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Mirtilla è una donna soffocata dalle sue paure e dalle abitudini, senza più stimoli. La sua vita è una gabbia nella quale si rifugia ogni giorno stando attenta a chiudere bene la porta, della quale solo lei ha la chiave. Chiusa nel suo mondo, in cui trova conforto e sicurezza, non si rende conto che quella stessa sicurezza la rende prigioniera, annoiata e triste. Un giorno, passando davanti a una libreria, viene attratta dalla copertina di un libro e da lì tutto cambia.
Una storia, in parte biografica, che narra di paesi lontani, di sensazioni vissute, di profumi, di occasioni trovate, di treni presi, di amore, di persone incontrate, di situazioni magiche e dell’accorgersi di Mirtilla che tutto quello che la vita all’improvviso le offre in realtà è sempre stato lì per lei.

Capitolo 1

Quel giorno, uscendo di casa, Mirtilla decise che non avrebbe preso l’autobus che la conduceva al lavoro. Erano anni che compiva gli stessi gesti, faceva le stesse cose, tutti i giorni si alzava alle sette, faceva colazione con latte e biscotti, si lavava, si truccava senza più guardarsi allo specchio – quell’immagine non le piaceva e forse non le era mai piaciuta –, si vestiva e chiudeva la porta dietro di sé.
Anche le persone sull’autobus erano le stesse, solite facce addormentate o concentrate dietro le pagine di un quotidiano, mai un sorriso o un saluto. Al lavoro poco cambiava: scrivania bianca, computer grigio, telefono nero, orario dalle otto alle diciassette.
Era da tempo che il suo cuore batteva per abitudine. Un giorno Mirtilla uscì dall’ufficio e passò davanti a una libreria. Se la ricordava da sempre, ma lei non c’era mai entrata, persa sempre nei suoi pensieri fatti di nulla. Quella sera però, con la coda dell’occhio, vide qualcosa che catturò la sua attenzione, così si fermò a guardare le vetrine. Continua a leggere
Continua a leggere

Mille libri erano esposti in diverse posizioni, ma al centro ce n’era uno sul quale il suo sguardo si fermò. Era la copertina ad affascinarla: raffigurava un deserto al tramonto. Quell’enorme distesa di sabbia che formava dune e quel sole rosso che sembrava incendiarla le diedero una sensazione che mai aveva provato prima, inspiegabile. Le sembrava di essere lì, sentiva sotto i suoi piedi un vellutato caldo tepore, e un vento leggero le sfiorava i capelli.
Lesse il titolo del libro: I tuoi pensieri profondi. Rimase a lungo davanti a quella vetrina, incerta se entrare e acquistare quel libro, ma poi si girò e ritornò a casa, provando però uno strano turbamento. La sera dopo si fermò di nuovo davanti alla vetrina e il libro era ancora lì, solo che era stato spostato più avanti, più vicino. Sembrava quasi invitarla a entrare in quel negozio, ma proprio nel momento in cui la sua mano si posò sulla maniglia della porta d’entrata il cellulare si mise a squillare e quel suono familiare la riportò alla realtà. Sullo schermo si materializzò il nome di sua madre e Mirtilla rispose, la mente volò verso la sua routine e i piedi avanzarono su quel percorso che tanto bene conoscevano.
Rientrando a casa fu presa dal vortice delle solite faccende, si preparò un pasto frugale e si sedette alla tavola ben apparecchiata, guardò il televisore con lo schermo nero e decise di non accenderlo. Era strano per lei stare nel silenzio: i rumori esterni si acuivano, ma qualcosa le impediva di alzarsi, era come se il suo cervello desse i comandi a tutte le parti del suo corpo, ma non ai piedi, che restavano lì incollati al pavimento, mentre la mente era un vortice di pensieri, dapprima sconclusionati e poi via via sempre più nitidi.
