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Ex-perience. Siamo fatti della stessa sostanza dei nostri ex

Ex-perience. Siamo fatti della stessa sostanza dei nostri ex
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Consegna prevista Novembre 2021
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Monia Ring è un’artista che, dopo aver vinto un prestigioso premio, sta preparando una nuova performance nella quale ha coinvolto i suoi ex fidanzati: un attore vanesio, uno scultore ombroso e un chitarrista narcisista che però ha mollato tutto per entrare in convento.
Riuscirà Monia a conciliare i loro temperamenti? E come la prenderà il suo nuovo fidanzato? Le cose sembrano andare bene, fino al ritorno in scena di Stefano, l’ultimo ex, che Monia ha piantato all’altare qualche anno prima e che prenderà parte al progetto.
A quel punto le cose sembreranno traballare, ma… forse Stefano non è il problema più grosso.
Una storia di sentimenti e legami, in cui si esplora “quello che resta” di una relazione e che riemerge, anche solo per un istante. Come quando Marina Abramovic e Ulay si sono incontrati al MoMa, una scossa che può diventare arte.
Monia ce la farà a realizzare la sua opera?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perchè volevo raccontare di come le storie d’amore, ma anche i legami di amicizia, siano parte della nostra formazione e ci costruiscano, in qualche modo.
E anche per raccontare di una donna diversa dallo stereotipo, una donna indipendente, che non sceglie tra amore e carriera, ma che li concilia, affrontando la vita con una grossa dose di ironia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

Quando sono in crisi prego Marina Abramovic.

Ho cominciato durante la prima sessione di esami: fissavo la sua fotografia appesa al muro e speravo che mi desse la forza di immagazzinare tutto ciò che dovevo sapere.

Marina c’era anche quando è stato il momento di presentare la mia prima opera: ho appiccicato la sua faccia al saldatore con cui ho assemblato Il Mostro delle Lacrime. Adesso la prego chiudendo gli occhi, ormai non mi serve nemmeno più il suo viso davanti, mi appare nella mente e se ne sta lì, come una bambolina o uno di quegli assistenti virtuali che si usavano anni fa su Windows. La invoco talmente spesso che rotea le orbite, scocciata.

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“Dammi un’idea, Marina dammi un’idea, dammi un’idea ti pre go, ti pregotiprego.”

Lei sbuffa e non dice nulla, batte un piede e mi fa sciò con la mano.

Sono esattamente cinque settimane, tre giorni e mezz’ora che il nostro rapporto ha preso questa piega, precisamente da quando, una sera di metà gennaio, ho sollevato la statuetta del Perform Unic Faboulous Free Artist a Helsinki.

“The winner is… miss Monia Ring!”

Per qualche secondo sono rimasta ferma ad aspettare che la vincitrice si alzasse e che andasse a ritirare il premio; poi Sara mi ha scossa e ha detto: “Sei tu, alzati, muoviti!”.

Ho attraversato la platea come in trance, tra gli applausi di colleghi, critici, giornalisti. Applausi per me.

Mister Jon Hans Mornier, il presidente della giuria, mi ha consegnato il premio, io l’ho sollevato e in quel preciso istante ero la donna più felice dell’universo: la consacrazione di anni di lavoro, un grande obiettivo raggiunto, la mia arte riconosciuta.

È stato tutto perfetto per quarantatré secondi, il tempo esatto del mio discorso di ringraziamento, alla fine del quale mister Moriner ha ricordato a tutti che questo era il mio momento, l’ha detto in italiano, sorridendo: “Ora tocca a lei”. Poi l’ha ripetuto in inglese, a favore della platea internazionale che si è sciolta in una risata mentre io mi facevo piccola sul palco.

Vincere il PUFFA è un’arma a doppio taglio, ne abbiamo viste di carriere affossate per una pessima esibizione.

Ora tocca a lei

A lei, che poi sarei io.

Io: Monica Ring, quasi trentasei anni, performer fin dai tempi dell’accademia di belle arti, autrice di successi come Sleeping I e II, Moments of war, Contatto Fatale e Hugs in a bed nel quale, per un’intera settimana, ho abbracciato più di millecinquecento sconosciuti che si stendevano accanto a me in un letto posizionato in Place du Tertre a Parigi.

Quella che sulla copertina di ArT&Dreams del giugno 2015 è stata definita BadAss girl of performance.

