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Fidati di me

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Consegna prevista Agosto 2020

“… Marisol incrociò le braccia non sapendo se fidarsi o no, ma lui tirò fuori dal sacchetto un dolce, e glielo porse con difficoltà. Marisol passò lo sguardo imbronciato dal dolcetto al volto, infine gli strappò via dalla mano quel biscotto zuccherato: «non prendere il vizio di trarmi in inganno con i dolci!»”

Soldi, fama e successo. Marisol crede di avere tutto dalla vita, ma tra tutti gli amici si deve fidare esclusivamente di chi si è fidato di lei. Questo, però, lo capirà troppo tardi.

Perché ho scritto questo libro?

Ho cominciato a scrivere questo libro pensando di lasciarlo nel cassetto e rileggerlo ogni tanto. Per questo l’ho scritto senza seguire una trama e senza aspettarmi nulla di speciale. Capitolo dopo capitolo, però, la storia cresceva, e come succede sempre durante la creazione dei miei scritti, i personaggi sono diventati reali con le loro caratteristiche e la loro personalità che avevo immaginato, ed è stato come se io vedessi la storia che vivevano loro e la trascrivessi soltanto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Percorse lentamente il corridoio della scuola, con gli occhi socchiusi, e trascinando i piedi come se avesse un peso insopportabile sulle spalle, in realtà aveva solo una borsa a tracolla con qualche libro all’interno: quel giorno non aveva molte materie pesanti.

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Vedeva tutto sempre uguale in quella scuola, tutti uguali e lei stessa uguale a ogni giorno. In fondo era così: tutti in divisa scolastica, puntualissimi e seduti sempre negli stessi identici posti per tutti e cinque gli anni. Anche se era solo al primo anno, aveva testimoni che le avevano confermato quella situazione. Testimoni che sembravano condannati ad una vita di torture, anche se erano veramente esagerati. O meglio, questo era ciò che pensava precedentemente.

Quando lei aveva cominciato quel dannato collegio, fondato solo qualche anno prima, non avrebbe mai immaginato ciò che potessero nascondere quelle mura. Una tortura senza fine. Mancava solo che mettessero in punizione gli alunni chiudendoli in catene negli scantinati. Beh, ogni tanto Marisol aveva creduto che fosse possibile.

Istituto privato di Marcela Valdés, un liceo privato di Madrid in cui ci finivano tutti i cocchi di papà, visto che i genitori volevano tenerli il meno possibile a casa.

Marisol stava lì perché un padre non l’aveva, e la madre era una famosissima scrittrice che voleva arrivare sempre più in alto nella sua carriera, ed era convinta che un giorno avrebbe visto anche sua figlia sul podio del successo, sulle copertine di tutti i giornali e in giro per il mondo, anche se non le dedicava quasi mai del tempo. Stava solo attenta a chi frequentava, a ciò che faceva, a come appariva… nient’altro.

Marisol, poi, faceva parte del club pomeridiano di teatro, e la madre fu felice di questo suo inizio, anche se era preoccupata di tutto ciò che potesse succedere in quel paio d’ore di lezione di svago. Marisol, però, non guardava il successo a cui poteva arrivare: i suoi occhi non guardavano altro che Raul.

Raul… la riproduzione della perfezione, il dio della bellezza, il ragazzo dei suoi sogni più proibiti… Lui abitava nell’appartamento sopra il suo ed era all’ultimo anno di quella scuola. Beh, 19 anni… solo cinque in più di lei.

Marisol era più che certa che lui avesse capito i suoi sentimenti, e continuando ad aiutarla volentieri con le prove, i compiti e lo studio, le faceva credere che qualche speranza ci fosse.

Infine entrò in classe sbuffando, gettò la borsa sotto il banco, si sedette incrociando le braccia su questo e ci poggiò la testa sopra.

«Ehi! Notte insonne?» Chiese Lola in un sorriso, sedendosi sul banco vicino al suo.

«Spiritosa…»

Oliver corse a darle una forte pacca sulle spalle: «Sei riuscita, finalmente, a farti Raul?»

Tante risate si aggiunsero, e Marisol si sentì andare a fuoco per l’imbarazzo.

«Poverino, lui non sa come dire che non ti sopporta!» continuò il ragazzo fingendo gli occhi dolci.

Lola mise un volto dispiaciuto: «Eh… in questa scuola le notizie girano in fretta…»

Marisol la guardò male come per dire di non appoggiarli, e Lola alzò le mani in segno di scusa. «Beh, non puoi dire che non sia vero. Siamo solo da pochi mesi, in fondo, qua dentro, eppure tutti… o almeno quasi, sanno che ti piace Raul.»

«Ti considera ancora una bambina!» Continuò Oliver alle sue spalle, parlandole nell’orecchio. «Sei infantile per tutti, questo è sicuro.»

Marisol si alzò infuriata volendo tanto prenderlo a schiaffi, ma in quel momento una pallina da tennis le colpì la nuca. Si voltò verso quella direzione, ma qualcos’altro le colpì la spalla, si voltò di nuovo, e qualcuno le finì addosso facendola cadere. La ragazza si risistemò velocemente cercando di trattenere la rabbia, e sospirando con gli occhi chiusi si diresse verso il capobranco, come lo definiva lei, che come al solito era seduto sul proprio banco con le cuffie alle orecchie collegate all’Iphone in tasca. Sembrava stesse riposando con le braccia incrociate e la schiena poggiata al muro.

Marisol gli strappò via le cuffie e Matt la guardò furioso.

«Che cazzo vuoi, questa volta?!» esclamò lui spingendola via con un piede.

Marisol esplose in un urlo di rabbia: «devi capire che questi cosi –indicò i compagni di sesso maschile in classe-, non fanno altro che stare alle tue parole o seguirti come cagnolini, quindi capisco che sei tu a…»

Matt non attese troppo e le sputò in faccia, poi si rimise le cuffie. «Cagnolini, dici bene. Impara ad addestrarli, allora.»

In quel momento suonò la campanella di inizio lezione. Marisol, furibonda, batté con forza i pugni sul banco del ragazzo: «Ti giuro che sarò in grado di farti pentire di questo tuo atteggiamento! Lo farò ad ogni costo!» Esclamò prima di voltarsi e tornare al suo banco.

«Lei è una che ottiene tutto ciò che vuole» mormorò Juan rivolto a Matt, mentre si sedettero composti ai loro banchi prima dell’arrivo del professore.

Matt alzò lo sguardo annoiato, ma nello stesso tempo severo, su di lui, poi scosse il capo girando gli occhi su Marisol.

«È solo una bambina viziata. Come credi che abbia ottenuto dopo solo un mese il ruolo da protagonista nel teatro?»

Juan sospirò accigliato. Si voltò verso Marisol che continuava a ridere con Lola seduta al suo banco. «Non so come tu faccia a sapere questo, ma va bene».

«So di lei come so di tutti in questa scuola, non lo dimenticare».

Juan non rispose. Già, soprattutto quello era ciò che rendeva Matt ancora più misterioso: sembrava fregarsene di tutto, ma in realtà sapeva tutto della scuola e di chi la frequentava.

2

Questa settimana parliamo di un pericolonpresente nella 1° sezione dell’istituto privato di Marcela Valdés.

Sto parlando di un capobranco di una specie di scimmie evolute in aspetto, ma rimaste secoli e secoli indietro per quanto riguarda la mentalità.

Caratteristiche fisiche: uguale a quelle umane, ma gli occhi sono quasi sempre chiusi, come se non avesse bisogno dell’utilizzo della vista.

Comportamento: solitario e scansafatiche, e ne approfitta di coloro che lo rispettano del genere maschile. Le femmine si dividono in due specie: quelle che gli cadono ai piedi attratte da questo atteggiamento misterioso, e quelle che vorrebbero aggredirlo, se solo ne avessero la forza e il coraggio.

Questo capobranco sa usare solo lo sguardo credendo di farsi capire, e si hanno anche dubbi sulla sua capacità di comunicare con altri versi.

Fate attenzione a questa presenza nella scuola.

