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L'eredità della madre

L'eredità della madre
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Consegna prevista Marzo 2022
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“Ho paura di non trovare più la strada di casa. Sono lontano, c’è da fare fatica, ma non dovrei preoccuparmi, avendola già percorsa altre volte in auto. Ora però i posti che attraverso sono diversi, non li riconosco, così non li ho mai visti prima. Telefono a mia moglie, perché temo di non riuscire proprio a farli tutti quei chilometri. Le chiedo di venirmi incontro, di venire a prendermi (…). È lei adesso la donna di casa, lei sola? È lei che mi riporterà a quella che adesso è solo la nostra casa?”

L’eredità della madre è una riflessione sulla sofferenza estrema e sulla morte per cancro della madre. Il legame con la casa coabitata in campagna rivela fin da subito quello del figlio con lei, della quale vengono continuamente recuperati ricordi, gesti quotidiani puri e semplici, riti antichi, che si affiancano al dramma vissuto nel presente dalla famiglia. Nel testo si inseriscono spesso anche i sogni, della madre e del figlio, propri di quei mesi intensi e insonni

Perché ho scritto questo libro?

Il libro è nato come per necessità nei mesi di sofferenza della madre, costretta a letto come un malato terminale e desiderosa solo di spegnersi nella propria casa, quella che lei aveva costruito assieme al marito muratore più di cinquant’anni addietro, lavorando di sabato e di domenica. Sono stati mesi in cui lei, tra ricordi e sogni scritti, assorbiva ogni pensiero e ogni attività, mesi in cui l’assistenza quotidiana dei figli ha ricomposto il legame famigliare dell’infanzia e della giovinezza

ANTEPRIMA NON EDITATA

Mia madre ormai non riesce più a parlare, ad articolare parole comprensibili. I suoi sono sempre di più solo suoni indistinti che riesco a malapena a interpretare. A volte scrive su un quaderno una frase per farsi intendere meglio, ma più che con la bocca o con la scrittura, parla con lo sguardo. Sta anche calando di peso, è scesa a quarantasette chili, da quasi ottanta che era, e si sdraia spesso a letto. Fatica a mangiare e sembra che non ne abbia proprio voglia. Non ha più lo spirito dell’inizio, di quando si manifestò la malattia. Continua però a recitare le sue preghiere, leggendole da libretti di devozione.

Però insiste a darmi indicazioni sul taglio dell’erba, sulle bollette da pagare e sulla raccolta differenziata. Se mi dimentico di portare fuori i cassonetti, o lo fa lei con le poche forze che le rimangono o mi rimprovera per non avervi provveduto per tempo, prima del passaggio degli addetti all’asporto. E poi da quando porta la fasciatura sulla guancia sinistra, non va neanche più a fare la spesa o a messa o al patronato o al mercato settimanale.

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Si fa solo accompagnare dalla parrucchiera, ogni sabato, alle nove del mattino, da me o da mia sorella Gabri e pretende di continuare a usare il cellulare, anche se, quando chiama suo fratello o una delle sorelle, quelli non riescono a capire e, preoccupati, si precipitano spesso a trovarla, temendo chissà che cosa oppure telefonano a noi per sapere senza che lei sappia.

Lei però si era maritata incinta e per quel peccato il prete la costrinse a portarmi alla fonte battesimale non dalla porta centrale, ma da quella laterale. E la costrinse pure a chiedergli scusa perché in vista della cerimonia aveva osato andare a confessarsi col marito da un altro prete anziché da lui. Fu un’umiliazione che non gli perdonò, al punto che fino a poco tempo fa, quando cioè ancora andava al cimitero per cambiare i fiori a mio padre, senza che nessuno la vedesse, buttava l’acqua putrida del suo vaso sulla tomba del prete che l’aveva umiliata a diciannove anni con il mio battesimo così diverso, come se il suo primogenito non fosse uguale agli altri, ma figlio di un dio minore. I due, mio padre e il prete, in cimitero sono finiti in tombe vicine e mi sa che lei è sempre stata convinta che il marito da morto abbia continuato a protestare risentito anche davanti al Padreterno per quella vecchia storia.

Fu anche la prima della contrada a prendersi la patente poco più che trentenne. Mio padre fu all’inizio geloso e poi invidioso. Geloso perché quella sua moglie ancora giovane andava di sera a scuola guida dove c’erano quasi solo maschi e lei si vestiva per bene, si sistemava guardandosi allo specchio e si metteva un po’ di rossetto per uscire. Invidioso perché lei riuscì a prendersi la patente al primo colpo, mentre lui dovette rifare la teoria. Lei cioè era stata promossa e lui bocciato.

La stufa a legna aveva una vaschetta d’acqua che era sempre bella calda, spesso bollente. Mia madre la usava per lavare i piatti, mio padre per radersi la barba appena alzato, ogni mattina. È un’abitudine che non ho ereditato, preferendo io farmela solo un paio di volte alla settimana con la scusa che mi taglio perché ce l’ho delicata, ma in verità solo perché non

ho voglia di mettermi a perdere tempo per quel lavoro mattutino. Punge e le nipoti me lo fanno notare, ma non c’è rimedio, in questo proprio non assomiglio a mio padre.

Alla canna fumaria della stufa stava attaccata una corona di ferri metallici disposti a ventaglio. Mia madre li apriva e vi metteva ad asciugare gli indumenti più piccoli: calzini, mutande, canottiere. Le gocce d’acqua cadevano sulla piastra, saltellavano di lato fino a consumarsi o fino a cadere dentro le fessure degli anelli di ghisa. Io e mia sorella Gabri ci divertivamo a guardare quei loro salti impazziti e quel loro continuo scoppiettio. Duravano pochissimi istanti, la loro breve vita andava in fumo con un niente. Se finivano dentro le fessure, cadevano nel fuoco dei ceppi di frassino, di abete, di robinia. Per noi era come se precipitassero tra le fiamme più profonde dell’inferno.

L’ho sognato ancora, mio padre, verso mattina. Sentivo dei rumori in cucina, come di sistemazione di piatti e di bicchieri, ma non poteva essere mia madre, lei è a letto inferma e non può muoversi autonomamente. Non capisco. Mi alzo dal letto. La porta della camera dà sulla cucina e la teniamo aperta di notte per sentire se lei chiama col campanello elettrico sistemato in una presa del salotto, così che deve solo pigiare su un pulsante sistemato sul suo comodino, a portata di mano. In cucina trovo lui, mio padre, appena rientrato da un viaggio, da un pellegrinaggio. Ci abbracciamo e ci baciamo. È sulla sessantina, l’età della sua morte, ma è sereno, forte, pulito, in ordine. Sopra la camicia porta un maglioncino di quelli che indossava per andare al lavoro. Il viso è abbronzato, da muratore, i capelli radi, ma in buona parte ancora belli neri. Si è appena rasato, le rughe del viso e della fronte sono ben visibili, profonde. Non pronuncia nessuna parola. Sembra rientrato a casa sua, come faceva quando tornava tardi dopo aver giocato a carte in osteria. C’è anche lo zio Almerino con lui, suo fratello minore. Abbraccio e bacio anche lui, che mi aveva salutato per primo con un ciao. Nel sogno loro due in cucina si stavano preparando un’insalata. Poi il sogno svanisce. Mio padre è morto venticinque anni fa.

Ieri la Gabri l’ha portata a fare un giro in auto lungo l’area fluviale del Brenta a Tremignon, dove si faceva accompagnare per andare al canile. La mamma è stata contenta, ha dormito bene la notte e si è sognata anche lei di mio padre. Lo ha visto in piedi lungo quella strada a Tremignon mentre stava guardando la campagna come faceva di solito, tenendo la sigaretta tra l’indice e il medio della mano sinistra, perché lui era mancino. Si è accorto di lei e l’ha salutata.

Scrivere della casa è scrivere della madre.

A casa il calendario che uso per segnare gli impegni settimanali è ancora sul mese di luglio. Non riesco a girare la pagina per aprire quello di agosto. Lei è morta il 28, il funerale l’abbiamo fatto il 31. È un mese che non è ancora finito, un mese che vuole essere

prolungato per non so quanto ancora. Mi dico che non va bene, che è solo una fissazione, che rischio di farne una mania, una malattia. Ma non compio quel gesto. È ancora troppo presto e non sono pronto.

Scrivo al mattino, appena mi alzo. Poi sistemo durante il giorno. Alla sera, da quando è morta, non guardo neanche più la televisione, a meno che non sia una partita seria o un film che proprio merita, di quelli che non mi facciano prendere sonno sdraiato sul divano. Sto seduto fuori al fresco ad ascoltare il vento, ad ascoltarmi il respiro, ad ascoltare un po’ di musica dal cellulare. Vado avanti così anche per un paio di ore. Bevo un buon bicchiere di vino, anche due. È un amico a quest’ora della notte. Lega e scioglie. Un rosso va bene, anche un bianco fermo, se fresco, anche un prosecco, che però è più da pasto e da compagnia. Lo so, appartengo a una stirpe di bevitori e so cosa vuol dire bere, e anche cosa vuol dire non bere più. Però non lo faccio mai fuori pasto e al mattino fino a mezzogiorno vado solo a tazze di caffelatte o a caffè macchiati. Ascolto a lungo Johnny Cash di Lenny Kravitz, Forever young e Knoking on heaven’s door di Dylan, versione acustica. Sembrano scritte per quelli della mia età. Nascondono più rimpianti che speranze, come questa sera piena di stelle con i grilli che cantano perché sono in amore.

Una sera, quando ormai non parlava e non scriveva più, mi fece con l’indice un segno di croce sul cuore e poi il dito lo puntò due volte di sotto. Ho capito dopo che era un’insistenza su quella sua sepoltura. L’avevamo rassicurata che avremo eseguito senz’altro quella volontà, in fin dei conti il suo testamento è stato per noi solo questo, non avendo lei altro su cui poter disporre. L’anello di fidanzamento, la fede nuziale, la collana che le aveva regalato mio padre con i soldi del pensionamento stavano lì, nascosti nel cassetto dell’armadio, ma non prese decisioni. La fede la portava sempre, la collana e l’anello solo nelle feste o ai banchetti.

Non voleva pesare neanche sul costo del funerale e così nel conto corrente della banca si era messa da tempo a risparmiare il necessario per l’evento. La Gabri la informava sui soldi della pensione, le mostrava il saldo ogni mese e, se aveva bisogno di qualcosa per le mance dei compleanni, la mandava a prelevare. Mia sorella doveva eseguire e doveva farlo alla svelta perché era pure capace di arrabbiarsi. Lo mostrava con lo sguardo che incupiva o battendo i pugni uno contro l’altro come aveva sempre fatto per rimproverarci. Voleva disporre del suo, ma solo per aiutarci e sapeva sempre quando ne avevamo bisogno.

L’epigrafe viene corretta tre volte, trovo sempre una parola da sistemare. Non deve essere un testo da catalogo, da copia-incolla, ma quello pensato per lei e che può avere solo lei. Alla fine, quando è già stampato, scopro che ci sarebbe ancora un errore, ma lascio perdere, può andare bene lo stesso, tanto non se ne accorgerà nessuno perché delle epigrafi si guardano solo la foto, il nome e gli anni. Il testo viene letto di sfuggita e pochi si ricordano

qualcosa delle parole che lo compongono, anche se pensate e scritte con le più sincere intenzioni.

A mezzogiorno di quel giorno era già pronta alla casa funebre. Sì, l’avevano sistemata per bene, incipriata, pettinata, anche il mento, prima deformato dalla malattia, sembrava ora più dritto. Un foullard rosa nascondeva il foro della tracheotomia. Non era finita in una camera da obitorio, ma in una ‘sala del frassino’ -così indicava la targhetta all’esterno-, con pavimento in legno e anticamera con poltroncine e divanetti. C’era pure un vaso di cristallo con caramelle. A pensarci, è tutto un inganno, un trucco per allontanare la morte dal pensiero dei vivi, l’illusione che non ci sia o che sia solo un attimo, perché tanto poi tutto torna come prima. Non c’è posto neanche per il pianto, neanche quando chiudono il coperchio. Quello te lo devi fare da solo, in disparte, a casa tua, non in pubblico, non davanti ai parenti, non davanti ad altri di altre sale, lì presenti per lo stesso motivo. Il pianto liberatorio è destinato ad altro luogo, ad un altro momento, rinviato. Non può spandersi forte e convulso, non è consono neanche all’architettura del luogo ed è ormai di un’altra epoca, di un altro mondo. Io lì non ho versato una lacrima, ho solo intrattenuto gli ospiti.

Ma sapevo che non era così. Avevo, e ho ancora, la foto del suo volto cadaverico, del suo essere realmente morta, di quel suo sguardo impressionante perso nel vuoto, spaventato dall’esperienza di quel nulla attraverso cui la morte ti fa passare e che il pensiero anticipa. Il Cristo morto di Holbein, che rischiò di far perdere la fede a Dostoevskij, è ancora poco in confronto a quel suo corpo di madre martoriato, ridotto a pelle e ossa e a quel suo volto che sembra contenere un rimprovero assieme a un’ultima domanda. Lo dice il suo occhio aperto, fermo e vitreo che più non vede. E dice anche che manca qualcosa, che se ne è sì andata, ma come lasciando qualcosa in sospeso, qualcosa di incompleto, che un’intera vita non è bastata a colmare.

Sogno che non riesco ad avviare bene il fuoco. Non siamo nella nostra casa e neanche nell’appartamento in montagna. Sembra più ampio. Esco in legnaia e sono in difficoltà anche nella scelta dei tronchi. Rientro e trovo il fuoco della stufa bello vivo e la cassetta della legna ben piena. Al tavolo in cucina, con dietro la luce che entra dalla porta finestra, sta seduta una donna, la padrona di casa. Ha qualche anno più di me, ma è una bella donna, elegante, capelli neri, rossetto sulle labbra. Sta leggendo, o finge di leggere qualcosa da un libro, e mi osserva. Mi rendo conto che ha sistemato lei il fuoco e che è stata lei a portare dentro la legna. È mia madre? Accendere il fuoco non era il suo primo lavoro nella stagione fredda? E dopo non si metteva a fare i letti? Sempre nel sogno mia moglie in camera sta sistemando il nostro letto matrimoniale.

Mi accorgo che il lavoro intenso di questi giorni mi sta distogliendo da ciò che invece più desidero: scrivere di lei, pensare a lei, a quei suoi ultimi giorni tra noi, ai suoi gesti ultimi: le braccia tese verso l’alto a chiedere solo di farla finita, perché non ce la fa più a sopportare tutta quella immane sofferenza; la supplica con le braccia alzate verso il dottore perché la

smetta, perché la lasci stare, perché non entri più con la cannula lunga nello stomaco per aspirarla. E poi quella sua ultima notte, quella in cui tutti avevamo capito che non ce ne sarebbe stata un’altra, che era solo questione di ore, che quella notte avrebbe dormito il suo ultimo sonno prima della fine. Le stavamo attorno al letto io, mia moglie e mia sorella. Lei era rassegnata, arresa, era arrivata veramente, chiaramente la sua ultima ora. Soffriva tanto, lo si vedeva. Con la testa e con la mano sembrava dire basta, basta.

-Sì, basta, dai che fra poco è finita, mamma!- le dice mia sorella come per calmarla un poco.

Sono le otto di sera del 27 luglio, le somministra due dosi di morfina, le ultime.

Mia moglie, che aveva capito tutto prima di me, mi invita a baciarla perché sarebbe stato l’ultimo bacio che lei avrebbe colto da me, suo figlio.

La bacio smarrito sulla gota destra e sulla fronte. Lei capisce.

La guardo a lungo. Sembra dirmi: ecco, è questa la notte, vado incontro alla mia morte, mi preparo stesa e l’aspetto, sono pronta, tu non preoccuparti, accetto, va bene così.

Le ho dormito accanto sul lettino pieghevole che avevamo comprato apposta per starle vicino, ma è stato un dormiveglia attento a cogliere il suo ultimo respiro.

Chiamo mia moglie perché si accerti anche lei. Io non sono ancora del tutto sicuro che sia morta. Le si avvicina, la guarda, la tocca. No, non ci sono dubbi.

Sono quasi le quattro. Chiamo subito la Gabri e la Rosa. Rispondono subito, stanno aspettando quella mia telefonata. Quando arriva la Gabri, chiamiamo il medico per l’accertamento e l’impresa funebre. Il medico arriva dopo un quarto d’ora, l’impresa invece giunge che è già mattina. Un dipendente ci fa compilare e firmare dei documenti. Poi ci invitano ad accomodarci fuori. Dopo pochi minuti lei esce dalla sua casa avvolta in un telo bianco, come in un sudario, lasciando vuoto quel suo letto di martirio durato mesi. Del resto anche la sua è stata una via crucis e non ho timore di dire che è stata un’imitazione di quella di Cristo.

Non so quante vie crucis tu abbia fatto nella vita. Tante, ne sono certo. Camminando, pensando, pregando, cantando, invocando, da sola o in processione.

Santa Madre, deh! voi fate, che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore era il tuo Stabat Mater, vicino e in tutto condiviso.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Bruno Trevellin

    Il romanzo si sviluppa in tre parti. Nella prima, Una casa in campagna, si ritrova il valore simbolico e ancestrale della casa di campagna, coabitata dalla madre e dal figlio. La seconda, Via Crucis, si addentra nella sofferenza estrema di lei. Nella terza, L’eredità della madre, si propongono ricordi, incontri onirici e volontà ultime (Luigi R.)

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Bruno Trevellin
Bruno Trevellin è nato a Limena (PD) nel 1959. Figlio di un operaio e di una casalinga, si è laureato in Lettere classiche presso l'Università di Padova e ha sempre fatto l'insegnante di Lettere. Sposato e padre di due figli (Alberto, anch’egli scrittore, ed Elisabetta), nella vita è stato anche amministratore comunale (sindaco del proprio comune di residenza e assessore all'istruzione e allo sport del comune di Padova). Ha pubblicato due raccolte di poesie (Simboliriche e Ad Limina), una raccolta di novelle (La bella stagione) e un volume di carattere storico (Un ragazzo nel lager). Nel suo blog si possono leggere numerosi suoi articoli di storia e cultura locale, approfondimenti didattici e articoli su C. Peguy, A. Camus, R. Guardini, J. R. R. Tolkien. Nel proprio canale YouTube ha postato le sue video lezioni su U. Saba, F. Kafka, I. Svevo, J. Giono. Vive da sempre in campagna.
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