosco, davanti a loro, uscì lui, furente come solo una creatura millenaria può essere quando investe il nemico e maestoso come la collera degli Elementi. La sua lama quasi invisibile colpì, velocissima e micidiale, uno degli inseguitori, che cadde a terra privo di vita. L’uomo dai capelli grigi sparì e il vento si calmò.
Poi un’altra ondata d’aria, ancora un suono assordante, altri rami cedettero alla spinta. Il fuggiasco piombò a terra a pochi passi dai nemici, poi individuò il loro capo e si fiondò su di lui con la velocità di una saetta. Poteva sentirlo dentro le proprie membra: il capo di quel gruppetto era un Sahin, come lui, anche se meno potente.
Questi non si attendeva un attacco da terra e si trovò in posizione di svantaggio. Il suo compagno intervenne nello scontro, frapponendo la propria spada a quella del nemico, evitando la morte al proprio capo.
La sua arma si tagliò come fosse stata di carta, riuscendo solo a deviare la spada del fuggiasco. L’uomo si trovò a terra, il colpo aveva inciso profondamente la sua faccia, e il suo occhio destro non era altro che un ricordo. Ma in quel concitato momento che lo vide sconfitto, un istante prima di cadere sotto la potenza di quel Sahin nemico, era sicuro di essere riuscito a colpirlo.
Il fuggiasco sparì di nuovo nella nebbia. Qualcosa non andava. Guardò in basso e vide un profondo squarcio sul proprio fianco. In ritardo, un’ondata di dolore lo pervase. Con il fiato corto riprese a fuggire, tenendosi il fianco e sapendo che, ferito in quel modo, non poteva tornare all’attacco né continuare a scappare: sapeva che sarebbe morto, ma l’istinto lo spinse a proseguire la fuga; l’altro Sahin si avvicinava, inesorabilmente. Il sangue fuoriusciva copioso, insinuandosi fra le dita che teneva premute sulla ferita.
Il nemico apparve sopra un rilievo, aveva ormai incoccato una freccia su uno scuro arco ricurvo.
Era finita.
Con un ultimo slancio cercò di allontanarsi per evitare il tiro, ma la stanchezza ebbe il sopravvento. Cadde a terra.
Il nemico tese la corda.
Il tempo si fermò; sapeva che quella era la fine, il limite del suo essere era arrivato, dopo centinaia di cicli solari anche lui era giunto di fronte all’inconoscibile.
La mano nemica liberò la corda e una freccia trafisse il misterioso uomo; un vento poderoso si levò ed egli scomparve nei suoi flutti, lasciando solo una traccia di sangue laddove giaceva poco prima.
Kaila aprì gli occhi di colpo e mise a fuoco la finestra congelata della sua stanza. Aveva ancora fatto quel sogno. Chissà quante volte, ormai, aveva visto quell’uomo morire; quante volte aveva visto sempre lo stesso arciere scoccare sempre la medesima freccia.
Non ne poteva più.
Uscì dalle coperte e s’infilò il suo abito per l’inverno, un semplice vestito verde scuro che le scendeva fino ai piedi, il cui bordo inferiore era logoro e sporco. Scese al piano inferiore e, prima di uscire, ingoiò di fretta un pezzo di pane, indossando una giacca nera e uno scialle consunto che l’avrebbero protetta dal freddo.
Durante la notte, il ghiaccio aveva disegnato i suoi contorti arabeschi sul vetro della finestra della grande cucina, seguendo la misteriosa legge delle forze che solo i più saggi potevano comprendere.
Kaila aprì la pesante porta di quercia, sgretolando il fine strato di ghiaccio che si era formato sui montanti, e uscì.
Fuori turbinavano minuscoli fiocchi di neve gelati, raccolti dal vento sulle vicine montagne rocciose.
Il freddo del mattino sbiancò il suo fiato. Percorse a passi leggeri il prato chiazzato di neve di casa sua e discese la mulattiera fino a Rocciarotonda.
