Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Doran, il forestiero errante

Svuota
Quantità

Un giovane sconosciuto “senza qualità” stipula un tremendo patto con un sedicente Dio: in cambio del proprio passato, dei propri ricordi, riceverà in dote la possibilità di prevedere il futuro. O meglio, le conseguenze delle proprie azioni. Doran – questo il suo nome – decide poi di “digerire quel po’ di calvario che è la vita” viaggiando. Lo attenderanno nove città surreali, paradossali, eccessive e perciò così spaventosamente simili a quelle del nostro tempo: vedrà piovere non acqua, bensì volantini; incontrerà cittadini che tentano in tutti i modi di confutare l’esistenza del tempo e innumerevoli altre assurdità. Quello del protagonista sarà un viaggio sia interiore, alle prese con la voracità dei propri desideri, con la labilità della sua condizione, con i baratri della propria anima gravida di contraddizioni, sia esteriore, in cui avrà a che fare con nove realtà che rifiuta e da cui è a sua volta rifiutato, ovunque forestiero, respinto come un virus estraneo che non riconosce quelle leggi, quei modi, quelle tradizioni. Solo dall’incontro tra questi due cammini paralleli e complementari Doran potrà trarre (forse) dei preziosi insegnamenti.

GLI ARCHITRAVI DELLA CIVILTÀ
L’uomo più triste del mondo sbucò in Novembre, a
Eblana, quando la gragnuola di neve s’arresta a mezz’aria
e di toccare terra e fondersi con essa proprio non ne vuole sapere. Ignote erano le sue origini, la sua stirpe, ma
non il suo nome e il perché, a buon diritto, si ritenne di
definirlo, tra gli uomini, il più triste al mondo. A Doran –
così si chiamava – fu concesso da un Dio di commettere
il più abominevole dei sacrilegi: conoscere e rovistare il
proprio Futuro, così da poter esercitare la più alta delle
virtù: migliorare il proprio Presente.
Continua a leggere
Continua a leggere

In cambio Doran dovette cedere la propria memoria, il proprio Passato: del suo trascorso mai nessuno seppe nulla, men che
meno lui che aveva fatto repulisti d’ogni ricordo.
Quelli messi al corrente della sua curiosa dote s’interrogavano, restando sempre con un pugno di mosche,
sull’identità di questo sedicente Dio, o anche sulla
possibilità che Doran raccontasse un mucchio di fesserie, o che semplicemente fosse pazzo. Tuttavia, ogni
tentativo di capirci qualcosa faceva un capitombolo già
solo perché era lo stesso Doran a non saperne nulla di
come-quando-perché; lui che, quando si vide donare
quell’eccezionale capacità, restò di sale, già dimentico
di tutto. Dopo, realizzato il fatto, andò in brodo di giuggiole come davanti ai manicaretti che la Befana fa piovere dal cielo. Un brodo di giuggiole che presto sarebbe
diventato piuttosto un intruglio pestifero, gorgogliante
di intingoli e spezie che carbonizzano il palato lasciandolo scontento.
La dote inculcata nel giovane Doran si realizzava in
tre fasi: allucinazione, proiezione, rianimazione. Stabiliva innanzitutto quando e dove entrare in trance (oddio, non proprio quando voleva: un abuso di trance gli
avrebbe mandato in pappa il cervello, ma di questo era
cosciente). Passava poi in rivista il suo Futuro che lo
ragguagliava con accuratezza sugli effetti della sua condotta e sulle potenziali e innumerevoli alternative nel
caso in cui quella condotta avesse cambiato registro: un
campionario sterminato di se e di ma, un volo pindarico
dall’essere al sarebbe, un voyeuristico spulciare proiezioni future di sé. Infine, tornava indietro e rinsaviva,
frastornato come dopo un’apnea, tutto preso com’era da
deliri di onnipotenza, dal dare una mano di vernice al
proprio Presente, in base agli oracoli di quei Futuri lì.
Le vie del Signore, poiché misericordiose e al tempo spietate, sono infinite, così come i Futuri possibili di
Doran: a ogni Presente corrispondeva un Futuro uguale e contrario, e viceversa; così, ogni difetto o negatività del Futuro significava rettificare ansiosamente due
o tre azioni e abitudini del Presente. Eterno indeciso
sul modo di procedere dopo ogni trance, scorreva come
quella pavida gragnuola di neve in un vacillante e perenne stillicidio di esitazioni.
Gli architravi della civiltà Doran, il forestiero errante

