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Due estati, un inverno

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Estate 2015. Quale mistero si nasconde a bordo della Tristana, yacht a vela abbandonato nella rada tra Arma di Taggia e Bussana di Sanremo? E chi ha ucciso a colpi di pistola il povero Mario Acquarone, pescatore subacqueo trovato morto sulla spiaggia di Costa Balena? A questo e ad altri interrogativi, saranno costretti a rispondere Luca D’Arrigo, Luca Risso e Michele Fantoni, tre giovani amici inseparabili, con la passione per la pesca in apnea. In luogo della spensierata stagione che si aspettavano, i tre dovranno districarsi in una complicata e pericolosa avventura che, oltre a vederli protagonisti, li confronterà con uno spregiudicato trafficante d’armi e un gruppo di spietati ex-mercenari. La vicenda copre l’arco temporale di due estati e un inverno e ha come palcoscenico la suggestiva Riviera ligure di ponente, col suo sole perenne, il suo mare sempre blu e quel cielo che nel mare si rispecchia, così tanto grande e così tanto azzurro da sembrare finto.

Perché ho scritto questo libro?

Nell’ inverno del 2007, il mio lavoro di decoratore mi condusse in Riviera per un tempo abbastanza lungo: tre anni. Durante tale periodo, complice il mio profondo amore per il mare, strinsi amicizie sincere che tutt’ora sussistono. Tornato al mio paese ancestrale e subendo la nostalgia per quei luoghi, ormai mia seconda casa, nacque una storia che, pur se di fantasia, parla di sentimenti reali nati da quelle amicizie e dall’onnipresente sole di quella terra di estremo occidente.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Costa balena

Alle prime luci del mattino da uno sperone a picco sul mare, un uomo possente ma dai modi gentili si godeva la brezza marina, mentre con la solita meticolosa cura andava occupandosi di un piccolo angolo di paradiso. A ridosso del promontorio, dove la via tra Arma e Bussana s’eleva nel punto più alto, una curva pare voler far prender fiato alla strada ormai stanca d’inerpicarsi su per la costa. In questo angolo ritagliato tra cielo e mare Alceste aveva piantato un piccolo giardino mediterraneo o meglio, come spesso accade tra gli amanti, lui l’aveva trovato… o forse era il giardino che aveva trovato lui; ad ogni modo era nata una simbiosi tra questo omone dai modi gentili e la terra baciata dal sole e sferzata dal mare. Così insieme alle piante di aloe erano spuntati cactus, crassule, euphorbie ed altre varietà della macchia mediterranea. 

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Era arrivato da poco quella mattina, ma avendo molte piantine da mettere a dimora non si era soffermato sul paesaggio. Dopo mezz’ora di lavoro continuo e meticoloso aveva sentito il bisogno di gettare un occhio su quella bellezza e così, guardando poco più sotto lungo la stretta spiaggia di sassi, l’aveva vista: una figura vestita di una muta che la risacca agitava ritmicamente avanti e indietro. Guardando le lunghe pinne da apneista, Alceste pensò:         “ Ecco un altro povero ragazzo che ha pagato al mare il prezzo della sua passione. “ Rapidamente, malgrado l’età non più giovanissima, scese verso la battigia; era quasi sul corpo del povero atleta quando un particolare inquietante lo colpì: sul dorso della muta due buchi netti e concentrici parevano ritagliati; girò delicatamente l’uomo sul torace, i buchi si trasformavano in fori molto più grossi e frammentati… erano i fori d’uscita di due colpi d’arma da fuoco! 

