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Enciclopedia dell’amore

Esiste una legge che governa l’amore. Nessuno la conosce. Eppure le storie la contengono.
Data di pubblicazione 16/11/2015

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Un autore che ha scritto perlopiù narrativa fantastica si confronta per anni, a cadenza settimanale, con il tema dell’amore. Grazie a una rubrica pubblicata su un giornale incontra una serie di coppie e le intervista facendosi raccontare la loro storia attraverso gli episodi che ritengono più importanti: a quel punto scrive un racconto.

Dopo anni di lavoro gli restano alcune storie, e diverse convinzioni sugli esseri umani e sui loro amori.

Nasce così l’Enciclopedia dell’amore, una raccolta ispirata a quell’esperienza, un insieme di storie inventate, o meglio reinventate, che costituiscono le tappe di un percorso nel mondo dell’amore. Storie originali e imprevedibili, a volte strambe, divertenti o un po’ spietate, molto semplici o addirittura estreme, vicine alle periferie dei sentimenti.

È un percorso che racconta il miracolo degli incontri, l’intimità dei gesti d’amore, l’intensità di un’intesa inaspettata, i misteri sulle ragioni che ci sono dietro agli eventi, le occasioni mancate, gli appuntamenti al buio, l’ardire di un sentimento e le sue ombre, lo struggimento, l’attrazione magnetica che lega gli amanti e tanto altro.

Perché le manifestazioni dell’amore sono tra le più varie, e solo apparentemente sono incoerenti: utilizzando le parole di Enzo Carabba e del suo narratore “c’è un rapporto tra varietà e unità. Esiste una legge che governa l’amore. Nessuno la conosce. Eppure le storie la contengono”. E lui, con il suo stile poetico e ironico insieme, è la guida perfetta per questo viaggio: “ormai so tutto sull’amore. Soprattutto le cose che è impossibile dire con le parole”.

PAURA E SENTIMENTO

Il navigatore è imperscrutabile, eppure io lo scruto. Anche

perché mi parla e questo mi stimola ad alzare lo sguardo

verso i suoi occhi che non ci sono. Però nello specchietto

vedo i miei.

Stamani mi ha fatto passare davanti a un albergo e

allora mi ha costretto a scavare nella memoria e cercare

un albergo dentro di me. L’ho trovato.

Ecco la storia.

Qualche tempo fa, dalle nostre parti, viveva un uomo

che piaceva alle donne, anche da lontano. Anzi soprattutto

da lontano: visto da una certa distanza faceva veramente

colpo. Gli esseri umani sono come i quadri: alcuni vanno

visti da vicino, altri da lontano, altri ancora – e sono la

maggior parte – è preferibile non vederli affatto.

A parte questo era un povero diavolo. A forza di

pagare l’ Iva perse la casa, i mobili e i soprammobili. Ma

almeno il suo commercialista poteva condurre una vita

agiata, tra equitazione e barca a vela. E anche il ministro

dell’economia, un uomo integro, non se la passava male.

L’uomo della nostra storia non aveva ormai quasi

nulla a parte qualche residuo monetario e un lavoro poco

rassicurante. Anche la moglie era sparita (magari con un

commercialista), forse perché l’aveva visto troppo da

vicino. Lui si ripeteva che con un bagaglio più leggero

(niente moglie, niente casa, nessuna certezza) si viaggiava

meglio, ma per qualche difetto della sua educazione non

riusciva a convincersi di questa grande verità.

Qualche certezza l’avrebbe gradita.

Era giù, ma aveva momenti di grandezza. Un altro al

posto suo, puntando al triste risparmio, avrebbe dormito

in una pensione economica o avrebbe chiesto ospitalità a

qualche amico. Ma lui (colmo della fortuna per chi nella

vita vuole viaggiare con un bagaglio leggero) aveva perso

anche gli amici, perlomeno quelli in grado di ospitarlo.

