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Evil essence - Il Risorgere della Stella del Mattino

Evil Essence
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Consegna prevista Luglio 2022

Quanto demone c’è in te?
È lo slogan vigente nella società galattica dell’Ordine Elohim, dove le analisi del sangue indicano la percentuale di enzima V che ti scorre nel sangue. Se ne possiedi un’alta dose verrai marchiato mezzo-demone.
Anno 2302.
Arkel è uno di loro e il suo tormento, quella stigma che lo dipinge come un mostro agli occhi della gente.
Vive su di un’isoletta famosa per il turismo extraterrestre ma situata sul peggiore dei pianeti di dominio umano, la Terra.
Da qualche tempo, covo di misteriosi cyber-mutanti che rapiscono giovani.
L’unica preoccupazione di Arkel resta la psicosi che affligge la madre, infatti sogna di diventare un genetista per cercarle una cura. La sua vita si ribalta quando sfugge all’attacco di un cyber-mutante grazie all’insorgere di un raro potere distruttivo.
Allora l’Ordine Elohim gli apre le porte dell’esclusiva Accademia di Arti Esoteriche e Scienze Occulte.
Vogliono farlo diventare un Angelo Dominio: un guerriero conquistatore di mondi vergini.

Perché ho scritto questo libro?

Perché questa storia ha scelto me per essere raccontata.
Tredici anni fa, feci dei strani sogni che durarono circa un mese. Erano talmente sensoriali e logici che quando mi svegliavo non riuscivo a distinguere quale fosse la mia realtà. I sogni vividi sono un fenomeno insolito ma reale, ancora incomprensibili alla scienza, che mi hanno lasciato una cicatrice indelebile ma anche la passione di scrivere un racconto, che sono certa proietterà anche voi in un’altra fantastica dimensione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

-1-

Arkel

Era buio nella cameretta e lui non rispondeva.

Un respiro profondo e Caterina si costrinse ad entrare. Con passo svelto si diresse verso lo smunto raggio di sole che penetrava tra le tende. Le aprì con un gesto netto. L’ondata di luce che quasi l’accecò, attenuò anche il frenetico pulsare del suo cuore.

“Angioletto, dove sei?” lo chiamava con voce debole, insicura, spalancando le ante della finestra. “Esci fuori che dobbiamo andare da Yana,” aggiunse, mentre il fresco profumo di salsedine misto a fiori di Bouganville spazzò via lo sgradevole odore di chiuso che le riempiva pure i polmoni.

Dinnanzi a lei, candide casine greche si ammucchiavano come nidi di rondine su un’alta scogliera e si affacciavano sul mare blu cobalto della caldera di Santorini, carezzata dal sole di una tarda mattina. Sarebbe stato un paesaggio da cartolina degno di essere citato nelle ventimila-duecento-uno meraviglie della galassia se solo la tangenziale onda blu non avesse tagliato buona parte della costa dell’isola a mo’ di montagna russa levitante, ma quello faceva parte del gusto eccentrico degli architetti dell’anno 2293 e doveva accettarlo.

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“Hai detto che ti piace Yana, allora perché ti nascondi? Così arriviamo tardi,” disse, mentre lo cercava nell’armadio a muro, sotto al letto disfatto, dentro il bagno… niente. Non era neppure in camera sua.

Appena si voltò per uscire dalla stanza, sobbalzò dallo spavento.

Il ragazzino se ne stava sulla soglia della porta in silenzio, a fissarla con i suoi grandi e magnetici occhi dal taglio felino. La luce che gli bagnava il delicato viso abbronzato, accendeva l’azzurro delle sue iridi di un colore quasi irreale. Puro turchese, come le acque dei laghi gemelli di un ghiacciaio. I lucenti capelli biondo platino, invece, erano come al solito scarmigliati e gli ricadevano sulla fronte. Le mani nascoste dietro la schiena.

“Mia Signora nonna,” il tono solenne e un profondo inchino. “Lei sarà la prima a contemplare la lucertola Vitruviana creata da me, Arkel da Oia!” e con un ampio sorriso che scoprì i grossi incisivi a finestrella, le porse una tavoletta. Sopra c’erano inchiodate alcune lucertole fatte a pezzi e poi ricomposte come a volerle crocifiggere in una macabra seduta d’agopuntura. Una manciata di spilli da cucito tenevano ferme le parti. Comprese le budella penzolanti.

