Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Doppio movimento

Doppio movimento campagna
34%
133 copie
all´obiettivo
34
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Febbraio 2021
Bozze disponibili

La storia di Virginia, che da piccola avrebbe voluto essere un maschio, s’incrocia con quella di Hermes, un androgino perfettamente neutro. A collegare le loro storie è lo spirito di un falco, inizialmente compagno di Virginia e successivamente di Hermes che, al contrario di Virginia, diventa consapevole della sua presenza da subito e lo accoglie nel suo corpo e nella sua vita senza riserve. La storia si sviluppa su due piani temporali distinti e paralleli, uno che segue il tempo lineare dell’esistenza e l’ altro quello interiore e circolare della coscienza. Sospesi tra Liguria e Cornovaglia, i personaggi si ricongiungeranno dopo una lunga serie di incontri e allontanamenti, avventure e sperimentazioni, separazioni e vagabondaggi.

Perché ho scritto questo libro?

Dopo aver letto Hillmann ero attratta dall’idea di provare a descrivere una vita, anche e soprattutto dal punto di vista della sua anima. Provandoci mi sono ancora più convinta che sia possibile incontrare l’anima solo e se ci si mette alla ricerca della propria vocazione più profonda e autentica, che spesso però ha poco a che fare con le nostre aspirazioni, le scelte compiute, le ambizioni, i desideri, perché sono l’immaginazione, l’intuizione e la creatività a svelarla davvero.

Le royalties dell’autrice verranno devolute a Emergency al termine della campagna di crowdfunding.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Questo carattere tipografico mi ricorda la vecchia Olivetti lettera 32, la prima che abbia mai usato, quella con cui ho battuto a fatica e con due sole dita le mie prime poesie (o forse era già quella elettronica?) In ogni caso somigliava molto a questo, ne sono sicura. Lo preferisco perché da quando ho gli occhi spesso stanchi trovo che sia il più riposante tra quelli disponibili. Ed è con questo carattere che vorrei scrivere la mia autobiografia, raccontarmi la vita che ho vissuto e magari recuperare ricordi perduti, provare ancora certe emozioni irripetibili, sospendere il tempo, riconoscermi e cercare di comprendere se sono stata o no capace di diventare quella che sono. Ho pensato tante volte di scriverla ma non mi sono mai decisa. Preferivo nascondermi in molti dei miei personaggi e nelle loro storie, nei discorsi che ho tenuto e fatto, nelle lezioni con le mie classi migliori.
Aneddoti, episodi, una vita intera che continuamente ha bussato e bussava per uscire alla luce, scoprirsi, raccontarsi. Ma io non mollavo, non volevo. Pensavo che non fosse abbastanza interessante. Poi ho cambiato idea perché, se mi racconto la vita, forse la fine mi troverà pronta.

infanzia
Il mio nome è Virginia e quando sono nata desideravo essere un maschio. L’ho desiderato per molti anni, più o meno fino all’inizio dell’adolescenza. Poi mi sono piano piano rassegnata e così ha fatto anche la mia immaginazione. Un giorno, da adolescente, guardandomi allo specchio ho deciso che mi piacevo com’ero e mi sono riconciliata con la mia immagine, libera almeno dagli specchi odiosi dei miei occhiali. Li portavo fissi tutto il giorno, da quando avevo sei anni. I miei occhi avevano cominciato a lacrimare copiosamente, così mio padre mi prescrisse le lenti di correzione. Era un ottimo oculista, potevo fidarmi.
Dei primi anni non ricordo quasi nulla. Ho provato molte volte a concentrarmi per recuperare qualche ricordo ma senza successo, e le foto di allora non mi aiutano un gran che. Sembrano immagini di un’estranea, una di cui non so nulla.
Da piccolissima non sorridevo mai, ero sempre imbronciata, musona, triste. Poi ci dev’essere stato un periodo di relativa serenità, perché il viso appena qualche anno dopo si è rasserenato, i capelli sono cresciuti e la bambina è diventata più disinvolta. Qualche foto in vacanza con mio fratello e mia mamma che sorridono e giocano sembrano confermare questo quadro generale.

