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Eve – Il risveglio dei ricordi dimenticati

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Consegna prevista gennaio 2020
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In un prossimo futuro, dominato da forti tensioni sociali e sconvolto dai cambiamenti climatici, si svolge la storia di Eve, una bambina di dodici anni che ricorda tutto. Eve ricorda ogni frase letta, azione compiuta o immagine vista. La sua memoria si spinge sempre più indietro nel tempo, facendo affiorare nella protagonista anche i ricordi delle vite dei suoi antenati, fino ad arrivare alle memorie animali di istinti e sensazioni primordiali. La straordinaria memoria di Eve le dà una grande consapevolezza di sé e della realtà ma la rende anche una persona diversa, sola e tormentata.
In un mondo autoritario e ignorante, improntato sul revisionismo storico e che ha dimenticato le proprie origini, la memoria di Eve rappresenta una pericolosa anomalia da estirpare, una minaccia per lo status quo. Eve, perseguitata dai regimi al potere, vivrà una serie di rocambolesche avventure nel tentativo di ridare la memoria perduta all’umanità.

Perché ho scritto questo libro?

La memoria è alla base dei nostri pensieri e della nostra presa di coscienza della realtà, ma non ricordiamo tutto ciò che viviamo. Cosa accadrebbe se invece ricordassimo ogni istante della nostra vita? E se i nostri ricordi si spingessero ancora più indietro, fino alle memorie degli antenati? In fondo ciascuno di noi è il frutto di un processo evolutivo, ciascuno contiene moltitudini. Questi sono alcuni dei temi che mi sembrava affascinante affrontare e ci ho provato raccontando una storia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Conteniamo moltitudini: siamo l’eredità dei nostri antenati non umani, siamo gli accidenti storici che hanno plasmato la nostra specie, siamo le forme di vita con cui siamo entrati in contatto.
Massimo Sandal

CAPITOLO I
Ricordo tutto; esattamente tutto.
All’inizio erano solo sensazioni: quiete, serenità, appagamento. Non c’era un sotto e non c’era un sopra, fluttuavo senza peso e disponevo di tutto ciò di cui avevo bisogno. Suoni rassicuranti e una tenue luce popolavano il mio spazio. Forse era limitato e semplice ma era un bel mondo. A volte vorrei tornarci.
Poi, le cose cominciarono a cambiare. Le morbide pareti intorno a me diventarono sempre più strette. Gradualmente mi ritrovai con le ginocchia ripiegate e le braccia quasi bloccate. A ripensarci oggi può sembrare strano ma non avevo paura, anzi, imprigionata in quegli spazi angusti, mi sentivo al sicuro.
Quando accadde era un giorno come gli altri. Suoni e rumori si trasformarono in urla, un trambusto al quale non ero abituata scosse tutto intorno a me; sensazioni di paura cominciarono a diffondersi nel mio corpo; presto la paura si trasformò in terrore. Tutto ciò che fino ad allora avevo conosciuto stava crollando, si sfaldava.

Continua a leggere

Forti pressioni mi comprimevano da ogni lato. Un terrificante senso di distacco, un’angoscia crescente e incomprensibile s’impadronirono di me. Le pressioni erano ormai intollerabili, mi stavo spostando; tutto mi sospingeva verso un interminabile tunnel. Dovevo e volevo proseguire. Poi vidi una luce, arrancai spasmodicamente per guadagnarmi l’unica via d’uscita, precipitai, sentii il vuoto e un dolore lancinante invase ogni cellula del mio corpo. Bruciavo, il mio corpo stava bruciando. L’aria mi gonfiò i polmoni; il mio mondo era sparito, dissolto nel nulla. Erano rimasti solo il fuoco dentro e un grande freddo fuori.
Una forza sconosciuta e smisurata attirava ogni centimetro delle mie membra verso il basso. Ero stata catapultata in uno spazio nuovo, immenso e sconosciuto. Il dolore fisico gradualmente andava scemando, ma il senso di angoscia sembrava non avere fine. Ricordo che passò un tempo interminabile prima che potessi risentire la rassicurante vicinanza del mio mondo. Poi finalmente odori e suoni famigliari risuonarono nel mio corpo; ritrovai la quiete ma tutto era diverso, ormai ero fuori.
Era l’8 giugno del 2020 quando nacqui nel reparto di ostetricia dell’ospedale di Bordeaux. I miei genitori mi chiamarono Eve.