Insomma, checché ne dicano quelli in cui si imbatté, il potere c’era, la pazzia forse, ma il potere senza
ombra di dubbio. E che Doran lo vivesse come un conflitto edipico è innegabile: un’idea positiva di Futuro
da bramare e mordere come il seno d’una donna, che
lo coccolava con una tenerezza passibile di pruriginosi equivoci, che lo richiamava a sé allettante come un
Luna Park. Quell’idea di Futuro faceva da contraltare
a un Presente aspro e brutale, da riciclare, così tronfio da arrogarsi il diritto di osteggiare la Fata Morgana
del Futuro (o meglio: una delle possibilità di Futuro)
cui vietava l’accesso al proprio territorio, come un buttafuori che, cocciuto e prepotente, s’impunta e non ti fa
passare. Vagheggiava le alternative di Futuro proposte
dalle trance ed era ostico verso il Presente, anche se,
nei proclami di sfida contro quest’ultimo, di contegni
guerreschi non riusciva proprio ad averne; così ne restava in balìa, sognatore e inetto.
Per questi motivi, il più triste non lo era certo per
caso: accomunato sì agli altri uomini dall’istinto del
desiderio, Doran poteva decidere come desiderare,
condanna e apoteosi di un veggente insaziabile. Dice:
Ma non poteva resistere? Neanche per sogno! S’è mai
visto un uomo o una donna resistere davanti a un corpo nudo dell’altro sesso? S’è mai visto un uomo o una
donna resistere per anni all’inedia? Forse gli anacoreti,
quelli sì. Ma Doran tutto era e poteva essere meno che
eremita: imbastire una trance, rivoltare il calzino ai
mille Futuri possibili, dai cui alambicchi cavare un’oncia di distillato per infonderlo nel Presente, tutto ciò
per il nostro era istintivo, ineluttabile come l’acquolina
durante i pasti. D’altronde, come contravvenire agli ordini divini? Il suo era un impulso, più che una scelta; un
procedere a tentativi nel Presente, una spola spaziotemporale che s’autocostringeva a fare perché quelle
visioni gli consentissero di meglio calibrare il proprio
Presente. Tentativo dopo tentativo – favorito dalle visioni che gli presentavano la prova del fallimento o del
successo di quelle azioni – a qualche risultato perveniva. Tuttavia…
Non si starà qui a tediare il Lettore con questo
lungo sproloquio che si vuol far passare per introduzione. Doran non era un opossum ma un uomo, ingenuo, con un potere a doppio taglio. Del giovane è ancora opportuno sapere, però, che decise di digerire quel
po’ di calvario che è la vita viaggiando, a occhi chiusi,
come poteva.
Eblana – che poi il nostro elesse casa propria – segnò l’inizio del suo viaggio, costituito in totale da dieci
tappe; milioni, invece, le cose inenarrabili passate davanti agli occhi di un uomo con nessuno e centomila
Futuri, privi di trama come le pagine che il Lettore accetterà di scartabellare.
Eblana

La flemmatica levata del sole scandiva il passo
irrequieto e insicuro di Doran che, tuttavia, dalla sua
aveva la scioltezza di chi non ha mete prestabilite.
Gli architravi della civiltà Doran, il forestiero errante
E infatti si può a ragione dire che “errasse”, più che
viaggiare. Anche in questo caso, forse, era mosso da
un riflesso condizionato, come un cuore che pulsa a
briglie sciolte o un uccello migratore in cerca della
propria Bengodi; oppure forse era la curiosità a sospingerlo lontano da derive sedentarie; sia quel che
sia, così come durante l’andirivieni Presente-Futuro-Presente nelle sue trance, Doran era tutto istinto.
Intirizzito da quel freddo novembrino, s’accorse
subito che Eblana non era una città come le altre. Non
aveva più cognizione della normalità o di cosa fosse
o dovrebbe essere inusuale e cosa no, ma aveva come
un sentore, un fiuto quasi femminile che gli tamburellava in testa e suggeriva che no, quella non era una
comune città. Per essere bella, era bella: la rete viaria era tutto un saliscendi costeggiato da miriadi di
taverne, un inerpicarsi fin su dove i monti s’inargentano, e un digradare sin dove il vento sospinge le imbarcazioni. Di gente ne girava poca, e questa penuria
unita all’austera e nereggiante malinconia delle lanterne vestiva Eblana d’una seta quasi commovente.
Insolito era piuttosto chi ci abitava: durante le soste
dai loro giochi, chi in bottega, chi al parco, i bambini
si rivolgevano a tutti gli adulti chiamandoli “papà” o
“mamma”, indistintamente, un cogli-cogli che altrove
avrebbe potuto seccare o risultare un’insolenza bella
e buona. Invece loro, con tutta la tranquillità del mondo: «Papà, quanto le devo per la cioccolata?», «Mamma, io non le pagherò il biglietto né ora, né mai!». Tutto questo straniava Doran, abituato com’era a sentire
un solo “mamma” e un solo “papà”.