Caterina sentì la nausea salirle in gola mentre fissava l’orripilante puzzle con una smorfia che le storse la bocca e marcò le innumerevoli rughe che le striavano il viso.

“Come ti è venuta in mente questa cosa?” la voce soffocata dallo sgomento. Lo sguardo le si andò a posare sulle ditate di sangue che imbrattavano l’ampia maglietta gialla e lilla che ricadeva fino al bacino di Arkel.

“Yana ha detto che devo ispirarmi agli artisti del passato appartenenti alla mia stirpe.”

“Dubito che Leonardo da Vinci abbia mai fatto uno scempio del genere.”

Arkel spense il sorriso di botto.

“Lui faceva a pezzi la gente per studiare l’anatomia umana. Dovresti saperlo tu che sei nata nella sua epoca”, disse, abbassando la tavoletta che ricadde sulle esili gambe nude. Una zampa di lucertola rotolò tra i suoi piedi scalzi.

“Anche se ho più di due secoli non significa che sono nata nella sua epoca, angelo mio. E lui non le uccideva le persone, casomai riesumava la loro salma,” rispose, cercando di mantenere un tono imparziale. “Le hai trovate già morte queste bestiole? Non le hai uccise tu? Dimmi che non lo hai fatto di nuovo…”

In risposta Arkel scagliò la tavoletta sul pavimento con una tale ferocia che spilli, pezzi di legno e brandelli di lucertola schizzarono dappertutto schiantandosi anche addosso a lei, che tempestivamente si coprì il volto con l’avambraccio lanciando un breve urlo di spavento. Il ragazzino raccolse un pezzo di legno rotto da terra, sfilò l’Olgit dal suo polso e con furia, prese a sfregare contro il marchio che ci aveva tatuato sopra, come a volerlo cancellare dalla sua pelle.

“Fermoo!” Caterina gli strappò il pezzo di legno dalla mano e lo afferrò per gli avambracci.

“Non lo voglio questo schifo! Lasciami!” strillava lui, dimenandosi. Il suo marchio brillò incandescente tra la pelle scorticata, sfregiata da schegge, imperlata di sangue.

La ferita già si cicatrizzava.

Caterina avvinghiò le braccia intorno al busto del ragazzino, ma anche se era uno scricciolo scalciava come un puledro imbizzarrito. Cadde col sedere a terra e lanciò un lamento di dolore, portandosi dietro anche lui che si rialzò svelto. Con i pugni serrati lunghi ai fianchi scrutava la nonna seduta a terra in una posizione goffa, a massaggiarsi la schiena e singhiozzare tra un acquazzone di lacrime: “Mi dispiace angelo mio! Mi dispiace che ti è successo questo! Se potessi la prenderei io il tuo stigma maledetto!”

Lui le si gettò addosso, abbracciandola per la vita. Il viso contro al suo petto.

“Mamma mi odia per questo. Vero?”

“No tesoro mio, tu non c’entri! La tua mamma è solo tanto malata!” lacrime cadevano fitte dagli occhi di Caterina mentre carezzava la chioma bionda e ribelle del nipote.

“Facciamo una cosa,” singhiozzò, cercando di ricomporsi. “Ricostruiamo il tuo l-lucertolo Vitruviano insieme?”

Lui si districò dal suo abbraccio colloso, fulminandola poi con lo stesso sguardo intimidatorio di una tigre che studia la sua preda. Sguardo che la faceva rabbrividire perché sapeva del nome con cui la società lo aveva ribattezzato.

Mezzo demone.

           “No. Adesso voglio andare da Yana,” le rispose, gelido come ghiaccio spezzato tra i denti.

*

Caterina non avrebbe mai immaginato di vivere abbastanza da vedere evolvere la civiltà, figurarsi divenire cittadina di un utopico Impero galattico.

