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Egos: tempeste sommerse

Egos: tempeste sommerse
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Consegna prevista Giugno 2022
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Immagina di svegliarti e sentirti in pericolo nella tua adorata città, San Francisco. Robert Storm, un uomo che faceva del lavoro e del senso del dovere la sua vita, si ritrova catapultato in un vortice di paura e persecuzione, in cui verità e apparenza si mescolano in un’unica essenza. Messaggi e minacce da parte di uno anonimo si susseguono senza sosta, il sangue si riversa nelle strade e la mente perde lucidità. Il passato e i demoni interiori riemergono trasformando la sua vita per sempre. Sono bastate solo due parole per aprire il vaso di Pandora: Ciao Robert! Un messaggio semplice, quasi banale, che cela orrore e profondo dolore.

Robert riuscirà a scoprire il persecutore? Riuscirà a ritrovare la serenità ormai perduta? Non ne sarei così sicuro, perché sono proprio io la persona che cerchi… E ricorda: sono ovunque, ti sto osservando proprio in questo momento, Robert non sarà l’unico con cui mi divertirò. Ciao lettore!

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere significa portare alla vita un tuo mondo personale, intimo, rimasto celato agli occhi degli altri per molto tempo. Dare sfogo a tutti i sentimenti repressi accumulati: rabbia, frustrazione, dolore e solitudine. La scrittura, come il disegno e la musica, sono emblema di libertà. Nulla è vietato, l’unico limite è la tua fantasia. Ho scritto “Egos: tempeste sommerse” per questo motivo, per ritrovare quel senso di libertà che la vita spesso ci sottrae.

ANTEPRIMA NON EDITATA

«Robert!?»

Qualcuno mi sta chiamando.

«Robert!»

Non riesco a comprendere chi sia. Mi guardo intorno più volte, e solo dopo un certo lasso di tempo mi accorgo che si tratta di Tom, mi sta urlando contro. È in piedi davanti alla porta.

«Scusami Tom, cosa c’è?», domando confuso.

«Come cosa c’è? La riunione, ti stiamo aspettando da più di dieci minuti. Cosa stai facendo? Perché ci sono tutti i fogli a terra?»

Io non comprendo inizialmente le sue parole, la riunione è tra un’ora. Poi guardo la scrivania completamente in disordine. Sono scioccato. Devo essere stato io con il braccio senza accorgermi.

«Ma è presto per la riunione, ci siamo appena salutati pochi minuti fa», affermo convinto.

«Minuti fa? È passata un’ora, dai muoviti devi esserti addormentato.»

«Davvero! Non mi è mai capitato.» Non riesco ad essere molto reattivo in questo momento.

«Dai forza! Prendi i documenti e la presentazione, penserai dopo alle tue dormite mattutine», mi urla Tom mentre si allontana.

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Che cosa ho combinato! Ero pronto, ero concentrato, non capisco come sia potuto accadere, non mi era mai successo in tutta la mia vita. Devo svegliarmi ora. Mi tiro due schiaffi sulla guancia destra. Mi alzo in piedi, prendo il portatile e il necessario per la presentazione. Esco dall’ufficio.

Mi sento così in imbarazzo. Che figuraccia! Arrivare tardi a una delle riunioni più importanti, soprattutto dopo aver assaggiato il malumore odierno del capo. Mi ammazzerà.

Vedo la sala riunioni. Come il resto degli uffici è completamente trasparente, circondata solo da vetrate. Mi stanno fissando tutti, nessuno escluso. Non sembrano arrabbiati, ma il Sig. Denver non è dello stesso umore. Sembra che mi stia fulminando con lo sguardo, sperando che io scompaia dalla sua vista. Ora mi licenzierà. Me lo sento.

Apro lentamente la porta ed entro.

«Scusatemi, stavo ricontrollando le ultime cose e ho decisamente perso la cognizione del tempo. Vi chiedo perdono!» Sono molto bravo a mentire normalmente, spero abbia funzionato anche in questa occasione.

«Immagino Sig. Storm, veda di non compiere altri errori nelle prossime ore», mi ammonisce il capo. Me la merito questa frecciatina.

Attacco la presa del portatile allo schermo, sperando che si accenda il più in fretta possibile. Inizio a spiegare in termini sintetici la presentazione per il giorno successivo. Osservando i visi dei miei colleghi noto un certo interesse e dell’approvazione nello sguardo, anche il mio capo sembra soddisfatto. Ultimo il discorso e chiedo ai presenti di fornirmi le ultime informazioni necessarie.