CAP I

Era una mattina come tante, una di quelle mattine che spesso ti regala la Riviera di Ponente in estate. Il mare calmo per quanto permette l’esposizione costiera della zona, era animato da infiniti bagliori di luce che riflettevano lo smuoversi di piccole onde; la marea in entrata prometteva catture ed a queste pensava Luca mentre col motorino sfrecciava verso la darsena di Arma. Nella sua mente gli auspici per una buona pesca erano stimolati dal solito profumo che le mattinate ponentine ti regalano a piene mani; solo chi ha vissuto qui per qualche tempo capisce di cosa parlo: è un misto di salsedine, sabbia, olio, fiori, il tutto sferzato e rimescolato dall’aria frizzante delle Alpi Marittime che si scontra e si miscela con quella del Mar Ligure. “Quali meraviglie nasconde il mare oggi? E cosa scopriremo noi fra poco, scendendo nelle sue profondità col fiato sospeso?” Questi pensieri insieme ad altri trastullavano la mente del nostro eroe che, come ogni ventenne, sempre un passo avanti rispetto alla vita reale, concepiva più cose tutte insieme di quelle che poi riusciva a realizzare. Intanto Alex che aspettava nel porticciolo di Arma col gommone del gruppo (color viola!) stava ultimando la rassegna dell’attrezzatura… – Belìn Luca muoviti, sennò quando ci arriviamo alla secca?  Luca ed Alex, amici di vecchia data, erano da anni compagni o meglio soci, come si usa dire qui di pesca in apnea, quella che i non addetti ai lavori chiamano ancora pesca subacquea. -Butta qui, va bene!  L’ancora venne calata in mare il più silenziosamente possibile, perché nessun pescatore sano di mente lancerebbe un’ancora come un peso olimpionico, spaventando i pesci fino in Corsica. Il solito rito della vestizione sgombrando la mente dai pensieri e concentrandosi sul respiro, discesa in acqua, poi si comincia ad ispezionare dall’alto, facendo qualche tuffo per rompere l’apnea.  Il mare alle sette del mattino conservava un che di cupo, il sole ancora basso sull’orizzonte rischiarava a fatica il fondo coi suoi raggi, e tutto assumeva un aspetto misterioso.  D’un tratto Luca vide comunque luccicare qualcosa … spesso grossi saraghi giocando nel grotto o qualche corvina ogni tanto facendo capolino tra le matte di posidonia, si inclinavano verso l’alto riflettendo la poca luce del sole con il fianco argenteo. Qualche inspirazione rilassata, poi capriola e giù, verso questa flebile luce stranamente fissa…                             Mentre scendeva nasceva in lui la consapevolezza che potesse non essere una preda.  “E’ ferma, non si muove…che cavolo è? “La curiosità cambiò in stupore e questo in inquietudine, realizzando che l’oggetto misterioso altro non era che una fibbia metallica. Attaccata alla fibbia c’era una cintura da sub con relativi pesi di piombo ed attaccata alla cintura c’era una sagola che dipanandosi per i meandri del fondale, si perdeva nel blu! “Una cintura da sub, prendo la sagola e torno su alla svelta!” Una volta sul gommone, Alex, che dall’alto aveva seguito la scena intuendo qualcosa, aveva afferrato la sagola dalle mani di Luca e, dopo aver recuperato la cintura, continuando a tirare aveva scoperto che l’altro capo era assicurato ad una boa di segnalazione bucata. Alcuni pescatori legano la cintura alla sagola della boa segna-sub, così in caso d’emergenza l’abbandono della cintura non significa la perdita della stessa, che può essere recuperata in un secondo tempo. – Che ti devo dire socio? Qui è tutto strano! replicò Luca. Lo sguardo scorreva l’orizzonte alla ricerca di qualcosa, di una traccia per capire, per svelare il mistero. – Andiamo un po’ a chiedere a quelli della barca, magari hanno visto qualcosa, che dici socio? – Salpo l’ancora e andiamo! Il gommone viola partì alla volta di un cabinato alla fonda a meno di mezzo miglio da loro.                                              – Ehi della barca c’è nessuno? Cacchio Luca, questi sono ancora a letto, ma dai socio, sono quasi le otto, con un sole ed un mare così no, … e poi, gira un poco attorno, piano… ma guarda, la scaletta è abbassata! La decisione fu presa in un attimo. – Permesso di salire a bordo? Tu aspettami qui col motore acceso! Non si sa mai. – Luca salì agilmente la piccola scaletta, lavorava in un cantiere nautico d’altronde, e se non era a suo agio lui in barca – C’è nessuno? – “Ma guarda un po’ questi, in cucina si sono fatti un caffè americano, la macchina è ancora accesa quindi sono svegli.” – Ehi! Dove siete?  Lungo i 18 metri della barca era impossibile non sentire. Si spostò nella camera da letto dell’armatore, qualcuno aveva dormito lì; un brivido gli corse giù per la schiena mentre si avvicinava alla plancia; controllò se il gommone col quale si poteva scendere a riva fosse stato alato. Il brivido riprese più forte che mai. Salì in coperta: 

