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Finché Pechino non ci separi- Diario di una espatriata nel Paese di Mezzo

Finché Pechino non ci separi - Diario di una espatriata nel Paese di Mezzo
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Consegna prevista Luglio 2022
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Quando Alba si imbarca su quel volo diretto a Pechino, ha il cuore infranto. Circa un anno prima ha rotto con Mario e, pur raccontandosi mezze verità, sa benissimo di non averlo ancora dimenticato. Decide allora di intraprenderlo da sola quel viaggio che i due avevano pianificato insieme: tre giorni dopo la laurea, Alba molla tutto e parte per la Cina, raggiungendo la sua amica Giulia.
A Pechino, Alba incontrerà Chen, un affascinante studente cinese, che l’aiuterà a liberarsi dai pregiudizi, guardando al di là della corazza di un popolo che in principio sembra ruvido e scostante.
I destini dei due ragazzi si intrecceranno in un fitto nodo che li porterà a chiedersi se non siano anime gemelle, legate allo stesso filo rosso. Ma ognuno di loro dovrà fare i conti con i suoi fantasmi; quello di un passato che troppo spesso si affaccia ai ricordi, e quello di un presente, che insiste nel volerli mettere di fronte ai loro reali sentimenti.

Perché ho scritto questo libro?

Perché sono una nostalgica: l’anno appena trascorso mi ha forzatamente imposto una pausa. Ma io non sono un tipo da pause, a me piace viaggiare e scoprire cose nuove, incontrare persone e vivere la vita pienamente, senza perderne neanche un attimo. E così mi sono rifugiata nei luoghi in cui, in passato, sono stata felice. Ho ripercorso, a mente, tutte le tappe del viaggio più incredibile mai intrapreso, e ne ho fatto un diario romanzato. Così da ricordare come ci si sente, quando si è liberi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Era un caldo pomeriggio di aprile, avevo già terminato i compiti per l’indomani (sì, ci venivano assegnati dei compiti), e desideravo solamente buttarmi sotto la doccia, per poi addentare qualche schifezza davanti alla tv ed andare a letto, quando Giulia irruppe nella mia stanza.

Era molto elegante, indossava un bell’abito nero, lungo fino al ginocchio, e degli stivaletti dello stesso colore. Aveva su più trucco del solito: aveva colorato le labbra di rosso, ridisegnandone il contorno un po’ fuori dai bordi, ma senza risultare volgare. Diverse passate di mascara le avevano incurvato ed inspessito le già lunghe ciglia ed una sottile riga di eyeliner le aveva allungato il taglio degli occhi.

I capelli rossi erano legati in una treccia laterale. Quando aprii la porta, mi guardò con disappunto.

“Ah Jessica Rabbit”, le dissi,Ma ‘ndo vai?”.

“Ancora stai così? Ma non dovevi farti trovare pronta alle 5.30?”, mi rispose.

“Ma per cosa, scusa?”

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“Ah, non te l’ho detto?” mi chiese, stordita, “Stasera ti porto a cena con due ragazze cinesi che seguono la facoltà di lingua italiana. Solo che loro cenano alle 6. Perciò ti devi sbrigare”.

“Alle 6? Ma capirai, io ho fatto merenda 10 minuti fa. Non ho voglia di uscire”

“E dai, quanto rompi! Vestiti! Oh, quelle so cinesi e giustamente stiamo noi al paese loro, e quindi ci dobbiamo adeguare. E dai adeguati, vatti a vestire! Sono due ragazze fantastiche, ti piacerà conoscerle, vedrai!”.

Non mi feci bella, a differenza di Giulia, non ne avevo voglia. Mi tirai su i capelli, tenendoli fermi con una matita. Indossai una maglietta nera ed un paio di jeans. Una passata di mascara e un velo di cipria ed ero pronta.

Quando mi vide, Giulia aprì bocca, come a sentenziare qualcosa. Forse voleva ordinarmi di cambiarmi, ma si rese conto che si stava facendo tardi, quindi abbozzò. Me lo doveva, stava per trascinarmi in una delle serate più noiose della mia vita.

Le ragazze che ci attendevano davanti al ristorante arabo del campus si chiamavano Peitian e Hua, e di fantastico avevano ben poco.

A dire il vero, Peitian non era male. Carina, aveva i capelli neri, lunghi e lisci che le cadevano sul viso delicato, incorniciandone i lineamenti. I suoi occhi erano scuri ed espressivi, con quel particolare taglio a mandorla, tipico degli orientali. Indossava una camicetta rosa ed una gonna larga di colore bianco, un abbigliamento che nascondeva le sue già inesistenti forme. Nessuna traccia di trucco (le cinesi, di solito, non utilizzano molto il make-up). Timida ed impacciata, pronunciò tre parole nell’arco dell’intera serata.

Hua, invece, era bassa e tarchiata, portava i capelli appena sopra le spalle e dava l’impressione di non

essere molto avvezza all’utilizzo dello shampoo, a giudicare dall’untuosità della cute. Aveva gli occhi piccoli e infossati, un faccione rotondo, il naso a patata e le labbra strette ed irregolari. Indossava un pantaloncino bianco ed un top nero. Ai piedi, delle orribili ballerine bianche. Non poteva di certo definirsi una bellezza.

