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Dunwich
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Consegna prevista Febbraio 2021
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Nell’Inghilterra del XIX secolo, il medico Devon Wilson trova una una lettera di un suo avo nascosta nella biblioteca di famiglia. Il manoscritto parla di un misterioso segreto celato dai Wilson in una vecchia magione di provincia. Incuriosito dalla scoperta, Devon si reca a Dunwich per saperne di più, finendo per rimanere bloccato nel paese. Lì, facendosi largo fra oscure superstizioni e segreti a lungo sepolti, cercherà di scoprire cosa si nasconde sotto l’antica dimora.

Perché ho scritto questo libro?

Dunwich, come il titolo suggerisce, vuole essere un omaggio ad uno dei maestri della letteratura horror: H.P. Lovecraft. Rivivendo un genere che tende oggi spesso a cadere nel cliché, cerca di mostrarne la capacità di avere ancora molto da raccontare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Era quasi l’alba quando il treno si fermò sbuffando vapore alla stazione di Dunwich. L’aria era gelida e, oltre a Devon, nessun altro passeggero scese dalla bestia di metallo a quella fermata. Sulla banchina s’intravedeva una sola persona: un uomo anziano, seduto su una panchina di legno e avvolto dalle spire del sonno, con un rivolo di bava che scendeva giù dalle labbra. Devon s’incamminò lungo il marciapiede, stringendosi nel cappotto di stoffa che a stento lo riparava dal soffio del vento. Il treno ripartì fischiando, lasciando dietro di sé solo il silenzio.
Erano trascorse già due settimane da quando aveva trovato la lettera, nascosta in un vecchio libro della biblioteca di famiglia. In realtà non aveva idea di quale suo parente l’avesse scritta, ma fin dalle prime righe ne aveva intuito il soggetto.
“Scrivo questa lettera per lasciare una traccia della mia ricerca”, iniziava così “una ricerca difficile che ho portato avanti nella magione Taylor, ricevuta in dote dal matrimonio di William Wilson e tramandata fra le generazioni che mi hanno preceduto”. Nessuno di quei nomi aveva acceso in Devon un campanello, ma la storia della magione, seppur riassunta in poche parole, aveva facilmente rievocato il ricordo di una vecchia residenza di proprietà della sua famiglia da generazioni, nel piccolo paese di Dunwich.
Devon ricordava anche che, la maledetta casa, era una fonte inesauribile di costi, rimastagli sulle spalle a causa di una bizzarra clausola testamentaria di suo padre. Il suo vecchio gli aveva lasciato tutti i suoi averi, custoditi con estrema premura, con la sola condizione che lui continuasse a pagare le spese per la magione di Dunwich e non andasse mai a visitarla. Certo, Devon si era chiesto più volte quale fosse il motivo dietro a una richiesta tanto strana, ma aveva preferito bearsi delle ricchezze di famiglia senza fare domande. Lo aveva fatto, almeno, sino a che non si era imbattuto in quella lunga lettera. Sei fogli di papiro, scritti con inchiostro e calamaio da una grafia piccola e armoniosa e custoditi in una busta ingiallita, vergata con un vecchio stemma di famiglia in ceralacca.

