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Dove sorge il sole

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Dalla movimentata vita di Londra a un’abbazia sperduta nel mezzo della pianura di Seoul, Corea del Sud: ecco cosa spetta a Even Mallory in seguito alla morte di sua madre. All’abbazia (altro non è che un istituto correzionale per giovani problematici), Even farà la conoscenza di Yoseob e del suo inseparabile gruppo di amici tenuto insieme dall’enigmatico personaggio di Kwan, ragazzo dalla personalità forte e misteriosa che entra fin da subito in empatia con il protagonista. Col passare dei mesi, Even conoscerà la sua nuova famiglia coreana e, tra una zuppa di kimchi e le numerose ore di lezione che condividono, avrà la possibilità di entrare a conoscenza del tempestoso passato di ognuno di loro, dalle attuali paure, reputazioni e convinzioni, fino a cercare di farsi strada sempre di più nella vita e nell’oscuro passato di Kwan il quale costituisce per tutti un mistero. Ma ciò che nessuno sa è che anche Even nasconde un oscuro segreto, un passato tormentato, impossibile da dimenticare, scritto a profonde cicatrici sul retro della sua schiena.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per pura esigenza, perché qualcosa dentro di me necessitava di essere esternato e ascoltato. Mi è sempre piaciuto poter mettere in evidenza le differenze, sempre in positivo, e ho cercato di farlo con questo scritto perché, a parer mio, sono proprio quelle che ci caratterizzano e al tempo stesso ci accomunano. Inoltre, il libro è un chiaro grido di denuncia alla violenza e, più in particolare, alla violenza sulle donne vista da un’altra prospettiva: quella di un figlio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

«Even Mallory?»

Il mio nome le brillò cristallino sulle labbra doppie e risaltate da un rossetto rosa indiano che le donava, scandendo alla perfezione tutte le sillabe del mio nome come se lo avesse ripetuto centinaia di volte prima. Anche se si sforzò di far risuonare il mio nome come una domanda, per accertarsi che non stesse sbagliando, le uscì un suono più sicuro, simile a un’affermazione. Ovviamente, era impossibile sbagliarsi. Chi poteva mai chiamarsi Even in un istituto in Corea del Sud? Annuii senza emettere suono e la donna mi invitò caldamente a entrare in quello che si rivelò essere completamente diverso rispetto ad uno di quei soliti studi in cui ero stato molte volte nel mio breve arco di vita, di quelli che basta un passo oltre la soglia per captare odore di medicinali e di timbri autoinchiostranti.

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Al contrario, l’accoglienza olfattiva di quel posto non fu sgradevole: l’odore di carta ancora da impregnare con inchiostro permeava l’ambiente e si mischiava dolcemente a quello di miele e mandorla, proveniente sicuramente da qualche deodorante per ambienti nascosto. La stanza era un’esatta copia dell’aula accanto, nella quale sedeva sempre la signorina Jae, a differenza del fatto che non era piena di mobili di arredamento e mancava la libreria dove venivano conservati  interi fascicoli e plichi. Diversamente da molte aule e sale dell’abbazia nelle quali le vetrate istoriate erano ancora presenti e intatte, in quella avevano invece sostituito la particolare vetrata con un finestrone semplice dall’aria medievale che, a parer mio, abbassava di molto il fascino che un tempo di sicuro avvolgeva quella minuscola stanzetta. Nonostante il rovere cotto e scuro costituisse in gran parte quella stanza, la trovai la più moderna nella quale avevo messo piede da quando ero lì.

Sotto la vetrata era disposta una semplice scrivania fin troppo vuota e spoglia rispetto a come mi ero aspettato. Sul legno del pavimento spiccava un lungo tappeto giallo cedro, proprio come i due pouf posti all’angolo che sfioravano con le loro rotondità la superficie del tappeto. Oltre a quei pochi oggetti d’arredo, la stanza era scarsamente arricchita da un’alta pianta posta in un vaso bianco accanto alla scrivania; ma il particolare che catturò in particolar modo la mia attenzione furono le riproduzioni di due rinomate opere di Van Gogh.