Hua, inoltre, a differenza di Peitian, era logorroica, antipatica e nutriva una sorta di venerazione per Giulia. Ogni volta che apriva bocca le dava ragione, le faceva i complimenti per tutto, dall’abbigliamento alla pronuncia del cinese, perfetta, secondo Hua. E mica aveva torto? Giulia era meravigliosa, ma si poteva pensare e dirglielo anche senza sbavare. Hua pendeva dalle sue labbra. Con me, invece, fu fredda e scontrosa.

All’inizio sbeffeggiò la mia incapacità di ordinare. Il fatto è che, sul menù, vi erano diversi caratteri che non riconoscevo, ed ovviamente non mi ero munita di dizionario. Sapevo che sarei andata a cena, mica a lezione? Così feci quello che fanno tutti: quando si presentò il cameriere, indicai la foto del piatto di riso che avevo scelto ed esclamai: “Zhé gé” (questo!).

La sentii sghignazzare per qualche secondo.

Quando arrivò il mio piatto a tavola, poi, puntualizzò la maniera corretta di reggere le bacchette, inveendo contro di me.

Dopo due settimane trascorse ad usare le bacchette come spiedini per infilarvi il cibo da portarmi alla bocca ed a mangiare con le mani, mi sembrava un miracolo anche solo arraffare un chicco di riso senza far danni. Lei non era d’accordo.

“Le bacchette non si usano così”, tuonò, riferendosi alla mia (dis)abilità, che mi portava ad incrociarne una davanti all’altra, cosa che “non si fa”.

“Lo so”, risposi. E volevo aggiungere che nel resto del mondo civilizzato si usano le posate, ma evitai. Lei, però, incalzò.

“Quando ero piccola stringevo le bacchette come le stringi tu. Mia madre, per correggermi, mi diede un sacco di botte. Dovrebbe vederti lei”.

E ora è davvero troppo.

“Ma per caso”, chiesi, “In seguito alle percosse hai battuto la testa? No, perché questo spiegherebbe tante co…”

Giulia mi tirò un calcio sotto la tavola, centrandomi lo stinco con la punta dello stivale. Era il suo segnale. Il segnale che avrei dovuto spegnermi, ed evitare polemiche inutili.

La serata trascorse nel mio più totale silenzio. La cena durò solo un paio d’ore, ma a me sembrarono un’eternità.

Stava andando tutto storto. I camerieri del ristorante erano una manica di rattusi, che fissavano con lascivia la scollatura di Giulia, senza ascoltare le nostre richieste. Peitian, per esempio, aveva ordinato dei noodles non piccanti, ma quelli mica l’avevano sentita? Al primo boccone la poveretta si era quasi strozzata a causa della notevole quantità di peperoncino spolverata sul suo piatto.

“Oh mio Dio!”, esclamò Hua, “Meno male che non è capitato a me, io sono allergica al peperoncino. Un solo boccone e me ne vado all’altro mondo!”

“Mannaggia”, esclamai io. “Vedi quando ci si mette la sfortu…”.

Giulia mi tirò un altro calcio sull’altro stinco.

“Ho capito, sto zitta!”.

Il locale era molto carino. In stile arabeggiante, coloratissimo ed abbellito dai narghilè che troneggiavano al       centro dei tavoli. Appena entrata, ero stata salutata dalla fragranza di pane arabo che mi era rimasta nelle narici per tutta la durata della cena. Il cibo era fresco e gustoso. Peccato per il personale e la compagnia!

Quando ci congedammo, Peitian mi rivolse un timido arrivederci. Hua, invece, da lingua biforcuta qual era, mi disse:E’ stato un piacere conoscerti. Spero di rivederti”.

Giulia sapeva benissimo che la mia risposta non sarebbe stata altrettanto felice e falsa, e così mi pizzicò il braccio, intimandomi di non fare la stronza.

“Anche per me è stato un piacere” dissi. Ma non lo pensavo. In realtà speravo di non rivederla mai più.

La serata terminò alle ore 20:00. A quell’ora avevamo già cenato e bevuto, ci mancava solo il pigiama e la  tisana al finocchietto per chiudere le danze.

“Che vita grama!” esclamai.

Come ho già detto, quella monotonia non mi disturbava affatto, nonostante la mia giovane età. Mi gettai a capofitto negli studi, durante le mie prime settimane a Pechino facevo praticamente solo quello, quando conobbi Chen.

Ci pensò lui a stravolgere la mia ordinaria routine.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alba Gallo
Classe 1989, Alba nasce in un piccolo e tranquillo paese della provincia di Salerno. Sin da bambina mostra una sana curiosità nei confronti dell'Oriente e delle sue peculiarità. Da adolescente inizia a divorare i libri di Tiziano Terzani, sognando anche lei di raggiungere, da grande, quelle terre così lontane.
A 19 anni si trasferisce a Roma per intraprendere gli studi di Lingue e Civiltà Orientali, a 25 mette piede, per la prima volta, su suolo pechinese.
Oggi Alba lavora nel settore turistico come tour leader, e sfrutta le sue conoscenze linguistiche per far conoscere, a persone di tutto il mondo, le meraviglie della sua terra: la Campania. E nel frattempo pianifica il viaggio della vita, in India.
<> è il suo primo romanzo.
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