Non c’erano parole, solo immagini, lei nel deserto di sabbia che guardava verso il tramonto, lei su un cammello che attraversava le dune: poteva sentire il pelo ispido e caldo dell’animale che le strofinava le cosce e quel movimento ondulatorio che faceva avvertire un senso di nausea, il vento caldo sulla pelle e il cielo stellato che dolcemente appariva davanti a suoi occhi, quei colori così vivi che sembrava quasi di toccare e poi ancora lei sotto un’enorme tendone blu, seduta con le gambe incrociate su un morbido tappeto con disegni che richiamavano le piume di un pavone, mentre le veniva offerto un tè nero fumante dall’odore e sapore speziato, da persone che le sedevano accanto a formare un cerchio con i loro sorrisi bianchi e la pelle dorata dal sole.
Le donne si affaccendavano nella tenda per preparare dolci dal sapore di cannella, vestite con bellissimi abiti ricamati in colori sgargianti e con i visi coperti da meravigliosi foulard che lasciavano intravedere occhi profondi e sguardi fieri. Sorseggiando il tè vide che le erbe infuse nell’acqua formavano una serie di parole che attrassero la sua attenzione: Scoprimi! Prendimi! Meravigliati!
Mirtilla scosse la testa per scacciare quei pensieri che tanto la turbavano, ma più voleva allontanarli da sé e più essi apparivano chiari e nitidi, riusciva persino a sentire il suono di una chitarra che aleggiava nella tenda ed evocava strane danze nella sua testa.
Era bello stare lì, dove l’orizzonte si perdeva tra il cielo e il deserto e tutto era leggero: le sembrava di volare verso l’immensità.
Si riebbe un attimo dopo, decidendo di andare a coricarsi nella speranza di allontanare da sé questo groviglio di sensazioni alle quali non era abituata. Ma, si sa, quando l’Universo ci si mette nulla lo può fermare. Quella notte sognò: entrava nella libreria, ma all’interno non c’era nessuno, tutto era vuoto e buio, l’unico elemento che risplendeva era il libro, aveva assunto una forma gigantesca e le immagini sulla copertina si muovevano come ombre cinesi e intonavano una canzone di un’antica leggenda araba nella quale la Principessa Assira aveva perso il suo grande amore: colpito dal maleficio della Dea Ishia, gelosa del loro amore, egli era scivolato nel fiume trasformandosi in un pesce e solo nelle notti di luna piena i loro cuori potevano unirsi in una danza sensuale e nostalgica.
Mirtilla si svegliò di colpo, tutta sudata, e inizialmente non riuscì a capire se fosse un sogno oppure realtà quello che aveva vissuto, poiché la Principessa aveva il suo stesso viso, ma piano piano la mente si schiarì e intorno a sé vide immagini familiari, il letto, l’armadio, la sua stanza e questo la rincuorò, ma il sogno era ancora dentro di lei con immagini nette e sensazioni chiare che la misero a disagio.
Guardò l’ora sulla sveglia: erano le sette. Al via la routine! Salì sull’autobus e l’autista le sorrise, prese posto guardandosi intorno e stranamente non vide le solite facce, ma visi nuovi con occhi sorridenti, e si accorse che anche lei sorrideva facendo piccoli cenni di saluto.
Quel giorno in ufficio aveva voglia di scherzare e diede dimostrazioni di comicità facendo ridere i colleghi, che a loro volta si scioglievano in battute e faccine buffe. L’ora di uscita arrivò in un battibaleno e si ritrovò di nuovo davanti alla libreria: questa volta entrò senza esitare.
Aprì la porta e un forte profumo le invase le narici, un profumo sensuale e conosciuto: gelsomino.
Fino ad allora amava in modo particolare l’essenza alla lavanda. Aveva tutto al sapore di lavanda, sapone, bagnoschiuma, ammorbidente; ora però il gelsomino la attraeva particolarmente e quell’ambiente ne era intriso. Cercò con lo sguardo il libro e non lo trovò al solito posto, chiese al ragazzo simpatico e gentile che era alla cassa e lui le riferì che l’ultima copia era stata venduta il giorno prima e che oltretutto il titolo era ormai fuori catalogo.
Mirtilla ringraziò e corse fuori dal negozio, con le lacrime agli occhi. Non era commozione, ma piuttosto rabbia. Da dove proveniva quella rabbia? Perché quella reazione?
I pensieri le si avviluppavano in testa. E poi rabbia verso cosa o verso chi? In fondo era solo un libro! Dentro di sé però sapeva che non era solo un libro, ma il libro. Mentre camminava velocemente una vocina le diceva che la rabbia era verso di sé, i suoi soliti comportamenti, le sue paure, le ritrosie, i tentennamenti che prendevano il sopravvento, quante occasioni che nella vita aveva lasciato andare, quanti treni persi per la paura dell’ignoto! Eppure non era il cambiamento a paralizzarla e non era stato sempre così.
In gioventù era leggiadra, aveva vissuto parecchie avventure, viaggiato, cambiato case e lavori, ma giunta ai trent’anni aveva posto un freno alla sua intelligenza selvaggia e si era spenta dentro, lasciandosi trascinare dal vortice dell’adeguarsi al modello che in quel momento la sua vita imponeva, come se la sua natura non fosse stata accettata da chi le era intorno.
Mogli con figli, ragazze fidanzate e tutto quello che la civiltà considerava normale, e lei si era modellata in quel sarcofago che rivestiva ora la sua realtà, sposandosi senza forse amare particolarmente. Ma a distanza di anni quell’amore, che non era mai stato molto intenso, era finito completamente.
Giunta a casa chiuse la porta dietro di sé, osservò i mobili, l’arredamento, i colori delle pareti e si accorse che non le piacevano più. Tutto sapeva di vecchio e obsoleto. Si sedette sulla poltrona e accese il computer. Non sapeva cosa volesse cercare, ma girellando nel mondo contraddittorio di Internet si imbatté in un filmato intitolato Eros e amore, due parole ormai da lei dimenticate o seppellite, eppure sentiva che erano ancora lì pronte a esplodere non appena se le fosse concesse.
Che fine aveva fatto quella Mirtilla? Fece partire il filmato e la semplicità di quelle parole dette dall’oratore, la chiarezza del significato, tutto risuonava in lei. Spense il computer e un sentimento di felicità la pervase, sentiva che qualcosa era in atto per lei. Il giorno dopo in ufficio una collega le chiese se voleva accompagnarla a una conferenza che si sarebbe tenuta in un locale vicino all’ufficio: avrebbero mangiato insieme e chiacchierato un po’. Mirtilla accettò volentieri l’invito.
Lasciato il ristorante, verso le nove si incamminarono verso il posto dove avrebbe avuto luogo la conferenza e si ritrovarono davanti al negozio di libri. Sandra, la collega, entrò e le fece cenno di seguirla, presero un corridoio lungo e stretto poco illuminato e contornato sia a destra che a sinistra di scaffali pieni di libri, scesero le scale e davanti a loro si aprì una stanza piena di sedie blu che formavano un cerchio. Affisso alla parete c’era un enorme poster che raffigurava un deserto al tramonto e all’orizzonte si delineavano alcuni cammelli che camminavano sulle dune. Fu annunciato il relatore e sul palco si materializzò la stessa persona che la sera prima aveva visto su Internet. Il turbamento si trasformò in meraviglia e da meraviglia in stupore e da stupore in riso. Mirtilla capì che l’Universo le stava mostrando la strada da seguire. Quella sera, dopo la conferenza intitolata I nostri talenti nascosti, si scoprì a ricordare cose fino ad allora ben celate nella sua mente, immagini di lei bambina seduta a terra con in mano libri sull’antico Egitto, storie di faraoni e dèi, affascinanti narrazioni di mondi esotici. Storie poi abbandonate per far posto a libri comuni e facilmente accettabili dalla gente con cui si sarebbe confrontata.