«Perfetto, direi che va benissimo. Tutto molto chiaro e preciso. Ora chi di dovere si attivi per fornire tutto il necessario al Sig. Storm. Forza, muoversi!», ordina il capo a tutti i presenti, che rispondono immediatamente alzandosi e uscendo dalla sala a svolgere i loro compiti. Mi unisco alla massa e faccio lo stesso, contento che la riunione di oggi sia finita, ma il capo mi ferma.

«Robert! Aspetti un attimo devo parlarle», mi dice il Sig. Denver. Sono preoccupato, non mi chiama mai per nome. Mi vuole licenziare, lo sapevo. Mi fa cenno di sedermi accanto a lui.

«Eseguita nel migliore dei modi la presentazione! Ha fatto un buon lavoro Robert, penso che il nostro cliente la gradirà.»

Io lo ringrazio ma ho paura di quello che possa dire in seguito.

«Cosa le è successo prima, non è mai arrivato tardi a un appuntamento o riunione, mi ha sorpreso», dichiara il capo evidentemente scioccato.

«Non ne ho idea Signore, mi sono perso nei miei pensieri e senza accorgermi i minuti sono volati. Non riesco a darle una spiegazione migliore.»

«Ok Robert, le parlo da amico ora, non come suo datore di lavoro. Se le sta succedendo qualcosa me lo dica, magari posso aiutarla in qualche modo.»

Questo non me lo aspettavo di certo.

«La ringrazio molto ma sto bene davvero! Mi sono solo distratto oggi.»

«Va bene! Mi fido di lei. Ora torni al lavoro che domani sarà una giornata importante per l’azienda.»

Il Sig. Denver mi tira una pacca sulla spalla per poi uscire dalla sala riunioni per tornare nel suo ufficio. Io, nonostante la sorpresa di quel gesto, faccio lo stesso.

Mi getto letteralmente sulla sedia della mia scrivania, esausto. Questa riunione mi ha devastato, troppa la tensione accumulata. E pensare che domani sarà sicuramente peggio. Allungo la testa all’indietro e fisso il soffitto, come se ci fosse qualcosa d’interessante. Rimango in questa posizione per alcuni minuti. Penso e rimugino a ciò che potrebbe accadere domani, devo solo sperare che vada tutto per il verso corretto.

È ora di pranzo. Sono circa le 12:30. Normalmente mi organizzo con della pasta, un panino o dell’insalata preparata la sera prima a casa. Ieri non avevo voglia e tempo di pensare anche al pranzo. Penso che mi concederò una visita alla mensa al secondo piano, oppure al bar al primo piano. Inizio ad andare in ascensore poi al momento di premere il pulsante seguirò l’istinto. Prendo la mia tracolla e mi dirigo verso l’ingresso degli uffici. A quest’ora si viene a creare uno stato di entropia incontrollabile. I colleghi chiacchierano attivamente e si muovono senza senso tra i corridoi. Proprio per questo motivo, mi attivo portando il cibo da casa e allontanandomi da tutti. Mi chiudo in ufficio oppure, se il tempo lo permette, vado all’ultimo piano dove una piccola terrazza con panchine e alberi può allietare la mia giornata.

Sto per salire in ascensore quando vedo Tom correre verso di me.

«Ciao Robert, è andata molto bene la presentazione, no? Sei stato molto bravo! Ora che fai, dove vai a mangiare?»

«Sì è andata bene per fortuna. Ma guarda in realtà non ho ancora preso una decisione.» Cosa vorrà?

«Ti va se mangiamo insieme?», mi chiede.

«Di solito non vai dall’altra parte della strada a pranzare con la tua ragazza, sei anche in ritardo rispetto gli altri giorni.» Tom e Anne, mi sembra sia il suo nome, stanno insieme da circa un anno, e da quando l’ha incontrata pranzano sempre soli.

«Vero, ma oggi mi ha dato buca, è… andata con delle sue amiche.»

Secondo me sta mentendo, sicuramente lei lo avrà mollato per qualche motivo, non sarebbe la prima e neanche l’ultima.

«Dai è tanto che non pranziamo insieme noi due!», insiste lui.

E sicuramente non per causa mia, se il testosterone ti si concentra nel cervello io non posso farci nulla.

«Sì hai ragione, hai qualche idea?», chiedo io.

«Non alla mensa o al bar, sono troppo caotici.» Ed ecco le mie opzioni iniziali brutalmente volatilizzate. «Che ne dici del ristorante dietro l’angolo, i prezzi sono adeguati e il menù è abbastanza ampio.»

«Andata, perfetto!»

«Ottimo! Andiamo allora, guarda l’ascensore è arrivato proprio ora. Quando si parla di sincronismo.» Ma è una battuta?!

Saliamo entrambi a fatica, a causa della massa di persone già presenti. Solitamente man mano che la giornata scorre, l’odore presente all’intero della cabina peggiora drasticamente soprattutto nei mesi estivi, ora si riesce comunque a sopravvivere. Sono necessari circa 3 minuti per raggiungere il piano terra, le prenotazioni sono numerose, anche se le dimensioni dell’ascensore non cambiano. Molti sono gli sguardi sofferenti e irati di coloro che non riescono a salire.

Arrivati a destinazione, usciamo dall’edificio, attraversando sempre i controlli. All’esterno autobus e auto sfrecciano in ogni direzione, anche se rispetto alla mattina e alla sera il traffico è decisamente inferiore. Procediamo verso sinistra, costeggiando la Beale St. Proprio all’incrocio con l’Howard St. ha sede il ristorante “International Club”. Già il nome presupporrebbe una grande varietà di gusti e sapori. Guardando gli esterni non promette molto, la scritta multicolore sopra l’ingresso è l’unico elemento attrattivo. Entriamo e la valutazione è completamente all’opposto. La sala, stranamente molto ampia, è suddivisa in differenti aree, ognuna con un tema che rispecchia una particolare zona geografica. Quella africana con dettagli in legno e vari dipinti di animali nella sconfinante savana, l’area orientale con fiori di ciliegio e rappresentazioni di giardini zen; hanno perfino riprodotto un laghetto con le koi. E l’area americana, sia metropolitana che texana, con funi, cappelli tipici e altri indumenti classici da cowboys. Davvero un luogo realizzato nei minimi dettagli e con una visione decisamente mondiale. Considerando la presenza di molti clienti, oserei dire che è anche molto buono dal punto di vista gastronomico. Speriamo ci sia posto per noi.

«Ti piace?», mi chiede Tom.

«Molto, non vedo l’ora di sedermi e gustare un bel piatto.» Sono rimasto positivamente colpito.

«Salve, siamo in due», dice Tom a un ragazzo piuttosto giovane che si è avvicinato.

«Siete fortunati, è rimasto un unico tavolo disponibile, prego seguitemi», afferma il cameriere.

Io e Tom ci guardiamo con sguardo d’intesa, pensando entrambi che ci è andata davvero bene e che la quantità di buona sorte giornaliera si è consumata in questo momento. So che può sembrare molto anormale, ma per mia esperienza considero la mia vita abbastanza perseguitata dalla sfortuna, ogni situazione positiva per me è da considerarsi rara e quindi consumabile.

Ci portano a un piccolo tavolo dell’area texana. Quella che volevo! Ci sediamo soddisfatti e controlliamo il menù. Davvero immenso, ci vuole forse un’ora per leggerlo con attenzione. Però credo non sia necessario, ho voglia di un hamburger o di una pizza. Non so cosa scegliere però.

«Tu cosa prendi?», chiedo a Tom, che ho notato essere in altrettanta difficoltà.

«Sono indeciso tra un piatto di pasta italiana alla bolognese e un hamburger con le patatine classico all’americana. No, ho deciso, vada per l’Italia. Tu che prendi?»

«Penso una pizza con tonno e cipolle», dico mentre controllo ancora un momento il menù per poi confermare la mia scelta.

Chiudiamo i menù e rimaniamo in attesa dell’arrivo di uno dei camerieri per ordinare.

«Stai bene Robert?», mi domanda Tom.

«Sì bene, bene! Oggi sei già la seconda persona che me lo chiede, ho la faccia strana o altro?», affermo io ridendo per sdrammatizzare.

«No, è che mi ha molto sorpreso il tuo comportamento oggi, tutto qua! Non è da te!»

«Lo so, deve essere la stanchezza, la tensione, la riunione di domani è molto importante, la pressione è elevata.»

Tom sta per dire qualcosa ma una cameriera lo interrompe, per fortuna aggiungerei, per chiedere l’ordine. Noto che mi sta fissando.

«Simon? Ma sei tu? Non ti ho riconosciuto vestito tutto elegante!», esulta la ragazza lasciandomi di sasso.

«Come prego?», domando confuso.

«Dai non mi prendere in giro, sono Alice!» Non riesco a comprendere cosa stia accadendo. Io questa giovane non l’ho mai veduta. Non ho idea di chi sia.

«Guardi che si sta sbagliando, io mi chiamo Robert e lui Tom, non c’è nessun Simon qui», affermo convinto, ma lei continua a ridere pensando che la stia prendendo in giro.

«Ma dai Simon, ti conosco bene, vieni qui tutte le settimane e rimani fino a tarda notte. Sei una leggenda in questo locale, tutti ti conoscono», continua la ragazza. Ora le faccio vedere la carta d’identità così magari riesco a convincerla. Tom continua a ridere.

