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È ancora notte

È ancora notte
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Consegna prevista Giugno 2021
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Una cittadina di provincia sul mare.
Un cadavere nudo che galleggia nelle acque del porto. Unico indizio, una scarificazione a forma di rosa sulla schiena. Da questa, il commissario Michelangelo Siffredi e la sua squadra riusciranno a identificare la vittima e la sua rete di relazioni.
Omosessuale, faccendiere, probabile ricattatore dei Massimi, importante famiglia del luogo. Sesso, droga e potere. Caso facile. Partita chiusa.
Ma un altro assassinio rimescola tutte le carte.
E stavolta è il Male a dettare le regole. Il Male che è notte senza fine, spietato e osceno come la colpa di cui si nutre.
Fatti da parte, Siffredi. Oppure gioca e muori. Ogni giorno un po’ di più.
Perché dal labirinto della verità non si esce vivi. Si fa solo finta.

Perché ho scritto questo libro?

La Signora Gertrud, mi perdoni.
Una storia è una storia, è una storia, è una storia. Che in mezzo ci sia un cadavere e un’indagine da risolvere, è sapore, odore e tutto quanto riguarda la carne e il sangue del nostro stare al mondo. Passioni, desideri, anime generose o sfigurate dai loro segreti. Un delitto con il mondo intorno.
La trama si infittisce. La sfida è sciogliere i nodi. Ci sei dentro. Tutto il resto non conta.
Ognuno ha la felicità che riesce a raccontarsi. Questa è la mia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il corpo nudo, a faccia in giù, dondolava dolcemente tra il molo e lo scafo del Calenda mentre un granchio gli correva su e giù per la schiena.

Marilena risalì in coperta. Barcollava. Si aggrappò a una sartia e… cristo se aveva bevuto!  ‘Mai più, lo giuro’. Lo stomaco rovesciato ‘Fottuta barca, le inchiodassero tutte.’  Tirò indietro i capelli per vomitare. Si sporse e lo vide.

Levati da lì, scemo – biascicò roca. La voce di una vecchia. Ventitré anni e il catarro come una di sessanta, ma quanto aveva fumato che manco le piaceva?

L’acqua velata di nafta andava e veniva. Il granchio scivolò tra le natiche abbronzate.

– Levati, t’ho detto. Fatti il bagno da un’altra parte.

Marilena con gli occhi appannati. Troppa luce. Fa già un caldo porco. I gabbiani e tutto il resto che non la piantava di girare. A guardare in basso era peggio. E quello sempre lì. Bel culo. Meglio di quello di Max, che russava a pancia all’aria e stamattina era calvo, grasso e sudato. Niente è bello il mattino dopo. E allora basta. Basta tutti i Max e i Bambolina, dai siediti qui. Basta tutti quei bavosi Spogliati lentamente. Basta Versamene un altro. Basta. Davvero basta. Gliel’aveva detto tante volte sua madre ‘Trovatene uno per bene.’ Sì, uno giovane e carino. Magari come questo che fa lo scemo qua sotto.

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– Dai, piantala! Qui l’acqua è uno schifo, ti becchi un’epatite.

Il corpo urtò lo scafo con la testa.

– Va bene, ho capito: sei bravo con l’apnea. Adesso falla finita.

Vento caldo. L’acqua si increspa. All’improvviso uno scossone. Il corpo si incastra, un braccio ritorto sulla schiena. Il granchio scappa dalle natiche e Marilena smette di respirare.

– Occazzo! Ma tu non…

No, non stava facendo il bagno. Non con un granchio nel sedere e il braccio in quel modo.

Gira tutto. Nello stomaco, nella gola, nel petto. Marilena chiude gli occhi. Li riapre. Il corpo è ancora lì. Incastrato sotto lo scafo, dondola a pelo d’acqua. Marilena a bocca aperta. Senz’aria. Annaspa. Rantola e finalmente, – MAX!

Afferra il corrimano, la scaletta come un pozzo, i piedi che perdono i gradini e mille spigoli che sbattono sulla schiena, sul sedere, sul collo, – MAX!

Caldo. Odore di sonno marcio e di whisky, – MAX! SVEGLIATI!

Lui mugolò qualcosa e si girò dall’altra parte.

– Un morto! C’è un morto là fuori! UN MORTO, HAI CAPITO?! CHIAMA LA POLIZIA!

– Eddai, bambolina – gli biascicò tirandole la mano tra le cosce appiccicose.

– LA POLIZIA, CAZZO! ADESSO!!

Il commissario Michelangelo Siffredi raschiava il fondo della tazzina con la fronte aggrottata, non sia mai andasse perso qualche granino di zucchero.