Una brezza tagliente scuoteva la sua lucida chioma nera, scura e brillante come le piume di un corvo. Anche nell’aspetto Kaila non era una ragazza comune. Era più alta della maggior parte degli uomini e, fra la gente, il colore verde acceso dei suoi occhi suscitava più timore che fascinazione; ma ormai si era abituata agli abitanti di Rocciarotonda, ai loro sguardi in tralice e alla loro cattiveria. Camminando, ripensò al sogno che l’aveva svegliata. Credeva di sapere chi fosse quell’uomo, così forte e così sfortunato: era suo padre. E la bambina che l’uomo stringeva a sé era lei da piccola. Kaila lo sospettava da quando aveva visto la stessa persona scrutando nei ricordi di zio Sez. Eppure i dubbi ancora l’assalivano; quell’immagine poteva essere un ibrido infelice tra memoria, sogni e speranza.
Considerare suo padre morto le rendeva più accettabile l’idea di essere stata abbandonata in quel villaggio sperduto, incastonato fra le montagne. Non sentiva di appartenere a quel posto, ma si vergognava di questo pensiero terribile, temendo, in qualche modo, di ledere coloro che l’amavano.
Difatti, proprio nel villaggio che tanto detestava, vivevano le quattro persone che si erano prese cura di lei e che l’avevano vista crescere per diciotto soli: Sez, Hemon, Nube ed Elara.
Aveva ormai compreso da tempo la sua diversità, dotata di qualcosa che la rendeva unica, una capacità sempre più manifesta che la spaventava; un dono che avrebbe preferito non avere, ma che non poteva più ignorare, suo malgrado.
La gente del villaggio la chiamava “demone”.
Forse hanno ragione, forse sono un demone, una strega, considerò camminando in silenzio.
Entrò nel borgo e si coprì la testa con lo scialle di lana grigio, per non essere riconosciuta.
Una magra speranza in un villaggio di duecentoquarantasette anime, lo sapeva bene. Tuttavia camminò rapida vicino ai muri, cercando di nascondersi sotto il cono d’ombra che lo scontro fra i muri delle case e il sole invernale del mattino formava al suolo.
Non le piaceva farsi vedere, e alla gente non piaceva vedere lei. La insultavano, la odiavano per la sua diversità. Era troppo alta, per loro, la sua pelle era troppo chiara, i suoi occhi troppo verdi. Già nel suo aspetto non aveva nulla di un’abitante di quelle montagne e questa era una ragione sufficiente, per quella gente, per non accettarla e considerarla colpevole di ogni problema che affliggesse il villaggio del quale non si conoscesse la causa. Erano superstizioni, certo, prive di fondamento, ma capaci di rendere la sua vita un incubo. Non era come loro, questo lei lo sapeva, anche se non solo per il suo aspetto, e si riteneva fortunata che nessuno, a parte i suoi cari, fosse a conoscenza della reale natura della sua diversità. Non era felice a Rocciarotonda.
Kaila si diresse verso la piazza centrale, un passaggio obbligato per raggiungere gli altri luoghi del paese.
Guardò il grosso sasso sferico da cui il villaggio prendeva il nome e si fermò un istante. Intorno a esso il borgo si stringeva, quasi come se fosse stato il sacro simbolo di un’antica religione, ormai cancellata dall’Alleanza delle Terre Note.
Tutti gli altri massi sulle montagne circostanti erano lunghi e affilati, quello, invece, era liscio e tondeggiante come un uovo.
In fondo ci somigliamo un po’, sorrise amaramente rivolta al sasso. Unici e soli.
La ragazza risalì la strada che conduceva all’altopiano, dove si trovavano le scuderie di Nube. In inverno il suolo era gelato e i cavalli passavano molto tempo all’interno.
Kaila non ci mise molto a raggiungere quel luogo, l’unico, forse, nel quale si sentiva a suo agio in tutto il paesino. Entrò di fretta. Il tepore dei cavalli la scaldò immediatamente.
«Kaila!» la voce amica di Nube la accolse nella scuderia.
«Buongiorno Nube» la ragazza salutò educatamente l’uomo, che le rispose con un sorriso.
Era poco più basso di lei, asciutto ma forte. Il tempo aveva fatto cadere i suoi capelli, alzando la sua fronte, e i pochi che gli restavano erano legati dietro la nuca, in una coda sguarnita. A compensare la loro assenza, sul viso di Nube, cresceva una folta barba, brizzolata e ben tagliata. L’uomo, amico fraterno di Sez, era per Kaila come un secondo zio. Aveva ricevuto il suo bizzarro nome da suo nonno, che come lui era un Cavaliere dell’Ordine, un Nomade delle Mandrie.
