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Elissa
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Consegna prevista Gennaio 2022
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Elissa, figlia adolescente del conciatore di un remoto villaggio, sogna di arruolarsi nell’esercito. La sua pacifica esistenza viene turbata dalla terribile scoperta del segreto del padre, protetto dalla sua famiglia. La ragazza, essendo stata tenuta all’oscuro, abbandona la sua casa. Dopo aver sentito favoleggiare della grande città di Panoplia, viaggia fino a raggiungere la capitale, dove hanno inizio le sue peripezie.

Perché ho scritto questo libro?

Il romanzo trae ispirazione dai videogiochi di ruolo fantasy, da sempre una mia passione, con enfasi sull’azione, il dialogo, i personaggi e le loro relazioni. Ho scritto questo racconto perché volevo che venisse incontro ai miei stessi gusti, ovvero la scoperta di un mondo fantastico, il mistero, la crescita dei protagonisti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Elissa rimirò soddisfatta la sua opera. Papà le aveva chiesto di dipingere una nuova insegna per la sua bottega, e le era riuscita davvero bene. Le piaceva quel mestiere, forse un giorno sarebbe diventata un’artista… Purtroppo Nolot era un villaggio dimenticato dal mondo, lontano dai centri urbani e, di conseguenza, privo di un posto dove potesse imparare da un maestro. Probabilmente sarebbe finita a mandare avanti la conceria assieme a suo fratello e sua sorella.

Un’ultima passata di cera, e la scritta sarebbe stata perfetta. La mamma le aveva fatto una bozza su carta che recitava “Mastro conciatore Sairan”, per essere sicura che non sbagliasse a scrivere. Le lettere non erano il suo forte. Dopotutto, non aveva ricevuto una vera istruzione.

Sollevò lo sguardo dal suo lavoro, per riposare un poco gli occhi. Era una tiepida giornata di Tranto, il rigido clima del nord concedeva un breve ciclo di sollievo agli abitanti della Tundra Camadiana. Nel villaggio, nulla sembrava intenzionato a mutare. La quotidianità si ripeteva, identica da sempre. Elissa osservò la fucina del fabbro, ad alcune decine di metri dalla loro bottega, ma non scorse Udber. Strano, di solito passava i pomeriggi a spaccare la legna per mantenere calda la forgia del padre.

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Riportò la sua attenzione sull’insegna. Era perfetta. Non le restava che farla vedere a papà. Aveva scritto “Sairan” in blu, una trovata che le era parsa ottima. In famiglia avevano tutti gli occhi azzurri, era il loro tratto distintivo. Suo padre ne sarebbe stato soddisfatto. Prese la tavola di legno e corse nel laboratorio, ansiosa di sapere cosa ne pensasse.

Suo padre, Orgon, era il miglior conciatore di tutto l’impero. Spesso venivano da lui conti e baroni per una sella o una corazza in pelle. Lo trovò chino sul suo tavolo da lavoro, intento a fare qualche esperimento con le borchie. Ripeteva sempre che il perfezionamento era un processo che non cessava mai, e provava ogni giorno a migliorare le proprie creazioni.

«Papà, ho finito il cartello», riferì, fiera.

Il padre si voltò, asciugandosi il sudore dalla fronte. Era un uomo robusto e alto, con una lunga barba e i capelli neri. Elissa era l’unica eccezione, in famiglia, gli altri membri avevano capigliature con tonalità simili.

«Fammi dare un’occhiata», disse lui.

Prese la tavola e la analizzò. Come maestro artigiano, misurava ogni singolo dettaglio in qualsiasi produzione. Notò una piccola sbavatura del colore, ma nulla di grave, e non volle abbattere l’entusiasmo della figlia per una simile minuzia.

«Brava. Starà benissimo davanti alla bottega»

«Dubitavi?», lo prese in giro.

Orgon le diede una pedata, e lei corse via, ridendo. Il senso dell’umorismo, sotto quel tetto, non andava per il sottile.

«È una stupidaggine!», disse Orgon.

«Ma papà!», si lamentò Elissa.

«Ci sono tante altre cose più importanti, della fiera di paese»

«Avanti, Orgon, non ti ha chiesto la luna», intervenne Danae.

La madre di Elissa era una donna alta e longilinea, dall’espressione perennemente serena. Era solita indossare degli abiti lunghi ed eleganti, che confezionava lei stessa.

«Non voglio che nostra figlia cresca pensando che lo scopo della vita sia divertirsi», obiettò il padre.

«Quand’è stata l’ultima volta che le hai lasciato un giorno libero?», insisté la madre.

«Non è questo il punto»

«Rispondimi»

«Io… non me lo ricordo», ammise.