Sullo stemma di Eblana campeggiava un baobab,
che – grazie a quel vivace groviglio di rami che come
una zazzera si spande anarchico, esibendo, alle sue
estremità, nude e funeree grinfie – qualche velleitaria mitologia ha interpretato come simbolo di continuità tra vita e morte, ma che, restando coi piedi per
terra, è piuttosto l’emblema della savana. Tant’è vero
che a Eblana scorrazzavano, senza gioghi di sorta,
animali della savana: non che il clima fosse loro così
propizio, ma da bere e mangiare ce n’era a iosa, dal
momento che erano considerati cittadini con tutti i
crismi, al cento per cento. In quanto tali erano soggetti imponibili: essendo bestie, col signor Denaro
non potevano averci a che fare, è vero, allora il loro
tributo stava nel prestar servizio presso chi i tributi poteva pagarli sull’unghia: gli uomini. Gli animali
non eran loro schiavi, sarebbe stato eretico già il solo
pensarlo: erano le bestie a scegliere presso chi sfacchinare, e, sempre deliberatamente, nel pieno diritto,
potevano far fagotto e cercarsi un altro uomo; animali così liberi non s’erano mai visti.
Ma, ecco, sulle mansioni c’era anche una precisa
normativa; tutto si basava sulle specifiche caratteristiche d’una certa specie. Lo struzzo, per esempio, rapido e longilineo, ereditando un’anima meticcia – un po’ uccello vispo ed estroverso, un po’ cammello placido e accogliente – era addetto al trasporto pubblico,
ma poteva condurre due uomini alla volta ed era sua
giurisdizione garantire l’incolumità e il rispetto delle
leggi. Passeggeri privi di casco gli avrebbero procurato noie o persino il ritiro della patente di Struthio
Gli architravi della civiltà Doran, il forestiero errante

Trasportatore. A ogni buon conto, il lavoro dello struzzo era particolarmente e storicamente apprezzato,
per aver soppiantato gli obsoleti e inquinanti autobus. I leoni custodivano ville e stabilimenti, le giraffe fiancheggiavano i vigili del fuoco nelle malagevoli operazioni di salvataggio o spruzzando acqua sui
grattacieli, i formichieri coadiuvavano le imprese di
pulizia specie nelle discariche o nelle abitazioni degli scapoli, gli gnu favorivano le retate dei tutori della
legge abbattendo le porte sprangate.
Ogni specie era assegnata a un reparto specifico,
ma tutti gli animali potevano scegliere presso quale
famiglia o persona operare. Il codice civile animalesco di Eblana, elaborato da un’apposita commissione
di esperti umani, prevedeva insomma un do ut des
vecchio stampo, dove la cartamoneta non vi ficcava
il naso: far qualcosa per te in cambio di vitto e alloggio, senza la mediazione di nichel e carta cellulosa.
Perciò Eblana si fondava su quest’integrazione naïf,
era uno zoo senza gabbie e impresari in cui uomini
e animali interagivano, ma non mediante l’elemosina
delle noccioline.
Doran osservò che al termine d’ogni giornata
quasi tutti gli animali di Eblana – eccetto pipistrelli
e lucciole che proprio in quel momento timbravano
il cartellino – si radunavano intorno a uno stagnetto
fuori città, come fil di ferro verso un magnete. Si spidocchiavano a vicenda, si concedevano delle moine,
bisbigliavano forse licenziose profferte, formando a
modo loro un ambiente appartato, in cui prendevano
vita qua e là puntiformi aggregati di esistenze, cerchie
riservate per congiungersi, riposare o passare il tempo libero in compagnia.
Il nostro voleva vederci chiaro, perché se nella sua
mente il sodalizio tra bestie e uomini si riduceva a un
mungere e scotennare, e qui no, qualcosa non tornava.
A lume di naso, come ogni sua azione e desiderio, trascinato com’era dall’onda dell’istintiva curiosità, entrò in una delle tante taverne per rinfrescarsi le idee
a suon di luppolo.
«… e ti sembra giusto? Non mi pare che abbia procurato i benefici per i quali è stata istituita…»
«Istituita? Ma di che parli? C’è sempre stata, ab
ovo, profeti e predicatori ne hanno solo tramandato e
diffuso le qualità e i messaggi.»
«Mi pare che qui si stia uscendo troppo dal seminato e perdendo il filo del discorso: si ragionava sui
pro e i contro, non su vattelappesca quando e da chi è
stata fondata!»
«E dàgli con questo fondata!»
A un tavolo non lontano dal bancone, dove Doran
s’infiammava d’alcol, dissertavano così, sconfinando
ogni piè sospinto nel territorio dello strepitare tribunalesco, tre avventori evidentemente alticci, tutti
presi da una disputa che comunque portavano avanti
con competenza e decoro. Al nostro sembrò si trattasse di filosofi o dotti che sapevano il fatto loro e, scardinata ogni remora grazie alla cooperazione del malto,
fece di tutto per farsi notare e convocare al loro convivio, attraverso il sempreverde linguaggio non verbale.
Alla quarta birra, e all’ottava degli intellettuali, Doran
Gli architravi della civiltà Doran, il forestiero errante
in qualche modo ottenne il lasciapassare per diventar
loro commensale, attratto com’era dal loro parlare
che poteva dissipargli qualche dubbio su quanto aveva appena visto fuori.
Il crocchio dei tre sapienti brilli era composto
dall’anziano di turno che sembrava volersi riscattare
dall’infamante appellativo di passatista, appioppatogli, forse ingiustamente, per quelle due-tre teorie che
non stavano al passo né con i tempi né con gli altri due
bevitori; ma il suo savoir-faire gli conferiva un’alta
autorità che richiedeva l’adeguata riverenza. Gli altri
due erano più giovani: uno dai capelli che facevano
da pendant alle gote rubiconde, l’altro moro, più sobrio. Curiosamente tutti, in quella taverna, vestivano
dei pepli, chi più chi meno azzimato e infiorettato; e
in effetti, ora che ci ripensava, Doran aveva notato la
stessa cosa anche per strada.
«Allora, caro il nostro…» esordì subito l’anziano,
fra i tre il più intraprendente e ciarliero e di certo anche quello con la memoria più fiacca.
«Doran.»
«Certo, Doran; che mi dice della religione? Lo sa,
qui si stavano analizzando i pro e i contro, sicché magari lei ha il bernoccolo della faccenda, visto che ci
teneva così tanto a sedersi con noi…»
«A dirla tutta, non saprei… la religione… mi pare
piuttosto che questa città sia alquanto strana, singolare.»
«Lei è forestiero?» irruppe con affabilità il giovane moro.
«Sì.»
«Quindi, insomma, non sa nulla di Eblana…»
«Ma scusi, come ci è capitato in questa fogna?»
intervenne quello rubizzo, che rincarò di sprezzo l’ultima parola.
«Fogna? Come dici, canaglia?» riprese l’anziano
strattonando il giovane. «Ma se non conosci nulla di
nulla, vivi in questo schifo di mondo da poco più di
due decenni e prendi parola… Eblana è un paradiso,
sputi nel piatto dove hai mangiato e solo troppo tardi
ti ricrederai del fumo che vendi quando cianci!»
«Suvvia, non vorremo mica annoiare l’ospite con
queste beghe da condominio,» mediò con diplomazia
il moro «lei, Doran, deve avere le idee un po’ confuse,
mi sembra.»
«È che mi piacerebbe sapere come mai da queste part…»
«Giovanotto» rincalzò il vecchio, più invasato che mai. «Lei non considera due o tre cose. Vede
questa città? Si fonda tutta su una certa religione.
Si sarà chiesto: come mai questi animali? Ebbene il profeta…»
«“Il profeta deliberò e fece scolpire nelle anime
d’ogni mortale che uomini e animali debbono mangiare alla stessa mensa e lo stesso cibo”,» interruppe il
rossochiomato, che aveva l’abitudine di scimmiottare il canuto commensale, sistematicamente, come un
picchio che martella sempre sullo stesso buco «sempre la solita tiritera! Profeta, profeta… Quanto di buono riesce a scorgere, Doran, in queste parole? Dica,
dica, non abbia timore!»
«Beh, c’è del…»
Gli architravi della civiltà Doran, il forestiero errante
«Furfante!» riprese il vecchio, ignorando la destinazione di quella freccia e guardando però con un
occhio l’avversario, con l’altro Doran, a significare che
la presenza di quest’ultimo era del tutto irrilevante e
che il diverbio aveva due sole controparti. «Non capisci che sono le fondamenta per una civiltà egualitaria
che non contempla discriminazioni di sorta, bandisce
le violenze in nome di sedicenti superiorità razziali e
dà cibo a tutti, uomini, cammelli e ghepardi? Signor
Doran, lei deve sapere che la nostra benemerita e millenaria religione impone la civile convivenza con gli
animali e pone questi sullo stesso piano degli uomini,
i quali anzi hanno il dovere, da esseri raziocinanti, di
guidarli, salvaguardarli e ovviare alle loro incapacità
– come per esempio il versamento dei tributi – con
prestazioni alternative.
«Ma tutto ciò lei lo avrà già saputo. E avrà notato pure che a Eblana non esistono padri né madri,
ma i bambini, una volta partoriti, vengono sottratti
al grembo di provenienza e diventano figli dell’intera comunità, venendo loro insegnato a rispettare e
qualificare le persone senza discrimine con “papà”
e “mamma”. Una volta cresciuto, potrà mai quell’essere umano perpetrare del male a un suo simile più
vecchio o a un suo coetaneo, consapevole che quelli
potrebbero essere suo padre e suo fratello? Potrà mai
l’intero consorzio umano di Eblana desiderare il male
altrui, ovvero di chi gli è potenzialmente fratello, padre, madre, zio? Io non credo, caro il mio Doran, e le
statistiche parlano chiaro, mi danno ragione; la religione che secoli fa venne diffusa a queste latitudini
ha sortito i suoi salutari benefici, e questo ubriacone
discolo e ignaro della storia vuol montare in cattedra!
Lui che di sociologia e teologia non ne sa un’acca.
«Rifletta, Doran: esiste una civiltà più egalitaria
di questa, che esige la benevolenza e la compassione verso gli altri, per vie dirette e indirette, secondo
l’educazione al rispetto verso gli animali e attraverso
una palingenesi del tradizionale concetto di famiglia?
Ciò che questo blasfemo seguita a rinnegare è anche
il valore trascendentale, apodittico e soprannaturale
che ha e deve avere la nostra religione; da par suo, è
tutta impostura, la religione nasce da elucubrazioni
umane e non da una precisa, imparziale e ineffabile
volontà divina.»
Chiamato in causa, l’iconoclasta non tardò a dire
la sua: «Cosa c’è di buono nell’ingannare le genti? Tutti credono di agire in nome di una legge arbitraria che
qualcuno ha scelto per loro, senza neanche un referendum o una consultazione; una legge divina, insondabile,
oltreumana e allora incontestabile, che vende egalitarismo per legittimarsi e guadagnare crediti. Un egalitarismo propugnato da scartafacci di menzogne per me
non ha valore, è solo fumo che narcotizza e buggera gli
esseri umani. C’era bisogno di conferire a queste leggi
un’aura ultraterrena, sacra e quindi posticcia?».
A quest’ultima parola l’anziano religioso cominciò a dare in escandescenze e fece per brandire di
nuovo il megafono della predica, ma fu subito arrestato dal sobrio moretto che fino a quell’istante aveva taciuto, immobile, in qualità di imperturbabile arbitro
della querelle.
Gli architravi della civiltà Doran, il forestiero errante
«Non era meglio dire le cose come stanno, ovvero che un tempo furono stilate da un manipolo di uomini queste norme volte a catechizzare e catalogare
l’umanità di Eblana? E poi tutti questi benefici non li
vedo; tu m’accusi d’essere ignorante di storia, eppure
quanto invece ho studiato e visto rivela un’istanza di
cambiamento profonda e crescente della nostra Eblana. Sempre più ragazzi chiedono di conoscere la propria vera famiglia, influenzati come sono dalle idee
degli altri Stati che vieppiù s’impegnano a visitare; e
intanto come dimenticare le lotte civili di sei e diciassette anni fa? E la rivolta degli animali dell’anno scorso? Doran, furono sbranati centotrentasette uomini e
donne da otto leoni usciti dai gangheri che evidentemente non ne sapevano nulla di religioni e altre fantasticherie… E dire che quegli uomini nulla avevano fatto per inimicarsi le bestie, poi abbattute dai gendarmi
sempre in nome degli statuti della religione. E questi
pepli che indossiamo… Questa smania dell’uguaglianza non poteva restar tutta rose e fiori, e così dài e dài a
pretendere e intimare fratellanza omogeneità equità
siamo diventati tutti fratelli, omogenei ed equi, senza
conoscere e saggiare il fango del male, senza insudiciarci di letame per imparare, crescere e smaliziarci.
Tanti automi uguali, pepli che si distinguono solo dal
colore ma che non sanno distinguere i vari colori degli uomini. Io, nella religione, non ci ho trovato nulla
di edificante, ma solo manovre travianti.»
Doran, che aveva più volte chiesto udienza invano,
cominciò a rimuginare; gli sembravano convincenti
entrambi i partiti. Di cosa fosse la religione ne aveva
sentito parlare qua e là piluccando informazioni già al
suo paese, ma adesso che ritrovava un riscontro, una
riprova materiale dei suoi effetti, inciampò nel pozzo
senza fondo del dubbio.
Il vecchio sosteneva i vantaggi della religione – statuto inderogabile e sempiterno mai generato e tuttavia
generatore di leggi, nomenclature sociali, modi di vivere – corredandola e corroborandola di uno slancio mistico che non ammette repliche. Quella del vecchio è
una religione imperscrutabile, dirimente e autoritaria
al punto giusto, che si pone come condicio sine qua non
e che tiene in piedi gli architravi di Eblana essendone collante e arbitro. Esiste, punto: il problema non si
pone, così come non ci si chiede perché il vento smuova le fronde, accettando questo come dogma assodato e
inappellabile. La religione fa in modo che quella civiltà
sia così e non cosà, e ciò che crea non è altro che una
delle mille alternative che quella civiltà poteva essere
e non è. Ogni consorzio umano è diretta conseguenza,
emanazione, della religione che vi ha attecchito, è un
tempestivo rimbombo che segue il fulmine alto nel cielo, è il guaito del cane a cui è stata appena calpestata la
coda; il paradigma d’una civiltà è dato dalla religione.
Se è così, allora ogni elemento del creato è dato dalla religione, è già religione; quell’atipica convivenza
tra animali e uomini è già Dio, ma non se ne intuisce
perché, come e quando. La religione diviene perciò la
cellula madre d’una mitosi che si divide e genera esseri umani senzienti, belli o brutti in base al favore che
viene loro accordato o meno al tavolo di quella taverna
sconosciuta.

12 Ottobre 2017
Claudio Morgese e "Doran, il forestiero errante" sono su vesuviolive.it! Ecco il link all'intervista https://bit.ly/2ycNczw

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Davvero un ottimo libro per uno scrittore esordiente. Doran, il forestiero errante è una piccola perla sotto diversi aspetti: è il racconto di un viaggio immaginario che diventa occasione per riflettere su diverse sfaccettature del vivere e del sentire; è un percorso a tratti divertente, a tratti duro e sottile; è una prova stilistica sopraffina, in cui un vengono mostrate enormi doti lessicali e capacità filosofiche che quasi sorprendono pensando alla giovanissima età dello scrittore.
    Consigliato per chi voglia viaggiare, non solo metaforicamente, tra i grandi temi della vita.

Aggiungere un Commento

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Claudio Morgese
Claudio Morgese, nato nel 1992 a Napoli, lavora nell’impresa familiare di antifurti meccanici. Doran, il forestiero errante è il suo primo romanzo.
Claudio Morgese on Facebook
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie