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Come quando eravamo bambini (e giocavamo a rincorrerci)

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Per Elena e Jacopo, quello in cui si incontrano ogni giorno non è soltanto un posto dentro al quale dimenticare la monotonia della quotidianità, ma il loro mondo. Un luogo in cui adattano la realtà ai loro bisogni, come uno spettacolo teatrale adatta storie lunghe centinaia di pagine a un paio d’ore di spettacolo e pochi metri quadri di palcoscenico. Poco più in là, quasi in disparte, c’è Inna che di questo libro è la piega della pagina che tiene il segno per evitare che gli sprovveduti protagonisti vi si perdano come dentro a un labirinto. Messa all’angolo dalla vita, ora la vita se la guadagna in un angolo vendendo il suo corpo. Non perché deve, ma perché vuole. La sua missione: bisbigliare ai lettori quel che i suoi occhi ingenui vedono, ma le sue labbra peccaminose non riescono a urlare. Torino, sullo sfondo, abbraccia queste tre vite come un’anziana signora malata stringe a sé i ricordi più cari.

Perché ho scritto questo libro?

Ricordo che in quel periodo c’era sempre il sole, anche quando era nuvolo o pioveva. Ricordo che bastava imbattermi in un vecchio che abbordava una puttana o in un gruppo di universitari che discutevano del prossimo esame o in commercianti che litigavano fra di loro, perché nuove parole iniziassero a crescere e ad arrampicarsi su di me come foglie di un’edera. Ricordo che il mondo in cui vivevo era ormai troppo affollato, perciò ho dovuto crearne uno che fosse solo mio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Tutto è possibile, tutto può succedere.
Sul terreno inconsistente della realtà,
l’immaginazione traccia meravigliosi motivi”

August Strindberg

PARTE PRIMA
QUALE ALLEGRIA
La felicità non ha un nome e un cognome ma il titolo di una canzone.

«È uscito l’elenco dei finalisti, il mio libro non c’è».
«Andrà meglio la prossima volta, sei bravo ma… datti tempo».
«Forse dovrei suicidarmi. Il libro di un morto vende tanto e subito».
«Sì ma ci va un suicidio eclatante, uno di quelli tanto plateali da finire al Tg nazionale. Se ti uccidi per i fatti tuoi, in casa, un giorno qualunque, è già tanto se lo scrivono sui necrologi del giornalino di quartiere».
«Hai ragione… dovrei come minimo buttarmi giù dalla Mole la vigilia di Natale gridando: “Non preoccupatevi, domani rinascerò Messia!”».
«Non saprei, forse è un po’ troppo lunga come frase. Secondo me ti schianti prima di finirla… dammi un attimo, ho un cliente».

Continua a leggere

Continua a leggere

Elena balzò giù con agilità dal suo sgabello di legno laccato bianco; era una riproduzione francese del ‘700, scolpita a mano, e lei ne andava fiera, perciò lo guardava con soddisfazione ogni volta che dal suo angolo, vicino alla cassa, si spostava verso il bancone per servire il cliente di turno. Aveva in negozio un altro mobile simile: una libreria. L’aveva sistemata nello studiolo adiacente e dava ospitalità a una decina di libri che stavano lì per quegli esseri umani che, come lei, provavano piacere nello sfogliare un buon romanzo davanti a un altrettanto buon bicchiere di vino.
Servì l’uomo di mezza età con la solita brillante gentilezza e tornò in fretta e furia al PC, ma, prima di riprendere la conversazione accantonata, si perse per qualche istante dentro un foglio di Word completamente bianco che sonnecchiava già aperto ai piedi del desktop. Quand’ebbe finito evidenziò ciò che aveva scritto, copiò il tutto, riaprì la finestrella della chat, ve lo incollò dentro e schiacciò l’invio.
«Quando ci si concede all’incomprensibile è meglio lasciarsi andare, accettare il caos e farsi trascinare, almeno sino a quando i muscoli non si tenderanno dal dolore e noi saremo costretti a scappare contusi e sconfitti. Chi ci perderà, però, sarà l’ignoto, perché, per l’ennesima volta, vedrà fuggire via l’occasione di comprendersi.»
«Non capisco perché ogni volta che parliamo di stronzate devi scrivere cose serie. Lo fai sempre … ti odio».
«… è che ce l’avevo lì, sulla punta del lobo frontale».
«… e, comunque, sei stupida. Scrivi cose belle e invece di metterle nero su bianco e magari pubblicarle, le getti in questa discarica di chat».
«… e, comunque, tu non mi odi, mi ami e vaffanculo! Io le cose che scrivo le butto dove mi pare».