-Alex qui non c’è nessuno, e vieni a vedere, il tender è al suo posto prendi il telefono, chiamiamo la Cap! (Capitaneria di Porto) Anzi no, chiamiamo Roberto ad Arma, lui ci dirà se è il caso di dare l’allarme. – Il Capo di 2a Classe Roberto Vanni era il delegato di Arma, che non avendo un porto molto grande ospitava la sede di una delle 60 delegazioni della Guardia Costiera sparse per il nostro paese. Il Capo Vanni vantava una lunga esperienza e non ci volle molto perché capisse che qualcosa di grave era successo fuori dal golfo di Bussana.                                                       -Aspettatemi lì – replicò – vi raggiungo subito. Nessuno aveva chiamato la Guardia costiera per lamentare dispersi in quella zona, ma dopo il ritrovamento del corpo di quel povero pescatore in apnea, due giorni prima, erano tutti in allarme. Malgrado la differenza d’età, il primo capo ed i ragazzi erano amici; si erano conosciuti per caso in delegazione, dove spesso i pescatori appassionati si recano per avere delucidazioni, soprattutto d’estate, quando la pesca in apnea è severamente regolamentata.                                                 Giunto sulla Tristana (il nome già non era di buon auspicio), Roberto Vanni, esaminando il diario e le carte di bordo pervenne alle seguenti conclusioni: il proprietario della barca, tale dott. Aurelio Esposti con la moglie Tristana (ecco il perché del nome), era salpato dal porto di Livorno tre giorni prima per una crociera fino alle isole Porquerolles. La sera precedente gli Esposti, si erano fermati per la notte a Imperia e a quanto pareva, salpati da lì, avevano gettato l’ancora nella baia di Arma, mezzo miglio fuori dalla Secca di Bussana.  Luca ed Alex guardarono Roberto, poi tutti e tre tornarono a fissare la cintura marsigliese con 6 chili di piombo, la sagola lunga 50 mt ed il pallone segna-sub bucato.  Un pirata in motoscafo? Troppo spesso le cronache narravano di sub travolti da natanti malgrado le boe di segnalazione. Ma anche così, se i due fossero stati investiti ed uccisi entrambi da un pirata, cosa che avrebbe spiegato il pallone lacerato, dove erano i corpi?           – Intanto bisognerebbe sapere se i due sono usciti a pescare, non sappiamo se fossero pescapneisti; la boa sub di per sé non prova nulla, la usano anche quelli che fanno snorkeling ad esempio. – Inoltre non sappiamo se sia la loro, ricordiamoci del pescatore dell’altro giorno. – Ormai sono le 10 e 30, in mare c’è il solito traffico del mese di Luglio e non ci pervengono segnalazioni, se ci fosse stato un incidente a quest’ora lo sapremmo. Bisogna dare il via alle ricerche. Grazie ragazzi, tornate a casa, avete fatto un buon lavoro, la palla ora passa a noi. 