Ma quella parte di sé ora premeva per emergere, per non morire, morire con lei.

Capitolo 2
Entrò nello studio e sedette su una sedia un po’ sgangherata. Era come al solito in anticipo: le piaceva arrivare sempre prima agli appuntamenti per annusare l’odore dell’ambiente, guardarsi attorno e capire la personalità di chi aveva arredato le stanze, inventare storie su quel luogo.
Fantasticava anche quando vedeva persone sedute a tavoli di ristoranti, immaginava i loro dialoghi. C’era un gioco che faceva spesso con le sue amiche: consisteva nell’abbassare il volume del televisore mentre trasmettevano un film e doppiare i personaggi con diverse tonalità di voce e argomenti esilaranti. Quante risate!
Quella stanza sapeva di deodorante per nascondere l’odore di fumo, era una stanza poco arredata con qualche sedia e due poltrone basse una di fianco all’altra. Erano un po’ usurate, davano l’idea di essere lì da tanto tempo e di essere servite per tante sedute, sedute piccole, sedute grosse, sedute stanche e ansiose.
Alle pareti c’erano alcune stampe che ritraevano studi dentistici di un tempo. In una era raffigurato un bambino seduto su una sedia dall’aspetto antico, che sembrava essere adatta più a un salone di parrucchiere che allo studio di un dentista. Il bambino aveva la bocca spalancata e il medico armeggiava fra suoi denti, oltre che con le mani anche con la testa, sporta fin quasi dentro come a vedere cosa ci potesse essere oltre il male da curare. L’immagine era comica, ma anche tragica, vista l’espressione terrorizzata del bambino.
Le pareti avevano bisogno da tempo di un’imbiancata e in mezzo al soffitto c’era un bellissimo rosone che avrebbe potuto essere messo in maggior risalto.
Il rumore della porta che si apriva la fece ritornare alla realtà: davanti a lei si materializzò un uomo alto, con un camice bianco sbottonato sullo stomaco pronunciato e il viso sorridente. La fece accomodare sulla poltrona e iniziò il suo lavoro, mentre esplorava la sua bocca parlava con un forte accento milanese che suonava come una buffa cantilena. Anche lui era estremamente ilare.
Mirtilla si accorse di fare pensieri un po’ arditi su di lui, ma poi se ne vergognò: no, non era proprio il suo tipo. Fortunatamente la seduta durò poco e Mirtilla uscì, non prima di aver fissato un altro appuntamento. L’aria le schiarì le idee e lei si mise a ridere di se stessa.
Un giorno, mentre era in ufficio, ricevette la telefonata di quel dentista, che le variava l’appuntamento: durante quel breve colloquio rise e si divertì parecchio e di lì a poco, non a caso, nacque una relazione.
Ebbe inizio proprio lì: fu in quello studio, in un pomeriggio di sole, che ci fu il primo intenso bacio.
Anche di quello Mirtilla aveva bisogno, aveva sete di baci arditi, di sentirsi desiderata, come da tempo non era più, di essere amata, di camminare sulle nuvole, di avere quell’espressione beota che hanno gli innamorati. Era così che si sentiva: leggera leggera. Si guardava allo specchio e si vedeva bella, giovane, rifiorita come solo l’amore sa fare. Tutto intorno a lei era bello, perfetto.
Ci fu così la prima vacanza al mare: Alessandro aveva una bella casa in Liguria in prossimità della costa, era un venerdì quando partirono e già al mattino presto il sole era caldo, la giornata prometteva bene. Non appena arrivarono in procinto del paese dove avrebbero soggiornato per tutto il fine settimana, Mirtilla si sentì agitata: sapeva che ci sarebbero stati anche i parenti di lui, il fratello gemello, la cognata e la loro figlia, e si sentiva sotto esame. Invece sin dalle prime presentazioni fu messa a suo agio e di lì a poco capì che da parte loro non c’era alcun giudizio, anzi furono tutti molto cordiali e gentili.