Continua a leggere

Credo che tutto sia cominciato a crollare intorno ai sei anni, mentre gli occhi lacrimavano, o forse lacrimavano proprio a causa di questo crollo. All’epoca sentii solo il  desiderio di nascondermi, affossarmi, scomparire, dimenticarmi nel vuoto. Cominciai a nuotare nell’angoscia che divenne una presenza costante della mia infanzia.
Nell’inverno del 1970 una giovane donna, mia lontana parente, mi prelevò dal lettino a castello in cui dormivo con mio fratello per portarmi nel suo. La bimba che ero stata, la sua vitalità e la sua memoria scomparirono. Restò solo odio dentro e contro di me. Odiai gli occhiali da portare tutto il giorno, il mio corpo rotondetto e imperfetto, la mia solitudine, la mia angoscia, la mia precoce libidine meccanica e compensatoria. Ero come svuotata: niente ricordi, niente vista, tutto era offuscato, lontano, indifferente, irraggiungibile. Avevo sotterrato ogni mio desiderio sotto un macigno immaginario e pesantissimo che tutte le sere mi caricavo sulle spalle cercando di lanciarlo dietro per potermi addormentare. Dopo il lancio crollavo finalmente in un sonno vuoto.
Seguì un lungo periodo monotono e sfiancante. Soffocavo senza rendermene conto. Ero asociale, perennemente a disagio con me e con gli altri bambini, imbranata, insicura, non mi sapevo divertire, non mi lasciavo andare, avevo paura di tutto, in particolare che gli altri capissero come mi sentivo. Che capissero quale mostro ero.
Non avevo amichette o amichetti. Frequentavo perlopiù quelli di mio fratello Corrado: mia madre ci portava quasi sempre a casa di Giangi, il miglior amico di Corrado, perché la madre era anche la sua migliore amica. Portava sempre anche me, con un leggero disappunto di entrambi, anche se il mostriciattolo che avevo dentro si trovava bene a giocare con i maschi. Ma la cosa non era per nulla reciproca. Ero sempre l’unica femmina in mezzo a tanti bimbetti non troppo gentili. Spesso s’indispettivano nel vedermi comparire così di frequente. Così capitò che una volta uno di loro, vedendomi arrivare, per salutarmi mi definì mostro con gli occhiali. Fui presa da una rabbia sorda, cieca e paralizzante. Andai verso di lui come una furia col pugno chiuso e glielo piazzai proprio sotto il mento ma riuscii soltanto a dargli un timido colpetto e poi andai a nascondermi da qualche parte con le dita ancora paralizzate per parecchi minuti.
Mi avevano scoperto, mi avevano visto. Ormai era inutile nascondersi.
D’altro canto era molto difficile giocare con l’unica amica che avevo, la mia adorata cuginetta, figlia di mia zia, la sorella di mia madre, con la quale purtroppo i rapporti erano meno frequenti e regolari; mio padre non apprezzava nessuno del parentado materno, per cui la maggior parte delle frequentazioni con quel lato della famiglia era a dir poco difficoltosa. Vedevo mia cugina Virginia (mia zia aveva avuto poca fantasia in fatto di nomi!) solo a scuola. Frequentavamo la stessa classe perché eravamo coetanee. Lei viveva dai nonni materni, i suoi si erano separati molto presto e godeva di molta più libertà rispetto a me. La invidiavo e l’ammiravo per questo. Inoltre, il fatto che appartenesse al ramo materno della famiglia la rendeva ancora più cara, contrariamente a mio padre, sempre più distante per la sua intransigenza e i frequenti conflitti con mia madre.

la discesa
Toccava a me. Dovevo tirare i dadi prima di intraprendere la grande discesa. Finalmente era arrivato il mio turno, così li lanciai in aria perché il caso scegliesse la giusta combinazione. Il lancio fu lunghissimo, le mie ali potenti e poco abituate a modulare la forza, collocarono i dadi molto lontano da dove mi trovavo. Dovetti volare a lungo prima di ritrovarli in bilico su di un dirupo. Sul primo c’era un volto femminile, sul secondo due lunghe gambe ancorate ad un busto più corto: sarebbe stata una femmina a contenermi. Mi arrabbiai, divenni all’istante una furia. Come poteva essere? Come avrei potuto sopportarlo? Cercai di scappare, m’involai con una traiettoria verticale ripidissima, urlai il mio disappunto gracchiando peggio di un coro di mille civette, ma sapevo che non sarebbe servito a niente. Appena lei fosse stata concepita io avrei perso le mie ali, la mia aria, il mio mondo, per conficcarmi nel suo piccolo corpicino sproporzionato. Così l’ho odiata da subito. Frignava ed era ipersensibile come un fuscello senza scheletro. Non sorrideva mai, imbronciata e ombrosa a dismisura. Una poppante depressa che non aveva niente da poppare, il latte era terminato, il pianto non si placava, una tragedia. Io ero lì dentro e mi sorbivo tutti i singulti, gli scossoni, le tempeste di quei pianti e la disperazione assoluta da cui sgorgavano. Ma non potevo farci niente, dal momento che ero io la causa del suo male, come lei lo era del mio.
Siamo stati per molti anni separati nell’unico posto che ci univa, la vita. Lei con quel suo corpo gracile e inadeguato, io anima di falco imprigionata dentro di lei.
Avrebbe voluto chiamarsi Max, ricordo benissimo questo nome. All’epoca lo utilizzava sempre nelle sue fantasie. Si era innamorata di Marc Spitz, il nuotatore che aveva vinto tante medaglie d’oro alle olimpiadi. Era l’anno in cui si disputarono a Monaco e lei di anni ne aveva otto. Nei monotoni film che l’immaginazione proiettava per lei tutte le sere, si vedeva col suo fisico, i suoi baffi e il suo viso alternato a quello di Delon con la barba. Era rimasta affascinata da una rara foto in cui lui la teneva lunga e non sapeva decidersi su chi dei due fosse più attraente. Non lo decise, continuò a immaginare le loro sagome, scegliendole ogni volta in base a parametri che non sono mai stato in grado di comprendere.
Sognava di amare (riamata) donne bellissime che baciava in continuazione, dopo corteggiamenti estenuanti ed infiniti. S’ispirava alle scene dei film che vedeva in tv, di cui comprendeva poco, ma che colpivano puntualmente la sua fantasia. Il bacio rappresentava sempre la fine del sogno ad occhi aperti, non accadeva mai altro, era il coronamento di tutti i desideri di cui era capace. Ricordo anche che spesso non riusciva ad addormentarsi la notte, allora visualizzava un enorme macigno scuro, squadrato e provvisto di fune; riusciva con uno sforzo enorme a caricarselo sulle spalle e poi lo gettava dietro di sé, solo così si addormentava all’istante. E quando dormiva finalmente io ricominciavo a volare. Dall’alto sovrastavo ogni cosa, viaggiavo, ero libero, illimitato. Respiravo. Ero aria spostata con grazia, ero vento spalancato nelle ali, tornavo ad essere tutto, intero. Il mio odio la seguiva ogni giorno perché al sorgere del sole dovevo rientrare, ridiscendere, abbandonare quella dimensione e tornare a seppellirmi in lei, come una ferita che si riapre ogni mattina e spurga il suo veleno.
Intanto, nonostante tutto cresceva. Un po’ sbilenca, ma cresceva. I primi anni era anche quasi graziosa. Aveva non so come trasformato il broncio costante dei primi mesi in un’espressione tenera e a volte curiosa. Ma una notte volò via anche lei. Al ritorno dal mio solito giro notturno, mi accorsi che era accaduto qualcosa. Il suo corpo improvvisamente era imploso, si era irrigidito, ibernato. Fu l’inizio di un’apnea prolungata che rischiava di diventare infinita. Non potevo permetterlo, avevo troppo bisogno d’aria. I primi tempi la odiai ancora più di prima. Non avevamo nulla in comune, niente fino a quel momento ci aveva unito se non i momenti in cui era stata felice, e correva, giocava, saltava, respirava. Ma ora come potevo sopportarla in quello stato? Non avevo idea di cosa fosse successo e non m’importava. Non avrebbe cambiato le cose, anzi. Per cui mi concentrai sulla sua improvvisa pesantezza, cercai di misurarla, osservarla nei minimi dettagli. La vidi chiudersi in una prigione senza fantasie, sentii la sua immaginazione spegnersi, il suo corpo gonfiare. Per un po’ la lasciai fare, poi una notte, stanco della sua insonnia che impediva i miei voli, decisi di darle una mano ad addormentarsi. In preda all’angoscia si alzò dal letto come una nottambula e si trascinò sul terrazzo dell’attico, sporgendosi dal parapetto. Con un bel colpo d’ala tentai di colpirla, volevo stordirla nella speranza che svenisse e mi lasciasse andare. Invece spostai soltanto aria fresca intorno a lei che si rasserenò, tornò nel suo letto e s’inabissò nel mio volo. Insomma, successe che me la portai dietro. E da quel giorno in poi tutte le notti. Il volo diventava più pesante, ma ero forte e non m’importava. Vagavamo insieme senza sosta ovunque e alla mattina il suo risveglio era più sereno, come se poco a poco si stesse rigenerando.
Anche da rigenerata però le cose non migliorarono un gran che. Non succedeva mai niente alla mia portata, qualcosa che fosse capace di incuriosirmi, che ci avvicinasse, che suscitasse la mia attenzione, perlomeno un po’ curiosità o interesse. Era la vita monotona di una bambina monotona. In sorte non poteva capitarmi niente di peggio. Non mi rendevo conto che il mio sentire la spegneva e soffocavamo insieme in quella monotonia, ad esclusione delle estati in campagna. Lì c’erano i prati e lei col nonno andava a camminare sui sentieri e nei boschi. Lì era più libera e anch’io respiravo meglio. Passava le giornate con la cuginetta adorata, tutto il tempo all’aria aperta e io mi allargavo in lei e sentivo che poco a poco mi dava più spazio, si abbandonava e mi lasciava scorrere nelle vene e nei polmoni. Ma durò soltanto due estati, poi ritornammo alla solita vita senza vacanze in cui mi sembrava di vivere solo di notte, quando potevamo volare via e finalmente tutto ritornava vero. Possibile che non ricordasse niente di ciò che facevamo insieme? Sorvolavamo posti meravigliosi, la portavo ogni volta in un luogo diverso. Avevo deciso di mostrarle ogni lembo di mare e di terra esistente, per cui tutte le notti partivamo e sovrastavamo luoghi inimmaginabili, c’immergevamo in un mondo vero, dove tutto è ciò che sembra e il niente non esiste, il buio è soltanto una pausa, una sospensione statica, un volteggiare casuale nel vuoto, mentre la luce è movimento, tempo che scorre al ritmo del cuore, un andamento perfetto, una danza infinita in sincronia totale.
Eppure niente, nessun segnale al risveglio. Nessuna traccia, nessun effetto, solo paralisi e angoscia. Giocava poco, si divertiva meno e asfissiavamo sempre più in quell’apnea che era ormai la nostra vita diurna, l’unica reale, purtroppo. Questa nostra doppia vita ci stava rovinando. Dentro di lei io scalpitavo, sbattevo le ali, ero furibondo, perché quello che lei sentiva e faceva non somigliava neanche lontanamente a ciò che io ero né a quello che avrei voluto lei fosse. Fuori c’era il suo corpo, la sua mente anestetizzata e la loro vita monotona costellata da tutti i dispiaceri, le incomprensioni, le distanze di cui era impregnata. Volare insieme serviva soltanto a me, lei dimenticava tutto ogni mattina. La sua fantasia era concentrata sui sentimenti, non le interessava altro.
Giocava spesso da sola e anche con le bambole faceva la stessa cosa, creava legami, storie d’amore, tradimenti, accoppiamenti, litigi: tutto quello che vedeva intorno a sé e nei film. Ma un giorno riuscii a spingerla verso qualcosa di nuovo. Era con suo fratello; la convinsi a curiosare nell’inginocchiatoio dei genitori, e lì trovarono riviste e giornali proibiti che da tempo sospettavano fossero conservati lì. Ne avevano notato qualcuna che poi puntualmente era sparita e la curiosità alla fine aveva avuto la meglio. Lei s’infiammò nel vedere quei corpi e così anche il suo finalmente si accese. Sentii che un primo passo era stato fatto. La fantasia bloccata si riaccese e un po’ d’aria nuova investì quel suo corpo sotterrato. Si lasciò trasportare da un movimento interno che la rapiva e somigliava a quello che la involava di notte sulle mie ali. Ce l’avrebbe fatta, ma occorreva ancora un mare di tempo e tanta amarezza prima di poter arrivare a combaciare.
Decisi che avrei provato ad aiutarla sul serio.

13 aprile 2020

Aggiornamento

Recensione di Andreana O.

Commenti

  1. L

    Adriana Gherso
    Letto tutto d’un fiato… Un’attrazione ipnotica, nonostante il solito odioso schermo del pc… Alcuni punti sono così belli che li leggerò ancora…La luce nelle tue parole…che scalda piano piano…e lascia un buon profumo… Molto bello!

  2. Maria Vittoria Acquarone
    Ciao. Finito ora tuo libro doppio movimento. Scorrevole, vero, emozionante, ricco di spunti, profondo, chiaro. Arriva velocemente all anima e al cuore. Fa immedesimare. Non noioso. Si arriva alla fine senza rendersene conto. Per me unica pecca leggerlo non su carta. Avrei sbattuto il cellulare più volte nel muro perché le pagine a volta fuggivano e dovevo ricominciare a cercare segno. Grazie 🙏

  3. (proprietario verificato)

    Ho letto la bozza del suo romanzo durante la notte, era solo l’una quando ho posato il cellulare sulla mensola vicino al letto, e tutto d’un tratto l’ho ripreso tra le mani ed erano le 5 passate.
    Mi ha travolta completamente!
    La volevo ringraziare perché tutte quelle parole scritte mi hanno catapultata in un turbinio di emozioni e sensazioni talmente profonde, nuove e così vere da sentirmi spaesata, incredula…meravigliata. Questa notte ho fatto un viaggio dentro me stessa grazie a quelle parole.
    E voglio continuare a viaggiare, voglio saperne di più.
    La ringrazio ancora per aver condiviso così tanto con i lettori.
    La saluto tanto Prof.
    Sofia, una sua alunna di qualche anno fa…che la porta sempre nel cuore.

  4. Andreana Oggiano
    Ho letto, da qualche giorno, ho avuto bisogno che sedimentasse. Molto bello, coinvolgente, emozioante. Brava. E’ un viaggio nei sensi e con i sensi, amplifica le emozioni e ogni tanto arriva un cazzotto. Gli escamotage della narrazione sono indovinatissimi, se posso osare sembra di leggere Calvino.

  5. Valentina Zanardi
    Finitooo!!!!Gran parte delle cose che ho letto me le hai raccontate nel corso degli anni ma…vederle li scritte una dopo dopo l’altra è davvero un fiume di emozioni, quelle di una vita, tante volte in contrasto tra loro, ma d’altra parte, è sempre tutto il contrario di tutto, così, tra quello che diciamo, quello che proviamo e quello che facciamo ci passa un mare.
    Paura e coraggio, fragilità e forza, determinazione e capacità, amore, tanto amore e volontà di superarsi, allontanarsi e ritrovarsi, fare i conti con i tanti sé stessi e farli incontrare, trovare pace finalmente dopo tante battaglie.
    Immagino ad ogni parola mentre lo scrivevi quanto sia stato forte leggersi e rileggersi scavare e capire che a volte l’impossibile è solo un’idea che ci costruiamo per paura, che anche quando sembra tutto buio esiste sempre una via d’uscita, che a volte perdersi serve proprio per ritrovarsi, “sono orgogliosa di me” direi se fossi in te, a voce alta.
    Spero tu riesca a pubblicarlo presto perché aiuta a guardarsi dentro ed è un grande stimolo. Grazie

  6. Non fatemi mancare i vostri commenti e giudizi al libro!

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Michela D. Castellazzo
Sono nata a Genova e dal 2003 vivo a Massa Carrara. Dopo la laurea in filosofia mi sono occupata di comunicazione aziendale e dal 1996 sono docente di filosofia e scienze umane.
Scrivo da sempre e la poesia è il mio primo amore. Adoro il cinema, gioco a golf, amo camminare, fare trekking e canoa. Ho partecipato con poesie e racconti a numerosi concorsi letterari nazionali ottenendo menzioni di merito e d’onore. Ho pubblicato due raccolte di poesia, un saggio e due romanzi: "Il gioco del caso" (M. Pacini Fazi editore) e "Aqua mater" (Cut-up Publishing).
Michela D. Castellazzo on FacebookMichela D. Castellazzo on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie