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Due erasmus in autostop

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Estonia, profondo Nord Europa. Oltre un centinaio di studenti Erasmus provenienti da tutto il mondo si ritrova a vivere nello stesso “appartamento” per un intero anno accademico. Qualcosa di tremendamente coinvolgente si insinua dentro di loro, inarrestabile, un senso di pura libertà che si porteranno dietro per tutta la vita.
Il sogno finisce, la realtà incombe, ma due di loro scappano, ancora assetati di quelle sensazioni. Non sono pronti a venir rinchiusi nuovamente nella morsa di ovvietà e normalità, quindi decidono di imbarcarsi per un’altra avventura, l’ultima. Uno studente d’arte spagnolo e un italiano prossimo alla laurea in Comunicazione, senza programmi e dimenticandosi persino la mappa, con lo zaino in spalla e un pentolino penzolante, decidono di tornare a casa nel modo più insicuro e avvincente che esista, ovvero si mettono in cammino con un pollice alzato.
Questa è la storia vera di un viaggio nato per gioco, senza pretese, che ha portato una coppia di spiriti assetati di vita alla scoperta di quanta bellezza vi sia attorno a ciascuno di noi e di come scovarla, liberandosi di ogni peso e catena e lasciandosi guidare da una sola certezza: la strada.

Prologo – Raatusee, ovvero chi eravamo

Erasmus.

Quanto potere può essere contenuto in una sola parola?

Un’estensione di significato immensa, incalcolabile.

Chi sceglie di fare l’Erasmus pretende di avere una vaga idea di a cosa stia andando incontro: vivere in un Paese straniero, indipendenza, luoghi da scoprire, tantissime nuove amicizie, tantissimo buon sesso; una marea di alcol e divertimento costante, intervallato da improvvise rimembranze di appuntamenti accademici chiamati lezioni ed esami. Il riassunto è accettabile perché, di fatto, divenendo uno studente Erasmus si ha accesso a tutti questi premi, anche se poi, una volta che ci si trova nel bel mezzo dell’esperienza, si realizza che bisognerà anche cucinare, lavare piatti e vestiti con annessa pulizia della casa; poi fare la spesa, quindi pagare l’affitto e infine coordinare tutte le azioni appena elencate con altri esseri umani più o meno della tua età, probabilmente parlanti altre lingue, con diverse usanze e opposte metodologie per ognuna di queste faccende.

Diviene quindi fondamentale il dove si decide di andare a vivere e studiare. Le solite mete, ovvero Spagna, Portogallo, Inghilterra, Germania, Francia, Olanda portano conseguenze solitamente simili: media o grande città sviluppata in cui bisogna trovare un appartamento poco costoso da condividere con una manciata di altri giovanotti provenienti da chissà dove.

Per il mio secondo anno universitario avevo programmato di andarmene in Inghilterra, così da tornare in Italia e avere la capacità di dilettarmi in questa benedetta lingua tanto odiata alle superiori. Per colpa di quell’entità inafferrabile, colpevole di organizzare ogni nostra coincidenza e ogni nostro incontro, non rientrai nella graduatoria vincente, sebbene fossi in regola con tutti gli esami. Tale sentenza mi obbligò a un altro anno da passare nella mia città natale, Torino. Il mio istinto, all’età di ventidue anni, aveva assoluto bisogno di un’ulteriore evasione, dopo quella stagionale a Ibiza dell’estate precedente. La mia incontrollabile volontà di viaggiare, da sempre recondita nel mio animo, esplose con la decisione di tornare a fare la temporada sulla isla una volta terminati i miei impegni accademici.

Quando, durante il secondo anno universitario, mi sono ritrovato sullo schermo del PC l’elenco di tutte le possibili mete Erasmus per il mio terzo e ultimo anno, ecco che il mio pensiero era cambiato: volevo sì parlare inglese, ma non volevo né rischiare di non essere preso né finire in uno dei soliti Paesi, in parte già visitati durante il mio errare per il vecchio continente.

Ai miei occhi la lista si restringeva velocemente.

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Seguendo come sempre il mio istinto, dando voce alla parte più profonda di me, la cerchia delle mie future mete era rappresentata da tre università: le due città baltiche di Riga e Tartu e la sempre calda Las Palmas, isola delle Canarie.

Ora, lo so, sembrerebbe cosa fatta: tra le Isole Canarie, cioè sole, mare, mojito, fiesta, musica, allegria, e il Nord, quello vero, quello che immaginiamo ma non conosciamo, dove regnano incontrastati freddo e gelo, dove non ci sono spiagge e il sole neanche ci si ricorda che forma abbia in alcuni mesi dell’anno… Ma io, da buon spirito curiosone e viaggiatore, ho scelto la seconda. E il destino, o meglio, quel sesto senso inspiegabile che ognuno di noi possiede e a volte segue, si è trasformato in un mio ricordo di infanzia: alle elementari giocavamo a riconoscere le bandiere disegnate sulla gigantesca mappa del mondo e per qualche misterioso affinamento cromatico, la bandiera dell’Estonia è una di quelle che ancora oggi mi balza in mente tra le prime. È stato così che ho deciso di andare a Tartu, un posto totalmente sconosciuto a me, mia madre, mio nonno, il mio vicino e un buon novantanove per cento degli italiani. Non avevo la minima idea di cosa vi avrei trovato. Non avrei mai pensato che una scelta effettuata con simile leggerezza, avrebbe invece portato in risposta una tale pesantezza di significato nella mia vita.

Una lontana terra nordica, un mare verde, piattissimo, formato da campi e pianure dove la natura di questo pianeta è insita nell’animo dell’uomo che qui vi cresce. Una nazione che possiede una popolazione totale minore della conurbazione di Milano. La seconda città, Tartu, paragonabile a una piccola cittadina con un centro storico tipico e due antiche vie centrali con relativi pub annessi che fungono da luogo di ritrovo per coloro che non vogliono addormentarsi presto la sera (con un quinto dei cittadini frequentanti l’università). Non ci sono persone di altri colori o religioni qui. Estoni o russi, forse qualche finlandese.

Tu, studente europeo, in queste terre sei uno straniero. E lo percepisci, cazzo se lo percepisci. Ragazzi e ragazze provenienti da ogni angolo del mondo, con un età tra i venti e trent’anni, spensierati studenti di materie a volte incomprensibili, si danno appuntamento in una cittadina universitaria localizzata nel bel mezzo di un piccolo stato semidimenticato nel profondo nord Europa. Una trama perfetta per un racconto esageratamente ricco di episodi e personaggi, un’opera narrativa che necessiterebbe di migliaia di pagine.

Essendo tutti ospiti fuori casa, l’unione che si sviluppa è umanamente inevitabile, in quanto le persone ostentano istintivamente una forma di sicurezza in una situazione di disagio. Infatti il trovarsi da soli in un luogo totalmente sconosciuto, così diverso dai soliti viaggi fatti con amici o parenti, circondati da architetture inconsuete e parole di una lingua mai sentita prima – tüdruk significa ragazza –, rendono il processo esteriorizzante facilmente percepibile.

Con questo sentimento addosso, giovani da ogni dove cominciano a vivere a stretto contatto, in una specie di gigantesco ostello nel cuore antico della cittadina estone: un edificio artisticamente ricco di spigoli, nuovo, anzi, nuovissimo, se comparato alle singole case di legno o ai decadenti blocchi sovietici. Cinque piani. Ogni piano è un lunghissimo corridoio stile ospedale, ma più stretto, con pareti che cambiano colore a seconda del livello in cui ci si ritrova e che presentano sui loro muri una sfilza di entrate apparentemente infinita. Su ambo i lati si estendono, a una distanza regolare una dall’altra, porte, porte e ancora porte. Niente di più. Una geometria inquietante, immaginando l’edificio disabitato; un apparente fascino kubrickiano da quattro soldi, verrebbe da dire. Eppure, ogni singola porta racchiude una dimensione a sé stante: tre camere con due letti ciascuna, una presunta e minuscola cucina con fornelli progettati per non farti cucinare due cose nello stesso momento, ma che riesce perfettamente a fungere da punto di ritrovo, una doccia e un bagno. La matematica suggerisce che sei persone vivano in condivisione in ognuno di questi appartamenti.

Giusto per avere un’idea: nel mio mondo-appartamento gli abitanti provenivano da Messico, Lettonia, Palestina, Spagna e Stati Uniti. Una famiglia senza distinzioni di nessun tipo, un benessere spensierato che si percepiva appena varcata la soglia della nostra accogliente dimora. Sul muro di fronte, appena si entrava, chiunque poteva usufruire del plico di fogli buttato per terra e scarabocchiare qualunque messaggio nella propria lingua, un saluto o una frase di richiamo, per poi attaccare la sua opera alla parete, regalando ad ogni futuro ospite una vera sensazione di benvenuto, un accomodarsi spiritualmente. Ho avuto l’onore e la fortuna di assistere alla forza incontrastata dell’amicizia formarsi ed evolversi tra quelle dimore di sogni. Raatusee, questo il nome dell’edificio, era come una galassia costellata di tanti svariati universi, con i suoi abitanti così diversi tra loro, ma in qualche modo così vicini nelle emozioni che coloravano quei poco artistici corridoi.

Prendete uno studente universitario, dategli l’occasione di poter decidere di “studiare” – e di virgolette ce ne vorrebbero dieci in questo caso – in un altro Paese della Comunità europea e ascoltate le sue probabili candidature: in nessun caso gli verrebbe in mente l’Estonia. Bisogna essere sinceri: che ci vado a fare lassù, in geografie a me ignote, tra nomi letti a caso da qualche parte, su improbabili riviste turistiche o memorizzati e subito dimenticati dopo il successo nell’interrogazione di geografia a proposito delle ex Repubbliche Baltiche? Molto meglio andare a fare botellon a Granada, girare per Parigi, ballare a Berlino, ubriacarmi a Londra, girovagare nei coffee shop di Amsterdam, mangiare come si deve in Italia o divertirmi con pochi soldi a Budapest e Praga.

O no?

Effettivamente, ce lo siamo chiesti anche noi, una volta arrivati a Tartu, il perché della nostra scelta. Se lo sono domandati, e se lo continuano a domandare ancora oggi sicuramente, gli stessi estoni che nei loro rari momenti di interazione umana, inebriati di coraggio alcolico, proferiscono con sorprendente caparbietà una sola frase a cui nessuno sapeva in realtà rispondere: Why Estonia? Ogni santa notte, ad ogni santa uscita, a un certo punto della serata spuntava un bestione alticcio che pronunciava le mitiche parole. Sempre. Ovunque. Non si capacitavano del fatto che un italiano o uno spagnolo, un giapponese o un africano, si fossero spinti così a nord per vivere un anno, se non due, in un luogo dove la neve è perenne per mesi, dove la notte in certi periodi padroneggia per quasi venti ore, dove la temperatura media invernale è meno diciotto, dove non c’è assolutamente niente attorno, a parte foreste e laghi che abbelliscono una piatta landa desolata. Il bianco è stato l’unico colore del mondo per sei cicli di luna, facendomi dimenticare il verde dell’erba. Tutto era lento. Il fiume si attraversava a piedi, puntando luci soffuse di vecchi lampioni rassicuranti. Un fascino ineguagliabile.

A quella semplice domanda posta con grottesca sincerità nessuno rispondeva perché nessuno, in realtà, era a conoscenza del vero motivo scatenante per cui si era ritrovato a Tartu. Credo non esista una motivazione ben chiara, progettata, pianificata, ma piuttosto una spinta interna nella testa di ognuno di noi, alimentata dal richiamo della curiosità. Ecco perché questo gruppo familiare era unico: un ritrovamento di esseri così interessanti, simboli di una personalità ben contraddistinta e sicura di sé, sorgenti inesauribili che formavano un’energia intensa e prorompente, la quale permeava dietro ogni maniglia di quell’incredibile dimensione, resa viva dalle menti e dai cuori di ognuno di noi. Il solo cucinare era un atto di condivisione inimmaginabile: un confronto tra popoli e antiche usanze che si mescolava e confrontava, si scontrava e si aiutava nella creazione di un momento di puro piacere, sedendosi in due o in trenta allo stesso tavolo per apprendere e confrontarsi, ma soprattutto per godere della compagnia umana, per capire la bellezza nelle piccole cose.

Nel cambio del semestre improvvisamente ci siamo ritrovati a dire addio ad alcuni di quegli sconosciuti diventati ormai inseparabili personaggi della nostra vita. Tante lacrime, troppi addii, e un sincero sorriso illuminante su ogni viso schiacciato contro il finestrino quando l’autobus si portava via un altro di noi; perché in fondo, tra quei maledetti sedili, mentre decine di mani si alzavano per salutarti, infine avevi compreso: nel mondo che stavi lasciando sei stato veramente libero di essere, hai vissuto un qualcosa che non tornerà, ma la sua grandiosità ti accompagnerà per sempre, nascosta dentro di te, pronta a riemergere quando sarà il momento.

“Nobody leaves Raatusee. They just travel for a while.” così cita una frase in pennarello indelebile scritta su di una porta del quarto piano, dopo una delle interminabili e indimenticabili serate vissute fra corridoi affollati e pub conquistati. La notte sanciva l’ora dell’avventura, della scoperta di se stessi e di quelle persone che ti circondavano; esperienza dopo esperienza ti rendevi conto che il fatto di non condividere la stessa lingua e la stessa cultura non era più un ostacolo, ma anzi, un infinito ponte unificatore.

Credo di poter utilizzare un inquilino di Raatusee e il suo cambio di prospettiva prima e dopo il suo soggiorno, per meglio comprendere la forza di questa esperienza.

Felice è arrivato al quarto piano, il piano Erasmus, con la valigia e una faccia smarrita, trovandosi di fronte a uno scenario ben diverso da quelli pugliesi a cui era abituato. Ho subito riconosciuto l’inconfondibile stile italiano e mi sono avvicinato per aiutare il nuovo arrivato all’inizio del secondo semestre. Alcuni “vecchi” amici ci lasciavano per tornare alle loro conosciute realtà mentre “nuovi” spiriti, che nessuno ancora conosceva, apparivano occasionalmente nel periodo di intervallo tra la fine del primo semestre e l’inizio del secondo. Facce intimorite, facce eccitate, facce curiose, si presentavano disorientate sull’uscio dell’entrata; in pochi mesi avrebbero cambiato espressione.

Un gruppo di rappresentanza composto da Italia, Spagna, Messico e altri paesi che si aggiungevano o toglievano di continuo si è improvvisato come delegazione di benvenuto andando in giro per le stanze a incontrare i nuovi inquilini di ogni mondo-appartamento regalando a ciascuno una molletta colorata come segno di calorosa accoglienza; giusto per far capire fin da subito in che razza di posto eri finito.

Felice era spaventato, preoccupato, insicuro. Il suo viso trasmetteva un certo malcontento per via della sporcizia trovata nell’appartamento assegnatogli, per la freddezza dei suoi nuovi compagni – la tristezza dominava quel mese di arrivi e partenze – e per molti altri elementi che a primo impatto potevano ingannare.

«Ma quanto costa stare in una casa normale? Magari un appartamento, senza tutta questa gente. Non voglio stare qui. È tutto sporco, le persone strane. No no, cerco qualcosa per i fatti miei.»

Sono riuscito a convincerlo a rimanere per tentare di comprendere la natura di Raatusee, il motivo per cui tutti noi eravamo lì: condividere, sperimentare, capire, crescere. Di fatti ho avuto ragione. Ho visto un bambino correre sul ponticello ghiacciato dai meno venticinque gradi della foresta innevata, fumante del calore della sauna, buttarsi senza indugi nell’oscurità delle gelide acque di un silenzioso lago ghiacciato. E quel bambino, inizialmente contrario, sorpreso da un’eccitazione recondita dai tempi infantili, si è lanciato nuovamente dentro la sauna per ripetere il giochino altre due volte, emanando una vivacità contagiosa. Quell’animo insicuro era sbocciato e i suoi colori si sono mostrati in tutto il loro splendore.

Il suo bus dell’addio, a giugno, era stato prenotato per le sei di mattina. Secondo le buone usanze di Raatusee si è accomodato sul diretto per Tallinn completamente ubriaco dopo una notte di pazzie, di urla e di lacrime, di canzoni cantate a squarciagola da solista sulla fontana del centro alle cinque di mattina con tanto di pubblico e applausi finali. Prima però aveva fatto ballare diversi estoni in un grosso cerchio fuori dal pub più famoso del paese, chiudendo il sipario con una storica pisciata sul fiume della città da sopra la cima di un battello attraccato su cui si era arrampicato, urlando fieramente al mondo intero: “I am the king of Tartu!”. Ha fatto progressi quel ragazzino pugliese pieno di insicurezze.

Senza accorgercene abbiamo fatto nascere una fiaba a cui ognuno di noi ha preso parte. Tutti, nessuno escluso, hanno scritto qualche cosa. Pagine su pagine, l’inchiostro di centinaia di autori che vivono nella stessa visione. Si potrà raccontare e riascoltare senza sosta per tutte le ere del nostro tempo, perché è stato come sognare con occhi spalancati di meraviglia. Ognuno dei suoi protagonisti porterà nelle profondità del proprio animo una gioia pronta a riemergere ad ogni elemento pontificatore con l’idea di Tartu.

Carichi di questa energia positiva, Jonay e il sottoscritto avevamo deciso di tornarcene a casa in un modo particolare: facendo l’autostop dall’Estonia fino in Italia, cavalcando oltre duemilaseicento chilometri in assoluta incertezza. Il fatto che il sogno di Raatusee stava ormai affievolendosi, come un bellissimo fuoco creato per alimentare il fascino della notte e giunto al suo culmine, i pensieri che correvano nella mia mente non erano per nulla direzionati verso l’organizzazione del nostro viaggio. Regnava una sola certezza: saremmo andati in strada con gli zaini e, una volta in balìa degli eventi, si sarebbe improvvisato. In fondo, l’autostop è improvvisazione. Non c’era fibrillazione per la partenza, piuttosto una volenterosa decisione nel terminare, anzi, nell’abbandonare una realtà che si stava sgretolando, aprendo le coscienze di ognuno di noi sulla forza incontrastabile di cui era costituita e che riempiva lacrime inarrestabili che erompevano in puri momenti di lucidità.

Un ragazzo spagnolo studente di Arte e un ragazzo italiano studente di Scienze della Comunicazione, due prototipi che si facevano passeggiate a meno venti gradi nei parchi innevati per capire la verità di quel mondo, erano ancora affamati di qualcos’altro, forse di un’altra grande avventura, l’ultima, prima di tirar giù il sipario su quel sogno che, in fondo al cuore, non volevamo far scomparire.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Simone Paccagnella
Simone Paccagnella, nato nel 1989 a Torino, dopo la laurea in Scienze della comunicazione ha collaborato come giornalista per alcune testate locali come “La Voce”, perfezionando le sue abilità di scrittura e trovando un modo nuovo di raccontare il mondo. Attualmente vive a Ibiza e Due erasmus in autostop è il suo romanzo d’esordio.
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