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È lei il signor Moore? – domandò Devon, avvicinandosi all’anziano.
Questo trasalì, ridestato improvvisamente dai suoi sogni. Rimase qualche istante fermo, con le braccia incrociate sopra il gilè di cuoio, osservando Devon con gli occhi socchiusi.
E lei deve essere il signor Wilson – rispose infine.
Sì, è esatto. Mi scuso se l’ho fatta attendere troppo a lungo, signor Moore.
Oh, non si preoccupi – replicò sorridendo – non lo guidava mica lei il treno. E poi la prego, mi chiami Chandler.
Chandler, certamente.
Bè, se lei è pronto – concluse Chandler, rimettendosi in piedi – direi che possiamo andare. Ha solo quella borsa con sé?
Sì, sono a Dunwich solo di passaggio.
Di passaggio – apostrofò Chandler, trattenendo una risata fra i suoi denti ingialliti – deve avere un bel coraggio, signor Wilson. Venga, andiamo.
Dunwich era un piccolo paesino fatto di vecchie case di pietra dai tetti aguzzi. Il cielo era scuro come il cuore di una miniera di carbone e a quell’ora, le strade erano popolate soltanto da una pace quasi surreale. Fuori la stazione, ad attenderli, c’era un vecchio calesse, con attaccato un solo cavallo dal manto nero. Chandler fu estremamente cortese nell’aiutare Devon a salire a bordo, per poi mettersi al posto di guida e spronare il cavallo ad avviarsi lungo la strada. L’uomo dava l’impressione di aver ricevuto un’educazione di un certo tipo e, in fondo, tutto questo era plausibile. Doveva esserci un motivo se proprio alla sua famiglia suo padre aveva scelto di affidare per tutti questi anni la gestione dei soldi devoluti alla vecchia magione.
Ciò in cui Devon sperava più di ogni altra cosa, però, era che della sua piccola gita a Dunwich non si venisse a sapere in città, visto che altrimenti avrebbe potuto costargli la cospicua eredità di cui aveva goduto sino a quel giorno. Eppure, per quanto il pericolo che correva si mostrava razionalmente troppo significativo da affrontare, la curiosità di poter vedere quella residenza continuava per qualche motivo a prevalere nella sua mente.
“La vecchia strada impervia che lascia Dunwich e s’inoltra nei boschi inizia, ad un certo punto, ad arrampicarsi su per il colle che domina il paese. È lì in cima che si trova quella che fu la magione dei Taylor e che, non mi riesce difficile pensarlo, loro furono ben lieti di cedere. In seguito…” la carrozza prese una buca, sobbalzando improvvisamente. Devon fu ridestato dalla rilettura delle parole del suo avo e sollevò lo sguardo, cogliendo l’occhiata di scuse del suo cocchiere. Per quanto tempo fosse trascorso dalla sua scrittura, quella lettera trovava ancora profondo riscontro nella realtà: la strada non era pavimentata e lungo lo sterrato, buche e tratti irregolari rendevano il viaggio se non altro tumultuoso. Devon ripiegò i fogli e li ripose nella giacca, ben sapendo che non avrebbe avuto modo di dedicarsi alla lettura durante il tragitto. E poi, in ogni caso, aveva già letto l’odioso contenuto di quelle righe ben più di una volta.
Oltre le fronde degli alberi fra le quali si trovavano, era già possibile vedere la vecchia magione nella sua imponente vastità: una grande casa di legno verniciata di nero e bianco, con grandi finestroni su ognuno dei suoi quattro piani. Era divisa in due ale che si estendevano orizzontalmente, separate da un corpo centrale che le tagliava a metà.
Quando uscirono dal bosco, la casa divenne perfettamente visibile davanti ai loro occhi. Il sole aveva iniziato timidamente a fare capolino, sebbene soffocato fra le dense nuvole, ma l’aria continuava ad essere fredda come il ghiaccio. Il calesse si fermò davanti la casa, dove una vecchia fontana circolare riposava silenziosa; Chandler richiamò il cavallo facendolo fermare, mentre uno stormo di corvi prendeva il volo gracchiando. Tornò il silenzio.
Bene Chandler. Mi aspetterà qui?
No, signor Wilson – rispose l’uomo – tornerò in paese, per sbrigare alcune commissioni. E poi, detto fra noi, non mi mette a mio agio restare da queste parti – si strinse nelle spalle – ma sarà solo la fissazione di un povero vecchio – aggiunse titubante infine.
Come preferisce – disse Devon, leggermente indispettito – vedrò di ritrovare la strada del ritorno a piedi, allora.
Chandler non se lo fece ripetere: gli bastò che Devon scendesse dal calesse per ripartire pochi istanti dopo, sparendo velocemente nel bosco quasi fosse messo in fuga dal demonio stesso.
La cosa che per prima colpì Devon quando si avvicinò alla casa, fu trovare la porta aperta. D’altro canto, però, era lecito pensare che nessuno degli abitanti della piccola Dunwich fosse così sciocco da avventurarsi fin sopra la collina solo per sottrarre i vecchi e impolverati averi di una dimora abbandonata. Le finestre, invece, erano tutte coperte da grossi pannelli di legno, curiosamente fissati all’interno. In questo modo, solo la luce che filtrava dall’ingresso squarciava il salone lugubre, insieme all’aria fresca che si mescolava all’odore di chiuso.
Il salone d’ingresso sembrava l’atrio di un museo, tanto grande quanto vuoto. Dal lato opposto rispetto alla porta c’era un ballatoio con un piccolo parapetto di legno, al quale si accedeva attraverso due rampe di scale disposte sui lati. In mezzo alla sala, disposte in fila come soldati in marcia, c’erano delle statue coperte da teli bianchi impolverati. Ad ogni passo di Devon, le assi di legno rispondevano con un sinistro scricchiolio. Ai piedi del ballatoio c’era una porta, mentre due corridoi iniziavano dai due lati del salone.