«Buongiorno» rispose lui, senza smettere di armeggiare con le ruote del carro che usava per trasportare ogni genere di mercanzia.
«Cosa stai facendo?» chiese lei, chinandosi verso di lui.
«Sto verificando che tutto sia in ordine per domani. Hemon deve andare a Duerocce a prendere del materiale.»
Kaila annuì distrattamente.
«Hai qualcosa da farmi fare?» chiese poi, aprendo una delle stalle per salutare Vischio, un piccolo cavallo robusto, validissimo per tirare un carretto su per i monti della zona. Vischio rispose al suo saluto strusciandole il testone sulla pancia.
«Se vuoi aiutarmi, potresti ingrassare i finimenti di Tara e Tobia,» le disse Nube mettendosi in piedi «così domattina Hemon partirà senza timori. Questo freddo fa seccare il cuoio e non voglio che si spezzino le cinghie o che si fiacchino i cavalli.»
«Lo farò io» accettò lei di buon grado.
«Sai che devono essere…»
«“Lisci e morbidi come la seta”» finì lei la frase, così spesso ripetuta da Nube.
«Brava. Ho finito con il carro. Se ti occupi tu di ingrassare i finimenti, allora ho il tempo di sbrigare qualche faccenda in paese.»
«Va bene, Nube» acconsentì lei.
«Strigliami per bene Tara e Tobia, poi se hai tempo anche Renè e Ujer, abbiamo trovato un compratore.»
Kaila guardò fugacemente nei pensieri di Nube.
«Haida?» chiese la ragazza, vedendo quel nome aleggiare nei pensieri del Cavaliere. «Il fabbro di Duerocce?»
Nube la guardò con un sorriso amorevole.
«In persona» confermò lui, scrutando per un breve istante gli occhi della giovane, che la distinguevano tanto dal resto delle persone, di un verde così chiaro da sembrare una foglia nuova al sole.
«Lo so, Nube» rispose Kaila, comprendendo i pensieri inespressi dell’amico, allarmato dal fatto che le persone di Rocciarotonda non fossero pronte a scoprire il potere di Kaila né, tantomeno, ad accettarlo.
«Comunque,» riprese l’uomo, senza rilanciare sull’argomento «sembra che Haida sia una donna capace, le servono i cavalli da tiro per muoversi nelle fiere dei villaggi. Hemon li porterà laggiù domani. Sono contento di darli a lei. Poi con cinquemila Pali in più staremo tranquilli per qualche luna e potrò comprare qualche puledro. Ti lascio al tuo compito, adesso. Io vado, ci vediamo!» salutò lui.
«A presto» salutò Kaila, andando a prendere il secchio del grasso e la pesante bardatura dei cavalli da tiro e depositandoli davanti alla stalla di Vischio.
«Sai,» disse al cavallo, prendendo un grosso collare da tiro e iniziando a passarci sopra il grasso cremoso «Nube non ha niente da fare in paese, se non andare a parlare con zio Sez di me. Non voglio sempre far credere che so tutto, capisci?»
Il quadrupede la fissava con i suoi occhi scuri, come se comprendesse le sue parole. E mentre Vischio controllava curioso ogni suo gesto, lei continuò a lavorare in silenzio.
Nube spinse il cancelletto di castagno ruvido, era l’accesso al terreno di Sez, cintato da un muro di sassi grigi, e attraversò a grandi falcate il prato innevato.
Aveva bisogno che Kaila stesse lontana per un po’, per questo le aveva dato tutti quei cavalli da pulire.
Forse lei sapeva già che era una scusa per allontanarla: non s’inganna così facilmente una che legge i pensieri.
Quel giorno si era deciso finalmente a proporre la sua idea, e poco gli importava se il suo vecchio amico Sez si fosse opposto per qualche ragione.
Bussò tre volte alla porta, attendendo nel freddo di quella mattinata. Poco dopo un uomo colossale gli aprì la porta. La sua testa era più alta dello stipite e le sue spalle erano larghe e forti. Sez uscì per accogliere l’amico e fu costretto a incurvarsi per riuscire a passare.
«Sei arrivato prima del solito oggi» disse all’amico.
Senza nemmeno salutare, Nube si diresse alla credenza, prese due coppe e le dispose sul grande tavolo di leccio che occupava la cucina. Accanto a esso un bel fuoco scoppiettava nel camino. Come tutte le case a Rocciarotonda, anche quella del Capovillaggio Sez aveva un unico grande ambiente al piano inferiore e le camere per dormire al piano superiore.
Sez versò del lecore nelle coppe e si accomodò su una sedia di paglia quasi sfondata.
«Quand’è che ti deciderai a fartela rifare quella sedia?»
«Ci sto comodo» rispose Sez.
«Non so quanto tempo ancora reggerà il tuo dolce peso.»
Sez sollevò le spalle, sorridendo lievemente.
«Un po’ presto per bere lecore, non trovi?» ironizzò Nube.
«Stai scherzando? La mattina sta già per finire.»
Nube ridacchiò, sfregandosi le mani. «Con questo freddo un po’ di lecore non farà che scaldarmi le ossa» terminò il Cavaliere.
«Ecco, vedi, lo sapevo già che avresti detto così» rispose Sez, mentre l’amico sfilava la sua pipa dalla tasca.
«Sono venuto per parlarti di Kaila,» esordì Nube «avrai notato anche tu che sta cambiando. Ormai è una giovane donna ed è sempre più brava a… insomma… a utilizzare il suo dono, e questo mi preoccupa. Ammetto che spesso non la capisco.» Nube fece una pausa, come per riflettere. «Di lei so solo che è tua nipote; confesso che temo per il suo futuro. Secondo me è triste. Vorrei poterla aiutare, ma non so come. Lo so che sembra assurdo, ma…» Nube si avvicinò al fuoco e accese la pipa con un ramoscello alla cui estremità danzava una fiammella «… ma a volte mi chiedo se Kaila sia del tutto come noi…» farfugliò imbarazzato, mentre sbuffava densi cerchi di fumo.
«“Come noi”?» gli fece eco Sez, interrogativo.
«Sì, cioè…» Nube si grattò nervosamente il collo. «Dai, hai capito cosa intendo. Lo sai anche tu che non è una donna come tutte le altre. A volte credo che sia… che sia una specie di dea» disse Nube sottovoce, tirando dalla sua pipa e sbuffando un fumo denso.
Una scintilla attraversò lo sguardo di Sez, ma l’uomo non disse niente.
«Puoi dirmi qualcosa di più su com’è arrivata?» continuò Nube. «Non mi hai mai voluto raccontare come accadde.»
Sez annuì lentamente, silenzioso, ma Nube lo incalzò, era deciso a far parlare l’amico.
«Hai notato che il suo dono si sviluppa considerevolmente?» chiese il Cavaliere.
«Certo che l’ho notato. Infatti non posso avere alcun segreto con lei. Non posso proteggerla da quello che non vorrei che sapesse. E questo mi preoccupa. È cresciuta troppo in fretta.»
Nube annuì.
«Sai, Nube,» continuò Sez affranto «qualche giorno fa mi sono arrabbiato con lei… mi è dispiaciuto tanto… ma non sono riuscito a trattenermi.»
«Sì, lo so. È arrivata in scuderia furiosa. Che cosa è successo?»
Sez sorrise amaramente.
«Non capisce che ogni uomo ha dei segreti, dei rimpianti, e che possa aver compiuto degli errori che vuole solo dimenticare…»
«Certo che lo capisce! Anche troppo bene» ribadì Nube.
«No, non capisce, lo sa perché lo vede, ma non comprende appieno; è ancora troppo giovane, dannazione! Non dovrebbe sapere cosa c’è nella testa di chi ha vissuto quello che ho vissuto io.»
Nube ascoltava, comprensivo.
«Per lei avere un segreto è un concetto inconsistente. Astratto come lo sono per noi i pensieri che lei invece vede! Lei…» si fermò per riflettere su cosa dire «… lei mi mette in continuazione di fronte al mio passato e io non so più come proteggerla, né come sfuggire alle colpe che porto con me.»
«Non è lei che vuoi proteggere da te, amico mio, sei tu che vuoi proteggerti da te stesso» considerò Nube, puntando il bocchino della pipa verso il naso di Sez.
Sez grugnì un dubbioso segno d’assenso, sorpreso dalle parole di Nube.
«Per questo avete litigato?»
Sez annuì.
«Stavo ripensando alla guerra. Tu lo sai che non mi piace parlarne. Non ho mai raccontato niente di quell’epoca nemmeno a te. E poi me la sono sentita arrivare a fianco,» sorrise con dolore «mi ha chiesto con stupore di narrarle una di quelle storie a cui stavo pensando… Era ammirata, capisci?»
«E perché tu non l’hai fatto?»
Lo sguardo di Sez s’indurì.
«Voglio risparmiarle quelle mostruosità. Non voglio che le trasformi in leggende» rispose Sez determinato. «Quel periodo è stato tutto un errore e molte persone l’hanno pagato con la vita.»