«Suvvia, tesoro», lo ammorbidì. «È giovane, potrà svagarsi un giorno all’anno, non trovi? Ti pare troppo?»

«No, hai ragione», cedette l’uomo. «Ma te lo devi guadagnare. Domani andrai a fare legna per conto di Lydra. Ci ricaveremo qualche moneta»

«D’accordo, papà», accettò Elissa. «Grazie, mamma»

Fuggì, prima che quell’orso di suo padre cambiasse idea. Ce l’aveva fatta, sarebbe andata alla fiera con Udber. Uscì dalla bottega e si diresse al piano superiore della loro casa. Non sapeva come comportarsi, le serviva consiglio. Non aveva nemmeno capito se Udber volesse che uscissero assieme come amici, o come… il solo pensiero la metteva in difficoltà. Lo aveva sempre e solo considerato come il suo compagno di giochi e bravate, questa svolta rischiava di mettere tutto sotto un’altra luce, una che non aveva mai visto.

   Elissa spaccò il centesimo ciocco di legna, forse il millesimo, aveva perso il conto.  Lydra aveva bisogno di un’intera foresta per mantenere calda la sua locanda, il che significava una sfacchinata enorme per lei. Si osservò i calli sulle mani. Era abituata a spezzarsi la schiena, da sempre, e non si era mai lamentata. La sua vita non le dispiaceva affatto, ma qualcosa, quel giorno, la disturbava. Era ansiosa, forse non aveva idea di come si sarebbe comportata quella sera, oppure non vedeva l’ora. Udber le piaceva, però era tutto più semplice, quando erano solo amici.

«Ragazza, non ti pago per sognare ad occhi aperti», la richiamò la locandiera.

Un miliardo di ciocchi più tardi, Elissa terminò il lavoro. Entrò nello stabile, per riscuotere la ricompensa. Lydra era al banco, e stava preparando delle botti per la festa paesana. Come al solito, gli adulti si sarebbero sbronzati durante la fiera, rovinando tutto con qualche rissa.

«Ho finito», riferì, stremata.

«Ecco, questo è quanto ho promesso a tuo padre…», le diede un borsellino. «E questo è per te», disse, porgendole alcune monete.

«Sul serio?», si stupì lei.

«Sì, ma solo per questa volta. Non puoi andare ad una festa e non spendere nulla, non trovi?»

Elissa prese i soldi e ricambiò il sorriso. Aveva cinque monete, tutte per sé, non era mai accaduto prima.

Arrivò a casa con il fiatone. Era sudicia, sudata e con i capelli scompigliati. Le restavano due ore circa per rendersi presentabile, e solo una persona poteva salvarla.

«Silda!», chiamò a gran voce.

Si lanciò per le scale. Cominciava a sentirsi stupida, così agitata per qualcosa che non sapeva definire.

«Eccoti qui», la accolse la sorella, scorgendola fiondarsi nella camera. «Ho finito il vestito»

Lo sollevò con entrambe le braccia, per mostrarglielo. Era come nuovo, ancora più magnifico di come lo aveva immaginato.

«Che bello. Grazie»

«Forza, vieni. Ti serve un bagno, puzzona», la prese in giro la maggiore.

Elissa si levò gli abiti sudici, ed entrò nella tinozza. Lei, Silda e la mamma usavano la stessa. La sorella le aveva già scaldato l’acqua, e l’aiutò ad insaponarsi.

«Sei emozionata?», le chiese.

«Sono confusa», ammise. «E se poi vuole baciarmi? Io non l’ho mai fatto»

«Dai, non ci pensare. Rilassati, e tutto andrà per il meglio»

Qualcuno bussò alla porta. Dalla forza dei colpi, probabilmente si trattava di loro padre.

«Silda!», chiamò Orgon. «Devo parlarti di una cosa»

La ragazza si asciugò le mani, e si diresse alla porta. Prima di uscire, rivolse uno sguardo ad Elissa.

«Torno subito. Non scappare, intesi?», le ammiccò.

Lei annuì, e continuò a lavarsi. Si guardò le mani, notando che i calli si erano ammorbiditi un poco. Poteva farcela. Si sentì un po’ più sicura di sé. Un soldato non poteva avere paura di una sciocchezza simile. Probabilmente Kughdir non avrebbe battuto ciglio. Non le rideva alle spalle solo per gentilezza.

Dopo alcuni minuti, Silda tornò. Senza dire una parola, prese un asciugamano e la aiutò ad uscire dalla tinozza.

«Mi sono rilassata», disse lei. «Hai ragione, andrà tutto bene»

«Sì, vedrai…», rispose quella, parendo assente.

«Qualcosa non va?», le chiese.