“La morbosa curiosità che i rumori provenienti dalla cantina avevano destato in me, mi ha condotto lungo sentieri che mai avrei dovuto esplorare. Eppure, ragionando con il senno di poi, non posso che dirmi grato quantomeno di aver scoperto perché la nostra famiglia abbia continuato così a lungo a preservare la magione”. Queste erano le parole scritte in quella lettera che avevano spinto Devon a viaggiare sin lì. Certo, la sua era una blanda fiducia riposta nelle parole di un avo senza nome, il quale raccontava una storia che poteva benissimo essere frutto della sua sola fantasia. Eppure, quella curiosità morbosa di cui quell’uomo parlava, Devon riusciva bene a comprenderla, persino condividerla. La casa però era silenziosa e nessun rumore anche solo vagamente simile a quanto raccontato nella lettera riecheggiava lungo i suoi saloni. Tuttavia, il viaggio oramai era fatto e ritornare indietro solo per questo sarebbe stato sciocco quasi quanto l’idea stessa di andare fin lì, se non persino di più.
La cantina, dunque: questa doveva essere la prima e unica meta da raggiungere per riuscire finalmente a sciogliere questo strano quanto terribile mistero. “Nessuno dovrà vedere ciò che io ho visto né sapere cosa si trova là sotto” aveva scritto l’avo, guardandosi bene dal menzionare la natura delle rivelazioni che aveva ricevuto ma limitandosi, invece, a un monito per chiunque in futuro potesse pensare di visitare quella casa. Una richiesta forse razionalmente sensata, ma che per un uomo di scienza come Devon era, in un certo senso, una sorta di oltraggio alla sua naturale curiosità.
La porta ai piedi del ballatoio si aprì senza troppe difficoltà verso l’esterno, accompagnata dal leggero cigolio dei vecchi cardini e da uno sbuffo di polvere. Affacciava su di una scala, anch’essa di legno come il resto della casa, che scendeva verso il basso. Non c’era ovviamente nessuna luce, com’era lecito aspettarsi, ma c’era invece una lanterna appesa al muro interno. L’odore di olio che si sentiva aprendone la piccola finestrella, lasciava spazio a buone aspettative presto accontentate, quando la luce effettivamente si accese.
La vecchia scala di legno si lamentava sotto il peso, seppur esiguo, di Devon, quasi dovesse collassare su se stessa da un momento all’altro. La discesa gli parve così lunga che ebbe quasi l’impressione di essersi incamminato verso le viscere stesse della terra. In realtà, ad attenderlo c’era solo una cantina, colma di vecchie botti e casse accatastate alla rinfusa, soverchiate da strati su strati di polvere depositatasi nel corso di innumerevoli anni. C’era anche un vago odore di muffa, insieme a un’aria stranamente fresca per una stanza che avrebbe dovuto essere chiusa da tempo.
Almeno in parte, Devon sentì una certa delusione. Si chiese che cosa effettivamente si aspettasse di trovare in fondo a quella scala, o per quale ragione non avesse dubitato minimamente delle parole scritte sulla lettera. Passò diverse ore ad aprire tutte le casse e rompere tutte le botti, sperando di trovare ben più che vino ormai divenuto aceto. La fortuna, però, decise di non schierarsi dalla sua parte e più la ricerca proseguiva, più tutto ciò che sembrava esserci lì sotto era soltanto una vecchia cantina abbandonata.
Fu quando pensò di guardare sotto gli scaffali di legno che accadde qualcosa. Non qualcosa di strabiliante, come richiesto dalle sue esagerate aspettative, ma un banale spiffero d’aria, nascosto sotto un pesante casellario colmo di libri enciclopedici e bottiglie di vetro. Era come se, fra le assi di legno, s’insinuasse un soffio lento ma costante d’aria fredda; eppure era strano: non vi erano botole in quella cantina, né avrebbe dovuto effettivamente esserci altro sotto il piano più basso della casa.
Il casellario era quasi aderente al pavimento, così Devon dovette sdraiarsi per terra, poggiando la lanterna vicino la sua testa, nella speranza di riuscire a vedere meglio. La luce della fiamma si spalmava sul legno, proiettando ombre che rendevano ancora più difficile riuscire a vedere là sotto, fra i grossi nugoli di polvere. Così, Devon provò a infilare la mano per cercare di tastare qualcosa.
Accarezzò il pavimento con la punta delle dita, strisciando la mano sempre più a fondo e ricoprendo la superficie delle assi porose nella speranza di trovare qualcosa, qualsiasi cosa in grado di dare un senso al suo viaggio. Ben presto, il suo gomito finì con l’ostacolarlo nel suo tentativo di esplorazione, troppo grosso per passare nel poco spazio che c’era fra il pavimento e lo scaffale. Eppure era così vicino o, almeno, questa era la sensazione che vibrava costante dentro di lui. Il calore della lampada a pochi centimetri dalla sua faccia aveva nutrito un denso strato di sudore che cresceva sulla sua fronte. Il respiro si era fatto affannoso, nella spasmodica ricerca di qualsiasi cosa ci fosse sepolta lì sotto, ammesso che qualcosa effettivamente ci fosse.
Fece forza, per far passare il gomito nell’angusto passaggio, sentendo le ossa indolenzirsi leggermente mentre scivolavano sotto l’ultima mensola. Fu allora che lo scaffale barcollò precario; Devon sentì le bottiglie tintinnare minacciosamente l’una contro l’altra e il legno scricchiolare sommessamente. Si chiese più volte se, quel giorno, la fortuna lo avesse benedetto o maledetto facendo sì che il pesante pezzo d’arredamento non cadesse sopra di lui, finendo invece per cedere dal lato opposto. Devon fece in tempo a ritrarre il braccio prima che finisse schiacciato, riuscendo così a vedere distintamente l’attimo in cui il pavimento si spaccò in uno schianto.

