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Il disordine non va in scena

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Tosca Premoli, classe 1943, ex allieva del corpo di ballo del Teatro alla Scala di Milano, è sposata con Saverio ma il matrimonio è segnato da profondi dolori e silenzi. In questa infelicità, a partire dall’estate del 1969 si fa strada nella vita di Tosca la presenza di Giorgio, ex studente di Medicina e giovane vedovo.
Il loro amore clandestino in un appartamento di via Senato, insieme alla partecipazione alle riunioni presso la Casa delle Donne, diventeranno per Tosca dei punti fermi dai quali provare a costruirsi una vita migliore.
Con la certezza di una felicità ormai prossima, un giorno di dicembre del 1969 la donna esce di casa per fuggire a Parigi con il suo amante. Con la valigia e indossando il suo abito migliore, Tosca cammina per le vie di una Milano carica di entusiasmi e aspettative politiche e sociali. È la storia di Tosca in una giornata straordinaria.

Overture

Quella mattina Tosca Premoli rifece il letto come mai lo aveva fatto in sette anni, sette mesi, dodici giorni e un numero imprecisato di ore. Con le pieghe delle lenzuola composte e tirate dritte come spaghi, con i cuscini ingrossati nelle fodere pulite e stirate la sera prima. Ancora non sapeva quanti anni potesse percorrere, in ogni direzione, un’ora della sua piccola vita.

Lenzuola bianche e candeggiate per essere certa, ancora una volta, di aver tolto ogni macchia, ogni possibile alone. E con il respiro interrotto per non sbagliare, come se da quelle lenzuola tese come pelli dipendesse una sua condanna o assoluzione, il buio o la luce, Tosca davanti a sé non volle vedere né pensare ad altro se non al rifacimento di quel letto: lo sguardo attento ­– come sul palco dalle mille luci abbaglianti –, il respiro all’apparenza inesistente. Non pensare ad altro se non alla composizione dei giusti movimenti e piegature, e Tosca ci riuscì; non tremare, e ci riuscì; piega bene e tira meglio e piana, e riuscì pure in quello. Non far vedere la fatica, il sudore e l’eventualità di fallire e in tutto questo sii naturale, e lei fu più che perfetta. Poi il severo copriletto coprì ogni cosa. Tutto era fermo e Tosca riprese a respirare. Finalmente era un fatto certo: in quel letto – pesante, la spalliera intarsiata era un oscuro intrico di spine –, lei non vi avrebbe più dormito. Nell’oscurità delle notti, lei non lo avrebbe più sentito varcare la soglia di quella stanza.

Eppure, nonostante quel fatto certo, o forse proprio in virtù di quel fatto certo, qualcosa di simile alla paura portò Tosca a chiudere gli occhi, e poi, con le mani sul viso, a cercare riparo dalla sottile solitudine grumosa che in quell’istante sentì comparire al suo fianco. Tutto era fermo e così rimase, per un po’.

Poi era davvero ora di porre fine a quel supplizio e allora Tosca, in un impeto quasi isterico, andò ad aprire le ante del grande armadio, regalo di nozze insieme al letto. Una preghiera prima e una dopo e avrete figli sani e maschi, così sua madre l’aveva istruita, e per molto tempo Tosca aveva creduto che forse a sua madre e a suo padre nessuno aveva regalato nulla di simile visto che era nata lei, una grinza gemente sotto un firmamento di bombe. Pochi anni dopo il suo stesso matrimonio, Tosca avrebbe ripensato all’ammonimento di sua madre come a un gioco malvagio di un destino strafottente.

Letto e armadio occupavano la camera matrimoniale quasi a non voler lasciare via di scampo, ma ora lei sapeva che c’era una via di fuga, uno spiraglio sincero. Ora sapeva che la musica – oh! la Genoveva di Schumann, e anche la Sinfonia n. 3 di Brahms e poi lui, il genio Čajkovskij e la sua Sinfonia n. 4 in fa minore che Tosca amava più di ogni altro componimento ­– la musica sarebbe tornata a occupare ogni istante della sua esistenza. I dati erano certi, le conseguenze incontrovertibili.

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Da un angolo della stanza Tosca trascinò di fronte all’armadio uno sgabello e vi salì per raggiungere il ripiano più alto, che poi era il ripiano delle cose inutili, piccole ma tante, tra le quali riporre le cose grandi da nascondere. Distese il braccio alla ricerca e tutto il suo corpo magro era un giunco proteso verso l’alto. Lo sgabello vacillò sul lato della gamba malferma, incerta, e Tosca si aggrappò con forza al ripiano dell’armadio fino a che l’equilibrio ai suoi piedi non fu nuovamente saldo. Le venne da ridere ma si trattenne: lei così buffa appesa a un armadio; allora rise un poco e con timidezza, certa che anche Giorgio avrebbe riso a vederla così, e le avrebbe detto vieni qui amore mio, cigno della mia vita, ti aiuto io a trovare ciò che stai cercando.