Sulla parete sinistra era posto uno dei suoi paesaggi in cui l’artista aveva scoperto finalmente la luce e il giallo accecante dei campi di grano con il suo memorabile viaggio ad Arles; sulla parete opposta Il ramo di mandorlo in fiore costringeva chiunque a fissarlo come se i fiori stessero sbocciando in quell’esatto istante e fosse impossibile distogliere lo sguardo da quell’affascinante momento di nascita.

Yoora si accomodò sulla poltrona verde assenzio e io la imitai, anche se lei mi comunicò che se la trovavo scomoda potevo tranquillamente prendere la ben più semplice sedia bianca. Mi accomodai e non riuscii a staccare gli occhi dai due quadri, che parvero un po’ troppo grandi per quell’ambiente. In particolare, il mio sguardo fu tenuto legato e fermo sulle frustate di colore del campo di grano rappresentato, scagliate con evidente violenza sulla tela, e avvertii vibrare qualcosa al mio interno, esattamente come l’indimenticabile volta in cui avevo studiato e mi ero soffermato su quel quadro. Yoora, sorpresa dal mio sguardo che non riusciva a liberarsi da quella trappola di colori, seguì la stessa direzione delle mie iridi e con un inglese preciso mi rivolse la prima domanda di quella lunga e stramba conversazione.

«Ti piace?»

Il suo tono era calmo e da una tona bassa che mi piaceva; mi ritrovai a definirlo quasi avvolgente, quasi ammaliante, come se riuscisse a spronare chiunque a parlare.

Quel quesito mi scosse dal filo di pensieri che quel tripudio cromatico fu in grado di riportarmi alla mente e il mio sguardo corse fulmineo su di lei, sperando che i miei occhi non rivelassero nessuna delle innumerevoli sensazioni suscitate.

«Ehm… esteticamente, intende? Cioè, è un quadro meraviglioso, un capolavoro, ma…», mi schiarii la voce per continuare. «Il suo significato è noto a tutti per non essere un grande momento di gioia.»

«Perché? Cosa rappresenta questo dipinto?»

Le rivolsi un’espressione un po’ sorpresa. «Lei non lo sa?»

«Era già qui al mio arrivo e non mi intendo molto di arte.»

Yoora fece spallucce, accennando un sorriso, come a giustificarsi per la sua ignoranza in materia, ma qualcosa mi suggeriva che in realtà stava solo cercando un argomento di appiglio che potesse indurmi a parlare senza troppi sforzi. Con mia grande meraviglia, ci era riuscita senza faticare molto.

«Insieme al tappeto chartreuse, le poltrone e il quadro di Van Gogh che richiama gli stessi medesimi colori? A me sembra tutto molto studiato, a dire il vero.»

«Sono d’accordo con te, è la prima cosa che ho pensato anche io nell’entrare in questa stanza la prima volta. Però mi piace. Tu invece ti senti a disagio?»

«No, assolutamente. Stavo solo notando l’incredibile e perfetto accostamento. Vede, a sinistra l’ultima opera di Van Gogh che preannuncia il suicidio, al suo opposto un mandorlo in fiore. Molto collegato, oserei dire. Vita e morte.»

«Il famoso concetto di yin e yang.»

«Oh, non mi parli di religione, non so nulla sull’argomento.»

«Peccato, potrebbe piacerti. Non per praticare, non fraintendere, ma per lo studio della filosofia religiosa.»

«Capisco. Per analizzare determinate opere d’arte, è fondamentale conoscere il momento religioso narrato al suo interno, io mi limito a quello.»

Lei annuì di rimando, imitando il mio cenno di assenso del capo.

«Ti fa provare qualcosa questo dipinto? Oltre alla grande storia e alla tecnica utilizzata dall’artista, intendo, visto che ne conosci il significato intrinseco.»