Elena e Jacopo non avevano bisogno di dirsi quando scherzavano e quando no, tra loro non esisteva un momento serio e uno scherzoso, esisteva solo il loro momento. Quasi sempre di mattina, tra un cliente di lui e uno di lei.
Nel pomeriggio il socio di Elena le dava il cambio in negozio e lui l’aspettava scodinzolante sino al mattino seguente, come un cane aspetta il suo padrone sulla porta, quando sente tirare il freno a mano dell’automobile nel parcheggio davanti casa.
Nessuna regola nel loro rapporto, anzi sì, una: rimanere sempre se stessi! Le bugie non erano ammesse, ne raccontavano già troppe entrambi nella vita reale e a cosa sarebbe servito portare la finzione di tutti i giorni anche in quel microcosmo incontaminato? Loro erano i cittadini e i vigili di quel posto, dovevano abitarlo e allo stesso tempo ammonirsi o addirittura multarsi ogni qualvolta lo avessero vissuto nella maniera sbagliata.
Si erano incontrati una volta soltanto, al funerale del padre di un amico comune, parecchi anni prima, ma non sapevano di essersi incontrati, lo avrebbero scoperto molto tempo dopo. Otto anni dopo, per l’esattezza.
Si erano accorti l’uno dell’altra su un social network, solo pochi mesi prima: Jacopo aveva commentato uno stato di Marco, l’amico in comune, quello col padre defunto, nel quale ricordava la celebrazione, a breve, di una messa di suffragio per il genitore.
«Ci sarò! Come sempre, amico» aveva commentato Jacopo. Elena aveva cliccato mi piace a quel commento e lui, dopo aver visto la notifica, aveva curiosato sul profilo di lei per capire chi fosse.
Capelli rossicci (ma non era il suo colore naturale), ricci e gonfi le si posavano appena sulle spalle. Naso alla francese, occhi castani, zigomi fastidiosamente sporgenti e una bocca strana (più sottile il labbro superiore, più carnoso quello inferiore) che accennava un sorrisetto arrogante, in perfetta armonia con la posa che il corpo aveva assunto, mentre qualcuno (chissà chi, si chiese subito, mentre osservava la sua immagine sullo schermo) le stava scattando la foto. Era infatti sdraiata su un divano nero e dava l’impressione di essere assolutamente infastidita dalla situazione in cui era immersa.
Era una foto rubata, sfocata nel punto in cui la mano in movimento tenta di frapporsi tra il viso e l’obiettivo. Non era una bella foto, non certo una di quelle che si scelgono come foto del profilo per apparire interessante agli occhi di amici e conoscenti, ma a lei non interessava apparire, questo a Jacopo fu chiaro fin da subito, era del tutto disinteressata al giudizio della gente e aveva certamente scelto quella foto proprio per renderlo chiaro a tutti.
Jacopo lesse le informazioni: donna, nata a Torino, nessuna data di nascita ma era più giovane di lui, questo era ovvio. Impegnata …
Impegnata significava solo una cosa: “Ho un uomo, ma nessuno deve impicciarsi degli affari miei. Se sono sposata, fidanzata o amante, non deve importare a nessuno”.
La questione comunque era che, alla fin fine, un uomo c’era.

Anche Jacopo era impegnato.
Era successo otto anni prima, proprio lo stesso anno della morte del padre di Marco.
A dirla tutta, era sposato. Con Eleonora, quarant’anni, uno meno di lui.
Si erano conosciuti in prima superiore e non si erano più lasciati. Sempre insieme, fianco a fianco. Dal banco di scuola alla vita di tutti i giorni. Dopo tanti anni erano ancora più che mai in sintonia, ma, per assurdo, proprio questo li aveva spenti come amanti.
Era tutto troppo perfetto: dove non arrivava lui, arrivava lei e viceversa e non avevano più nemmeno bisogno di parlarsi, perché con lo sguardo si dicevano tutto. Non litigavano mai, erano d’accordo su ogni cosa, non c’era scontro né disappunto, dunque nemmeno confronto e crescita.
Elena era diversa invece, lei (di ben dieci anni più giovane) gli dava contro sistematicamente, ma il bello era che lo faceva con un’ironia così sottile che alla fine si divertiva ad essere sgridato. Inoltre quell’approccio gli dava modo di affrontare le critiche ricevute in maniera diversa: a mente fredda, quando si sentiva davvero pronto a ragionarci su, senza la sensazione che un severo giudizio penzolasse sopra la sua testa come una scure.
«Sei la solita arrogante … quando ci vediamo?»
«Mai. Chiudi quella stupida lavanderia a gettoni e apri qualcosa che ti renda felice».
«Tu mi rendi felice».
«Io sono un’attività fallita e messa sotto sequestro dalla guardia di finanza per accertamenti, finirò all’asta».
«Allora metterò da parte i soldi per rilevarti».
«Metti da parte un po’ di cognizione e salvati dalla bancarotta finché sei in tempo. E poi … sai come la penso».
Parlavano quasi sempre così, Jacopo ed Elena, con metafore dietro le quali erano nascoste le loro vite. Lui insisteva per vederla, lei insisteva per lasciare tutto com’era, perché, alla fine, l’amore immortale è solo quello degli Dei e di quegli amanti che il fato ha deciso di non far incontrare mai. Siccome erano ben consapevoli di non essere Dei, per far sì che durasse per sempre, non avrebbero mai dovuto consumare.

«Qui non c’entra il destino, sei tu che decidi di evitarmi».
«………»
I puntini di sospensione erano il segnale che stavano per oltrepassare il punto di non ritorno, il momento in cui uno dei due sta per smettere di sopportare l’altro. Era quel silenzio che nella vita di coppia sfocia dopo una litigata violenta. Ecco … loro lo mettevano prima, come una sorta di anestesia preoperatoria.
Nei successivi dieci, venti o trenta minuti non di più, ognuno sul proprio tavolo operatorio, con il bisturi si sarebbe vivisezionato e analizzato nei minimi particolari al fine di scovare i propri errori e le proprie responsabilità in quella sciocca disputa e alla fine avrebbero fatto la pace.
Fossero stati una coppia normale avrebbero fatto l’amore.
Avessero avuto il coraggio di andare oltre, l’avrebbero fatto anche bene … per lo meno quella era stata la sensazione dalle parole che, tra le righe, si erano confidati in quei mesi.
Avevano scelto la strada dello scherzo, della battuta, per capire i propri gusti, poi quello della sfacciataggine, una volta trovata la giusta confidenza. Non una sola volta erano stati seri, ma ciò non aveva impedito loro di sentirsi ribollire il sangue dentro, durante alcune mattinate particolarmente ispirate.
Ma avevano deciso che no, non l’avrebbero fatto, sarebbero stati solo amici, perché il sesso rovina sempre tutto, l’amicizia invece dura fino all’ultimo respiro!
Così come surrogato del sesso avevano trovato un altro modo per riavvicinarsi e chiedersi scusa: uno dei due andava su Youtube, trovava una canzone adatta al momento e la postava all’altro. Poi l’ascoltavano nello stesso momento e, commentandola, facevano ripartire la giornata da un nuovo punto di vista.
«http://www.youtube.com/watch?v=UlI1yQLkoJo».
Fu lei a trovarla quella volta, in fondo proprio da lei era cominciato il silenzio. Lui rispose con una gustoso «Ah ah ah!». Poi lei apparecchiò la tavola e versò dei complimenti nel piatto di lui come fosse un mestolo di brodo.
«È bello leggere una tua risata, nessun altro essere umano ha una risata scritta come la tua, hai una A e un H incredibilmente belle quando si susseguono».
Lui aveva capito il gioco e si disse che in fondo aveva bisogno di sentire il liquido bollente scivolare giù per la gola e scaldare il suo stomaco malconcio per le troppe parole tenute al guinzaglio negli ultimi anni.
«… ti amo e ti odio lo sai?»
«Che tenero … io invece ti omo e ti adio…».
«Stupida».
Poi, senza nemmeno darsi il via, cliccarono contemporaneamente play e insieme ascoltarono la canzone, consapevoli del fatto che, per una vita, avevano pensato che l’unico evento eccezionale fosse entrare nella stessa libreria, nello stesso momento e mettere le mani sullo stesso libro.
A tutti e due era capitato proprio questo, con i rispettivi compagni, ed entrambi avevano gridato incantati: “Un segno del destino!”
Ma avevano capito solo col tempo che gli eventi straordinari erano altri, come, ad esempio, leggere lo stesso libro, amarlo allo stesso modo e finirlo nel medesimo istante, senza essersi mai nemmeno incontrati.
Era così che era successo a loro … loro che ora avevano in bocca il sapore della felicità con uno strano retrogusto di tristezza.

“Quale allegria. Se ti ho cercato per una vita senza trovarti
Senza nemmeno avere la soddisfazione di averti, per vederti andar via… quale allegria.”

27 marzo 2019

Aggiornamento

Recensione

Il fascino del libro è racchiuso in quella bella osservazione di A. Artaud che, molto opportunamente, l’autore ripropone anche come manifesto dello stesso. Evidentemente attento e profondo conoscitore delle opere di Artaud, in particolare de “Il teatro e il suo doppio” e “Il teatro della crudeltà”, Guido De Rossi fa agire i suoi personaggi in quel teatro che “mettiamo in scena abitando in ruoli che ci somigliano ma non ci appartengono”. In questa sottile linea di confine dove realtà, fantasia, sogno, immaginazione, desiderio si confondono e intrecciano l’autore, con efficacia e padronanza degli strumenti linguistici ed espressivi, ci appassiona regalandoci emozioni e suggestioni intense che coinvolgono e costringono a fare i conti con quella parte di noi che spesso non abbiamo il coraggio di far emergere. Lettura, a mio avviso stimolante e piacevole, che suggerisco di intraprendere sopratutto a chi come me nella letteratura cerca nuove domande da porsi più che risposte.

Gianni

Commenti

  1. oliviabraci

    Questo è un libro che tende la mano al lettore e lo chiama a sé, per mostrargli quotidianità in cui potersi riflettere, riconoscersi e dalle stesse fuggire. Un libro con una trama che, come un gomitolo di lana, si aggroviglia su se stessa e velocemente rotola dalla prima all’ultima pagina. Torino non è solo uno sfondo: ha strade che odorano, vetrine che svelano e attori che la raccontano con malinconica ironia.
    Le dita di Jacopo si abbattono sui tasti del Pc, provocando un rumore assordante; i ricci di Elena nascondono segreti inconfessabili; il profumo di Inna rievoca immagini proibite; la voce di Adele è un suono ipnotico che conduce in un tempo che non è più e mai più sarà.
    Poi, quando credi di aver capito tutto, ogni personaggio, pensiero, rapporto, emozione, finisce a gambe all’aria lasciando il lettore in balia del caos.
    “Come quando eravamo…“ è un terreno in perenne assestamento, in cui l’epicentro è l’amore che non si compie. È l’antitesi della commedia americana. Il fallimento annunciato che di sé stesso sghignazza. Assolutamente da leggere e poi, assolutamente da dimenticare.

  2. Luana Valentino

    Non ci sono parole per descriverlo, ma io ci provo comunque.
    Esperienza mistica e profonda. Ribalterà ogni prospettiva che possiate avere, e voi con esse.
    Morirete e rinascerete. E poi desidererete rifare tutto daccapo.

    DOVETE COMPRARLO.
    Punto.

  3. Il fascino del libro è racchiuso in quella bella osservazione di A. Artaud che, molto opportunamente l’autore ripropone anche come manifesto dello stesso. Evidentemente attento e profondo conoscitore delle opere di Artaud, in particolare de “Il teatro e il suo doppio” e “Il teatro della crudeltà”, Guido De Rossi fa agire i suoi personaggi in quel teatro che “mettiamo in scena abitando in ruoli che ci somigliano ma non ci appartengono”. In questa sottile linea di confine dove realtà, fantasia, sogno, immaginazione, desiderio si confondono e intrecciano l’autore, con efficacia e padronanza degli strumenti linguistici ed espressivi, ci appassiona regalandoci emozioni e suggestioni intense che coinvolgono e costringono a fare i conti con quella parte di noi che spesso non abbiamo il coraggio di far emergere. Lettura, a mio avviso stimolante e piacevole, che suggerisco di intraprendere sopratutto a chi come me nella letteratura cerca nuove domande da porsi più che risposte.

    Gianni

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Guido De Rossi
Mi avvicino al mondo delle parole quando il ventunesimo secolo è ai primi vagiti, il veicolo è la musica Rap. Qualche soddisfazione me la tolgo, ma resta più un "gioco" che un obiettivo da perseguire costi quel che costi. La danza ha il sopravvento, intanto tengo viva la vecchia passione nel tempo che mi resta scrivendo per cantanti e gruppi reggae e R&B. Nel 2008, dopo aver partecipato a un corso di scrittura creativa, nasce in me una nuova necessità: scrivere romanzi. Prende forma "Tanti piccoli pezzi" e con quello partecipo a concorsi. Qualche buon piazzamento, alcune menzioni, ma anche molte battute a vuoto. Scrivo "Come quando eravamo bambini (e giocavamo a rincorrerci)", diverse proposte nessuna delle quali mi convince fino in fondo. Lo lascio lì e tento la strada del romanzo erotico sotto pseudonimo. Va, ma non come pensavo. Ritorno sui miei passi ed eccomi qui.
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