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Doran, il forestiero errante

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Un giovane sconosciuto “senza qualità” stipula un tremendo patto con un sedicente Dio: in cambio del proprio passato, dei propri ricordi, riceverà in dote la possibilità di prevedere il futuro. O meglio: del futuro, le conseguenze delle proprie azioni. Frattanto, per “digerire quel po’ di calvario che è la vita”, il Nostro decide, zaino in spalla, di mettersi in viaggio. Lo attenderanno nove città surreali, paradossali, eccessive e perciò così spaventosamente simili a quelle del nostro tempo: vedrà piovere non acqua, bensì volantini; cittadini che tentano in tutti i modi di confutare l’esistenza del tempo; centri abitati abbarbicati ai versanti di un vulcano prossimo all’eruzione e innumerevoli altre assurdità. Quello del protagonista sarà un viaggio biforcato: interiore, alle prese con la voracità dei propri desideri, con la labilità della sua condizione, coi baratri della propria anima gravida di contraddizioni che la corrodono;  ed esteriore, empirico, dove avrà a che fare con nove realtà che rifiuta e da cui è a sua volta rifiutato, ovunque forestiero, respinto come un virus estraneo che non riconosce quelle leggi, quei modi, quelle tradizioni.

Perché ho scritto questo libro?

Quello di Doran è un romanzo fantastico maturato non per caso o in forza di precise e implacabili disposizioni degli dei dell’Olimpo, ma è il frutto d’una costante e certosina osservazione della realtà, dopo una non semplice gestazione di tre anni di appunti e scarabocchi. Quello che ci attornia e che siamo in quanto esseri umani di un certo periodo storico, ho deciso perciò di raccontarlo in maniera ironica, possibilmente leggera, con malsicure sfumature poetiche quando le cose, per il nostro sventato protagonista, sembravano mettersi male.

12/10/2017
Claudio Morgese e "Doran, il forestiero errante" sono su vesuviolive.it! Ecco il link all'intervista http://bit.ly/2ycNczw

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Claudio Morgese

Nasce e cresce, per fortuna o purtroppo, nel quartiere più chiacchierato di Napoli, Scampia. Sogna di diventare uno scrittore, non necessariamente bravo, da circa quindici anni, pur avendone vissuti, secondo la vulgata della carta d’identità, solo venticinque. A causa di un’indole non preconfezionata ma coltivata male, s’identifica con incomprensibile orgoglio con quanto ebbe a dire Italo Calvino rispetto all’arte scrittoria e al modus vivendi di Tommaso Landolfi: “Il gesto di chi impegna tutto se stesso in ciò che fa e nello stesso tempo il gesto di chi butta via”. Studia, ormai fuori corso da svariati eoni, Lettere Moderne; nel mentre, s’arrabatta, lavoricchia e, per il sedicesimo anno consecutivo, sogna di diventare uno scrittore.


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