«Ma intanto le vede, Sez! Le vede comunque! Devi spiegarti con lei, aiutala a comprenderle e a dargli il giusto significato.»
«Non voglio. Per ora è in grado di vedere solo i pensieri più presenti alla coscienza. Forse, se svilupperà ulteriormente il dono, ci rifletterò. Ma io devo togliermi dalla testa quella dannata guerra dei Savimal, e basta! Magari a lei passa la curiosità.»
Nube guardò l’amico con stupore, pensando che fosse in errore, ma decise di non insistere.
«Mi stavi dicendo com’è arrivata a te. Questo puoi raccontarmelo, credo» chiese per riprendere la conversazione.
«Sì, certo. Questo te lo devo.»
Nube annuì con decisione.
«Penso che tu possa aver ragione, almeno in parte, sul fatto che Kaila sia… una specie di dea.»
Nube si bloccò un istante a quelle parole, rimanendo immobile con la pipa in bocca e il bicchiere in mano: non aveva mai sentito Sez parlare di divinità.
«Conoscere suo padre è stata una delle esperienze più terrificanti di cui io abbia memoria: poco prima che tu e la tua famiglia arrivaste a Rocciarotonda, un temporale senza precedenti aveva fatto crollare una parte del soffitto del granaio e io dovevo aggiustarlo» iniziò a spiegare. «Nessuno vide quello che vidi io. Mi trovavo nell’aia dietro casa quando una folata di vento fece cadere la scala addossata al granaio. Mi voltai di scatto, richiamato dal rumore della scala, poi mi rigirai e lui era davanti a me. Mi spaventai, ma non fui in grado di reagire: in meno di un istante lui era lì, dove prima non c’era nessuno, e il suo sguardo era così intenso, così totalizzante, che non riuscivo nemmeno a pensare di muovermi. Non so come fosse arrivato, forse in volo…»
«Ma chi? Che cosa stai dicendo?» chiese Nube, aspirando con foga dalla sua pipa.
«Credimi, Nube. Quello non era un uomo: quello, se lo si può definire in qualche modo…» sussurrò Sez, sbirciando dalla finestra per sincerarsi che nessuno potesse ascoltarlo «… quello era un dio.»
Seguì un lungo momento di pausa. Nube tirò adagio dal cannello della pipa e Sez si sedette più comodamente sulla sedia sfondata, che scricchiolò sotto il suo fenomenale peso. Non era grasso: era solo colossale e tutto sembrava piccolo accanto a lui.
«Ero terrorizzato,» continuò Sez «quello mi guardava in silenzio, con quei suoi occhi quasi bianchi. Il suo silenzio era peggio di un grido di battaglia, credimi… Tra l’altro era alto come me.»
«Due montagne a confronto» ironizzò il compagno.
Sez non ci badò.
«Indossava un mantello blu che gli copriva tutto il corpo. Quando l’aprì, mi mostrò una bambina in fasce che dormiva fra le sue braccia: Kaila.
«Mi disse che era figlia sua e di mia sorella Feérs. Mia sorella era morta, non me lo disse, ma si limitò ad annuire ai miei pensieri. Lì per lì non potevo capire: compresi appieno quello che era successo soli dopo, quando Kaila iniziò a vedere i pensieri.» Ricordando Feérs una lacrima brillò sulle sue guance.
«Ecco di chi è figlia Kaila! È figlia di un dio! È da lui che ha preso i suoi doni!» lo interruppe il Cavaliere.
«Nube, attento,» volle metterlo in guardia Sez «non raccontare mai a nessuno quanto ti ho detto, nemmeno a Elara. Sai bene che l’Alleanza non tollera che si parli di dei, spiriti o cose del genere. Ci sono altre persone come Kaila nell’Alleanza capaci di leggere i pensieri. Ecco perché non ne parlo volentieri, meno notizie girano, più siamo al sicuro. Meno persone sanno, più Kaila sarà protetta. Forse non avrei dovuto dirtelo» concluse.
«Non preoccuparti. Quindi tu accogliesti Kaila con te.»
Sez non rispose, riprendendo il discorso: «E poi non penso che fosse un vero dio, sennò non avrebbe avuto paura di morire, non trovi?» ipotizzò ancora, senza ascoltare le parole dell’amico.
«Come morire? Spiega, non farti pregare!»
«Sì. Me l’affidò lasciandomi intendere che la bambina sarebbe stata più al sicuro con me e che con lui sarebbe presto morta. Disse che qualcuno dava loro la caccia.»