«Be’ fa venire i brividi se si pensa che ha raffigurato l’esatto istante in cui uno stormo di corvi si alza in volo perché spaventati dal forte rumore di uno sparo, che è quello che lo ha ucciso. Con cui si è ucciso.» Mi inarcai, poggiando i gomiti sulle ginocchia e congiungendo entrambe le mani, guardando il tappeto chartreuse nel rispondere, invece del suo volto.

Solo quando lei riprese a parlare, tornai a posare lo sguardo sulla sua persona.

«Lo aveva già programmato.»

Annuii velocemente alle sue parole.

«Ti piace l’arte di Van Gogh?»

«A me piace Van Gogh. La sua intera produzione artistica è frutto della sua intera esistenza, ogni suo dipinto rappresenta un periodo, un momento di sofferenza dietro l’altro, possiamo dire. Dal forte attaccamento a suo fratello Theo, agli autoritratti, all’autolesionismo, al suicidio… Continuano a dire che era pazzo, del resto chi artista o grande mente del passato non lo è stato? Ma la verità è solo una: ha sofferto come un dannato durante tutta la sua esistenza.»

«Ti ci rivedi in lui?»

Quelle parole fecero scattare nuovamente il mio sguardo su di lei. Non so definire precisamente il modo in cui la guardai. Ero allarmato, impaurito dal pensiero che lei sapesse, e doveva essere così.

Cosa aveva raccontato mio padre quando era venuto a iscrivermi all’istituto? Che ero solo un adolescente in crisi con se stesso e asociale? Decisamente no. Ma non avevo mai voluto pensare davvero che almeno la preside e la psicologa fossero a conoscenza del mio passato.

«Non mi taglio le vene, se è questo che vuole sapere. Anche se la mia stupida scheda riporta tante indicazioni che potrebbero indurla a pensare questo, ma non amo seguire la moda», interpretai in quel modo quella domanda che doveva essere di sicuro un trabocchetto e mi alzai le maniche del maglioncino della divisa per mostrarle le mie braccia diafane completamente intatte. Yoora annuì alla visuale delle mie braccia e io fui libero di tornare a coprirmi.

«Eccetto per quanto riguarda le risse», accennò al mio occhio violaceo con quel tono pacato che la caratterizzava. «Ma conosco molto bene il soggetto in questione e non siamo costretti a parlarne se non te la senti», fece presente ed io fui più che felice di non raccontarle quella disastrosa vicenda.

Le sottolineai il mio volere rivolgendole un leggero cenno del capo.

«Quindi torniamo a Van Gogh.»

«Io le sconsiglio di farmi parlare di arte. Se inizio non la smetto più, anzi, comincerei a delirare in lunghi discorsi inutili… sconsiglierei a chiunque di intavolare tale argomento con me.»

«Be’ ma tu sei qui proprio per fare questo, per parlare. Qui con me puoi sentirti libero di farlo, di qualunque cosa tu voglia. E l’arte ti piace, ti vedo molto preparato e appassionato.»

«Non dovremmo essere qui per affrontare la mia difficoltà a vivere in questo mondo e al motivo per cui mi hanno rinchiuso qui dentro?»

Probabilmente la mia domanda suonò sarcastica visto che lei scosse il capo in cenno di diniego trattenendo un sorriso, ma le porsi quel quesito abbastanza seriamente. «Assolutamente no. E neanche del tuo passato, non da subito, almeno. È assurdo pretendere che due sconosciuti inizino a parlare del proprio passato e di fatti personali al primo incontro, non credi?»

Aprii la bocca per rispondere, restando un attimo senza parole mentre ragionavo con più attenzione sulla domanda e pensavo ad una risposta da rifilarle.

«Lo credo vivamente, sì. Soprattutto se non si è quel tipo di persona che ama parlare dei fatti propri, ma la mia esperienza con gli psicologi è tragica per questo motivo. Tutti loro mi hanno sempre chiesto di iniziare dal passato. Da come mi sentivo, dalle mie sensazioni riguardo quel periodo…», scossi il capo, riportando alla mente sgradevoli ricordi dei lunghi pomeriggi passati negli studi medici.

«Ma molto importante è anche il tuo presente, in quanto è frutto delle azioni del passato. Io preferisco fare il percorso a ritroso, sempre se me ne darai la possibilità. Ho notato che la tua scheda non riporta molto. Anzi, praticamente niente, è vuota.»

Yoora si allungò verso la scrivania poco distante alle sue spalle per afferrare la cartellina color giallo ocra dedicata a me e si munì anche di un blocco e una penna a sfera. Fissai in silenzio i suoi gesti. Aprì la cartellina ed estrasse i pochi fogli contenuti all’interno.

«Di te si sa solo che sei entrato in terapia dopo la morte di tua madre, per stress post traumatico, dopodiché c’è solo qualche vecchia nota di uno psicologo frequentato a Londra, nient’altro.»

«Quindi roba inutile», conclusi per lei.

«Decisamente sì. Hai mai letto la scheda che hanno stilato sugli incontri fatti?»

«No e non voglio leggerla. Per me non ha alcun significato, è carta straccia.»

«Non sai se ti hanno diagnosticato qualche disturbo, quindi?»

Mi piacque che non si facesse problemi a parlarne chiaramente, senza veli, come molti avevano fatto nel timore di spaventarmi. Ammetto che mi stava sorprendendo.

«Disturbo distimico, disturbo evitante di personalità, borderline… definitelo come vi pare, nel modo più professionale possibile, ma immagino sia più che normale essere depressi nel perdere una figura tanto importante, perché nel mio caso lo è stata davvero. E tutti noi sappiamo che dal lutto non si può guarire, porterò con me questo avvenimento per il resto dei miei giorni, non ho bisogno che qualcun altro me lo dica.»

«Per questo non ti piace frequentare gli psicologi?»

Nelle sue parole non riscontrai risentimento, non si sentiva chiamata in causa, perché non stavamo parlando di lei e fui felice che lei comprendesse cosa volevo intendere.

«Non mi hanno mai migliorato l’esistenza, la trovo una cosa alquanto inutile, tempo sprecato. Per me possiamo tranquillamente starcene in silenzio per tutta l’ora, non è affatto un problema.»

«È così che facevi con il medico che ti teneva in cura a Londra?»

«Praticamente sì. Ci andavo perché mi costringevano, che è la cosa che stanno facendo anche qui, con la differenza che dopo quattro incontri posso non venire più.»

Lei annuì, come se potesse comprendere quel mio sentimento di leggerezza e libertà nel pensare che dopo solo quattro lunedì quella che per me era una tortura sarebbe terminata.

«Certamente. Vorrei solo farti notare il piccolo particolare che con me stai parlando e anche tanto. I tuoi amici… loro sono venuti qui ieri, mentre non ti sei sentito bene e mi hanno parlato un po’ di te. Yoseob mi ha riferito che con lui parli molto, anzi, talvolta è difficile fermarti.»

Accennai una risata nel ripensare alle conversazioni con il mio amico.

«Yoseob è una persona dolcissima. Ti ascolta anche se spari una marea di cavolate una dietro l’altra, gli piace ascoltare gli altri ed è molto educato. Non interromperebbe un monologo di un amico neanche se glielo si ordinasse sotto minaccia.»

«E di cosa parlate la maggior parte delle volte?»

«Questa è una domanda che avrà sicuramente fatto anche a lui.»

«Sì, l’ho posta anche a lui e ho ricevuto il suo punto di vista. E invece tu cosa mi dici?»

«Dico che parliamo del più e del meno. Dello studio, perché sta aiutando me e Minhyun  con la matematica, io li aiuto con la letteratura inglese e l’arte. Ci sosteniamo un po’ a vicenda all’interno di questa stramba vita che conduciamo qui, insomma. So che il suo desiderio è diplomarsi quest’anno e accedere ad un college. Sa, a dir la verità lui è una delle persone che non c’entrano affatto con questo posto, molte volte mi sono chiesto cosa ci facesse qui, come fosse finito chiuso qua dentro insieme al gemello che è praticamente il suo opposto. Gikwang è lo yin, lui è lo yang, mi spiego?»

«Sì, tutti hanno questa impressione nel conoscerli, guardandoli a primo impatto. E degli altri ragazzi del tuo gruppo cosa ne pensi? Ti stanno aiutando ad integrarti molto bene, vero?»

Mi stupii la sicurezza che spigionarono le sue ultime parole nel porgermi quella domanda. Quel “vero” posto alla fine come a volermi comunicare implicitamente che lei già sapesse come stesse procedendo il mio cammino all’abbazia.

«Assolutamente sì, il che mi ha sorpreso molto e traggo un sospiro di sollievo ogni volta che ci penso, perché poteva andarmi molto peggio considerando la mia … ehm, ecco … scarsa qualità di socializzare e mi è parso di capire che non è molto comune ospitare persone di altre nazionalità qui, quindi mi sento molto fortunato. Yoseob è sempre al mio fianco, colui con cui trascorro la maggior parte del tempo. Le mie ore di studio, l’ora di pranzo e cena, abbiamo la maggior parte dei corsi in comune e condividiamo la stessa camera. E anche con Minhyun, che è un ragazzo tranquillissimo; mi ha detto di essere ossessivo compulsivo, che molto spesso è preso da ansie, ma a dir la verità, che lui sia una persona ansiosa non l’avrei mai detto, sarà perché appare molto pacato nel fare la maggior parte delle cose. Al contrario di Gikwang e Baekho, che sono i due casinisti del gruppo. Se c’è da far festa, loro sono i primi della fila. Mi divertono molto.»

«La nota allegra e sbarazzina del gruppo sono loro.»

«Esatto. Talmente pieni di vita che talvolta infastidiscono Ren.»

«Poi abbiamo Ren», sostenne la mia risposta annuendo con un cenno del capo.

«Di Ren non saprei cosa dire. È l’unico che se ne sta sulle sue, che non ha mai avuto il piacere di conoscermi almeno un po’, quindi non saprei neanche definire superficialmente il suo carattere. Mi evita la maggior parte del tempo, se io esco da un’aula, lui ci entra e viceversa. I ragazzi dicono che sia geloso di me, perché lui ha un forte legame con Kwan, sono… molto amici.»

Avrei voluto definirli in un altro modo, ma era meglio non fare troppi commenti e fornirle dettagli su cose che non sapevo e che non erano fatti miei.

«Ed è vero secondo te? È vero che lui provi un po’ di risentimento nei tuoi confronti?»

«Sicuramente non è felice di avermi intorno e in effetti non lo è neanche quando io sono intorno a Kwan, se scambio più di tre parole con lui.»

«E immagino ti dia fastidio questa cosa. Hai un bel rapporto con Kwan, so che siete da subito entrati in empatia.»

«Sì, mi ha difeso già due volte da Joon e a dire il vero sia lui, che Baekho e Gikwang si sono presi anche una nota negativa per questo motivo, il che è assurdo perché mi stavano solo aiutando. Non è colpa loro.»

«Lo capisco, purtroppo qualsiasi comportamento negativo va evidenziato e tenuto in considerazione. Telecamere in quella parte dell’istituto non ce ne sono, quindi ci resta la loro parola contro la vostra.»

«Io non lo definirei un comportamento negativo.»

«Se ti può consolare, posso informarti che i tre ragazzi in questione sono stati riconosciuti come soggetti disturbanti e ci sarà sicuramente una pena maggiore per loro.»

Annuii alle sue parole, sorridendo al pensiero che almeno quello veniva riconosciuto e lasciai che la donna continuasse a tenere in vita il nostro dialogo.

«Ritornando a Kwan. Come lo definiresti?»

«Come persona? Ma in realtà Kwan per me è un enigma. È sempre presente, sa tutto ciò che riguarda questo luogo, tutto di coloro che ci vivono all’interno, ma sembra che nessuno sappia nulla di lui. Me lo hanno introdotto fin dall’inizio come il mito dell’istituto e chiunque in effetti sarebbe in grado di riconoscere che lui non è un ragazzo comune. I suoi occhi scuri nascondono un bel mucchio di segreti a parer mio. Comunque, a parte conversare del più e del meno, tra materie, allenamenti di basket, le novità che sto portando nelle loro vite e che la loro cultura sta offrendo a me si può dire che non lo conosco affatto.»

«Quindi non parli con lui. Non delle tue sensazioni, di ciò che provi da quando sei qui, di questo particolare approccio tra due culture molto distanti. Loro mi hanno confidato che spesso si incantano a guardare i tuoi occhi. Sai, non sono ancora abituati ad avere colori del genere intorno e per loro, o meglio, per tutti noi costituiscono ancora una novità quando ce li ritroviamo così vicini.»

Accennai un sorriso alle sue parole e sospirai, preparandomi a darle una risposta abbastanza soddisfacente. Almeno le sensazioni che avevo provato in seguito al potente impatto con l’Oriente potevo confidargliele.

«Oh sì, l’impatto è stato forte anche per me dal primo giorno. Voi coreani avete un modo diverso di fare molte cose, una cucina alla quale il mio stomaco fatica ancora ad abituarsi per via di tutte le spezie. È una bella novità, ma visto che a malincuore ho lasciato il mio paese, mi risulta ancora più difficile apprezzare tutto ciò che la Corea del Sud ha da offrirmi. I ragazzi le hanno confidato che provano curiosità verso i miei occhi, io le confido che la vostra forma a mandorla mi affascina tantissimo. Spesso li fisso, li osservo anche troppo sfacciatamente e questo è bello. Come bello è anche l’accoglienza che ho ricevuto da questi cinque ragazzi e lo apprezzo davvero molto. Apprezzo che si sforzino a parlare la mia lingua anche quando conversano a tavola tra di loro per rendermi partecipe. Solo che io … io mi sentirò sempre straniero con loro, in questo posto», scossi la testa, quasi sorridendo in modo malinconico. «Capita che quando sono all’interno di una conversazione insieme a tutti, mi ritrovo spesso ad essere isolato, ma non è colpa di nessuno. Chiaramente, sono io  lo straniero, io devo adattarmi alle usanze, ma purtroppo non sono in grado di farlo, almeno non ancora.»

Rialzai lo sguardo verso di lei, come se stessi davvero riponendo in quella donna tutte le mie speranze di aiuto per abituarmi e sopravvivere in un posto così diverso e lontano da casa. Lei mi sorrise di rimando. Un sorriso tenero e ricco di compassione.

«È comprensibile, ma non si può pretendere questo da te. Sei qui non per volere tuo, di conseguenza adattarti risulta ancora più difficile. Però questi ragazzi vogliono aiutarti. Puoi parlare con loro se non riesci ad aprirti con me, ti viene molto più semplice perché sono ragazzi, hanno la tua stessa età e condividete la stessa realtà. È più naturale. Potresti provarci con Kwan. È un ragazzo che ha sofferto molto per la sua giovane età, anche la sua situazione famigliare non è delle migliori.»

Corrugai la fronte nell’ascoltare il nome del mio amico uscire dalla sua bocca. Avrebbe davvero potuto pronunciare qualsiasi nome, invece lei mi aveva consigliato proprio il suo, quello del ragazzo di cui si sapeva di meno e con il quale era più difficile provare anche solo ad addentrarsi in una conversazione personale.