Ecco ciò che stava cercando: la valigia. Né troppo grande né troppo piccola, giusta a quel che serviva a lei, come se chi l’aveva fabbricata avesse sempre saputo quale sarebbe stato il suo destino. Tosca la pose sul letto, l’aprì e guardò quel vuoto con soddisfazione, il vuoto più bello e più felice che lei avesse mai visto. Tornò all’armadio. Due gonne, due camicie, due pullover e un abito da sera, due paia di collant che forse si sarebbero presto sfilacciati come cappelli secchi e che lei avrebbe gettato: il tempo delle rimagliatrici era finito e Tosca non lo avrebbe rimpianto, nossignore. Lanciò un altro sguardo all’armadio. No, la pelliccia di visone no, era un affare che non la riguardava e che lei mai aveva davvero desiderato. E niente cappello, lo avrebbe certamente dimenticato sul treno. L’orologio da polso, eccolo, avvolto in un panno di cotone bianco e da mettere nella borsetta, ché quando si è fuori casa serve sempre un orologio che tenga il tempo, che lo segni con decisione altrimenti ci si perde e non si arriva mai, o, peggio ancora, si torna senza mai essere andati da nessuna parte. Aveva preso tutto? Sì, Tosca aveva preso tutto ciò che le sarebbe servito.

E poi, pensò con soddisfazione mentre chiudeva la valigia, è vero che era solo la prima metà di dicembre, ma l’inverno non ancora del tutto iniziato avrebbe fatto il suo corso e anch’esso sarebbe giunto alla fine, e l’estate sarebbe tornata e lei e Giorgio avrebbero preso una pausa dalla città de Paris, magari per due o forse tre settimane, e, bagnati dal sole della Côte des Basques non avrebbero avuto bisogno di alcun orologio.

Tosca poggiò le mani sopra il baule e respirò profondamente. Ci siamo quasi, pensò. Concentrati: non desiderare la felicità d’altri, la tua è più che sufficiente, più di quel che avresti potuto avere se le cose non avessero preso la giusta piega. Concentrati: inspira per uno due tre quattro cinque secondi, senti il diaframma, lascia che ti segua, che sia dalla tua parte; poi espira e contrai, accorcia gli interstizi del tuo corpo e del tuo mondo. Bene. Ora che lo hai fatto, fallo un’altra volta.

In strada il figlio della lattaia gridava alla madre con la voce perentoria di chi impreca con una certa esperienza. Tosca si mise ad ascoltare atterrita dall’idea che qualcosa di vitale importanza le fosse sfuggito; sentì la vergogna pubblica cuocerle la pelle, sgretolare senza pietà tutti i suoi pensieri di buon auspicio. Cosa si era dimenticata? La lattaia l’aveva forse scoperta? Ma no, sciocchezze, non era possibile: Tosca aveva saldato i conti in latteria proprio per non lasciare che alle sue spalle si trascinassero inutili imbarazzi, ed era stata cortese e accorta nel dire espressamente che a suo marito quella sera avrebbe preparato una buona pasta al forno, il suo piatto preferito, e che per le uova fresche sarebbe certamente ripassata martedì mattina. E poi la scuola. Da Parigi avrebbe inviato un telegramma alla Piccola Scuola di Danza dove Tosca aveva tristemente insegnato per anni. Cestfinì-stop-adieu-stop. In fondo era solo una mezza scuoletta di quartiere per ragazzine troppo in carne per danzare e con genitori illusi di chissà quale riscatto. Bambine piccine, voi non calcherete mai grandi palcoscenici. Oppure da Parigi avrebbe telefonato e parlato direttamente con la direttrice – una donna grassa con l’obiettivo di spremere quattrini da genitori incompetenti –, e le avrebbe detto che quella scuola da quattro soldi non sarebbe mai stata all’altezza di quello che lei, Tosca Premoli, poteva dare. Che era una truffa. Una scuola di danza in uno scantinato dal pavimento corroso; le sbarre erano due assi di legno marcio. No, Tosca era molto più di quello. Tosca meritava di meglio, stop.

Sì, aveva sistemato tutto. Anche il letto era ben fatto, sì, e tornò a guardarlo per sincerarsene ancora una volta. La casa in ordine, il lavandino pulito e la cena già pronta. E così furono quei minuti: una lunga carrellata delle cose che aveva fatto e rifatto affinché tutto fosse a posto. Tutto come si deve.

Al figlio della lattaia si era rotto un pedale della bici e non si placava nelle urla. Che qualcuno andasse ad aiutarlo, e che diamine. Forse la faccenda era grave e Tosca sarebbe dovuta almeno andare alla finestra a vedere di cosa si trattava, ad accertarsi che il ragazzo non si fosse fatto troppo male. Ma se l’avessero vista o sentita, pensò Tosca, anche solo di sfuggita, anche solo nella sua ombra, muoversi dietro le tende nell’esatto momento in cui lei si stava preparando a uscire, allora tutto sarebbe andato in malora: la sua Parigi e Giorgio e tutto il tempo della loro vita insieme. La sua vita migliore.