18 maggio 2020

Aggiornamento

Novità dell'ultima ora: Giovedì 21 maggio sarò in diretta, a partire dalle 9 del mattino, su Radio Cosenza Nord per parlare di Dunwich! Potete ascoltarmi dal sito internet della radio (rcn101.it) oppure sulla loro frequenza FM. Non mancate!
08 maggio 2020

Aggiornamento

Qui sotto, potete vedere una fan art ispirata a Dunwich fatta da Alessia De Rose. Enjoy it!
30 aprile 2020

Aggiornamento

Siamo arrivati a 50 preordini in soli tre giorni dall'inizio della campagna: un quarto del totale necessario al goal! Non posso fare a meno di ringraziare tutti quanti: è soprattutto merito vostro se la nostra community sta crescendo. Continuiamo così e risolveremo presto l'oscuro mistero di Dunwich, insieme!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Trama avvincente. Ho letto il libro tutto d’un fiato, per la curiosità di arrivare fino alla fine. Passate 2 ore e mezza senza accorgermene.

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Emmanuele Vercillo
Nato a Cosenza e diplomato al liceo classico, sono laureato in comunicazione d'impresa presso l'Università IULM di Milano. Ho fin da subito lavorato nel mondo dei media, prima come consulente e giornalista (conseguendo l'iscrizione all'Albo professionale nel 2017) e in seguito come speaker radiofonico. La scrittura è da sempre una mia passione, che ho coltivato prima con piccoli racconti e storie brevi, in seguito con lavori più articolati. Dopo le prime pubblicazioni ho deciso, complice anche la quarantena, di dedicarmi a tempo pieno alla scrittura.
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