«Non ne parlo semplicemente perché in questo posto non si può raccontare di sé e basta. Gli altri si sentono costretti a loro volta a raccontare i problemi e i drammi che li affliggono, per questo molti rinunciano e se ne stanno zitti.»

Yoora annuì, abbassando momentaneamente lo sguardo sui documenti che tornò a nascondere all’interno della cartellina e fra le sue mani rimase solo la penna, che si rigirò abilmente tra le dita. Apprezzai molto il fatto che non mettesse fine al nostro contatto visivo per annotare futili parole chiave su un blocknotes come aveva fatto la maggior parte delle persone abilitate a quella professione che mi ero trovato davanti nel corso degli anni.

«So che tuo padre è venuto a parlare con la preside prima di iscriverti. Le ha spiegato l’intera situazione e alla fine, su consiglio dello psicologo di tuo padre, sei stato internato qui, giusto?»

«Sì, è vero. Un consiglio pessimo. Io capisco il suo dolore, che comunque non sia facile nonostante il divorzio che ci sia stato fra loro e l’ho visto con i miei stessi occhi che sta malissimo anche lui. Ma quando  un figlio perde la madre vorrebbe solo che il padre gli stesse accanto, perché è l’unica persona capace di comprenderlo, l’unica a stargli vicina nonostante il dolore. Ed io avrei voluto avere solo questo.»

«Lui ha dichiarato di essere soggetto ad un forte stress e di non essere capace di occuparsi di te e visto che sei un minore, ha voluto prendere questa decisione sperando di far del bene a te. Mi rammarico molto per il tuo dolore, Even, non dev’essere affatto semplice.»

«Come può farmi bene una cosa del genere? Me lo dica, la prego. Lui intanto è a Londra con la sua compagna a cercare di vendere la casa, mentre io sono qui, nel posto più lontano e desolato che avrebbe mai potuto scegliere.»

Le porsi quella domanda con una calma che fu in grado di stupire anche me; assunsi un tono di voce che mai avrei potuto utilizzare in presenza di mio padre se quella domanda fosse stata rivolta a lui.

«Creare un distacco dai luoghi e dagli oggetti che avevi intorno prima può farti bene. Non ti aiuterà a dimenticare, perché quello è impossibile, né a superare il dolore, ma servirà ad alleggerirti. Pensare a lei qui dentro ti viene naturale come respirare, ma diventa sempre più complicato perché sei preso dalle mille attività. Tuo padre ha voluto portarti in un luogo in cui non puoi ritrovarti solo, un luogo pieno di persone da cui difficilmente puoi scappare. Non volevi più andare a scuola, né uscire con gli amici. Non volevi più fare niente a detta sua. Questo è quanto ci ha raccontato tuo padre la prima volta che è venuto a parlarci e a iscriverti. È giusto?»

Annuii con un cenno del capo. A quel punto ero quasi sicuro che lei sapesse dell’incidente e che stesse per chiedermelo. Provai a formulare nella mente una risposta da darle per evitare di parlare di quell’avvenimento. Forse avrei dovuto dirle direttamente che non mi andava di parlarne e basta, che forse al quarto incontro avremmo potuto pensare di affrontare l’argomento, ma non adesso.

A mettere fine alle mie mille supposizioni, fu il suo atteggiamento tranquillo e non mi parve avere l’aria di una persona che avrebbe voluto continuare quel dialogo.

La vidi lanciare un’occhiata al suo orologio da polso e scorsi un sorrisino nascere sul volto di porcellana.

«E menomale che non parlavi. Hai fatto volare un’ora.» Le sue gemme nere tornarono a incontrare le mie iridi e sorrisi annuendo lentamente, rilassato che finalmente sarei stato libero di andarmene. Mi mostrai cordiale con lei perché dopotutto quella conversazione non era stata spiacevole come avevo immaginato.

«Bisogna ammettere che lei è stata molto d’aiuto, signorina… ehm…»

«Yoora. Solo Yoora.»

Annuii al suo suggerimento, ma mi sentii in imbarazzo nel pronunciare il suo nome, così decisi di darle l’input per mandarmi via. «Allora, posso andare adesso?»

«Certamente, ci rivediamo lunedì prossimo alla stessa ora. Magari puoi parlarmi più approfonditamente del Mandorlo in fiore

Sorrisi in modo spontaneo nel pensare all’inizio di quella conversazione iniziata proprio con il commento su un quadro. Mi porse una mano che mi allungai volentieri a stringere, dopodiché mi accompagnò alla porta e diede il benvenuto ad una ragazzina del secondo anno.

«Ah, Even?»

M’immobilizzai e mi voltai, sperando che non mi volesse fare una domanda a cui difficilmente avrei avuto una risposta. «Sì?»

«Com’è il colore del tappeto?»

Rilassai i muscoli del viso e stentai a trattenere un sorrisino. «Chartreuse.»

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Dove Sorge il Sole ci conduce in un viaggio alla scoperta di se stessi. Non è mai impresa semplice rispondere alla domanda “Chi sono?”, ancora più complicato è farlo durante la fese adolescenziale, ricca di dubbi e turbamenti.
    Attraverso una narrazione scorrevole, che induce talvolta alla riflessione, il lettore viene catapultato nelle avventure, o perlopiù disavventure, dei personaggi, in particolar modo in quelle del protagonista, Even Mallory. La trama ci verrà raccontata proprio mediante i suoi occhi paradisiaci, i quali dovranno ambientarsi ad una realtà del tutto nuova e sconosciuta, ma carica di adrenalina ed emozioni fino ad allora sconosciute.
    L’autrice descrive con accuratezza i suoi personaggi, soprattutto dal punto di vista emotivo e caratteriale. Riesce a caratterizzare nel dettaglio ognuno di essi.
    Even e Kwan non possono essere più diversi… Le loro culture, i loro colori, la lingua, il cibo, la loro personalità. Sono la rappresentazione perfetta dello yin e yang, dell’opposizione. Come il giorno e la notte sembrano destinati a non incontrarsi mai, eppure, sin dal loro primo incontro si avverte la forte attrazione che li spinge l’uno verso l’altro; per quanto diversi esiste un passato che li accomuna e un alba che li attende.
    Vincenza affronta diverse tematiche: il difficile rapporto con i genitori, spesso troppo concentrati sulle loro faccende per far caso alle battaglie interiori dei propri figli, il bullismo, la violenza, l’amicizia, il bisogno di essere accettati, ma soprattutto amati per ciò che Siamo.
    Il tutto intriso d’arte, la quale fa da sfondo alle vicende e alla vita dei personaggi all’interno dell’abbazia.
    Una lettura piacevole, a tratti commovente, ma che lancia un messaggio importantr: nonostante tutto, esiste sempre una via d’uscita, una speranza a cui aggrapparsi, un Sole nascente da poter ammirare, stavolta non da soli!

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Vincenza Esposito
Nata durante l'afosa estate del 1998 a Napoli, città in cui vive ancora oggi.
Si è diplomata al liceo artistico in grafica pubblicitaria ed è sempre stata appassionata di arte e fotografia, tanto da considerarsi “contemplatrice di opere d'arte a tempo pieno.”
Lettrice seriale di libri di ogni genere dall'infanzia, ad avviarla alla scrittura è stata sua sorella maggiore che l'ha spinta fin da piccola a tenere un diario e a ideare storie. Lei è stata la prima persona che le ha messo un libro tra le mani e che l'ha incoraggiata ad imprimere su carta tutto ciò che le passa per la mente.
Si ritiene un'esotista cronica, ama il mare ed è un'inguaribile romantica.
Vincenza Esposito on sabinstagramVincenza Esposito on sabfacebook

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