Lo scoglio di Bussana è una zona costiera del paese omonimo che, a poche centinaia di metri da Arma, fa parte in realtà del comune successivo. Posto all’ estremo ovest del golfo di Arma stesso, si erge su un terrapieno naturale di roccia modellata nel tempo dai venti e dalle mareggiate. Gli elementi, come la mano possente di uno scultore, hanno staccato un grande masso che franando in epoche remote nel mare ai piedi del faraglione, lo ha ben coronato come un puntino sulla i. Lungo la strada che si inerpicava al faraglione, circa a metà via tra le costruzioni addossate alla roccia, era situato il negozio di un altro Luca, Luca Risso: era nella zona il deus ex machina della pesca in apnea; fucili, mute, maschere, pinne, sagole, insomma tutto quello che serviva per pescare sopra e sotto il mare, bene, Luca ce l’aveva. Ma quello che Luca aveva in più erano l’amicizia ed i consigli che dispensava a questi pazzi pescatori. Non gli bastava vendere, prima di darti un fucile ti doveva conoscere, capire che tipo di pescatore fossi, solo dopo, quando ti aveva preso le misure come un sarto, ti diceva cos’era meglio per te e non sbagliava mai. Il suo negozio, come spesso accade in questi micro mondi, era un luogo di ritrovo, di discussioni infinite, soprattutto nelle fosche sere d’inverno quando il mare imperversa poco più sotto e sembra volerti bussare alla porta. – Oh Lucaaa! Il nostro stava armeggiando dietro il bancone delle riparazioni, per sostituire l’o-ring (guarnizione meccanica in elastomero) di un fucile pneumatico.  Belìn! Sti milanesi, pescano una volta l’anno, vogliono il cannone pneumatico… sparano a vuoto e schiantano le guarnizioni! Poi corrono qui e vogliono il fucile per ieri. Com’è? (nel Ponente spesso si sostituisce il ciao a questo com’è. I Liguri, gente concreta, con solo due parole ti salutano e ti chiedono come va). – Ma non hai visto che viavai qui fuori? Esordì Luca? – Veramente è da stamattina che impazzisco dietro a ‘sto fucile -Risso era uomo coscienzioso, e accettata una commissione, nemmeno lo tsunami di Santorini l’avrebbe distolto dal riparare per tempo una attrezzatura. – Il capitano Nemo torna tra un’ora per ritirare la sua spingarda! Ed io non ho ancora finito! A quel punto replicò Alex che fino ad allora era rimasto sulla porta d’ingresso: -Lo Janneau 58 alla fonda da stamane nella rada, lo hai visto no? Ecco, sono spariti gli occupanti, e noi abbiamo trovato… – La descrizione dell’accaduto andò avanti mentre i due protagonisti si alternavano uno nel racconto, e l’altro nei commenti del caso fino al punto che già conosciamo. – Uhmmm!  E’ peggio di questo o-ring! Beh! strano è strano, e sono tante le cose che non tornano. Per un attimo i tre amici si fermarono a guardare l’orizzonte dove cielo e mare prima così definiti, ora cominciavano a fondersi, a sfumarsi l’uno nell’altro con l’aumentare della temperatura. – Quante cose non conosciamo là sotto . Sentenziò Risso mentre riprendeva il suo lavoro. Restarono lì a parlare ancora per un’ora, il proprietario del fucile arrivò, non era milanese per inciso, ma di Pavia, comunque quale che fosse la sua provenienza, questa non gli impedì di esclamare ritirando l’arma:  -Che meraviglia, sembra tornato nuovo! -Ecco perché vendo così poco! Dovrei guastare invece di riparare, poi dire che non c’è più niente da fare e vendere il nuovo! Ecco perché io ho ancora quella Punto scarlingata che vedete là fuori, mentre il mio collega e concorrente di Imperia gira col SUV. – A chi caragna toeghi e a chi spara daghi! – La frase tipicamente lombarda, era stata pronunciata da un ragazzo fermo sulla porta del negozio. – Micooo! L’è ‘rivà el milanes! Finalmente ti ricordi che c’è un negozio a Bussana!  Michele Fantoni (Mico per gli amici) in realtà lodigiano, era uno dei migliori amici di Luca. Il loro sodalizio era nato, come altri nel negozio in cima al faraglione, quando Michele appena arrivato ad Arma per lavoro, aveva cercato un punto vendita che soddisfacesse la sua passione. Cliente ed appassionato pescapneista, si divideva tra la campagna lodigiana e la Riviera, dove grazie ad una casa di appoggio dei genitori, poteva estendere l’influenza della sua attività di restauratore e decoratore anche fuori dalla Lombardia.                                                           – Allora Luca, voialtri liguri sempre a caragnare sui soldi, ti trovo bene però, dai fammi vedere i nuovi arrivi, ma prima…- Entrando nel negozio a passi rapidi e decisi si diresse vero i tre e li abbracciò calorosamente in rapida successione.  Il pescatore pavese uscì sperticandosi in complimenti tanto era soddisfatto, ed i quattro amici decisero di fare un salto nel bar lì accanto per un aperitivo di bentornato. Dalla veranda del locale si godeva una vista mozzafiato sul golfo: infiniti e mutevoli bagliori danzavano sul mare di mezzogiorno ed il sole loro artefice, stava lì sospeso in quel cielo azzurro tanto grande, caldo e incombente sulla scena che sembrava fermare persino il tempo. – Sai che Luca è diventato il sub del mistero? Racconta al nostro artista cosa è successo oggi. –  Davanti a quattro calici di Pigato accompagnati dalle immancabili olive taggiasche, pezzi di fugassa e Sardenaira, incominciò il racconto della giornata, ed i quattro amici accarezzati dalla brezza marina si chinarono sul tavolino del bar l’uno verso l’altro, come contrabbandieri dei tempi andati, intenti a pianificare i loro traffici lungo la costa armedana.  

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Recensisci per primo “Due estati, un inverno”

Marco Uggè
Sono nato nel tardo pomeriggio di un caldo giorno di Giugno, e forse da lì si deve la mia propensione per l’estate e il suo clima.
La mia infanzia è trascorsa spensierata in campagna dei nonni, vivendo le mie prime avventure tra paperi e gatti.
Terminati gli studi, mi sono dato quasi subito al lavoro autonomo, occupandomi per dodici anni di disegnare (la mia passione), abbigliamento e calzature. La svolta, come per molti uomini, è arrivata dall’incontro con mia moglie, che ha dato un senso compiuto alla mia esistenza e la gioia di essere padre attraverso la nascita dei nostri cinque figli. Dopo il matrimonio, ho deciso di passare ad una professione più tranquilla, iniziando così a occuparmi di decorazioni murali e araldiche. La passione per la scrittura è tardiva: attualmente ho pubblicato un racconto nella raccolta antologica Raccontare Imperia 2 per le Edizioni Il Foglio .
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