Mi abituai agli spazi infiniti. Il problema erano i mostri che abitavano l’immenso ambiente esterno. Il più terribile era quello che divorava il mio stomaco. Ricordo il panico per quei lunghissimi momenti di fame; fortunatamente il mostro si dissolveva nel nulla quando riuscivo a ricollegarmi al mio vecchio, piccolo mondo. Ricordo la prima volta che ho assaporato il latte materno, la bellissima sensazione del gusto e il mostro della fame che scompariva. Ricordo la fatica per combattere la forza di gravità, le testate e le ferite contro le dure superfici spigolose. Ricordo la gioia quando mi riavvicinavo alle morbide rotondità esterne del corpo di mia madre; quegli odori, che ogni volta mi rassicuravano e scacciavano le paure.
Spesso penso che non sia bello ricordare tutto, vorrei essere come gli altri, tante memorie avrei preferito finissero nell’oblio: soffro di claustrofobia, probabilmente per il ricordo del parto; la minima sensazione di appetito fa riaffiorare nella mia mente le angosce di quando, lattante, disperavo per avere una poppata. Ogni volta devo controllarmi per non cadere nel panico. Per non parlare degli altri problemi causati da questa memoria che non scorda nulla, neanche i ricordi più brutti. Per riuscire ad andare avanti li tengo relegati in remoti comparti del mio cervello. Non è facile però, a volte riaffiorano, e quando succede una sconfinata tristezza cala su ogni cellula del mio corpo come una fitta nebbia su un isolato casolare sperduto nelle campagne. E poi sono sola, ho la sensazione che tutti abbiano paura di quello che penso e che dico. Mamma cerca di nascondere la sua sorpresa per le mie frasi; ma non ci riesce molto bene. Anche lei è scioccata e preoccupata da questa strana figlia.
Ho una disfunzione riconducibile a una forma molto particolare di sindrome ipermnestica. In realtà sembra che nessuno dei casi fino ad ora osservati sia comparabile al mio. Il dottor Hans Schulz, che mi ha seguito fino all’età di sei anni, sosteneva che la mia patologia fosse diversa dalle altre descritte in letteratura. Lui la chiamava sindrome ipermnestica di Schulz, assegnandosi il merito di averla scoperta per primo. Per quel che ne so è l’unico caso al mondo; sono unica e sola, bella fortuna!
A nove mesi parlavo correttamente; a tre anni avevo imparato a leggere. Divoravo libri e ne ricordavo ogni frase. Mi domandavo come potessero gli altri non ricordare ciò che avevano fatto. A me sembrava normale leggere e memorizzare ogni parola, fare un’azione e ricordarne tutti i dettagli, vedere un paesaggio e poterne descrivere ogni caratteristica. Perché non dovrei ricordare ciò che faccio? I miei genitori ne parlarono al pediatra, lui ne parlò con i suoi superiori, questi con le autorità scolastiche e governative e ben presto cominciarono le visite e le analisi.
Mi ritrovai a fare noiosi test con psicologi, agenti dei servizi sociali e con il dott. Schulz. “Brava la nostra piccola Eve” mi dicevano ogni volta, dopo ore di innumerevoli stupide domande ed esercizi di memoria. Fingevano una falsa cortesia, mentre i loro occhi famelici tradivano una insaziabile brama di scavare dentro di me. Avevo il terrore di quegli sguardi. Poi fu anche peggio, perché cominciarono le analisi nei laboratori dell’ospedale, odiavo andarci. Ricordo l’odore dei disinfettanti nei tristi, lunghi corridoi sotterranei; la fredda luce bianca che invadeva e congelava l’aria stantia. A volte, dopo essermi sdraiata su un lettino mi facevano un’iniezione, cercavo di resistere quanto più potevo, ma quasi sempre perdevo quella battaglia contro un nemico invincibile e senza che me ne accorgessi, il sonno aveva la meglio; mi risvegliavo con un gran mal di testa, in auto, sulla via del ritorno, quando la luce dorata del tardo pomeriggio ormai avvolgeva ogni cosa. Una volta sono riuscita a rimanere sveglia, ed è stato terribile: ricordo che mi avevano portato in una stanza piena di macchinari, avevano collegato alla mia testa novantanove sensori e tutti insieme medici, militari e uomini in giacca e cravatta si erano messi a guardare una parete piena di grandi monitor parlottando tra loro; mi sono sentita profanata, come se mi stessero entrando nel cervello; io non potevo fare nulla per impedirglielo.

La mattina del 2 novembre del 2026 gli assistenti sociali vennero a prendermi a casa; viaggiammo per oltre due ore e arrivammo in un posto nuovo: era un grande edificio con piccole finestre e, tutto intorno, una possente cinta muraria, sembrava una specie di caserma. Non so cosa accadde perché di quel giorno non ricordo assolutamente nulla; prima ancora di varcare la soglia d’ingresso mi fecero un’iniezione e un sonno invincibile si impossessò della mia coscienza; è uno dei pochi punti oscuri di tutta la mia vita. Sicuramente avvenne qualcosa di terribile e importante che cambiò la mia esistenza. Mi risvegliai in un’auto, il tardo pomeriggio del giorno successivo, ero rasata a zero, il cuoio capelluto prudeva; sul braccio sinistro avevo una ferita, bruciava come fossi stata toccata da lava incandescente. Accanto a me la mamma piangeva disperata; alla guida c’era Paul, un amico di papà. Papà non era con noi. Da allora non l’ho mai più rivisto. Dopo quel giorno, per un intero mese ho avuto terribili mal di testa, non riuscivo a pensare, a tenere gli occhi aperti, vomitavo ogni cibo. Furono giorni duri, mamma era molto preoccupata per me e, penso, disperata per papà. Poi lentamente i mal di testa e le nausee passarono. Mamma invece non è mai più tornata la stessa.
Era bello vivere a Sisteron con papà e mamma: avevo degli amici, la mia stanza, un giardino con l’erba verde. Ci passavo ore in quel prato; se chiudo gli occhi lo rivedo, ne sento il forte profumo, di quando l’erba era stata appena tagliata. Da quel maledetto 2 novembre, abbiamo dovuto lasciare tutto: casa, amici e anche papà. Mia madre non mi ha mai raccontato cosa gli sia successo, presumo che non lo sappia neppure lei con certezza. La cosa più probabile è che sia morto, in caso contrario sarebbe sicuramente tornato da noi. Mi voleva un bene infinito papà, avrebbe dato la vita per me e mamma, e temo che lo abbia fatto davvero. Penso che tutto questo sia accaduto per causa della mia malattia, ma non capisco perché. Mamma dice che io non c’entro niente con la scomparsa di papà; io so che non è così. Spero che un giorno mia madre mi racconti la verità.

CAPITOLO II
Ho 12 anni, io e mia madre abitiamo in una piccola, insignificante cittadina nell’est della Francia al confine con la Germania, qui nessuno ci conosce; ho un nuovo nome, “Bianca”; viviamo in un minuscolo bilocale nel seminterrato di un anonimo condominio, uno dei tanti che si affastellano lungo desolate strade periferiche, come spettri senz’anima. Sono passati sei anni da quando abbiamo lasciato Sisteron; sei anni di vita da clandestini: cerchiamo di non farci notare, di essere invisibili. Non posso frequentare la scuola con gli altri ragazzi, attirerei l’attenzione di qualcuno dei servizi sociali o peggio del Ministero per l’Ordine. Il nuovo potente apparato che vigila sulla sicurezza di tutti noi.
Ogni mattina con mamma, a bordo della vecchia Citroën, attraversiamo la lugubre periferia di Grobak; procediamo lentamente tra le macerie ai bordi della strada e il fumo dei fuochi degli accampamenti abusivi che invade come una fitta nebbia tutta la carreggiata; poi, appena usciti dal paese i fumi si diradano e intravediamo resti di filari di viti scheletriche inerpicarsi lungo i crinali delle colline polverose; negli avvallamenti distese di sabbia hanno preso il posto di quelli che, fino a solo cinque anni fa, erano ancora prati verdi. Finalmente dopo mezz’ora di viaggio arriviamo a scuola, cioè a casa della signora Fabienne. Mi piace la casa di Fabienne; ha grandi finestre e s’inonda di luce. Qui vengono il professor Albert e la professoressa Fleur a farmi lezione. Sono tra le poche persone che conoscono la mia vera identità, e cercano di farmi vivere una vita il più normale possibile.
Passo le mie giornate tra la scuola e il buio seminterrato dove vivo con mamma.
Non sarà sempre così, un giorno riavrò una bella casa con un grande giardino. A volte fantastico di giocare nel mio vecchio prato di Sisteron. Quando non sono a scuola, gioco perlopiù chiusa in casa; immagino di fare viaggi fuori, in giro per il mondo, a volte mi spingo fino nello spazio. Ho letto libri bellissimi che descrivono vite diverse su pianeti lontani. Mi piace leggere, ma ormai ho letto tutto quello che avevamo in casa, anche due libri di ricette di mamma, in italiano, un po’ noiosi. Non posso neppure rileggere libri già letti; li so a memoria. Spesso mi diverto a ripensarli e modificarli, immaginando finali diversi o nuovi capitoli.
Oggi è mercoledì e, come ogni mercoledì, nel pomeriggio, finite le lezioni, a casa della signora Fabienne, incontro Alain e Aurélie, i miei amici. Stiamo insieme un paio d’ore. Dicono che sia importante per il mio sviluppo che io interagisca anche con altri bambini.
Oggi Alain ha portato delle carte e mi spiega un gioco che si chiama scala quaranta. Aurélie sa già giocare. Cominciamo: senza neppure pensarci calcolo in base agli scarti di ciascuno la percentuale di possibilità di ripescare dal mazzo carte a me utili. Dopo pochi minuti ho esattamente chiaro lo scenario più probabile e gioco di conseguenza. Stravinco tutte le prime quattro partite. Alain e Aurélie sono scuri in volto; mi sa che come al solito ho fatto un guaio. Forse devo smettere di giocare in questo modo, l’ho fatto automaticamente, senza pensarci.
“Facciamone ancora una!” dico, ripromettendomi di provare a perdere.
“No, basta sei troppo fortunata, sempre la solita, io non gioco più!” esclama arrabbiato Alain.
Come sempre; possibile che ogni volta finisca così?
“Allora scegli tu un nuovo gioco Alain!”
Non risponde. Il suono del campanello spezza l’imbarazzante silenzio. È la mamma di Aurélie, la professoressa Fleur, oggi Aurélie deve lasciarci in anticipo. Restiamo io e Alain.
“A scacchi!” esclama Alain “ti straccio Bianca! Quest’anno ho vinto il torneo della scuola”.
Ricordo che alle 16:26 del pomeriggio del 5 aprile dello scorso anno, ormai 11 mesi e sei giorni, due ore e otto minuti fa, avevamo già giocato insieme: era stato un disastro, non era riuscito a mangiarmi neppure un pezzo, alle 16:30 la partita era già finita. Resto perplessa, spero sia migliorato.
Cominciamo. Non è facile, direi che non è migliorato affatto. Ripensando alle continue raccomandazioni di mia madre sulla socialità e sul rispetto della sensibilità del prossimo faccio del mio meglio per farlo vincere. Niente da fare, non ci arriva proprio; alla fine smetto di recitare e chiudo la partita. Alain è arrabbiatissimo. Mi dispiace, mi rendo conto di avere di nuovo sbagliato. Se continuo così non riuscirò mai ad avere degli amici. Le due ore sono già finite, arriva il professor Albert, il padre di Alain, anche lui va via. Infine, in ritardo come al solito, arriva anche la mamma.
Dovrò aspettare altri sette giorni prima di rivedere Alain e Aurélie, sempre che Alain voglia ancora incontrarmi. Io vorrei frequentare la scuola insieme agli altri ragazzi, ma la signora Fleur, che mi insegna storia e letteratura, dice che non posso, che è pericoloso, e poi il mio programma di studi è diverso. In effetti mi sento sola, diversa e unica; unica come la mia malattia o forse la mia dote, così la chiamava mio padre. La settimana scorsa ho sentito parlare la mamma con la signora Fleur, dicevano che potrebbero esserci dei rischi a proseguire con gli incontri del mercoledì, che devo essere più tutelata. Ma da cosa? La stessa sera, mi sono fatta coraggio e l’ho chiesto a mia madre. Me ne sono subito pentita; la mamma è scoppiata in uno dei suoi pianti isterici e senza fine. La mattina aveva ancora gli occhi gonfi e cerchiati. Ho evitato di tornare sull’argomento.

È giovedì, ho la lezione di matematica con il professor Albert; ha portato un fantastico libro pieno di equazioni, dice che lo usava ai tempi dei suoi studi universitari. Per tutta la prima ora mi spiega i concetti di funzione goniometrica, seno e coseno. Poi fa una pausa, va a prendersi un caffè con Fabienne, e mi lascia il libro con alcuni esercizi da fare. In due minuti risolvo mentalmente gli esercizi che mi ha assegnato e mi avventuro nelle pagine successive del testo. Albert torna dopo una decina di minuti e gli riferisco i risultati dei cinque esercizi.
“Fantastico Bianca! Sei straordinaria. Ora se non sei stanca passiamo alle derivate e agli integrali.”
“Gli ho già dato un’occhiata, … mentre l’aspettavo” dico titubante, sperando di non avere fatto qualcosa di sbagliato. “Davvero? Allora proviamo a fare questo esercizio insieme!” dice il professor Albert mostrandomi sul libro un’equazione differenziale con derivate parziali. Ha scelto una di quelle più difficili, capisco che pensa che lo stia prendendo in giro. Senza scriverla svolgo mentalmente l’uguaglianza e dopo 21 secondi dico:
“X è uguale a 8,426”. Il professor Albert ha appena finito di scrivere l’equazione alla lavagna.
“Bianca, non scherzare” dice voltando il capo un po’ scocciato. Dopo circa 10 minuti di calcoli arriva al risultato. Strabuzza gli occhi, coincide con quanto avevo detto io. Ora non sorride più, sembra quasi preoccupato.
“Bianca sei incredibile! … Fai quasi paura.”
A casa non passo tempo a studiare, non ne ho bisogno. Spesso però ripenso alle lezioni e alle frasi lette sui libri. La sera in cucina, durante la cena con mamma, mi diverto a trasformare mentalmente i movimenti più semplici che vedo intorno a me in funzioni algebriche. Non so se raccontarlo al professor Albert. Oggi mi è sembrato spaventato dai miei calcoli. Forse al momento è meglio che tenga questo gioco solo per me. È il mio passatempo ma mi rendo conto che sono l’unica a farlo; sono poche le cose che riesco a condividere completamente con gli altri; mi manca quella comunione di azioni e pensieri che dà quel senso di appartenenza a un gruppo, così appagante e rassicurante. È come se fossi sempre da sola su un treno in corsa che sfreccia veloce sulle rotaie mentre gli altri restano fermi sulle pensiline, vorrei raggiungerli ma non posso scendere.
È venerdì, c’è molto traffico. Dev’essere per la neve che cade abbondante, nessuno c’era più abituato, era ormai da diversi anni che non nevicava più da queste parti. È fantastica la neve, con il suo manto magico riesce a rendere belle anche queste lande desolate. Siamo in fila, io e mia madre, insieme ad altre decine di auto incolonnate sull’arteria in uscita dal paese. Mamma mi sta accompagnando a scuola e poi andrà a lavorare. Prima faceva la giornalista, era appassionata al suo lavoro, la sera tornava a casa stanca ma piena di vita; era sempre di buon umore. Qui a Grobak fa le pulizie in un centro commerciale, rientra la sera abbruttita dalla stanchezza e si accascia sul vecchio divano sfondato, guardando il niente con sguardo inespressivo. Una volta non era così la mamma. Ma da quando abbiamo perso papà e lasciato Sisteron è cambiata. Questa vita da reclusi e il lavoro da sguattera al centro commerciale non la aiutano di certo. I primi due anni sono stati i peggiori; era perennemente avvolta da un alone di tristezza e negatività. Non c’era giorno nel quale il suo viso non fosse bagnato di lacrime. Ora va un po’ meglio. Il tempo aiuta dicono, i brutti ricordi si attenuano, perdono i contorni, si dissolvono nella memoria, e così la gente riesce a sopravvivere anche alle più terribili disgrazie. E questo è un altro dei miei problemi: ogni ricordo, anche il più brutto e triste, resta lucido e sempre presente nella mia mente, pronto a riaffiorare in ogni istante, ricco di ogni dettaglio. So che gli altri mi giudicano fredda e insensibile; forse lo sono. Questo è però l’unico modo che ho per gestire fiumi in piena di tristi memorie che esondano in questo mio cervello ormai troppo pieno.
Ho una grande, precisa e costante coscienza di tutto ciò che mi circonda, e questo è faticoso. A volte penso che più ricordi si hanno, più sia difficile gestire la vita e più sia facile cadere in depressione. Invidio gli altri bambini, ho la sensazione che riescano a prendere la vita in maniera più leggera e siano più felici.

Sono seduta sul sedile posteriore della nostra vecchia auto e osservo i bellissimi cristalli di neve che si sciolgono sul lunotto, ne intravedo mentalmente l’infinita lunghezza frattale e ne resto affascinata. Poi i miei pensieri vengono risucchiati dalla regolare quotidianità che mi imprigiona qui a Grobak; penso a domani, sarà sabato: se c’è il sole, faremo un giro fuori, intorno al quartiere, forse, se mamma se la sentirà, ci spingeremo fino al giardino pubblico, pochi metri quadrati di erba ingiallita, circondati da edifici fatiscenti che arrivano quasi fino al cielo; sono vecchi stabili per lo più disabitati o occupati da altri reietti come noi. Niente di più. Alain mi ha raccontato che è andato in montagna già tre volte da inizio anno. Aurélie quest’estate andrà in vacanza in Italia. L’ultima volta che io sono stata in vacanza avevo quattro anni e un mese. Era la metà di luglio, abbiamo passato due settimane al mare in Costa Azzurra. C’era anche papà; era bellissimo il mare, da allora non lo ho mai più rivisto. Dicono che adesso sia cambiato. Mi sono immersa nel ricordo di quella antica vacanza decine di volte e ogni volta mi sembra quasi di potere toccare l’acqua. Da otto anni sono queste le mie vacanze: virtuali.
Un botto violento e improvviso mi strappa dai miei pensieri e mi scaraventa contro il sedile anteriore. Per un attimo è buio, riapro gli occhi, discosto il capo dal sedile.
È diverso, è rosso di finta pelle, quello dell’auto di mamma è grigio e di stoffa consunta. Mi guardo intorno stordita. Sono in una vecchia automobile. Sul sedile accanto a me c’è un giornale, leggo la data: 17 febbraio 1944. Non è mia madre a guidare, è un tizio che non conosco, o forse sì; accanto a lui c’è un altro uomo, sembra più giovane, il suo viso mi è famigliare, avrà una ventina d’anni. I due uomini sono tesi. “Maledetti, ci hanno tamponato! Ti sei fatta male Olga?” chiede il più giovane in italiano. Fuori nevica, vedo le sagome di tre uomini che si avvicinano, sono armati. Sono militari. Grida in tedesco ci ordinano di scendere con le mani alzate. Sento una scarica di mitra sparata contro le ruote della nostra auto, il rimbombo dei colpi mi risuona secco nello stomaco e nel cervello. “Non abbiamo scelta” dice l’uomo al volante “scendiamo”. Non ha il tempo di finire la frase; i militari spalancano le portiere e ci scaraventano brutalmente fuori dall’auto. Io cado nella neve; mi accorgo ora di indossare un vecchio cappotto marrone e stivali neri; dove sono finiti la mia giacca a vento rossa e i miei scarponcini? Alzo il capo, siamo circondati da una decina di uomini. Intravedo il mio riflesso sulla portiera dell’auto. Non sono io; o forse sì, sono più grande.

Sento la voce di mia madre giungere da lontano, mi sta scuotendo.
“Bianca! Bianca! Come stai?”
“Sì, sì tutto bene mamma! Cosa è successo?”
“Ci hanno tamponato, un cretino su un macchinone.”
“Sono svenuta? Quanto tempo è passato?”
“Tempo? Ma che dici? Solo pochi secondi”.
“Strano, ho sognato.”
Arrivo in ritardo di oltre un’ora dalla signora Fabienne. La sera a casa racconto il mio sogno a mia madre.
“Mi ha chiamato Olga, come la bis-nonna” le dico. Mamma mi guarda con un’espressione più stupita del solito e fa quelle smorfie arricciando il naso, come per sistemare degli occhiali inesistenti, che la fanno sembrare un coniglio spaventato. Odio questo suo tic.
“Bianca, quello sembra un ricordo della tua bis-nonna, quando, durante la resistenza, i tedeschi l’hanno arrestata. Sicuramente l’hai sentito raccontare da me oppure da lei o dalla nonna. Però c’erano solo la bis-nonna Olga e il povero bis-nonno Pietro, non c’era nessun altro con loro in auto in quel triste giorno”.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Accattivante e intelligente. Se questo è il teaser aspetto il prossimo episodio !!

  2. cristian1964

    (proprietario verificato)

    “Incipit” decisamente accattivante e che cattura l’attenzione. L’idea di base è affascinante e fornisce aspettative per un proseguimento del libro. Attendo la pubblicazione con trepidazione.

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Giovanni Torchia
Sono nato in Piemonte nel 1966 e nel 1990 mi sono laureato a Genova in Scienze Naturali con una specializzazione in biologia marina. Da allora ho lavorato come biologo marino in diverse località italiane e per un periodo di tre anni in Africa, nell’ambito di un progetto delle Nazioni Unite. Dal 2009 lavoro di base a Torino per una società internazionale di consulenza ambientale: mi occupo di grandi progetti di rilievi e monitoraggi marini e di studi sulla biodiversità, principalmente in Mediterraneo, Africa e Asia.
Ho pubblicato numerosi articoli scientifici e divulgativi sull’ecologia e la biologia e spesso partecipo a iniziative e manifestazioni di comunicazione e divulgazione scientifica. “Eve – Il risveglio dei ricordi dimenticati” è il mio primo romanzo.
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