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Il dollaro d'argento e altri oscuri racconti

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Consegna prevista Luglio 2020

Una comune moneta, un semplice dollaro che porta con sé una maledizione di sangue, e che chiede il sangue a chiunque ne entri in possesso.
E’ l’inizio di una settimana come tante per Cliff West. Ma non appena si mette in strada, alcuni automobilisti sembrano impedirgli di raggiungere il posto di lavoro. E la storia si ripete ogni giorno, portando l’uomo all’esasperazione che si scatena in tutta la sua brutale violenza alla fine di quella settimana.
Mai far arrabbiare una donna. Mark lo scopre a sue spese, risvegliandosi all’interno di una cassa da morto dopo essere stato drogato dalla moglie. Mentre cerca di uscirne vivo, nella sua mente si insinua un diabolico piano per vendicarsi.
Il mondo sta morendo, devastato dall’inquinamento, dalla sovrappopolazione e dall’esaurimento dalle risorse naturali. Gli abitanti vivono in gigantesche cupole antiradiazioni. Cupole che possono contenere un certo numero di individui, controllate da regole ferree. Una di queste prevede un limite d’età.

Perché ho scritto questo libro?

Su consiglio di mia moglie che mi vedeva consumare inchiostro, fogli e tasti del computer creando storie che finivano nei cassetti o in file, a far le ragnatele. Perché non provi a inviarle a qualche casa editrice? Mi disse una volta. Così ho fatto, e dopo molte porte in faccia, finalmente una si è aperta.

Era arrabbiata. Finì di mangiare l’agnello in silenzio. Mark si servì una seconda porzione.
«Poi non dici niente…come i bambini», riprese Eileen.
Mark non rispose subito. Dopo ‘tu non mi capisci’, la frase ricorrente della moglie era ‘poi non dici niente’. Come se ci dovesse essere ad ogni costo una risposta alle sue domande. Questo lo faceva imbestialire.
Per questo, Mark non rispose subito.
Inforchettò un pezzo d’agnello e lo fece scivolare sul piatto intingendolo nella salsa prima di farselo sparire nella bocca. «Che cosa vorresti dire?» chiese, con la bocca ancora piena.
«Non capisci le mie esigenze. Non so se le hai mai capite.»
«Per la storia del mare?» volle sapere Mark.
«Ancora con il mare! Che palle», sbuffò Eileen. Si alzò e diede le spalle al marito, aprì il frigorifero e prese il dolce. «Sei limitato!»
Mark alzò gli occhi al cielo. Che palle lo dico io, pensò.
Eileen lasciò scivolare sul tavolo il contenitore con il dolce: la Boston cream pie. «E io che ti faccio anche i tuoi piatti prediletti.»Continua a leggere
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Mark guardò la torta. Era la sua preferita. Un paio di sere prima aveva fatto notare ad Eileen che era da un bel po’ di tempo che non la faceva. La moglie aveva preso la palla al balzo e gliel’aveva preparata. Il volto rabbuiato si addolcì. «D’accordo. Allora parliamo!»
«Adesso non ho voglia. Mi hai fatto anche passare l’appetito». Cominciò a sparecchiare la tavola, sbattendo fragorosamente le posate e i piatti dentro il lavello. Mark si aspettò il rumore di un bicchiere che andava in frantumi, ma per fortuna il servizio si salvò.
«Io non ti capisco. Parlo e non ti va bene…non dico niente e non ti va bene. Ma cosa vuoi?» disse Mark. Il volto tornò ad adombrarsi.
Eileen scagliò la spugnetta per lavare nel lavello pieno d’acqua, lanciando verso l’alto uno spruzzo di detersivo per piatti. Si voltò e si piazzò davanti al marito. «Cosa voglio…Cosa voglio!» sbraitò. «Tu dovresti sapere quali sono le mie esigenze. Invece passi il tempo a oziare sul divano invece di portarmi fuori in giro. E sei sempre attaccato alla televisione. Da quant’è che non stiamo un po’ insieme!»
«La sera non stiamo insieme?» Anche Mark aveva alzato i toni della conversazione.
«Lo chiami stare insieme tu piazzato a guardarti il football e io che aspetto che mi calcoli?!»
«Forse, se tu riuscissi a rimanere sveglia, invece di crollare pochi minuti dopo aver piazzato il culo sul divano», disse Mark, sarcastico.
«E perché mi addormento?» chiese Eileen. «Te lo sei mai chiesto? Te lo dico io, perché nessuno sa come attirare l’attenzione!» Abozzò un sorrisetto stizzito.
«Adesso non tirare fuori quella storia!»
«Ti brucia vero, quando ho ragione!» Eileen gli puntò contro un indice accusatore. «Non te ne frega niente di me. Ammettilo!»
Mark alzò ancora gli occhi verso il soffitto sbuffando. «Non è vero! Se fosse così, non ti avrei accompagnato…»
«Ancora la stessa storia! Ma credi che basti per farmi sentire amata?!» obiettò Eileen.
Mark allargò le braccia, sconsolato. «No. Certo che no. Con te è sempre un’impresa capire che cosa cazzo vuoi! Sei diventata una stronza intrattabile, dovrei ammorbidirti a suon di ceffoni. Giusto per farti capire qual è il tuo posto!»