«Poteva essere una menzogna, no?» s’intromise Nube.
Sez scosse la testa, serio.
«Non credo. C’era da fidarsi di quell’essere. Non mi disse mai come si chiamava e m’intimò di dimenticarmi di lui, di non raccontare niente a nessuno, nemmeno a Kaila. Ed è quel che ho fatto fino a oggi.»
«Ma perché ti avrebbe vietato di spiegarti?»
«Te l’ho già detto: mi raccontò che esistono uomini capaci di leggere nei pensieri e che certe informazioni era meglio non saperle.
«Guardai il volto della bambina, la bocca era quella di mia sorella e il naso anche, mi guardava con quei suoi occhi, uguali a quelli di suo padre. Già l’amavo, Nube. Quando sollevai di nuovo lo sguardo, l’uomo non c’era più.»
I due amici tacquero a lungo prima che Sez riprendesse la parola.
«Credo che Kaila abbia ereditato il suo dono da lui. Quando la guardo, rivedo la disperazione di suo padre e la dolcezza di mia sorella.»
Sez, immerso nei ricordi, guardava attentamente, con un lieve sorriso, una crepa su un’asse di legno del tavolo.
«Ho la sensazione che stia diventando qualcosa di troppo grande per me, d’ingestibile, capisci Nube?»
«Perfettamente. Ora è tutto più chiaro. Se Kaila è per metà dea, o qualcosa di simile, è normale che non riesca a trovare posto fra gli uomini, no?» considerò Nube pensoso. «Ed ecco perché sono venuto da te, oggi: devi prendere un cavallo a Kaila.»
«Cosa c’entra, scusa?» chiese stupito Sez.
«C’entra, eccome. I cavalli non giudicano e… be’… con i cavalli ci sa proprio fare. Sembra che ci parli, dovresti vederla. Riesce sempre a entrare in sintonia con qualunque bestia. Persino con la capra.»
«Ma quale capra? Histy? Quella che incorna sempre tutti?»
«Sì, proprio quella. La tengo come capra da guardia» disse ironico Nube.
Sez rise. Quella bestiaccia era sempre stata intrattabile, incornava persino i cavalli.
«E allora? Perché vuoi che Kaila abbia un cavallo?»
«Mi pare ovvio, perché possa prendersi cura di lui e creare una relazione speciale come quella che ti unisce a Tara; perché il suo dono abbia uno scopo nella sua vita e non sia solo fonte di disagio. No?»
Sez rimuginò un istante.
«Però voglio uno stallone. Mi interessa fare qualche puledro. Credi che sia in grado?»
Nube sbuffò del fumo sulla faccia di Sez, che tossì muovendo la mano davanti al naso.
«Mettila alla prova,» disse «nella sua tecnica non c’è nulla che non vada.»
Sez annuì, convinto.
In quel momento la porta d’ingresso si aprì bruscamente e Kaila entrò nella sala.
«Kaila, cosa ci fai già qui?» bofonchiò Nube.
La giovane sollevò le spalle.
«Sapevi che sarei venuto qua, non è vero?»
«Forse…» rispose Kaila sorridendo.
«Perché non mi stai ingrassando i finimenti?»
«Ho finito» spiegò.
«Hai anche strigliato i cavalli per Haida?» chiese Nube, corrucciando la fronte in un’espressione teneramente severa.
«Sì, l’ho fatto. È un bel pezzo che sei fuori, lo sai? Il sole è già alto.»
«Diamine… non mi ero accorto che fosse passato tanto tempo» tossicchiò Nube, mentre Kaila si focalizzava sui pensieri dei due, dove immagini confuse si sovrapponevano, svanendo fumosamente dalle loro menti, in un’atmosfera d’allerta.
Kaila non capì come l’immagine di suo padre potesse convivere con quelle delle persone del villaggio.
Forse stavano parlando dei vecchi tempi…
Ma qualcos’altro aleggiava fra i loro pensieri, qualcosa di nuovo. Le idee non avevano i contorni così bene delineati come le memorie, Kaila lo sapeva bene, e in quell’accozzaglia di ricordi trottava con fierezza uno stallone…
«Posso veramente avere uno stallone?» chiese incredula, comprendendo le intenzioni di Sez e lasciando perdere gli altri pensieri.
«Era quello che stavamo pensando, sì» le confermò lo zio.
Kaila rimase senza fiato, presa da un’emozione infantile che non provava da molto tempo.
«Allora alla prossima fiera del bestiame andrò a conoscere qualche allevatore» continuò Sez, soddisfatto dello stupore della nipote, e versandole un po’ di lecore per festeggiare la decisione.

01 marzo 2019

Aggiornamento

Siamo arrivati al primo traguardo! Ora sappiamo che il nostro romanzo sarà pubblicato e, devo dire, non abbiamo ancora realizzato bene la notizia. Ora si passa a una nuova fase di questa avventura. Siamo emozionati all'idea di lavorare all'editing: desiderosi di lavorare al manoscritto in modo da renderlo ancora più fluido e accattivante grazie alla collaborazione con chi ha più esperienza di noi. Curiosi di lavorare alla grafica della copertina e di vedere infine I discendenti degli Eterei stampato, magari accanto ai libri di chi ci ha ispirato. Grazie a tutti voi che ci avete sostenuto e grazie al team bookabook.
26 febbraio 2019

Aggiornamento

Pronti per una nuova presentazione alla Biblioteca Bruschi Sartori di Genova. Mancano solo venti copie al primo traguardo e sentiamo già il profumo delle pagine appena stampate.
18 dicembre 2018

Aggiornamento

Argento è bardato con un'armatura a placche decorata in bronzo e ben affrancata grazie a solide cinghie di cuoio. L'acciaio ricopre una robusta gualdrappa rossa, valida difesa contro i fendenti. Lord Gwenel in persona ha offerto a Hemon questa preziosa protezione per il suo destriero.
11 dicembre 2018

Aggiornamento

Sto preparando molte immagini per la campagna pubblicitaria del libro. Sono disegni digitali, fatti con la tavoletta grafica, e sto solo imparando a farli. Questa è l'ultima che ho fatto e ne sono molto soddisfatto.
Rappresenta uno Saban. Si tratta di un protagonista, ma potrebbe anche essere un antagonista. Chi la osserva è legittimato a porsi questa domanda. Cosa ne dite?
15 dicembre 2018

Evento

Genova Certosa
In occasione del Presepe Vivente il quartiere di Certosa, a Genova, particolarmente colpito dal crollo del Ponte Morandi, ha organizzato una manifestazione più ampia. Siamo così stati invitati a presentare I Discendenti degli Eterei. Abbiamo naturalmente accettato con gioia e orgoglio.
16 novembre 2018

Aggiornamento

Fratelli genovesi sbarcano nel mondo fantasy: un articolo su GenovaToday.  
15 novembre 2018

Aggiornamento

Il progetto I discendenti degli Eterei compie oggi un passo verso la concretezza! Il primo traguardo è superato! Avete prenotato già sessanta libri (in una settimana esatta) e quindi avete la certezza di ricevere la vostra copia!
Grazie!