Giancarlo Traini, medico legale, gli pazientava di fronte levando e mettendo gli occhiali nuovi, precisi identici a quelli di Gil Grissom. Non gli somigliava manco alla lontana, mingherlino e sbiadito com’era, ma ci stava lavorando.

– Allora? –  fece il commissario leccandosi le labbra.

– Allora ti faccio notare che non è questa la prassi. Che avresti potuto aspettare il referto come fanno tutti i commissari per bene, ma che invece hai deciso di rompermi le palle mentre me ne andavo a casa e che ti ho dato retta, non so nemmeno io perché.

– Perché sono un ragazzo splendido e tu non mi resisti. Allora?

Traini sospirò – Maschio bianco. Età apparente trent’anni. Corporatura atletica, abbronzatura integrale, capelli lunghi, tinti e raccolti a coda di cavallo, unghie di mani e piedi con smalto trasparente. Evidentemente omosessuale.

Siffredi alzò gli occhi al cielo – Non saltare alle conclusioni e continua.

– Rosa scarificata in zona lombo sacrale…

– Scari che?!

– Spiego: è una specie di tatuaggio tridimensionale. Una pratica tribale che si ottiene manipolando una cicatrice. 

Siffredi lo fissava con aria interrogativa.

– Vuoi che te lo spieghi veramente? – fece Traini

– Tu provaci. Poi se vedi che sto per vomitare ti fermi.

– Ok. L’hai voluto tu. Quando un tessuto si rimargina la proliferazione cellulare può formare dei cheloidi. Sai quelle cicatrici bruttarelle che si vedono in giro?

– Continua.

– Quei bozzetti carnosi però, possono essere, come dire, guidati e…

– Come guidati?

– Controllando i modi e i tempi della rimarginazione secondo uno schema predefinito, che alla fine diventa un disegno.

– Nel senso che le ferite vengono tenute aperte?!

– Una cosa del genere. Non mi chiedere come che non lo reggeresti.

– Ma deve fare un male della madonna!

– Sì. È per questo che in alcune culture questa pratica ha un grande valore. Coraggio, fermezza, lealtà, e quindi bellezza. Infatti, se ci soffermiamo sulla funzione sociale del concetto di bellezza…

– Traini, per favore!

– Non lo vuoi sapere? Peggio per te.

– Altro?

– Segni di colluttazione. Ecchimosi in via di risoluzione e tagli sulle braccia e su parte del collo. Non profondi, ma numerosi.

– Arma da taglio?

– No, non sembrano colpi inferti. Penserei piuttosto a un impatto. Vetro o qualcosa di simile. Non sono molto recenti e in ogni caso non sono legati al decesso.

–  Quando è morto?

– Al massimo 48 ore fa, diciamo nella notte tra martedì e mercoledì, tra le quattro e le sei del mattino.

– Altro?

– Non è morto annegato.

– Cristosanto Traini, ma ti devo cavare le cose con le pinze?! Mi viene voglia di incriminarti per reticenza!

– All’anulare della mano sinistra c’è un’interruzione dell’abbronzatura, come per un anello tenuto sempre e poi tolto. È un’impronta molto netta e si potrebbe risalire alla forma dell’originale. Non una semplice fascetta, piuttosto un modello particolare con un disegno, come si vede dalla foto. Se ti interessa, la Scientifica potrebbe fare una ricostruzione grafica della forma. E comunque è tutto scritto nel rapporto –disse poggiando sul tavolo il fascicolo.

– Ci è dato sapere come cavolo è morto sto cristiano o è il terzo segreto di Fatima?!

– Era imbottito di alcool, cocaina e benzodiazepina. Nello stomaco resti di tramezzini al prosciutto e torta al cioccolato e nocciole. Insomma un’allegra festicciuola.

– Mm… e ha gradito? L’ha fatto il ruttino?

– Edema della glottide. Probabile shock anafilattico. Ma per sapere a cosa fosse allergico, devi aspettare. Posso andare adesso?

– Non so, se vuoi misurarmi la pressione…

Traini si alzò, raggiunse la porta, fece per uscire, ma si riaffacciò.

– E comunque un Grazie non sarebbe stato di troppo.

– Ma lei lo sa, dottor Traini che il mio cuore palpita per lei di sempiterna gratitudine.

– Fottiti.

La mattina dopo il commissario Michelangelo Siffredi attraversava la piazzetta di Porto Gaiano.

Caldo. Il fiato rovente del marciapiede, il peso odioso della stoffa sudata e appiccicata addosso quasi per dispetto. Il sogno di una doccia fresca.

Avrebbe anche potuto prendere la macchina, ma era un modello vecchio e il climatizzatore gli avrebbe concesso solo gli ultimi cento metri di sollievo. Tanto valeva soffrire da uomo e andare a morire con dignità in ufficio.

