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Fiamme d’amore

Overgoal! Un ufficio stampa curerà la visibilità sulla stampa tradizionale e su quella online. Una strategia dedicata di marketing online consiglierà il libro a nuovi potenziali lettori.
Goal! Il manoscritto passerà alla fase di editing, revisione, progetto grafico e stampa. Una volta pronto, il libro verrà pubblicato in formato cartaceo e ebook, e reso disponibile all'interno del circuito di Messaggerie Libri e nei più importanti store online.
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Consegna prevista Febbraio 2020

Brian Taylor è solo un ragazzo quando perde la sua figura di riferimento più importante, il padre. Affronta il lutto nel modo peggiore. Intraprende un viaggio all’insegna della perdizione. L’alcol non ha più misteri per lui. Il sesso incosciente diventa il suo credo. Lo appassiona avere una partner diversa ogni notte.
L’aitante giovanotto vive in un universo parallelo in cui il dolore della perdita non è stato affrontato, ma rinchiuso ermeticamente in un meandro della sua psiche, pronto a riemergere di scatto fungendo da salvavita. Un festino, un tavolino di cristallo e una striscia di coca. È quello il suo bivio decisivo. È quello l’attimo in cui si verifica un fenomeno straordinario e suggestivo che lo scuote. Avrebbe potuto perdersi per sempre se solo non fosse intervenuta una forza superiore, tanto incredibile quanto verosimile. Questo diventa l’intimo segreto che Brian cela dentro di sé, pronto a svelarlo solo ai lettori della sua storia.

Perché ho scritto questo libro?

Non ho mai avuto intenzione di scrivere un romanzo. Sono una saggista e il mercato editoriale offre già valide opere. Un pomeriggio però, mentre ripensavo al periodo più felice della mia vita, guardai in lontananza e fui permeata da un’ondata di adrenalina. Ero stata raggiunta da un’ispirazione: i personaggi e la loro storia erano approdati nella mia mente. Li ho fatti attendere il tempo necessario per studiare il lavoro di sceneggiatori come Snyder, poi ho lasciato che il racconto fluisse.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Quando ripenso alla mia vita ne ammiro gli eventi. Si sono susseguiti in un disegno del destino artistico, mai lineare. Sono stato un uomo paziente, sempre ricompensato dal fato.

Avevo sedici anni quando persi il mio punto di riferimento, mio padre. Mia madre non fu più la stessa, insieme al suo amato consorte si spense la sua parte più gioiosa. Mi ricordo di quel giorno al cimitero in maniera così nitida nonostante l’opprimente senso di smarrimento che mi pervadeva in un crescendo di angoscia. Sarebbe banale affermare che rammento il funerale di mio padre come fosse accaduto ieri. Infatti non è una semplice reminiscenza che emerge a distanza di anni, io riesco a proiettarmi tra i silenziosi cipressi che circondano le lapidi e vedo le cose da una diversa prospettiva. Giungo all’astrazione dal mio corpo affranto, mi ergo di almeno cinque metri dal suolo e osservo la realtà da un altro punto di vista. E mi accorgo che basta cambiare quota per conquistare un barlume di serenità. Dall’alto vedo molte tombe oltre a quella di mio padre: è la mia magra consolazione, è la dimostrazione che la caducità della vita lambisce tutti prima o poi. La morte è il più democratico degli eventi terreni e si protrae in quel portale misterioso che è l’oltretomba, di cui non ci è dato sapere fatti certi. Doveva essere mezzogiorno, il sole era alto ma non carezzava i nostri visi perché essi erano rivolti verso il basso e lasciavano cadere copiose lacrime. I presenti, in lutto, sfoggiavano i loro migliori capi di abbigliamento. Non ho mai capito il perché di tanta eleganza in occasione dell’estremo saluto che non può essere contraccambiato. La madre di mio padre, donna gagliarda e imponente, non sembrava più lei, la sofferenza ne aveva ridimensionato l’anima e il corpo. Non potevo scorgere il suo sguardo perché c’era un velo nero a coprire i suoi occhi. Conservava quella sottile e scura coltre per occasioni del genere, i trapassi, le serviva per occultare gli occhi rossi e gonfi per il pianto e spenti dal recente vuoto. In altri casi il velo era utile a mascherare la totale assenza di lacrime, o perché esaurite dal dì precedente all’alba delle esequie oppure perché quella precisa dipartita non le toccava le corde dell’anima a sufficienza. Di certo non era quello il caso, la prematura scomparsa di suo figlio l’avrebbe segnata per sempre così come avrebbe cambiato tutti noi, specialmente io.

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Avrei tanto voluto incrociare i suoi occhi, avrebbero rincuorato il mio spirito, ma la nonna fissava la bara. Il nonno non aveva la forza di stare in piedi, né di stare seduto in una posizione comoda. La sedia che gli avevano offerto pareva cocente e pungente per come ci si era adagiato: aveva la gamba destra parzialmente protesa in avanti con la punta del piede che faceva leva sull’erba. E sul ginocchio destro vi aveva posato il gomito che reggeva il pesante braccio la cui mano copriva gli occhi. L’altra gamba era flessa all’indietro, all’esterno della sedia e sulla coscia c’era la mano sinistra con il palmo aperto, l’indice rivolto verso il bacino e il pollice verso l’esterno. Così assiso, aveva il gomito sinistro che somigliava ad una spina. Solo ora mi accorgo di quanto fosse verde il prato del cimitero, solo ora ammiro quell’inutile perfezione della natura. Non riesco a ricordare alcun rumore, però. È come rivivere un film muto. Bastavano i miei pensieri cupi e vorticosi ad annebbiarmi la mente sottraendomi ogni facoltà mentale. Mi sentivo maledettamente solo, forse un pizzico di attenzione su di me mi avrebbe risollevato, perché io stavo scivolando in un pericoloso baratro e non ho mai osato chiedere aiuto. Ritenevo di non averne alcun diritto. Mio padre era venuto a mancare molto prima di aver raggiunto mezzo secolo di vita e poco dopo avermi insegnato a fare il nodo alla cravatta. Sto temporeggiando con le descrizioni perché mi duole ancora oggi inserire la figura di mia madre in questo quadro nefasto. La mia mamma stringeva nella mano destra un fazzolettino da cui non si sarebbe separata per molti mesi e per un momento avvicinò a me l’altra mano nell’atto di prendere la mia. Non rivolse il capo verso di me, però. Fu un istante e credo e temo che si sia trattato solo di un riflesso. Avrei voluto pronunciare poche semplici parole «Mamma, ti prego abbracciami», ma non lo feci. Mia madre era presente al cospetto della lapide del suo consorte solo fisicamente. Ma mentalmente si era messa in salvo evadendo. Povera Maggie Johnson, – avrebbe pensato la gente – da quel momento in poi avrebbe dovuto allevare un figlio adolescente da sola. Di sicuro si era rifugiata sul viale dei ricordi. Avrei dovuto farlo anch’io, ma non ne ero capace. La forza del dolore era massiccia e mi attanagliava come in una morsa. In silenzio stavo vivendo una tremenda tortura. Probabilmente attraversarono la mia mente domande di rito come «Perché proprio a me?», oppure no. Forse dimorava il nulla dentro di me. Non so se non ricordo i miei pensieri oppure la mia psiche ha attivato una specie di salvavita che mi risparmia il travaglio di rivivere il dolore.

Il fatto è che appena penso a mio padre il flusso delle lacrime si interrompe o non ha nemmeno inizio e tutta la sofferenza si tramuta in gioia. Se solo me ne fossi accorto a quel tempo non avrei corso i fatali rischi che corsi. 

09 giugno 2019

Aggiornamento

Quali temi vuoi veicolare?
L’opera di propone di veicolare alcune tematiche giovanili di stringente attualità come il senso di appartenenza al gruppo e lo spirito di emulazione. Il contesto generale è quello della libertà che degenera in libertinismo e conduce all'abbandono scolastico, al consumo massiccio di alcool e stupefacenti. Non meno importante è la questione della promiscuità sessuale con relativa prevenzione da malattie veneree e gravidanze non programmate.
26 maggio 2019

Aggiornamento

Curiosità
Quando è nato il libro? Quando hai avuto la prima ispirazione di questa storia?
Un pomeriggio d’estate mi ritrovai a scrutare il panorama che il balcone di casa mi regala. Ripensai agli anni di spensieratezza del periodo adolescenziale. Nel momento in cui liberai la mente dallo stress della quotidianità fui folgorata da un’ispirazione: i protagonisti e la loro storia mi erano giunti in visita come da un luogo remoto. Ogni sequenza mi appariva così nitida e le emozioni così enfatiche. Non ho mai ritenuto possibile un evento simile.

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Silvana Calabrese
Silvana Calabrese è nata a Bari nel pomeriggio del freddo 11 gennaio 1987.
Dopo aver conseguito la maturità scientifica, ha intrapreso gli studi universitari nel ramo della comunicazione.
Nel 2014 le è stato conferito il titolo di Dottore di ricerca in "Popolazione, Famiglia e Territorio (Demografia Storica e Storia Sociale)" presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro".
È nota al pubblico per il suo spirito impavido e per la ricerca spasmodica della giustizia sociale.
Collabora con testate e riviste italiane e cura il blog "La scorribanda legale". Gli articoli trattati lambiscono temi storici o di attualità, ma non mancano sezioni dedicate alla creatività.
Silvana Calabrese è anche una scrittrice che si occupa di saggistica e la sua formazione accademica le ha permesso di condurre ricerche d'archivio su fonti antiche.
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