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Una donna a bordo porta male

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Blake Allen,tranquillo ma orgoglioso medico chirurgo, assiste a un brutale omicidio. Il colpevole è un pirata che si rivela essere una donna.
Il testimone scomodo viene rapito dall’equipaggio della Iris’Faith, composto interamente da donne travestite da uomini e capitanate da quattro francesi dalle misteriose origini e dal destino già scritto.
Cosa spinge un gruppo di donne di diversa età, razza, estrazione sociale e passato a sfidare la sorte per mare all’ombra di un nome maschile e di una bandiera nera? Qual è la vera storia di ciascuna di loro? Cosa stanno cercando veramente e quanto di se stesse perderanno, durante il loro avventuroso viaggio lastricato di spietata violenza, fredda determinazione e solidarietà reciproca?
Riuscirà il dottor Allen a sottrarsi sano e salvo alla presa di ferro del capitano Damièn de Clisson e dello stato maggiore della Iris’Faith o verrà, suo malgrado,coinvolto in una missione alla quale tutto pare sacrificabile, persino il senso di umanità dei suoi partecipanti?

Perché ho scritto questo libro?

Anni fa, quando non pensavo che avrei mai avuto il coraggio di rivelare pubblicamente che mi diverto a scrivere di pirateria, ho scoperto qualcosa che in realtà non mi aspettavo affatto: molti tra i pirati realmente esistiti non solo erano donne, ma erano anche capitani di ciurme maschili. Vestivano e governavano navi come gli uomini, combattevano in mezzo agli uomini senza risparmiarsi affatto, vincevano battaglie e duelli e soprattutto (incredibile a dirsi) non venivano riconosciute tanto facilmente. E leggendo, in particolare, le storie di Anne Bonney e Mary Read, mi sono chiesta: e se fosse esistita un’intera ciurma di pirati donne? Ma perché mai un gruppo di donne dovrebbe essersi data alle scorribande per mare? Cosa ci fanno delle fanciulle su una nave in mezzo ad armi, cannoni ed sartiame incatramato? Rubano, saccheggiano e incendiano come ogni pirata che si rispetti oppure c’è dell’altro? …Perché le donne si uniscono? Ed ecco che, nel giro di pochi minuti, c’era una storia. Ovviamente non l’ho vista bene subito, ma scoprirla e guardarla svolgersi è stato bello. E adesso semplicemente spero che qualcuno possa divertirsi a leggerla almeno quanto io mi sono divertita a scriverla.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Carmilla
Carmilla, 31 anni, avvocato a Siracusa, dall’età di 10 anni consapevole del fatto che deve scrivere per essere felice anche se, per un lungo periodo, ha avuto la tendenza a dimenticarlo o a non darvi peso, perché “chi te lo fa fare, non serve a niente e a nessuno, pensa a studiare e a trovarti un lavoro”. E invece serve, a se stessi e al proprio benessere, e tanto basta in realtà. Ma se pure è vero che chi scrive lo fa esclusivamente per questo, per essere felice, è anche vero che un sogno condiviso è sempre meglio di un sogno solitario. E quindi… eccola qui!