L’insegna bianca e celeste pendeva un poco sbilenca sulla cornice di pietra bianca del portone, rialzato di quattro gradini sul livello del marciapiede. Ai lati due vasi di gelsomino si arrampicavano a profumare le finestre del primo piano.

Forse un po’ troppo vezzosa per essere una stazione di polizia, ma ormai il commissario ci aveva fatto l’abitudine e in fondo cominciava pure a piacergli.

Attanasio gli corse incontro gesticolando come una perpetua indignata

– Commissario! Venga, presto!

– Arrivo, che succede?

In fondo al corridoio l’omino grigio camminava avanti e indietro urlando da solo con voce stridula. La giacca su un braccio bendato e imbragato. Con l’altro si tirava indietro il ricordo di un ciuffo ribelle sulla pelata ispida.

– È INAMMISSIBILE! In un paese civile… Ma è questo un paese civile? NO, dico io! Certo che no! Dove un onesto cittadino, che paga le tasse, e io le pago AH, SE LE PAGO! Può essere malmenato e offeso senza che nessuno, e dico NESSUNO! Se ne freghi manco per un cazzo! È INAMMISSIBILE!

Il commissario guardò Attanasio con aria interrogativa.

– È il signor Pacifici. Agostino Pacifici. La denuncia di martedì scorso, ricorda?

– Quello incidentato e pestato?

– Sì. È qui da mezz’ora. E non s’è azzittito manco un momento.

– Nervosetto mi pare. Signor Pacifici! Che piacere vederla!

L’omino si bloccò interdetto.

– Venga, si accomodi nel mio ufficio che parliamo in pace – disse cingendogli le spalle – Ma ha sentito che caldo? Roba da rincretinire! Le andrebbe una bella limonata fresca? Attanasio, due limonate! Con molto ghiaccio. Venga, venga.

Nell’ufficio del Commissario le veneziane dondolavano al sospiro pigro del ventilatore e il sole disegnava strisce ridicole sull’occhio livido, sul cerottone bianco a cavallo del naso e su tutto il viso bagnato di Agostino Pacifici.

– Oggi è venerdì – disse quello mentre dai calzoni gli usciva una lenzuolata di fazzoletto con cui si strofinò la faccia e il collo. – È da martedì che quella bestia m’ha pestato e ancora non ho saputo niente! Mi guardi, guardi come mi ha conciato!

Eh sì, lo vedo…

– E voi che fate? NIENTE!

Attanasio entrò con il vassoio e poggiò le limonate sulla scivania. Agostino Pacifici lo afferrò per la giacca e gli disse:

– Io sono qui, lacerocontuso, umiliato e offeso, e quello se ne va in giro per i cazzi suoi!

Attanasio annuì compunto, cercò di girarsi per andare, ma quello non mollava la presa, dette uno strattone, fece un balzo di lato e finalmente libero uscì.

– Ma lo prenderemo, – fece Siffedi – può starne certo.

– Ma quando?! – disse l’altro e ingollò la limonata tutto d’un fiato – Tre giorni sono passati, tre!

– E non è facile, mi creda. Perché quelli sono bastardi – disse Siffredi – colpiscono e poi si nascondono.

Allungò la mano verso il bicchiere, ma l’altro velocissimo, l’agguantò e tracannò tutta la limonata.

Siffredi lo guardò con odio – Quelli sono infidi e vigliacchi come…

– Serpenti velenosi! Questo sono! – dichiarò Agostino Pacifici sbattendo sul tavolo il bicchiere vuoto.

– Ha ragione. Assolutamente.

– E certo che ho ragione! Ma lei se li ricorda bene i fatti?

– Scherza? Ho la pratica sul comodino e me la studio tutte le sere!

– Ah ecco. Perché non vorrei la prendesse sottogamba.

– Sottogamba?! Ma se ho mobilitato tutto il commissariato! E, se non dovesse bastare, sono in contatto pure con un distaccamento dell’esercito.

– Ah, l’esercito – fece l’altro compiaciuto

– Ma certo, cosa crede? Noi non li abbandoniamo i nostri cittadini.

– Eh no.

– E allora da bravo, stia tranquillo e se ne torni a casa – disse benevolo il commissario indicando la porta.

Agostino Pacifici fece per alzarsi, ma si fermò. Aggrottò la fronte e gli puntò un dito contro.

– Non mi fido.

– Di cosa? – sospirò il commissario che cominciava ad averne abbastanza.

– La pratica. Se sta sul comodino non sta qua.

Il commissario prese il telefono – Attanasio, la pratica Pacifici. Grazie.

– E un’altra limonata – disse l’altro schioccando la lingua riarsa.