Insomma per quella notte scelse di dormire in un grande

albergo storico di Lucca che, chissà perché, lo aveva

sempre incuriosito.

«Intanto dormo in un albergo della mia città. Cosa che

non capita quasi mai a nessuno. Poi si vedrà» si disse. E andò.

Una mezz’ora più tardi, salutato l’individuo spettrale

alla reception, era lì che vagava per i corridoi alla ricerca

di camera sua. Inquieto. Prima di tutto quel grande

albergo era veramente grande. Lo aveva intravisto

migliaia di volte, passando da quelle parti, ma osservato

da fuori non si capiva che era una specie di enorme

labirinto. Inoltre i corridoi erano illuminati da una luce

rossastra che non prometteva niente di buono.

«Sarà suggestione. Mi hanno rovinato i film horror» pensò.

I film horror gli erano sempre piaciuti. Ma con le

difficoltà economiche, con il dilagare delle insicurezze

nella sua vita, avevano preso a piacergli ancora di più. Lo rassicuravano.

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Anzi forse questo era uno dei motivi per cui sua

moglie se n’era andata. Trovava che gli uomini che non

guardano film horror fossero più profondi di quelli che li

guardano. Chissà perché. I commercialisti non guardano

film horror.

Insomma si era perso. Arrivò a un corridoio largo e

lunghissimo, pieno di specchi.

Lui sarà stato anche eccessivo, ma quando non hai più

niente e ti perdi di notte in un albergo labirintico e arrivi a

un corridoio largo e lunghissimo pieno di specchi e

pervaso da una luce rossa… eh be’, ascoltami: è difficile

non sentirsi in un film horror. L’uomo cercava di dirsi che

Gesù, o Buddha, o Lao Tze, trovandosi nella stessa

situazione non avrebbero avuto paura, ma nonostante gli

sforzi furibondi non riusciva a immedesimarsi sul serio

neanche in uno di quei tre.

«Impostori» mormorò a denti stretti, come se il fatto

di non riuscire a essere come loro ne minasse la

credibilità.

Poi la vide.

A una cinquantina di metri da lui in mezzo al corridoio

c’era un divano. Sul divano sedeva una donna che gli

dava le spalle. Lui ne vedeva solo la testa, coi capelli a

caschetto, immobile.

Ora, che ci fa una donna in piena notte su un divano in

mezzo a un corridoio di un albergo e per di più immobile?

Fumasse, sarebbe già più rassicurante. Ma la maledetta

campagna antifumo e l’immobilità innaturale di quella

testa generarono nell’uomo un terrore indescrivibile.

Sapeva bene, perché aveva visto troppi film, ma anche

solo guardando dentro di sé, che se la donna si fosse

voltata non avrebbe mostrato un volto umano.

Probabilmente non avrebbe neppure mostrato un volto.

Partì dunque come un razzo e, addentrandosi in apnea

nella luce rossastra e nei corridoio secondari, trovò in un

baleno camera sua, neanche lavorasse in quell’albergo da

anni. Armeggiò freneticamente per aprire la porta,

temendo di vedere arrivare la donna con i capelli a

caschetto e il suo ridacchiante ghigno disumano, e alla

fine, sconvolto, riuscì a entrare in camera. Chiusa la porta

si sentì al sicuro e scoprì una cosa.

Quando nei film l’eroe (si fa per dire) è così scemo

che torna indietro per curiosità, e così finisce nei guai,

l’uomo aveva sempre riso per la scarsa plausibilità

dell’atteggiamento. «Hai avuto motivo di avere paura:

scappa o rintanati, mentecatto. Che vai a vedere!» si diceva.

Tuttavia, adesso, trovandosi precisamente in quella

situazione, sentì l’impulso di andare a vedere. Si disse:

«Non posso essere così pauroso». E così, vi assicuro che

è vero, dato che quell’uomo lo conosco bene, egli uscì

dalla camera un minuto dopo esservi entrato. Era preda di

una determinazione di origine sconosciuta che lo guidò

fino al corridoio gigantesco.

Non c’è nessun motivo per costruire un corridoio

gigantesco, se non fare paura a persone innocenti. Inoltre

gli specchi erano spaventosi.

Si fece coraggio e guardò il divano.

Vuoto. La donna non c’era più. Prima c’era. Poi non

c’era. Quale prova migliore che si trattasse di un

fantasma?

Quando metti in chiaro le cose ti senti sempre un po’

sollevato, anche se sono brutte. Un po’ sollevato (e un po’

no). L’uomo tornò in camera e si mise a dormire.

Si addormentò perché, dopotutto, era dotato di sangue

freddo.

Solo che il telefono squillò.

Non era il cellulare. Era il telefono fisso. Lui rispose.

Dall’altra parte il silenzio. Una situazione vista mille

volte, nella finzione. Solo che qui era vero, lo garantisco.

E dal vero è tutto un altro paio di maniche, come diceva

mia nonna.

Buttò giù. Si riaddormentò (che nervi di acciaio). Il

telefonò squillò di nuovo e di nuovo silenzio dall’altra

parte. Questo avrebbe scosso anche il più saldo degli

individui, anche uno che aveva la casa e poteva pagare

l’Iva. Ma lui no. Si rimise a dormire. Solo che dopo dieci

minuti… e così via: il fenomeno si ripeté diverse volte.

Era evidente che all’altro capo c’era la donna spaventosa,

il demone del corridoio. La figlia degli specchi.

L’uomo allora staccò il telefono appoggiando la

cornetta sul comodino. Il tu tu del telefono occupato

rimbombava nella stanza e lo spaventava. Si immaginava

che lo ripetesse la donna avvicinandosi alla stanza, quel

tu tu malato.

Allora, anche se uscire dal letto, abbandonando così il

rifugio immaginario, gli costò molto, si alzò per staccare

direttamente la presa dal muro tagliando così la testa al

toro. La presa era saldata e lui, travolto dal terrore,

strappò tutto, pur di essere libero. Gli pareva infatti che

fosse il telefono la fonte che il mostro stava utilizzando

per rintracciarlo.

Come se quella donna avesse uno speciale navigatore

per mostri, che ha bisogno di un telefono attivo per fiutare

la vittima.

Poco dopo aver sradicato la presa dal muro si rese

conto del suo errore atroce, da principiante dell’orrore.

Mai sradicare o rompere un telefono. Perché se quello

nonostante tutto continua a squillare è un brutto,

bruttissimo segno. Diventa una specie di telefono zombie,

e all’altro capo non può esserci tua zia, a meno che non

sia defunta e male intenzionata.

Aveva tagliato la testa al toro. Che sbaglio. Un toro

senza testa è più cattivo.

Così se ne stette rintanato sotto le coperte, in attesa

della telefonata definitiva. Che non venne. Arrivò invece

l’alba dalla finestra, la luce non fu più rossa e la vita

riprese il suo corso, allegra, nei limiti. I pensieri

lasciarono la paura e tornarono ai problemi

insormontabili.

Il mondo quando ci si mette sa essere incredibile,

infatti il muro accanto al letto si spalancò, come quando

le porte dell’inferno si aprono per inghiottirti. Succede.

Invece in quel caso era un armadio a muro di cui lui non

si era accorto e che, per qualche motivo dell’universo,

con le sue beffarde corrispondenze, aveva deciso di

aprirsi da solo proprio all’arrivo dell’alba.

A colazione l’uomo sedeva al suo tavolino tra altri

tavolini e altre persone.

Proprio davanti a lui c’era un’altra persona seduta da

sola. Era lei.

Non era semplicemente lei. Era doppiamente lei. Ora

che ce l’aveva di fronte lo capiva bene.

Si sorrisero. Incerti. Già felici. Lui aveva amato quella

donna, che però era dovuta partire per lavorare in

Inghilterra e quindi la cosa era finita bruscamente. Ai

tempi del loro amore lei aveva i capelli lunghi, non quei

terribili capelli a caschetto che gli avevano confuso le

idee. Lei si alzò e venne verso di lui. Non faceva paura.

Anzi. Magari fosse venuta

verso di lui la notte precedente! Era bella. Un sogno.

Si sedette al suo tavolo: in un attimo ci fu la

confidenza di sempre.

Lei disse: «Allora eri te ieri notte».

«Sì.»

«Perché sei andato via?»

«Ho avuto paura.» Ci sarebbe stato tempo di spiegare i

dettagli che, detti così subito, potevano metterlo in cattiva

luce. «Eri di spalle. Come hai fatto a vedermi?»

«Lo specchio: ti ho visto riflesso. Sei sempre stato

bello di lontano. Una sintesi d’uomo.»

Specchi benedetti.

«Sono riuscita a farmi dare il tuo numero alla

reception e ho provato a chiamarti.»

Accidenti, ora sarebbe stata dura spiegare perché

aveva staccato, e anzi divelto il telefono.

Per fortuna lei disse: «Chiamavo ma non si sentiva

niente. Questi vecchi alberghi storici sono troppo storici».

«Già» fece lui.

«Senti, perché stai così sulle tue?»

Quella donna era meravigliosa. Anche a distanza di

anni era capace di entrare diritto nel suo cuore col

minimo sforzo. Allora lui rinunciò alla reticenza tattica: le

raccontò tutto e risero per ore.

«Con tutti quei film horror… sei sempre stato un po’

ritardato, a livello sentimentale.»

Lui non se la prese.

Lei spiegò che era di passaggio da Lucca per lavoro e

aveva dormito in albergo perché non aveva più parenti da

quelle parti.

Lui le disse: «Prima avevi i capelli diversi».

«Ora se vuoi me li faccio ricrescere. Sei bello anche

da vicino.»

Lui interpretò quella frase, detta con la massima

naturalezza, come una dichiarazione di fidanzamento

istantaneo. E così fu.

Si trasferirono insieme altrove, il lavoro di lui andò

meglio e lei lo aiutò in tutto, gli insegnò anche a non fare

le fatture.

Si amarono. Da morire.

Lui ogni tanto ripensava a lei come al mostro del

corridoio e questo dava un brivido in più.

Questo episodio è il primo passo di un percorso il cui

senso è scritto nell’insieme delle voci. C’è un rapporto tra

varietà e unità. Esiste una legge che governa l’amore.

Nessuno la conosce. Eppure le storie la contengono.

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Enzo Fileno Carabba
Enzo Fileno Carabba nel 1990 ha vinto il Premio Calvino col romanzo Jakob Pesciolini (Einaudi 1992), primo volume di un’ideale trilogia fantastica che comprende: La regola del silenzio (Einaudi 1994) e La foresta finale (Einaudi 1997).
Poi ha scritto altri libri.
Nel 2003 un suo romanzo di riconciliazione con la realtà è uscito prima in Francia: Mauvais signes (Gallimard, Série Noire). In Italia è stato pubblicato col titolo Pessimi segnali (Marsilio 2004).
Nel 2011 è uscito Con un poco di zucchero (Mondadori).
Nel 2012 ha pubblicato il romanzo storico per ragazzi Attila (FeltrinelliKids). Ha scritto racconti, libri per bambini, testi per il teatro e libretti d’opera. Ha condotto programmi radiofonici. Tiene corsi di tecnica narrativa.
Nella rubrica del Corriere fiorentino intitolata “Storie d’amore” racconta vere storie di coppie (siamo attorno alla duecentocinquantesima puntata). Ispirandosi liberamente a questa esperienza ha scritto l’Enciclopedia dell’amore. Appassionato di giri a piedi e sott’acqua, è anche autore di reportage naturalistici, in particolare dalla Toscana selvaggia. Sta scrivendo una serie di racconti sui paesi fantasma.

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