«Guardi», le dico mostrandole il documento, «Robert Storm, mi dispiace ma questo Simon, questa leggenda, non sono io! Mi spiace», spero di averle dimostrato la mia tesi, dal suo sguardo sconvolto direi di aver raggiunto lo scopo.

«Oddio! Le chiedo scusa per il mio comportamento, ma è identico a lui, le chiedo perdono. Cosa ordinate?» La ragazza è davvero molto imbarazzata.

«Tranquilla, non si preoccupi! Allora prendiamo una pizza al tonno e cipolle, una pasta alla bolognese e una bottiglia di acqua naturale per favore.»

«Ok, perfetto, grazie mille!»

La ragazza si allontana e vedo Tom che scoppia a ridere rumorosamente.

«Questa è assolutamente da raccontare, sai quante risate in ufficio», afferma Tom. «D’ora in poi, ti chiamerò solo come Simon! Simon… Simon…» Continua a ridere.

«Dai smettila è già abbastanza imbarazzante così, non peggiorare la situazione.» Anche se fatico pure io a trattenere il riso.

Poco dopo arrivano i piatti, portati però dal ragazzo che ci ha accompagnati al tavolo, suppongo che la ragazza si senta troppo a disagio. Povera, un po’ mi dispiace.

Iniziamo a mangiare. La pizza è davvero gustosa, croccante al punto giusto, e sembra che anche Tom apprezzi la sua scelta, la sta divorando.

«Vedo che ti piace?», gli chiedo, cogliendolo con cinque tortiglioni in bocca.

«Eh… sì molto!»

Finiamo di pranzare in silenzio, anche perché a ogni parola, dalla bocca di Tom, partono scorie di ragù su tutto il tavolo. Sono rimasto molto soddisfatto, penso che ci ritornerò molto presto qui.

«Basta io faccio la firma, d’ora in poi mi nutrirò solo in questo ristorante», mi dichiara Tom mentre si pulisce con il tovagliolo, neanche fosse un bambino con il bavaglio.

«Concordo, sono felice che tu mi abbia portato qui! Non ci sono mai stato, anche se per qualcuno sono una presenza assidua», dico ridendo.

«Chissà chi è quel tizio che ti somiglia così tanto, sono proprio curioso.»

«Anche io! Ho un gemello e non ne sapevo nulla», scherzo, anche se incontrarlo sarebbe una situazione interessante.

«Una sera dovremmo venire qui e provare a incontrarlo.», suggerisce lui.

«Si può organizzare! Ora andiamo, altrimenti il capo chi lo sente.»

Ci alziamo e andiamo verso le casse.

«Offro io», dico a Tom.

«Ma scordatelo, ti ho portato io qui.»

«Tranquillo mi fa piacere», affermo mentre prendo il portafoglio dalla tasca e pago. Con la coda dell’occhio vedo la ragazza di prima che continua a fissarmi. Sembra come ipnotizzata.

Salutiamo e usciamo dal ristorante. Prendiamo la strada per ritornare in ufficio, pronti per il pomeriggio lavorativo. Affianchiamo l’edificio e all’istante mi blocco. Scorgo qualcosa nella piccola aiuola alla mia destra. Mi avvicino. Esaminando con più attenzione noto la presenza di un biglietto. Lo prendo. C’è scritto un numero di telefono a penna e in basso a sinistra un cuore. A me sembra familiare, come se lo avessi già visto da qualche parte. Controllo il lato posteriore e la testa incomincia a girare, vedo delle immagini sfuocate come se generate da un antico proiettore. Sto perdendo l’equilibrio. Sono a terra. Il biglietto nella mano con la scritta “Chiamami – Rachel”. L’oscurità mi avvolge.

2021-09-16

Aggiornamento

Buongiorno a tutti, è passata una settimana e siamo a 20 preordini, grazie a tutti!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Tiene incollati fino all’ultima pagina! Consigliato.

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Alessandro Molteni
Mi chiamo Alessandro Molteni e sono nato nel 1994 a Milano. Mi sono laureato in Scienze e Tecnologie per l’ambiente e il territorio all’Università di Milano Bicocca e ora lavoro come consulente per la sicurezza e la salute nelle aziende. Un percorso scelto da mio padre che voleva proseguissi con l’attività di famiglia. Ma questo non è mai stato il mio desiderio, io adoro la scrittura, la musica e il disegno, ogni forma d’arte. Molte sono le strade che avrei voluto intraprendere, spero che questo romanzo rappresenti la mia rivincita, un inizio per dare spazio a ciò che vorrei fosse la mia vita.
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