***

Mi bruciano gli occhi e il gusto metallico nella bocca non vuole saperne di andare via. La mente è ancora appannata, e il pensiero di Eileen rievoca in me le immagini del nostro primo incontro. Il party a bordo dello yacht del padre di Jake, dieci anni fa.
Dieci anni. Cazzo!
Non sono mai stato un tipo da serate di alto livello, tra lustrini, camicie inamidate e puzza sotto il naso. Ho sempre preferito una pizza mangiata sul divano e rutto libero con veri amici, e non con gli amici di comodo che incrociavi a questi ricevimenti. Ci andavo poche volte, e quelle poche volte le passavo in disparte a guardare gli altri che si davano grandi pacche sulle spalle, ridevano a battute stupide e si complimentavano uno con l’altro all’infinito. C’era da fare attenzione a camminarci vicini, per il rischio di scivolare sulla bava che colava dalle loro bocche.
Quella sera però, tra tutte le persone presenti, Eileen aveva attirato la mia attenzione. Il suo viso acqua e sapone si scostava dalle troiette presenti sullo yacht, che si aggiravano fameliche tra gli invitati alla ricerca di qualche ricco arnese – non importa se giovane o vecchio – che gli avrebbe riempito il portafogli. E io non ero portato per la classica ‘botta e via’.
Ricordo che indossava un vestitino leggero color avorio e delle calze velate nere. Poco trucco e nessun fronzolo per attirare l’attenzione. Tranne la mia.
Non ci eravamo scambiati una sola parola quella sera, soltanto un gioco di sguardi rubati. E prima di andare via, quando la serata si stava ormai trasformando in un’ enorme orgia, era passata a farmi un saluto veloce. A quel tempo ero un ragazzo timido e insicuro, e pensando che fosse fidanzata – tutta la sera aveva ballato e parlato con lo stesso ragazzo – non avevo osato avvicinarmi. Avevo paura di fare brutte figure, o peggio, far arrabbiare l’eventuale fidanzato. E non volevo risvegliarmi il giorno seguente con un occhio nero e senza qualche dente.
Decisi allora di prendere vie traverse e scoprii, tramite Jake, che conosceva sempre tutti, che si chiamava Eileen ed era single. Le telefonai, dopo aver fissato per quasi due ore il telefono. Da lì a metterci insieme e sposarci il passo fu breve.
Troppo breve.
Dopo qualche anno cominciarono le prime discussioni, le liti, ancora discussioni e ancora liti. Non la vedevo più come la ragazza acqua e sapone incontrata al party, era diventata un’arpia insopportabile.
«Perché non l’ho moll…ta!»
Cazzo!
La gola è sempre secca ma la testa comincia a tornare a girare su regimi normali. Sento ancora un gran concerto di tamburi nel cervello ma sembra che stiano finendo il concerto.
Mi sollevo per mettermi seduto e far circolare il sangue alla gamba destra che sento formicolare. Sbatto la testa contro la mensola. La stessa dove ho sbattuto la mano.
Cazzo! Lo sapevo!
Quando avevo montato le mensole, nella stanza da letto, avevo preso la misura in modo che quella più bassa delle due non fosse troppo vicina alla testiera, per evitare di sbatterci contro. Non avevo controllato, mi fidavo del mio occhio clinico. Ora però dovevo ricredermi. Per evitare la mensola, piego le gambe per spostarmi verso il fondo del letto e poi sollevarmi a sedere. Ma le ginocchia sbattono contro qualcosa.
«Ma c…»
Allargo le braccia, cercando di capire che cosa accidenti ho colpito. Le mie mani toccano delle protezioni solide. Al tatto sembra legno. Mi ha messo delle coperture per paura che mi agitassi nel sonno e cadessi dal letto?, penso.
Assurdo.
Mi accorgo che sto sudando. E faccio anche fatica a respirare. Tossisco, e sento di nuovo quella sensazione che mi prendeva da bambino. Sto per svenire. Cerco di scacciarla. Mi agito ma il mio corpo non fa che sbattere contro qualcosa di robusto, tutto intorno a me. La consapevolezza del luogo dove mi trovo m’investe come un autoarticolato a piena velocità.
Cazzo!
La mia respirazione aumenta, e questo non fa che condurmi velocemente nello stato d’incoscienza che avevo cercato di reprimere. Prima di perdere i sensi mi consolo pensando che sono già disteso. Non rischio di dover andare a sbattere contro qualche spigolo.

***

Mark non aveva visto il braccio muoversi, ma aveva sentito lo schiocco del palmo della mano di Eileen che baciava la sua guancia sinistra, e il successivo bruciore affiorare sul viso in un costante crescendo di dolore.
L’aveva guardata stupito, non aveva mai pensato che potesse avere una reazione del genere. Si passò la mano sulla guancia; da lì a poco la pelle si sarebbe arrossata evidenziando i segni delle dita lasciate dalla moglie. La reazione di Mark non tardò ad arrivare. Si alzò dalla sedia sovrastando Eileen di una spanna, gli occhi duri e le labbra serrate in una sottile linea rossa, con le estremità piegate leggermente verso il basso. Ricambiò amorevolmente la donna stampando le sue dita sulla guancia di lei.
Eileen vacillò all’indietro appoggiandosi allo stipite della porta per non cadere a terra. Dal taglio apertosi sul labbro, stillò subito una piccola sbavatura di sangue.
La donna sgranò gli occhi e guardò il marito, come se lo vedesse per la prima volta. Le iridi verdi s’inumidirono, lasciando scivolare sulle guancie imporporate piccoli filamenti di lacrime salate.
«Bastardo», disse a denti stretti. Estrasse un fazzolettino di carta dalla tasca della felpa dei Lakers (Mark si era sempre domandato per quale cazzo di motivo una persona nata e cresciuta nel New England, tifasse per Los Angeles), si tamponò il labbro sanguinante e gonfio e barcollò in camera da letto, chiudendosi la porta alle spalle.
Mark non si pentì di averla colpita. Avrei dovuto farlo già da tempo, per farle capire chi è a comandare, pensò. Si sedette sulla sedia e guardò il dolce di crema pasticcera, salsa alla vaniglia e cioccolato. L’apoteosi per il suo palato. Avvertì un leggero senso di colpa alla base dello stomaco. La moglie gli aveva preparato quella deliziosa ghiottoneria e lui l’aveva ricambiata picchiandola. È stata soltanto colpa sua, pensò Mark. Si disse che quello che sentiva allo stomaco non era senso di colpa, bensì appetito. Riempì il piatto e si avventò sul cibo come un falco su una lepre ignara.
Eileen era nel bagno della stanza da letto. Dal mobiletto accanto allo specchio aveva tirato fuori il necessario per disinfettare la ferita. Guardò la sua immagine riflessa e controllò la ferita. La guancia era rossa e il labbro tumefatto si andava gonfiando, ma un po’ di trucco avrebbe nascosto l’ecchimosi che l’indomani sarebbe comparsa. Poteva sembrare che avesse un ascesso, e dopotutto, pensò la donna, sarebbe stata una buona scusa per nascondere l’accaduto.
Non piangeva, aveva represso le lacrime a favore della rabbia. Spense la luce del bagno e andò a sedersi sul letto. Prese il cellulare e inviò un messaggio. Qualche secondo dopo la colonna sonora di Dirty Dancing la avvertì che il mittente le aveva risposto.
Prese il cellulare e guardò il display. Sorrise. Rispose al messaggio e lo inviò.
Mark, in cucina, aveva finito di gustarsi il dolce. Era talmente appetitoso che si concesse anche un bis. Il rutto potente che lanciò nella stanza era un degno omaggio a quella prelibatezza. Eileen odiava quando ruttava e non mancava occasione che lo rimproverasse. Aspettò quindi una voce di protesta arrivare dalla camera matrimoniale. Invece niente.
Strano, pensò Mark. Deve essere proprio arrabbiata.
Si alzò dalla sedia e senza far rumore salì al piano superiore, avvicinandosi come un ninja alla porta chiusa della camera da letto. Appoggiò l’orecchio contro il legno fresco e rimase in ascolto.
Sentì il suono del cellulare e la voce della moglie rispondere: «Ciao amore, è bello sentire la tua voce.»
Brava Eileen, ti sei fatta l’amante, pensò Mark. Non ebbe nessuna reazione di gelosia, per la notizia appena scoperta. Non ne aveva motivo, entrambi avevano perso la passione uno dell’altra e non facevano sesso da molto tempo, e poi, anche lui si era fatto l’amante.
Scagli la prima pietra chi è senza peccato, gli venne in mente. Tornò a concentrarsi sulle parole della donna, di là della porta.
«Quello stronzo mi ha picchiato!» disse Eileen.
Esagerata, ti ho solo dato uno schiaffo.
«No, lascia stare, non voglio che faccia del male anche a te.»
Il tipo vuole fare il grand’uomo. Lascialo venire, vediamo chi è che fa del male a chi!
Mentre era in ascolto, Mark si lasciò andare in un lungo sbadiglio, trattenendo l’ululato, per non far sapere alla moglie che stava origliando. Le palpebre divennero pesanti, non riusciva a tenerle aperte.
Minchia, che sonno! Che mi prende!
L’uomo cercava di tenere gli occhi aperti, ma le palpebre erano diventate di cemento e non c’era verso di tenerle sollevate.
«E poi ci ho già pensato io a sistemarlo per bene.»
Che cazzo stai dicendo, lurida sgualdrina!
«Raggiungimi, ti spiego il mio piano.»
Mark spalancò la porta mentre Eileen chiudeva la comunicazione. Entrò nella camera matrimoniale barcollando e dovette reggersi all’armadio per non finire lungo disteso sul pavimento. «Sctr….Sctronza…», biascicò. Non riusciva a parlare e a rimanere concentrato, il cervello si era preso qualche ora di permesso. «Cos… Cosa mi…»
La frase si perse in un lungo sbadiglio. Eileen la completò al suo posto.
«Cosa ti ho fatto?» disse la donna. Si alzò dal letto e si spostò vicino al comodino, senza distogliere lo sguardo da Mark. L’uomo stava per crollare, i movimenti non sarebbero stati rapidi, ma perché rischiare di avvicinarsi troppo? «Ho messo del sonnifero dentro il tuo dolce preferito. E scommetto che ti sei servito due fette.»
La risata della donna echeggiò ovattata nelle orecchie di Mark, mentre crollava sul pavimento addormentato.

***

Riprendo conoscenza. Il mio viaggio onirico mi ha fatto capire perché ero (ora sono di nuovo lucido) in stato confusionale e perché la mia bocca ha questo sapore metallico.
«Mi ha drogato!» bisbiglio con la gola inaridita.
Sono crollato sul pavimento, il cervello non comandava più nessun muscolo del mio corpo, ma non avevo ancora perso i sensi. Ho sentito Eileen avvicinarsi a me e scuotermi con un piede. Mi ha girato sulla schiena e mi ha sollevato i piedi, per spostarmi, senza riuscirci. Sono troppo pesante per lei.
Non ricordo altro, avevo lasciato la realtà per tuffarmi in un mondo senza sogni, a farmi compagnia solo l’oscurità. Per risvegliarmi in un’altra oscurità.
L’oscurità di una fottutissima cassa da morto.
«Ehehehheehhehe»
Rido.
Sto impazzendo.
No, non sono pazzo, anche se nella mia mente, sto parlando da solo. Ma trovo tutto questo alquanto ironico. Il becchino seppellito vivo in una delle sue bare. Eileen deve aver aspettato il suo amante e si è fatto aiutare da lui per spostarmi, chiudermi nella cassa e trascinarmi…
Dove cazzo mi hanno seppellito?
Ha poca importanza dove. Ed è l’ultimo dei miei pensieri. L’aria sta scarseggiando, tra poco il mio cervello tornerà ad appannarsi, e questa volta non sarà per colpa del sonnifero. La mente mi trasporta a casa, dove immagino Eileen e il suo amante, abbracciati sul letto, il mio letto, a fare sesso e a godersi la vita con i miei soldi.
Sento la furia montare dentro di me. Non lo doveva fare. No! Proprio non lo doveva fare.
«Brutta PUTTANA!» Grido con il fiato che mi resta. Non m’importa se la gola brucia. Ho perso la lucidità, l’istinto di sopravvivenza ha preso il sopravvento, e la rassegnazione per la sorte cui sono destinato si è trasformata nel desiderio di uscire da lì, a qualunque costo. Colpisco con violenza il coperchio della bara. E’ come colpire un muro di cemento. Non mi arrendo e continuo. «AIUTO! MI SENTITE! QUALCUNO MI SENTE! SONO QUI SOTTO, CAZZO!»
Avverto qualcosa di caldo che mi scivola lungo il dorso della mano e capisco che mi sto scarnificando la pelle delle mani; ma questo non mi ferma e continuo sempre più forte. Mi fermo quando le forze mi abbandonano. Non sento più le mani. Distendo le dita e il dolore lancinante delle ferite sulle nocche percorre tutto il braccio e mi esplode nel cervello come tanti fuochi d’artificio. Sono coperto di sudore. L’aria comincia a scarseggiare e mi è sempre più difficile respirare. Morirò sepolto vivo, soffocato.
No, mi verrà prima un infarto.
Il cuore sta facendo gli straordinari. Troppi straordinari per i miei gusti.
<<Stronza… maledetta bastarda!>> Piango in preda alla disperazione e torno a colpire il coperchio della bara come se fosse Eileen. I piedi scalciano il fondo un paio di volte. Sento un rumore sordo e qualcosa che cade sui piedi. Mi blocco, sollevo la testa quel tanto che basta per guardare all’estremità della cassa, ma vedo soltanto il buio. Muovo le gambe, urto ancora la parete inferiore del mio giaciglio eterno e mi accorgo che riesco a distendere per intero le gambe. Sento ancora quel qualcosa coprirmi le gambe.
È terra. Mi hanno seppellito vivo

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Marco Oddenino
Sono nato a Torino il 12/05/1977. Vivo in provincia di Torino, in una cittadina di nome Bruino. Sono sposato da tre anni e sono papà di due splendidi bambini. Lavoro come tecnico installatore in un'azienda che si occupa della sostituzione e riparazione di vetri per automobili. Sono appassionato di fumetti e, oltre che scrivere mi diletto anche nel disegnare storie a fumetti. Le mie letture preferite sono horror, fantasy e action. Al primo posto in assoluto c'è il Re, Stephen King; non mi perdo nessun suo libro, poi George R.R.Martin con le sue "Cronache", e Clive Cussler e Andy McNab con i loro protagonisti Dirk Pitt e Nick Stone.
Al mio attivo c'è una raccolta di quattro racconti racchiusi in un libro dal titolo "Benvenuti a St. Gunn Falls".
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