Tosca aspettò che il trambusto in strada svanisse. Aspettò il ritorno della quiete con una perfetta calma apparente. Il ragazzo raccolto e la bicicletta portata via e le voci cessate, andate via tutti, malelingue mie sfortune, via tutti, perché voi non sapete, voi non sentite come me. Tosca stringeva in un pugno la maniglia della valigia e quegli istanti le sembrarono inesauribili e sprecati, e quando tornò il silenzio dei lattai Tosca si domandò chi mai le avrebbe restituito tutto quel tempo malconcio speso ad aspettare.

Uscì dalla camera e attraversò il corridoio senza fretta, rigida nel suo tailleur in tartan verde scelto con cura. Le disegnava i fianchi che non aveva mai avuto, era elegante e discreto, perfetto per una signora che intraprende un viaggio importante. S’infilò il cappotto. Valigia alla sua destra e borsetta lungo il fianco sinistro. Ecco. Ogni cosa finiva lì, in quel corridoio con il crocifisso in avorio appeso alla parete, con i fiori ancora freschi nel vaso e accanto la foto del matrimonio nella cornice d’argento troppo grande; con tutte le porte che si aprivano sulle stanze che erano state la sua vita fino a quel momento. Eppure, quando Tosca chiuse la porta di casa alle sue spalle constatò con lucidità il suo non sentire niente: niente gioia né paura, niente tristezza. Niente. Tosca procedeva con la meticolosità e freddezza di un’artista appesa a un filo sospeso molto più in alto del consentito dalle regole del gioco. E il disordine attorno era diventato una cosa lontana e che mai più l’avrebbe sfiorata, il disordine non le apparteneva. Doveva solo andare avanti, procedere sul suo filo.

Trascinò la valigia giù per i tre piani di scale di marmo che aveva percorso così tante volte, avanti e indietro, nei suoi giorni sempre uguali; la trascinò senza preoccuparsi del rumore che avrebbe potuto svegliare i vicini dal loro sonno ignorante, senza volgere lo sguardo alla guardiola del portiere che nascondeva nella credenza la sua onesta bottiglia di vino rosso. La valigia batté colpi senza impaccio, segnò il ritmo di grancassa che proclama l’inizio dello spettacolo. Sono pronta, pensò. E io sono Tosca, Tosca Premoli: classe 1943, promessa ballerina di questi tempi moderni.

Arrivo, pensò, e fuori c’era la città, oggi così bella nell’aria bianca di nebbia, nel buio affusolato del primo mattino. La mia città, pensò, la mia Milano, questo è il mio addio. Fuori era uno splendido dicembre e Tosca era una sposa in cappotto grigio scuro e scarpe basse.

5 giugno 2018

The Massachusetts Review

Il racconto "Se non torno mi cercare", tratto da omonima raccolta (Opera Segnalata al Premio Italo Calvino), sarà pubblicato per il lettori americani su The Massachusetts Review, nella bella ed emozionante traduzione di Anne Milano Appel (© 2018 Anne Milano Appel. All rights reserved)
26 maggio 2018

Evento

Alla Piccola Biblioteca Libera sabato mattina si è parlato di libri e anche de Il disordine non va in scena!
11 marzo 2018

Nazione Indiana

Mutadine è il nuovo racconto di Mirfet Piccolo, uscito poche settimane fa su "Nazione Indiana". Da non perdere! Lo potete leggere qui.
24 marzo 2018

Aggiornamento

Scrive storie e si cimenta in prove di equilibrio. Al Book Pride 2018 con Il disordine non va in scena, un firmacopie di grande successo.  
21 aprile 2018

Evento

Mirfet Piccolo vi aspetta per il firmacopie e per una chiacchierata al Mondadori Store di Bellinzago Lombardo, Strada Padana Superiore 154.

02 Marzo 2018
Oggi 2 marzo Mirfet Piccolo, autrice di "Il disordine non va in scena" presenta il suo libro. Non prendete altri impegni!
15 Maggio 2017
Martedì 23 maggio, Mirfet Piccolo leggerà estratti de "Il disordine naturale delle cose".
30 Maggio 2017
Per chi se la fosse persa, ecco qualche foto della lettura de "Il disordine naturale delle cose" presso AtrionCafè di Carugate!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho avuto occasione di leggere diversi racconti di Mirfet Piccolo, su Nazione Indiana. Ognuno è l’ingresso in un piccolo mondo, ognuno con un punto di vista mai banale o scontato. Mi piace l’uso che fa del linguaggio, sa utilizzare registri nuovi e adatti alla storia che di volta in volta ci racconta, pur mantenendo un suo stile personale. Mi piace la ricercatezza della lingua che però non sconfina mai nel puro esercizio di stile fine a stesso. Ho grandi aspettative e fiducia in questa sua nuova storia. E dopo i racconti, aspetto quindi di poterla leggere finalmente anche in versione “lunga”.

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Mirfet Piccolo
Mirfet Piccolo è nata a Grosseto nel 1977 da genitori italo-eritrei. Laureata in Letteratura Inglese e diplomata in Creative Writing presso Birkbeck, University of London, numerosi suoi racconti hanno visto pubblicazione su Nazione Indiana. Il disordine non va in scena è il suo romanzo d’esordio.
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