– E un’altra limonata – ringhiò Siffredi.

Attanasio non fece in tempo a poggiare il tutto sulla scrivania che Agostino Pacifici si avventò sul bicchiere, lo vuotò, glielo restituì soddisfatto e come vide il commissario scorrere le pagine del fascicolo, iniziò a declamare compunto:

– Mercoledì undici corrente mese, alle ore quattro e trenta, il sottoscritto, Agostino Pacifici, titolare dell’Antica Forneria Pacifici, Pane, Pizze&Dolciumi, percorreva il lungomare Mirabella, con il suo veicolo, Ford Transit Van, targato…

– Sì, sì vedo – disse Siffredi – veniva urtato al paraurti anteriore sinistro da un BMW grigio argento che, in fase di sorpasso, tagliava la strada al suddetto…

– Insomma commissario, quello, non contento di avermi fatto rischiare l’osso del collo, alle mie contumelie…

– No. Le contumelie no – tagliò corto il commissario. – Senta signor Pacifici, questo è il fascicolo. Come vede è qui, nelle mie mani. Quindi se ne può tornare a casa.

– E quando il furgone, – proseguì l’altro imperterrito –  impizzato sul ciglio che ancora un centimetro e cadevo giù per la scogliera…

– Ah, giù dalla scogliera… – disse Siffredi che cominciava a considerarla un’opzione interessante.

– Sì! E gli ho strillato ‘Vaffanculo, lurido figlio di puttana, bastardo e stronzo’ con rispetto parlando, quello sa che fa?

– No, che fa? – chiese rassegnato

– Torna indietro, scende come una furia dalla macchina, mi afferra per il collo e comincia a sfondarmi la faccia di pugni e il culo di calci, sempre con rispetto parlando, che lo può leggere anche nel referto del pronto soccorso: frattura del setto nasale, quattro costole incrinate, ecchimosi e contusioni diffuse. Non so se mi spiego!

– Sì, signor Pacifici, si spiega.

– Una bestia inferocita le dico! E, mi creda commissario, quello è uno pericoloso. Dovete metterlo dentro! Ma subito!

– Ci conti, signor Pacifici. Ci conti pure. E adesso, se non le dispiace… – disse Siffredi, in piedi e deciso a mandarlo via, magari a pedate.

– Perché io ci pensavo proprio stanotte… – disse l’altro inchiodato alla sedia.

– Cosa? Cosa pensava stanotte, eh? Invece di dormire come tutte le persone normali, COSA?!

– Che mentre ero per terra, riverso e lacerocontuso come le ho detto…

– Sì… – fece torvo il commissario.

– Quello mi molla l’ultimo calcio e fa per andarsene.

‘E ha fatto male! Perché quando si comincia una cosa bisogna finirla!’pensò il commissario esasperato.

– È allora che ho visto qualcosa…

– Cosa, signor Pacifici? Cosa ha visto?

Quello ci pensò. Sospirò. Si grattò la zucca ispida. Sospirò ancora – No. Non mi viene in mente.

– E va bene, ce ne faremo una ragione.

– Eppure era una cosa importante. Me lo sento proprio qui, alla bocca dello stomaco…

– E allora ci pensi.

Agostino Pacifici strizzava gli occhi e le labbra nello sforzo.

– Niente?

– Niente.

– Senta, facciamo una bella cosa. Adesso lei se ne va a casa. Ci pensa con calma e, casomai le venisse in mente, torna qui e ce lo dice.

– Proprio finita la limonata, eh? – fece l’altro schioccando la lingua.

– Bene! – disse Siffredi e sbatté le mani sulla scrivania così forte che l’altro sobbalzò – ATTANASIO! – urlò – ACCOMPAGNA IL SIGNORE.

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Emanuela Sommi
Emanuela Sommi, anziana ragazza del '55. Architetto pentito, docente di Storia dell'Arte, dipinge da sempre ed espone dall'89 al '95. Molla tutto e si dedica al teatro. Si innamora dell'Improvvisazione Teatrale di Gravel e Leduc, scopre la Long Form e lo Story Telling, fonda due compagnie e mette in scena testi di cui è autore e regista.
Riprende il pennello, ma le sta stretto, scopre l'arte digitale. Espone e vende. Si diverte come una ragazzina (benedetta donna, che vuoi fare da grande?) Scrivere. Non ha mai smesso. Ci si affeziona ai comodini, figuriamoci ai vizi. Scrive. Gialli soprattutto, che adora sotto ogni forma: cinema, televisione, su carta, fritti, arrosto, con sugo e senza. E intanto sogna. La vetrina della libreria sotto casa e il palinsesto Netflix che manda in prima serata fiction tratte dai suoi libri.
Sogna. Che per lei è come respirare.
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