Nonostante avesse da poco compiuto 277 anni ne dimostrava ottanta. Era alta quasi un metro e sessanta, dal fisico un po’ tarchiato anche se non mangiava poi molto. I capelli preferiva tenerli corti perché erano diventati sottili come fili di seta e bianchi come le rigogliose orchidee che accudiva nella serra del portico di casa. Certe volte, mentre ricamava a uncinetto, si soffermava a guardare con malinconia la pelle delle sue mani grinzose, macchiate come da schizzi di caffellatte. Rimuginava sul drastico invecchiamento del suo corpo avvenuto in soli tredici anni. Se avesse continuato a prendersi cura di se stessa avrebbe dimostrato una trentina d’anni in meno di quelli che lo specchio le dava, ma quando la sua unica figliola iniziò a manifestare i primi sintomi del tremendo male che l’aveva colpita, il peso della sua lunga vita iniziò a farsi sentire e il terribile segreto che nascondeva a opprimerla.

   Girò il capo verso di lui…

“Ho ancora fame.” Era la terza volta che Arkel glielo ripeteva. Le sue tenere labbra rosee sbocciavano tra le strisciate incrostate di densa cioccolata nera.

Caterina estrasse un fazzoletto dalla borsetta che teneva in grembo e andò per pulirgli la bocca, ma lui si scostò infastidito. “Faccio da solo, grazie”.

“Certo, certo…” farfugliò porgendogli il fazzoletto. Poi si guardò intorno con la stessa angoscia che si proverebbe a nascondere una pistola nella borsetta. Nell’ampio abitacolo ovale c’erano solo una comitiva di giovani pleiadiani, identici agli umani ma vestiti con abiti eleganti dal taglio geometrico. In disparte, una ragazza con i capelli a caschetto color fucsia leggeva un ololibro.

Con un sospiro, Caterina si decise a tirar fuori l’ultimo croissant che aveva nella borsetta. Appena lo scartò Arkel lo afferrò, addentandolo vorace. Famelico.

“Dì a Yana che ne hai mangiato solo uno. Va bene angioletto mio?”

La bocca del bambino era strapiena. Annuì con il capo, intanto il bus si fermava e la porta scorrevole si apriva in verticale. Entrarono un uomo e una donna dai volti maturi, vestiti con completi neri e camicia bianca. Erano Principati dell’Ordine Elohim centrale.

“Non posso credere che i Nephilim potranno votare alle prossime elezioni,” diceva la donna, mentre sedeva assieme al compagno sulle poltrone di fronte a loro.

“Di questo passo tra una decina di anni potranno farlo anche i Malakim.”

“Non dirlo che poi si avvera!” esplosero in una risata corposa, antipatica.

Caterina avrebbe voluto dirgliene quattro a quei due, invece si limitò a sistemare il colletto della camicia a quadretti di Arkel, tanto per gettare un’occhiata al cinturino del suo olgit. Un dispositivo a tecnologia olografica tridimensionale dall’aspetto di un orologio. Aveva talmente tante funzionalità che spesso doveva chiedere aiuto a lui per raccapezzarsi. Ma quella principale -secondo lei- era coprire il marchio maledetto.

“Basta toccarmi nonna! Non sono uno Schnizu!” sbottò lui da sotto i grossi occhiali che le ricordavano quelli che indossavano i sub dei suoi tempi.

“Perdono angelo mio.”

Sapeva che quando era immerso nei videogiochi a comando telepatico non doveva disturbarlo, ma i due stranieri continuavano a lanciare occhiatacce verso di lui, seguite da confabuli coperti da mani davanti alla bocca.

Possibile che avessero capito di che stirpe fosse?

Forse stava solo diventando paranoica.

Dopo aver percorso la tangenziale sub-marina, (una strada che somigliava a un acquario tubolare e s’inabissava collegando tutte le isole abitate del Mar Egeo) la navetta sbucò in superficie, nel trafficato canale periferico che conduceva al centro della città galleggiante di Babylon.

Imboccato uno stretto canale, si accingevano a passare sotto un ponticello con ringhiere dorate e ologrammi di bandiere sventolanti il fiore della vita, il simbolo della Terra che l’Ordine Elohim aveva ribattezzato Gaia.

Sul ponte erano affacciate un paio di coppie, gruppetti di persone passeggiavano tranquille e due bambini salutavano i velivoli che passavano di sotto. Dalle acque limpide si ergevano, uno appresso all’altra, casine colorate dai tetti uniti in un’onda merlettata. Le porte e le finestre decorate da vetrate con motivi altrettanto vivaci erano trafitte dai raggi del sole di mezzogiorno, così da proiettare giochi di luce tra le squame vibranti delle acque cristalline.