«Oh… sì», replicò la sorella, parendo spiazzata. «È solo… papà ha preso impegni per conto nostro, come al solito»

«Che vuoi dire?»

«Padre Ironeo ha chiesto aiuto per… dei lavori in chiesa, e papà gli ha detto che ce ne saremmo occupati io e Kughdir. Sono un po’ seccata, tutto qui. Ma adesso pensiamo al tuo abito»

Silda prese posizione su uno sgabello, sollevò il vestito, e glielo calò sulla testa. La calzava come un guanto, era comodo e stupendo. Se ne innamorò all’istante.

«Mi sta bene?», chiese.

«Una favola», rispose la maggiore. «Farai colpo»

La mise seduta di fronte allo specchio, e iniziò a spazzolarle i capelli. Erano anni che non facevano una cosa del genere. Quando Elissa era piccola, Silda giocava con lei, usandola come bambola. Con il tempo erano cresciute entrambe, e avevano perso l’abitudine.

«Guarda», disse Silda, sollevandole i capelli. «Secondo me stai meglio con la coda. Che ne dici?»

«Sì, mi fido»

«Ecco fatto. Sei pronta»

Elissa si guardò allo specchio. Non era abituata a vedersi così, e fu piuttosto stranita. Però, tutto sommato, si piaceva. Forse essere carina non era così male, dopotutto.

«Sei la migliore», ringraziò, abbracciando la sorella. «Ora però devo andare. È quasi il tramonto»

«Sbrigati!», la incitò quella. «E non tornare tardi, o papà starà in pensiero»

Lei tentò di scattare fuori, ma l’abito era un poco meno pratico dei suoi soliti indumenti. Scese le scale, ripetendosi mentalmente che non doveva agitarsi.

«Oh, ma guardati», disse sua madre, vedendola in ghingheri. «La mia bambina»

«Mamma, mi metti in imbarazzo», protestò lei.

Danae si coprì la bocca con la mano, e sorrise. Sistemò le spalle del vestito alla figlia, e le accarezzò  il volto.

«Stai diventando una donna, sono fiera di te»

«Scusa, ma faccio tardi!», si giustificò, defilandosi.

   Udber la aspettava all’albero. C’era un gigantesco salice piangente, appena fuori da villaggio, in fondo alla strada nord. Erano soliti incontrarsi lì, da sempre. Ma quella sera non avrebbero schiacciato le formiche, o giocato alla guerra. Stavano uscendo assieme.

«Andiamo?», propose Udber, porgendole la mano. «Fra poco sarà buio, qui fuori, meglio tornare in paese»

Accettò la mano, e insieme si incamminarono verso la fiera.

Come al solito, l’intera comunità si era fatta in quattro per l’evento. Elissa osservava sempre gli adulti che, nel pomeriggio, preparavano le bancarelle e i soppalchi per la festa, ma mai era rimasta fino a sera. Era una conquista.

«Udber…», farfugliò lei. «Questo… è un appuntamento?»

Il ragazzo sorrise, e la prese sottobraccio, trasmettendole agitazione e sicurezza al contempo.

«Ti spiacerebbe, se lo fosse?»

«No, non volevo dire questo!»

«Beh… lasciamolo decidere al tempo, che ne dici?»

Lei si tranquillizzò. Di qualunque cosa si trattasse, quello era sempre il solito amico, con cui aveva passato la sua intera vita. Doveva solo divertirsi con lui, come aveva sempre fatto.

«Dai, andiamo a lanciare le pigne!», disse.

Tra i Fiani si usava giocare al tiro al bersaglio, durante le feste, oltre che ubriacarsi. Allo scopo venivano utilizzate delle pigne, per evitare che qualcuno si facesse male con pietre o altri oggetti duri. Il gioco consisteva nell’abbattere piccoli birilli, centrare anelli o secchi, il tutto sempre con le pigne. Considerato il tipo di vegetazione della zona, non mancavano certo. Elissa adorava quel gioco, e solitamente non pensava ad altro. Quella sera, però, aveva altro per la testa. Si sentiva a suo agio, con Udber, come non mai. La sua mano aveva addirittura smesso di sudare. Osservò la gente che andava e veniva dalle bancarelle dei dolci, e capì finalmente cosa desiderava davvero.

«Eli?», la chiamò il ragazzo. «Non volevi tirare le pigne?», le chiese.

«Non più», rispose lei. «Vieni, ho un’idea migliore»

Si avvicinò al banco del panettiere, e passò in rassegna tutta la mercanzia esposta. La sua attenzione ricadde su una scatola di legno, ricolma di biscotti. Era perfetta.

«A quanto la vendi questa?», domandò.

«Otto monete, ragazza»

«E se te ne do cinque?»

L’uomo li scrutò entrambi. Era un tipo grassoccio e calvo, dall’espressione bonaria. Sorrise e le porse la scatola.

«Affare fatto»

Elissa gli diede fieramente il suo sudato denaro. Era il primo acquisto della sua vita e, come ogni cosa importante, l’avrebbe divisa con Udber. In maniera speciale, però.

«Da quando hai dei soldi tuoi?», le chiese il ragazzo. «Potevo pagare io»

«No, volevo farlo io», insisté, e lo tirò per la mano.

«Dove andiamo?»

«Che domande, a mangiare i biscotti. Io e te»

Corsero lontano dalla ressa e da tutti. C’era una viuzza, dietro alla chiesa, che portava al cimitero, da un lato, mentre su quello opposto si trovava una distesa d’erba, completamente spoglia. Nonostante fossero lontani dalla fiera, la luce dei falò giungeva fin laggiù, rendendo la visibilità sufficiente.

Si sedettero nell’erba, resa umida dal calare delle tenebre. Elissa aprì la scatola, e offrì un biscotto ad Udber. Lui tentò di prenderlo, ma lei ritirò la mano e si mise il dolcetto in bocca.

«Ah! Troppo lento», bofonchiò masticando.

«Non sfidarmi», rispose quello, prendendone un altro dalla scatola. «Avevi già pianificato di venire qui? Per questo hai tenuto gli stivali?»

Solo allora lei si rese conto di portarli, e volle sprofondare. Ma poi guardò lui, e vide che sorrideva.

«Ehi, stavo scherzando», le disse.

«Sai, avevo quasi paura oggi, di cosa sarebbe successo», confessò.

«E adesso?», chiese lui.

«Ora sono contenta di essere qui», rispose. «Sono con te»

   Elissa ebbe il sonno leggero, quella notte. Di solito per svegliarla servivano le campane, ma la tormenta di emozioni nuove che le turbinava nella testa cambiò tutto. Continuava a ripensare ad ogni istante, ogni gesto… Aveva conservato la scatola di biscotti, ormai vuota, e continuava a rimirarla.

Ad un tratto, sentì delle voci provenienti dal piano di sotto. Riconobbe i suoi fratelli, che rientravano molto tardi. Le faccende per il prete dovevano essersi dilungate. Poco dopo, Silda entrò nella loro stanza, cercando di ridurre al minimo i rumori, e si mise a letto. Elissa non si levò. Anche lei era stremata, e voleva solo dormire. Le avrebbe raccontato tutto il giorno seguente.

I suoni però non cessarono. Udì qualcosa di metallico, e sbuffi. Insolito, papà non lavorava mai di notte, per non disturbarli. Decise di scendere a controllare.

Sarebbe stato saggio farsi accompagnare, casomai ci fosse pericolo, ma Silda non avrebbe potuto aiutare. Uscì dalla stanza in camicia da notte, per cercare Kughdir e, insieme a lui, indagare. Scese le scale, mentre i suoni sinistri si affievolivano. Suo fratello dormiva nella rimessa, doveva attraversare la bottega. Passando davanti alla porta dello scantinato, però, individuò la fonte del rumore. Proveniva proprio da laggiù. Le tornarono in mente le storie che le raccontavano quand’era piccola, di Aet che evocavano demoni perché rapissero i bambini… Ora però era grande, non si sarebbe lasciata impressionare. Aprì la porta, e percorse gli scalini, acquattata. I suoni si fecero più distinti, terrorizzandola. Versi animaleschi le ricordarono il cane del vecchio Olaf quando sbranava i suoi avanzi. C’era davvero un mostro, là sotto? Doveva tornare a cercare Kughdir, ma non le avrebbe mai creduto. Scese ancora, respirando lentamente per non farsi notare.

Quando fu in fondo alla scala, sbirciò da dietro l’angolo.

Lo stomaco le si serrò, le venne la nausea assistendo alla scena che le si profilava di fronte. C’era un uomo, morto da tempo, disteso su un tavolo, con il ventre aperto, e le viscere che fuoriuscivano. Si coprì la mano, trattenendo un conato di vomito.

Le venne da piangere quando riconobbe la seconda figura, celata nella penombra.

Papà.

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Ruben Guzzon
Ruben Guzzon, ventisette anni, gamer incallito nonché coach esportivo, studioso di filosofia e psicologia a tempo perso. Traggo ispirazione da autori quali John R. Tolkien, ma anche Plauto e Shakespeare hanno avuto la loro influenza sulla mia produzione, tanto quanto lo stile inquietante di Edgar Allan Poe, in aggiunta a quello macabro del cinema odierno, come “Day of the Dead”, di G. Romero.
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