La casa era uno splendore, stanze ampie e assolate nelle quali penetrava un leggero vento estivo, e all’ingresso c’era un piccolo porticato che aveva come panorama il mare. Dietro la casa c’era un immenso giardino pieno di oleandri e gelsomini, i profumi si espandevano sino all’interno delle stanze e un grande terrazzo girava tutt’intorno alla casa. Mirtilla era incantata da tutta quella bellezza.
Trascorsero bellissime giornate e quello fu uno dei tanti fine settimana che seguirono, pieni di amore e felicità.
I mesi passarono e divennero anni, finché Alessandro e Mirtilla decisero di andare a convivere nella casa di lui.
Era già stato sposato e aveva due figli ormai adulti; la figlia viveva ancora con lui, ma accettò volentieri Mirtilla. Fu l’inizio di una nuova vita.
A volte però il destino non è sempre a favore di certe scelte e Mirtilla ben presto capì che aveva fatto un errore. Lo stato di beatitudine durò poco, tutto poi rientrò nei normali canoni di coppia, iniziarono le aspettative disattese, l’interferenza degli altri, parenti, figli, gli obiettivi diversi e i compromessi.
Un giorno Mirtilla si svegliò da questo sogno e iniziò a stare male e questa insoddisfazione, questo dolore sfociarono in malattia.
Era giunto il momento di fermarsi e ascoltare quella vocina dentro di lei che si faceva sempre più insistente, si volse verso quel sussurro e ringraziò la malattia che l’aveva destata; dopodiché prese le distanze da tutto quel malessere che la teneva prigioniera, da tutto quel torpore che l’aveva distolta dalla sua strada. Seguirono mesi difficili, in cui le paure a volte prendevano il sopravvento. La scelta di curarsi con una medicina omeopatica anziché quella tradizionale era stata per lei la migliore, ma per gli altri, per gli uomini di scienza era inconcepibile, i continui condizionamenti la facevano a volte vacillare, ma nonostante ciò lei ascoltava sempre la vocina e iniziò un lungo percorso rivolto all’amore verso se stessa.
Fu così che si accorse che i valori ai quali aveva dato un significato profondo stavano diventando superflui, perché altri prendevano importanza, tante emozioni come la rabbia, il rancore, il risentimento dovevano essere incanalate e trasformate in energia positiva, ormai non servivano più a nulla se non ad allontanarsi dal suo essere che invece veniva per primo rispetto a ogni altra situazione.
Andò alla ricerca della causa della sua malattia e, con l’aiuto di persone che si misero a sua disposizione, ne capì il significato: comprese che senza la sua malattia la sua vita sarebbe continuata in un vortice di situazioni che avrebbero continuato a bloccare quella che invece si rivelò una rinascita.
Ritornò così nella sua casa che aveva lasciato chiusa per tanto tempo e non appena varcò la soglia capì che era quello il suo rifugio, gli odori le erano famigliari, lì c’era tutto il suo vissuto, i suoi mobili, le foto che parlavano di momenti di felicità. Sì, era nata di nuovo, più accorta, più fedele a se stessa e questa volta il mondo che aveva intorno non le bastava più. Iniziò a starle stretto anche il suo lavoro: sapeva che doveva trovare una soluzione anche per quello. Si rendeva conto che in qualche modo subiva parecchi condizionamenti, che le impedivano di crescere.
Un giorno sentì parlare di una tecnica antica per formulare desideri affinché si potessero avverare e così seguì quelle regole, semplici ma dal potere immenso. Dopo averne scritti centocinquanta, scelse i centouno ai quali teneva di più e nel giro di poco tempo parecchi diventarono realtà, compreso quello relativo a un viaggio che le avrebbe cambiato la vita.