Adesso che i finestrini del bus erano stati abbassati, l’aroma di pane sfornato s’insinuava nell’abitacolo riempiendole le narici, ma sopratutto il suo cuore di ricordi lontani. Eppure più vividi della sua quotidianità.

Qualche scorcio di Babylon le ricordava un po’ Venezia. Ma appena appena, perché nell’anima era del tutto diversa. Forse vedeva similitudini in ogni dettaglio per via della nostalgia che si strascinava da decenni. La cosa peggiore era che la sua patria natia, l’Italia, non esisteva più. Almeno non come la ricordava. Buona parte era stata sommersa dalle acque per via del parziale scioglimento dei ghiacciai polari mentre sulla terra ferma, esseri di dubbiose origini facevano sparire gente nel nulla, prediligendo giovani individui. Li chiamavano cyber-mutanti la nuova piaga mondiale. Di conseguenza, molte persone si trasferivano sulle isole bonificate e le megalopoli galleggianti visto che quei mostri sembravano non arrivare in quei luoghi. Altri chiedevano all’Ordine Elohim di poter emigrare su altri pianeti dell’Impero, cosa non facile da realizzare per gli Atlantidei Macchiati, come venivano chiamati i natii di Gaia.

Di quei tempi tutto era complesso. Articolato. Gigante al limite del surreale perché parte di una congregazione galattica dove una miriade di antichissimi esseri evoluti, si era coalizzata in un’alleanza sociopolitica chiamata Fratellanza di Luce, e l’Ordine Elohim era l’istituzione che gestiva tutti i pianeti che appartenevano al genere umano.

Erano passati più di duecento anni da quando Gaia era entrata a far parte della Fratellanza di Luce e a Caterina ancora risultava difficile da credere. Spesso si sentiva straniera in un mondo che faticava ad accettare. A comprendere, tanto era diverso da quello in cui era nata.

Mentre il suo sguardo mesto si perdeva nell’orizzonte del mare che si eclissava tra le pittoresche architetture, pensava che avrebbe volentieri barattato la sua lunga vita per quei pochi anni perduti nel ventunesimo secolo, prima che scoppiasse la terza guerra mondiale, prima che desse i voti alla Chiesa Cattolica per diventare una suora di clausura. Avrebbe sacrificato qualsiasi cosa pur di tornare indietro nel tempo e morire insieme ai suoi cari.

Abbassò lo sguardo su Arkel che si toglieva gli olocchiali con adulta compostezza. Li piegava su loro stessi fino a incapsularli in un uovo grande quanto quello di una quaglia e glieli porgeva, sorridendole.

2021-10-14

Aggiornamento

Buongiorno, volevo solo aggiornarti che la campagna sta andando bene, abbiamo raggiunto il 30% grazie anche al tuo preziosissimo contributo! Grazie di cuore, ma ancora non possiamo esultare, la strada verso l'obbiettivo è lontana, gli ostacoli sono tanti, nulla è certo eccetto per una cosa: se puoi, fai passaparola o preordina un'altra copia da regalare ad una persona a te cara. Ogni piccolo gesto o pensiero positivo, è un passetto verso la produzione di questo manoscritto e anche una dose della grinta che mi serve per continuare a scrivere una saga. Inoltre, ci sarà un bonus per tutti i sostenitori una volta raggiunto il prossimo step del 50% di preordini. Ti inoltrerò l'intero primo capitolo, così potrai scoprire cos'ha combinato il nostro piccolo Arkel da rendere la sua nonna tanto ansiosa. Un grande saluto e alla prossima! p.s Ho allegato un pensierino per te. Una delle illustrazioni da me create per il manoscritto. Sonya C. Falcon

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Sonya Falcon
Sonya C. Falcon è nata a Roma. Ha una laurea in Moda e Costume ed ha vissuto per otto anni in Nuova Zelanda dove lavorava come fashion-stylist in un negozio di abiti da sposa e gestiva il marketing del suo piccolo ristorante Italiano al centro di Auckland. Finchè la nostalgia l'ha spinta a ritornare alle origini. Attualmente vive a Roma e lavora come progettista e sviluppatrice d'interfacce grafiche, per app e siti web. Il Risorgere della Stella del Mattino, è il suo romanzo d'esordio.
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