Commenti

  1. Filippo Canesi e Francesco Canesi

    Grazie Danheto per il tuo commento. É un piacere sentire che i nostri personaggi arrivano al lettore e che i nostri cavalli ricordino Bucefalo. Abbiamo già scritto il seguito, che appena possibile sarà pubblicato.

  2. Il rischio di perdere il libero arbitrio è questa l’oscura minaccia contro la quale la giovane protagonista, così diversa da tutti gli altri, si trova a dover lottare…minaccia che arriva da chi ha distrutto la sua famiglia, ma anche da chi per brama di potere vuol prevalere sugli altri, anche con l’intento di far regnare un ordine superiore. Lato oscuro dal quale lei stessa non è del tutto immune…
    La trama è incalzante, la pagine scorrono veloci, belli i personaggi, ben delineati, donne e uomini forti, saggi e corrotti, natura come alleata e cavalli/eroi che come Bucefalo sposano la sorte del loro cavaliere e sono protagonisti dell’avventura tanto quanto gli uomini. Ci sono i cattivi da una parte e i buoni dall’altra, ma nello svilupparsi del racconto si intuisce che non è proprio scontato che le cose restino così…la storia diventa intricata, le fazioni si scontrano…il finale è aperto…Ora però devo sapere come andrà a finire nel secondo libro!

  3. Filippo Canesi e Francesco Canesi

    Grazie Maurizio per aver saputo interpretare uno degli aspetti guida del romanzo, ossia quedto continuo spostarsi da un piano dell’esistenza a un altro, dal piú al meno materiale. Nel libro questi piani convivono, come convivono nella nostra realtá.

  4. Filippo Canesi e Francesco Canesi

    Grazie Luca per le tue parole. Credo che tu abbia colto in pieno gli aspetti salienti del nostro libro e mi fa molto piacere leggerli attraverso gli occhi di qualcin altro. La riflessione sulla nostra attialitá é stata in effetti la molla che ci ha spinto a scrivere. Grane ancora, continua a sostenerci!

  5. (proprietario verificato)

    “I discendenti degli Eterei” è un fantasy capace di farti immergere nel mondo di fantasia abilmente tracciato dagli autori e, al tempo stesso, di farti riflettere sulla realtà che ci circonda. I Grigi (così si chiamano i cattivi di questa storia) hanno il potere di controllare le menti, quindi il pensiero e le azioni, di chi non è in grado di difendersi e in questo modo tentano di imporre il proprio dominio su tutte le Terre note. È contro questa minaccia che si battono i due giovani protagonisti, Kaila ed Hemon, aiutati da altri memorabili personaggi in quella che altro non è che una battaglia per la libertà. Non si preoccupino però i fanatici dell’azione, in questo romanzo non si fa solo filosofia! Epiche battaglie campali e duelli individuali si alternano con un ritmo che si fa via via più incalzante, fino a un finale che lascia solo la voglia di leggere il seguito di questo grande romanzo d’avventura.

  6. (proprietario verificato)

    Mi aspettavo, da questa lettura, intrecci di storie e di azioni. Ho trovato piuttosto piani! Luoghi spazio-temporali giustapposti, che si attraggono o si sfiorano in un fluire dinamico, definiti nella loro compiutezza eppure proiettati, in attesa di altro. E’ bello entrarci!

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Filippo Canesi e Francesco Canesi
Filippo Canesi alterna l’attività di scultore all’insegnamento di discipline plastiche. Coltiva anche la passione per la musica e la scrittura, che raggiunge con I discendenti degli Eterei il suo primo traguardo.
Francesco Canesi è perfusionista in cardiochirurgia all’ospedale San Martino di Genova, dove svolge anche il ruolo di docente universitario; da sempre lettore di fantasy, ha unito le sue passioni e competenze per la creazione di questo libro.
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