Un sabato mattina passò davanti a un’agenzia di viaggi e vide che tra le miriadi di offerte ce n’era una che la attraeva e la rimandava a un ricordo di un sogno fatto tanto tempo prima, così decise di seguire il suo istinto e partì. Come sempre il volo le incuteva paura, ma cercò di accettarla e lasciarla andare e salì a bordo del suo tappeto magico. Appena arrivata in quel paese straniero, scese dalla scaletta dell’aereo e una folata di vento caldo e umido la avvolse, un misto di odori completamente nuovi riempì il suo olfatto. Salì su un taxi per raggiungere l’albergo dove avrebbe soggiornato e il tragitto le si fissò negli occhi, con i colori vivi degli abiti e le centinaia di persone che si riversavano nelle strade senza alcuna fretta, cercando di vendere la propria mercanzia. Casse piene di spezie di tutti i colori occupavano i marciapiedi e donne sedute a terra facevano il pane, con a fianco bambini felici che giocavano tra loro con legnetti o sassi, mentre bimbi più piccoli sonnecchiavano all’interno di bellissimi foulard avvolti sui corpi delle loro madri. Dappertutto c’erano fiori. Il sole batteva forte e il cielo era di un azzurro intenso, su cui spiccava il bianco delle case con le finestre colorate; il taxi procedeva piano in mezzo a tutto quel folclore e piccoli gruppi di bambini lo rincorrevano cantando motivi allegri.
Dopo un lungo tragitto il taxi si fermò davanti a una graziosa costruzione il cui ingresso era formato da due grossi colonnati ricoperti di buganvillee. La porta era di un bellissimo colore rosso vermiglio che spiccava tra quelle bianche mura.
Un ragazzo molto gentile accolse Mirtilla e le consegnò le chiavi della sua stanza. Quando aprì la porta un bellissimo fascio di luce inondò la camera semplice e pulita. Un balcone pieno di fiori si affacciava sulla strada facendo scorgere all’orizzonte il mare di un blu intenso. Mirtilla si sedette, chiuse gli occhi e respirò la felicità.

02 aprile 2019

Aggiornamento

Ieri si è conclusa la prima tappa di questa grande avventura. È stato un momento di felicità assoluta, nel vedere che piano piano il mio sogno si sta realizzando.
Quando ho iniziato a scrivere questo romanzo, mi sono sentita trasportata in una sorta di mondo parallelo: non a caso il titolo Due Mondi, il mio personaggio mi aspettava per vivere nuove avventure e io ero lì a creare orizzonti senza confini.
E tutti voi mi avete aiutato tantissimo e siete entrati a far parte di questo progetto.
Ora, come vi ho spiegato, partirà la fase di editing e progettazione della copertina. Quindi dovete avere ancora un po' di pazienza prima di sfogliare le pagine ed entrare anche voi nella storia di Mirtilla.
Ma voglio ringraziarvi per la fiducia e il sostegno, senza i quali non avrei raggiunto tutto ciò.
Ci sono ulteriori traguardi di 250 e di 350 copie, previsti dalla casa editrice, affinché possa essere incrementata la promozione e possa nascere una campagna pubblicitaria dedicata al libro.
Il “passaparola” ora vale più che mai, e quindi vi chiedo di fare un passo in più: aiutatemi a far sì che il libro possa essere conosciuto da un pubblico numeroso.
Siate promotori del mio successo!
Grazie

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho trovato questo libro entusiasmante e coinvolgente l’ho letto tutto in un fiato e mi sono lasciato trasportare completamente nel mondo di Mirtilla. E’ il racconto di come potrebbe cambiare anche la vita di ognuno di noi, a volte dovremmo ascoltare di piu’ la voce dell’anima che c’e’ dentro ognuno di noi. Libro fantastico

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Elisabetta Ilacqua
ELISABETTA ILACQUA è nata a Ivrea nel 1960 ed è cresciuta a Milano, dove vive tutt’ora con la sua famiglia e la sua amata gatta. Appassionata di pittura si confronta con altre forme d’arte come la scrittura, la danza e la poesia. Due mondi è il suo libro d’esordio.
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