Io, quella grassoccia del primo banco, mite e riccia come una pecorella, bianca e rossa come Heidi. Badass girl. Vincitrice del premio PUFFA 2018.

Tutta la mia carriera mi è passata davanti in quarantatré secondi di assoluta perfezione, ho gongolato e mi sono sentita invincibile.

Ora tocca a lei.

Sara in platea ha capito subito che la frase di mister Mornier mi aveva stroncata e ha cominciato a farmi segno di sorridere, di stare su con le spalle, ma nella foto rituale con statuetta e presidente ho la stessa espressione di una volpe che fissa i fari di un’auto su una strada di notte. Mi sento già spacciata.

Poi le cose sono peggiorate, nonostante mi sia stampata in faccia un sorriso, nonostante una vocina minuscola nella mia testa continuasse a ripetere: “Sei tu che hai vinto, sei la migliore”.

Davanti ai miei occhi è apparsa la faccia di Marina con il suo sguardo severo; non ti deluderò, promesso, ma ti scongiuro dammi un’idea.

Il Performer Unic Faboulous Free Artist è da oltre cinquant’anni il premio più ambito da chi si occupa di arte contemporanea ed è, nella maggior parte dei casi, una pietra miliare nella carriera di un artista. Viene consegnato alla metà di gennaio e il vincitore ha nove mesi di tempo – come una gestazione. Si sa, agli artisti piacciono le simbologie – per preparare una performance originale che verrà presentata a Helsinki, di fronte al gotha artistico mondiale pronto, il giorno seguente, a osannarla o affossarla.

Di solito le cose vanno alla grande, ma ci sono stati casi eclatanti di artisti promettenti che hanno presentato opere mediocri – capita nella vita, ma è terribile se succede al PUFFA – rovinandosi così la carriera. Alcuni rimangono nell’ambiente diventando critici o insegnanti, altri, invece, spariscono nell’oblio.

Marina ti prego, aiutami. Sono sulla cresta dell’onda, non farmi annegare. Non so se per merito suo, o grazie a una buona dose d’alcol, sono riuscita a godermi l’afterparty. Ho ballato con Sara come ai tempi del liceo e l’ho abbracciata dicendole che è la mia migliore amica e che ero felicissima che fosse con me in un momento così importante della mia carriera.

Abbiamo riso, brille, come due ragazzine. Ci siamo commosse, ubriache, come due signore.

In albergo ho appoggiato la statuetta sulla scrivania nella nostra stanza e mi sono accorta di avere le dita bianche e rosse, doloranti, allora ho premuto le mani e la fronte sul vetro della finestra per sentire un po’ di refrigerio, sperando anche di perdermi tra le luci di Helsinki.

“Dobbiamo dormire, Monia” mi ha detto Sara “domani hai le interviste”, già.

Le interviste.

Nelle ultime settimane ho parlato con una marea di giornalisti; è un grande successo che affronto con piglio allegro e sorridente, determinata a dare perle di saggezza ai posteri. Sono splendida, fuori, mentre dentro mantengo lo sguardo accecato della volpe.

Intervista per ArT&Dreams:

Domanda: “Le aspettative sono altissime su di lei; l’ultimo italiano a vincere il PUFFA è stato Dario Nuccin, quindici anni fa, in più lei è la prima donna italiana. Come si sente?”

Risposta: “È un grandissimo riconoscimento, sono emozionata e onorata. Non potrei chiedere di più”.

Non è vero. Sono nel panico, perché io, perché io???

Intervista per Tv Art International

Domanda: “… e poi è una degli artisti più giovani che abbiano mai ricevuto il PUFFA. È una speranza per le giovani donne in questo campo, non crede?”

Risposta: “Credo che la mia vittoria potrebbe davvero essere uno stimolo, perché nel mondo dell’arte, come in ogni campo, c’è bisogno di figure femminili, sono convinta che le donne possano dare una svolta al pensiero artistico contemporaneo”.

Non fatelo. Lasciate perdere. Scegliete un bell’impiego in posta, magari partime, iscrivetevi a pilates. Diventate foodblogger, tutto, ma non questo.

Intervista per ContemporART, Tv Art International, ArT&Dreams, Rai, Sky, Corriere della Sera, Vanity Fair, i miei amici, mia zia e addirittura i miei genitori (che non sono famosi per la loro attenzione nei miei confronti):

Domanda: “Quindi? Ha già in mente il suo progetto?”

Risposta: “Ci sto lavorando, ma ho già un’idea, non anticipo nulla per scaramanzia”.

Ma che cavolo stai dicendo? Hai visto il tuo progetto?

È una pagina bianca sullo schermo del computer.

E poi c’è Marina che nella mia testa non fa che elencare gli artisti falliti dopo la Performance PUFFA:

Crilion, Manic, Rouner, Schiantalli, Gonzales…

Io sorrido ai giornalisti, poso per servizi fotografici, spolvero la statuetta e lei continua

Roman, Francisco, Moretti, Silvan…

Cinquant’anni di fallimenti e probabilmente non me li dice nemmeno tutti. Passeggia ieratica in una stanza del mio cervello e ripete i nomi come un mantra. Io la supplico di smettere, la invoco perché mi aiuti.

Credo che abbia funzionato perché stanotte ho scritto per tre ore, ho avuto un’idea pazzesca sulla mafia. Ho stampato tutto e l’ho riletto mentre fuori albeggiava, una cosa incredibile: con un’automobile a un millimetro da una riga rossa che segna il momento in cui il boss premerà il pulsante che la farà saltare in aria – come a significare che c’è un istante in cui la mafia non ha ancora vinto e noi dobbiamo prendere quell’attimo e renderlo eterno – mentre io corro a fermare cinquecento orologi a cucù che stanno per scoccare l’ora X.

Un’idea bellissima e forte tanto che mi sono addormentata serena, per la prima volta dopo giorni. Subito, però, ho cominciato a sognare Marina che premeva dei detonatori più velocemente di quanto potessi disattivarli. Lei era un razzo e io una lumaca con le gambe sempre più pesanti. Al risveglio ho riletto il progetto. Ho fatto un canestro perfetto nel cestino.

Crilion, Manic, Rouner, Schiantalli, Gonzales, Roman, Francisco, Moretti, Silvan.

Ora fisso il soffitto, rassegnata, mentre sto sdraiata sul parquet del soggiorno, sperando che Marina torni a essermi amica, mentre cerco di contrastare la sua litania dei perdenti ripetendo i nomi dei vincitori: Nuccin, Struggles, Yang, Delphine… Ring, ma il sonno è più forte e contare i premiati PUFFA ha un effetto simile a quello di contare le pecore. Chiudo gli occhi cinque minuti, solo cinque.

2.

“Cosa fai sul pavimento?”

Apro gli occhi e vedo Libero, il mio fidanzato, vabbè, fidanzato. Il ragazzo che sto frequentando. Il moroso diciamo qui a Milano. L’ho conosciuto due giorni dopo essere tornata da Helsinki alla festa che gli amici hanno organizzato in mio onore, in un bel locale e con una band ingaggiata per l’occasione, Libero era sul palco, suona il contrabbasso, e al secondo brano ha guardato nella mia direzione e mi ha sorriso.

Mi sono sciolta all’istante, è stato un colpo di fulmine, come non mi capitava da tempo. Anni. Così l’ho seguito fuori dal locale mentre faceva una pausa sigaretta.

Siamo rientrati insieme, mezz’ora dopo, con i capelli spettinati e le labbra rosse.

Adesso è in piedi nel mio soggiorno e io lo guardo dal pavimento: si muove verso la cucina, prende un bicchiere d’acqua, si affaccia al bancone, su quella mezza parete che divide un ambiente dall’altro: “Non mi hai ancora risposto”. Dice.

“Stavo riflettendo”. Mi stiracchio, ma non mi alzo, non pensavo che il parquet fosse così comodo per un pisolino. Libero torna verso di me: “A occhi chiusi?” mi dice, ridendo “mi è sembrato anche di sentire russare…” si abbassa e mi fa una carezza. “Sei stanca Monia, prenditi una sera di relax, esci con Sara, non pensare al progetto”.

Quanto è bello? E quanto gli piaccio? Certo, iniziare una relazione in questo momento non era nei miei programmi, ma non sono riuscita a resistergli. Da una settimana ha le chiavi di casa mia e a me non dispiace vederlo arrivare di improvviso, come adesso. Mi solleva dal mio stato delirante. È da quando ho lasciato Stefano che non ho un uomo per casa e temevo di sentire invasa la mia privacy e invece no, l’ho capito dalla prima colazione insieme e credo di non essermi sbagliata.

Si sdraia accanto a me e facciamo un po’ di occhinegliocchi.

“Se vuoi stasera suono con il trio jazz, potresti venire a sentirmi con Sara, poi torniamo qui insieme”. Passeggia con le dita sulla mia pancia. Il jazz non lo reggo ma Libero mi piace molto e ancora di più mi piace vederlo suonare. Siamo all’inizio e tutto è molto bello: parliamo, ridiamo di niente, facciamo sesso a qualsiasi ora. Gli inizi delle relazioni si assomigliano tutti, ma i modi di finirle no.

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” – questa non è mia, è Tolstoj. Anna Karenina. – E credo che valga anche per le storie d’amore: nella felicità tutte uguali, nella tristezza ognuna a modo suo.

“Hai dei nei molto carini, lo sai?” mi dice Libero, siamo ancora sul pavimento, nudi. Adoro il sesso del tardo pomeriggio. Mi sbaciucchia le macchioline che ho sulle scapole.

Rido, sciocca, nascondendo il viso nell’incavo del braccio. “Mi piacciono le tue mani” gli dico io “mi piace quando suoni” e lui muove le dita sul mio corpo come se fossi uno strumento. Gioiamo della reciproca presenza. Pigoliamo. Non ce lo diciamo, ma alla nostra età quante volte ci è già successo?

I baci sui nei come una piccola scoperta, quelli sui calli delle dita, sulla cicatrice che ha sulla mano. Il solletico con i capelli al risveglio. Ci è successo mille volte, ma siamo nuovi l’uno per l’altra e ogni contatto è una scoperta, e poi ci sono le telefonate: esce da casa e già mi chiama. E io che vado ai concerti – il trio jazz, la band con cui ha suonato alla mia festa e chissà quanti altre cose ci saranno – e lui che mi guarda mentre scrivo e organizzo il progetto da consegnare al PUFFA. Libero che appena può mi accompagna alle interviste e nelle trasmissioni dove sono invitata. Mi piace vederlo tra la gente e mi piace da impazzire il mio lavoro e questo momento di notorietà, nonostante sia sempre più difficile rispondere alle domande sul mio progetto futuro. “Non ne parlo per scaramanzia” non reggerà per molto tempo. Adesso, però, non ci penso, gli accarezzo le mani e gli avambracci come se non avessi mai toccato un uomo e lui reagisce come se fosse la prima volta. Adoro i primi tempi, sembra sempre che sia primavera.

“Ci vediamo dopo al concerto?” mi dice Libero, mentre a fatica si stacca da me e va a fare una doccia “non voglio che passi un’altra serata a fissare quella tizia, come hai detto che si chiama?”

“Marina Abramovic” me lo chiede ogni volta, ma non importa, gli faccio gli occhioni, mi alzo e lo seguo in bagno. Cinque settimane, un giorno e qualche ora che non fa la doccia da solo.

2021-02-14

Aggiornamento

è San Valentino ed è il giorno giusto per svelare un brano del libro con una dichiarazione importante. Chi la starà pronunciando? e cosa accadrà poi? E perchè Monia reagisce così? "“Mi piaci . È successo inaspettatamente e improvvisamente. Forse è presto per dirlo, ma me ne frego e te lo dico. Sono completamente cotto, felice. E magari adesso sto pestando una gigantesca merda, ma…” mette le mani in tasca e io faccio un passo indietro. Il pensiero dura un istante, “Ti prego, non chiedermelo. No.” ma è sufficiente per farmi gelare. Cerco di stare ferma, ma credo di tremare. Lui continua a parlare, anche se sento metà di ciò che dice. Toglie le mani dalle tasche e [...] "
2021-02-12

Aggiornamento

Oggi é il capodanno lunare e Monia é una fanatica di cucina cinese. Un po' perché é pigra e non ama cucinare e l'asporto é sempre comodo, ma soprattutto per i sapori e la varietà dei piatti. Quindi oggi é probabile che stia festeggiando con un buon pranzo cinese. Nel romanzo però si avventura in un ristorante finlandese nel quale le cose, forse, non vanno così bene... Volete sapere perchè? Nel libro troverete la risposta!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Non amo leggere le descrizioni dei libri perché temo sempre che mi rovinino la sorpesa e l’esperienza della lettura, tuttavia in questo caso è stata proprio la descrizione a spingermi all’acquisto! Detto questo non vedo l’ora di poter iniziare a leggere questo libro!

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Elena Lo Muzio
Lecchese, quarantenne, scrive da prima che esistesse internet e ha sempre un aneddoto pronto da raccontare. Sogna di diventare valletta di Sanremo. Non si pettina.
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