Marisol era sdraiata sul proprio letto a rileggere la chat di giornata sul suo blog. Marisol, su questo, amava dedicare un piccolo spazio a pensieri personali, che davano il via ad una carrellata di risposte. Quel pomeriggio usò questa sua abilità d’inventiva per sfogare tutta la sua rabbia verso i compagni di classe, ma questo non andò a suo favore.

Il mattino dopo i ragazzi in classe si radunarono attorno al banco di Matt:

«… bisogna sistemare quella…»

«… è arrogante!»

«… si crede migliore di tutti!»

«Tranquilli» disse improvvisamente Matt guardandosi attorno, ma senza posare lo sguardo sui compagni. «La sistemo io.»

Tutti gli altri ragazzi sorrisero. Erano curiosi di sapere cosa potesse passare nella mente dell’amico, se così si poteva definire, e speravano di poter assistere all’affronto tra i due, ma preferirono stare zitti per non finire loro sotto l’attacco di Matt.

Tomas si gettò a sedere sul banco di Marisol e Lola. Lui era l’unico che restava distaccato da quel gruppetto di ragazzacci. Anche con la divisa era visibile il suo stile nerd, e solo gli occhiali gli donavano l’aria da so-tutto-io.

«Hai avuto un grande coraggio, direi» sorrise lui. «Ma forse hai sbagliato. Conoscendo Matt, non te la farà passare liscia.»

Marisol sbuffò sfogliando velocemente e con furia il libro, anche senza cercare una pagina specifica. «Se la sono cercata!»

«Lo so!» Tomas cercò di fare il comprensivo con lei. «Però non credo che sia stata la mossa giusta da fare. In questo modo confermi le sue parole di ieri, ovvero che sei… sei…»

«Infantile» concluse Matt facendosi sentire dal fondo dell’aula. «Io, invece, sono chi so io di essere, e me ne frego del pensiero degli altri». Il tono di Matt, però, era calmo, come se quelle parole lo divertissero, ma si distaccavano completamente dal suo sguardo.

Marisol s’innervosì. Diventò furibonda. Quegli anni si prevedevano una vera prigionia.

Si alzò di scatto dalla sedia e si gettò su Matt prendendogli il colletto. «Senti, bello, nessuno ti ha eletto principe, re, o quel che vuoi di questa classe. Non siamo i tuoi schiavi mentre tu sei qui a far nulla, e se i tuoi amici vogliono esserlo, tienici fuori dai tuoi giochetti».

Matt staccò con violenza la mano della ragazza dalla sua camicia. «Come dici tu, io non faccio nulla. È inutile dare la colpa solo a me».

«Ma sei tu a dire agli altri cosa fare!»

«Io li appoggio, che è un’altra cosa».

«Ma non dire parole a caso! Credi…»

«Io credo che tu non sappia con chi prendertela, e hai preso di mira me».

Marisol stava esplodendo di rabbia. Non sapeva cosa dire perché mille pensieri si stavano affollando nella sua testa.

«Tu hai problemi, non ci sono dubbi!» riuscì finalmente a dire al ragazzo. «Si dovrebbe avvisare la tua famiglia di contattare uno psicologo!»

Matt scese di scatto dal banco facendo anche cadere il cellulare dalla tasca, ma se ne fregò. Avanzò verso la ragazza che s’intimorì leggermente e arretrò sentendosi sempre più piccola.

«Non-mettere-di-mezzo-la-mia-famiglia» scandì.

Marisol vide nei suoi occhi la voglia di alzare le mani e prendere a pugni qualcuno, ma probabilmente riusciva a trattenersi. Non volle darsi per vinta. Riprese la propria serietà, si bloccò ed incrociò le braccia: «paura di una possibile punizione? Ahia, allora sì che devi stare attento…» recitò.

Suonò la campanella, fortunatamente per Marisol.

«Non pensare di averla vinta» la minacciò Matt. La intimorì, anche parlando sottovoce: i suoi occhi, già severi di natura, infuriati facevano paura.

Appena suonò la campanella si gettò fuori la classe, e si poggiò al lavandino del bagno a fissare l’acqua che scorreva giù. Pensava a quegli occhi… quegli occhi che esprimevano solo rabbia. Forse Matt voleva solo urlarle in faccia, insultarla, ridicolizzarla…, ma in realtà quegli occhi facevano capire che Matt stesse perdendo il controllo. Era sempre più sicura che ci fosse qualcosa che non andava in quel ragazzo, probabilmente qualche disturbo mentale.

Qualcuno le spinse con forza la spalla, e lei finì contro il muro al suo lato. Si voltò velocemente e vide Matt con il suo solito sguardo severo che non faceva una grinza, ma come al solito metteva timore. Neanche il pensiero che aveva avuto fino a quel momento la tranquillizzava.

«Non riuscirai mai a prendermi per il culo».

«Sei stato tu a fare in modo che tirassi fuori quelle parole. Potresti anche avere qualche problema, ma non puoi prendertela con me!»

«Se tu sapessi la verità, scapperesti» tagliò corto il ragazzo.

Marisol spalancò gli occhi: «allora confermi di averne».

C’era sempre più fuoco negli occhi del ragazzo. A momenti avrebbe perso le staffe.

«Vuoi forse farmi scappare a gambe levate?» Marisol non voleva fargli credere di avere paura per quell’atteggiamento. Perché appunto Matt usava quella tattica per uscire vincente da qualsiasi situazione. «Beh, non ce l’hai fatta. Tu vuoi avere tutti alla larga, quindi perché non parli in modo che tutti scappino da te, come hai detto?»

«Perché non voglio rendere pubblici i miei affari, come invece fai tu sul sito, rendendo pubblico tutto, anche a chi non ti conosce!»

«Io non rendo pubblico niente!»

«Oh, certo, e la storiella sulla nostra classe è piovuta dal cielo?»

Lei non seppe cosa rispondere. Matt, infine, sembrò divertito, anche se sul suo volto, come al solito, non si vide neanche l’ombra di un sorriso.

«Tu non ragioni su quello che dici e che fai. Sei convinta di essere sempre dalla parte della ragione, in più sei ancora una bambina che si finge grande. Una verginella che aspetta che il suo principe azzurro s’inginocchi prima o poi davanti a lei. O sbaglio?»

Marisol, non sapendo perché, pensò subito a Raul, e al fatto di aver da sempre detto che l’avrebbe aspettato tutto il tempo necessario, ma cercò di non mostrare dispiacere. «Sì che sbagli!» Esclamò con furia. «Ieri…»

Matt la bloccò schiacciandole con forza le spalle al muro. «Mi stai stancando con queste cazzate. Non mi far perdere la pazienza, o ti farò pentire di tutto».

Marisol cercò di non mostrare timore. Matt non era quel ragazzaccio che voleva far credere di essere. Ecco perché lasciava fare tutto agli altri, ecco perché stava sempre isolato con la sua musica, ed ecco perché si era scagliato solo su di lei. Era stata lei ad averlo affrontato, e per questo continuò a tenergli testa: «Dimmi, cosa t’inventerai per farmela pagare? Dirai agli altri di chiudermi in questo bagno?»

Matt arretrò scuotendo il capo, poi le puntò un dito contro: «ficcati di nuovo tra i miei affari, e te ne pentirai amaramente».

Dopo queste parole Matt si voltò ed uscì dal bagno.

Ormai era sicuro: lui nascondeva qualcosa, e quel qualcosa lo rendeva il ragazzo che era.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Maria Balzano
Creavo storie da quando giocavo con le bambole, dal momento che ogni giorno, seguendo sempre la stessa storia, andavo avanti con i capitoli.
Crescendo e abbandonando i giochi, sono passata ai quaderni pieni di capitoli con una storia che parlava di quattro streghe, finché, a tredici anni, non ho iniziato a riempire la mia lista dei libri, che fino ad ora non ho mai abbandonato, anche se avevo in mente di farlo solo per passatempo perché la mia strada volevo che fosse un’altra. In questo periodo, però, ho vissuto delle vicende particolari e difficili, ad esempio il bullismo, che mi hanno cambiata molto, e non posso dire di non aver fatto fatica ad andare avanti, ma la scrittura è l’unica cosa che è rimasta viva in me e mi ha permesso di non abbattermi. Anzi, con la scrittura ho trasformato le vicende brutte che ho vissuto in esperienze da poter trascrivere nei miei testi.
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